LETTURE
PAOLO RUFFINI
      

Lèmma. Spargimento di cenere

 

Zona Editore, Civitella in Val di Chiana (Ar) 2009, pp. 68, € 10,00

    

      


di Domenico Donatone

 

 

La morte come affezione estrema e paradigmatica dell’Essere

 

 

se pagasse sfiorire

nel peso esatto

di un’anima

che ha la lealtà di stare

nello sconfinare dell’acqua bassa

con la risacca breve

qui avremmo pianto per la felicità

(P. Ruffini)

 

 

Con la sua opera poetica d’esordio dal titolo Lèmma. Spargimento di cenere, Paolo Ruffini sceglie con molta umiltà e coraggio di affrontare un tema che appartiene da sempre al versante indelebile degli universali, ovvero il tema della morte. Un tema che scaturisce da una profonda riflessione di natura anzitutto antropologica sul destino dell’uomo, molto intima e personale, che viene arricchita di spunti dialettici determinanti altresì il sentimento d’amore e di esistenza. Ed è sul tema specifico della perdita, della scomparsa e dell’assenza incancellabile, che il poeta concentra tutte le sue forze ed emana le sue energie, facendo scaturire un requiem a frammenti per la scomparsa del fratello[1]. Un tema che suscita ad impatto non solo un pensiero foscoliano, un’impronta escatologica dei sepolcri, ma è a tal punto una questione privata, privatissima, quella che qui si delinea che commentare in assoluto questa poesia sarebbe un assurdo, un’utopia, qualcosa che traccerebbe un non-luogo della critica. Il passo migliore da compiere è quello di contemperare la distanza critica dal fatto “privato”, soprattutto rispetto alla straordinaria vicinanza dei versi imperniati su quanto accaduto.

Protendendosi ad ascoltare i richiami dei secoli passati (Catullo, Virgilio, Orazio, Petrarca, Dante, Donne, Marvell, Foscolo, Montale) e riferendosi esplicitamente al “lèmma”, in senso filosofico più che linguistico, Ruffini delinea un quadro d’insieme nella sua opera poetica che è appunto di “spargimento di cenere”, attraverso dettagli d’ambiente e riferimenti antropologico-culturali del tutto nuovi rispetto al tema della morte a cui siamo abituati. Un tema di cui si può dire che resiste al tempo oltre ad esistere nel tempo. Un tema eterno. Anche qui, con dinamiche evolutive differenti rispetto ai sistemi classici di agnizione, di riconoscimento e valutazione endemica ed extra-letteraria del tema “morte”, si dialoga con il “cenere muto”, ma c’è l’assoluto rigore ad un richiamo sul tema che va ben oltre la morte stessa. Davvero questa raccolta poetica è “affare privato”, e ciò demarca quella specificità inarrivabile che fa della poesia il suo cardine imprescindibile. La poesia, la vera poesia, nasce da una questione privata, nasce da un reale smarrimento – pensiamo al pianto di Leopardi sulla tomba del Tasso: avvenimento privato, privatissimo, anche quello da cui, però, si ricava e si determina il senso della poetica leopardiana. Per quanto privato, per quanto distante da una logica di appartenenza altrui, quel pianto, grazie alla poesia, diventa un pianto pubblico, visibile a tutti. Così questo medesimo spargimento di cenere di Ruffini diventa un pianto visibile a tutti.

 

Ma c’è di più. C’è che, per quanto si attengano al senso della privatezza e della riservatezza, questi versi del poeta demarcano un’incidenza e una sfera d’interesse pubblica che attiene comunque e in ogni modo alla persona del poeta in quanto uomo, in quanto “persona sensibile” che per sé e da sé accoglie e riceve il dramma della scomparsa del proprio fratello. Una scomparsa a cui l’artista conferisce anima e corpo. Ma è sempre dell’uomo Ruffini questa poesia, non è del poeta Ruffini. Si vuole dire con ciò che per la prima volta – intendendo per “prima volta” la cifra generazionale che si evidenzia dentro l’economia di questi versi – il poeta affronta la questione della morte senza farsi scudo con la poesia, ma utilizzando una poesia che diventa marchio specifico di una sensibilità che non ha bisogno di farsi necessariamente carme, di farsi obbligatoriamente requiem stilistico e concentrato dentro regole precise. Questa poesia si fa carme o requiem senza regole stilistiche e di esatta metrica, perché laddove essa c’è, è unicamente il risultato di una pulsione omogenea che intende abbracciare con un universale frammentismo il carattere più incomprensibile della vita e della morte, nel momento in cui entrambe sono gettate nell’abisso dell’immanenza e dell’imprevedibile. Ed è su questo versante d’azione emotiva che si delinea in concreto quello che può definirsi un aspetto paradigmatico della morte come affezione estrema al presente, al tangibile, al vissuto. La morte come affezione all’Essere.

 

Caratteristica principale della poesia di Paolo Ruffini sembra essere proprio questa sorta di costante “presenza-assenza” del corpo del defunto, una specie di subliminale afflato che intercetta lo stato d’animo di frustrazione del poeta e demarca con una linea dura l’assenza della persona amata, definendo così il campo della morte come il campo emotivo nel quale i defunti appaiono, e sono, più forti dei vivi. Circostanza e fato vengono a coincidere drammaticamente. L’assenza e la presenza sono per i morti lo scopo principale della loro esistenza fuori dal tempo. Un “fuori dal tempo” della vita specifico e naturale per i morti, ma innaturale per le persone vive, che fa precipitare con angoscia il poeta dentro il tempo della propria morte costituito dalla sua indomabile vita, da cui non riesce a staccarsi con sentimento costruttivo: in sintesi, il poeta non riesce a determinare in sé e per sé una sicura apocatastasi, ovvero un riordino, un’armonia definibile come principio delle cose in cui la tranquillità dell’esistenza si trasmette immediatamente alla mente e al corpo dell’uomo. Il sunto di questo preliminare e, perché no, ossessivo “spargimento di cenere” sta nel costrutto endemico della scrittura di Ruffini che si mostra, e ciò lo conferma bene Palladini nella sua postfazione al libro, come “scrittura nuda”, fatta di intensità emotiva e di pietas.

Non una virgola, non un punto, non un solo segno di punteggiatura, eccetto qualche parentesi a dimostrazione di un ulteriore pensiero che il poeta intende ancor più difendere e proteggere, regola e governa la struttura sintattica di questa poesia. Qualcosa, in parte, di raro quanto di non del tutto inammissibile, di non del tutto impensabile, senza incorrere, per questo, in una erronea identificazione e valutazione sperimentale del dato paragrafematico assente. L’assenza di punteggiatura si spiega come presenza di un afflato ben più evidente legato al concetto di “sostanza” ininterrotta del pensiero. Da qui la sua immancabile assunzione a testo supremo, specifico, sottile. Scrivere senza segni di interpunzione significa per Ruffini sentire il testo veicolo di qualcosa di profondo, che va al di là dei contenuti particolari e convenzionali. Infatti, ci sono alcuni scrittori i quali, affascinati dal mistero delle religioni, non solo da quella cristiana, intese tutte come dialettica sovrumana, hanno fatto aderire le loro poesie alla logica della preghiera: hanno scritto poesie senza segni di punteggiatura – pensiamo a Ungaretti e al suo «Porto sepolto» o all’esempio quasi estremo rappresentato da Dario Voltolini di “opera in corso” – col tentativo di stabilire che la poesia diventa preghiera o fiume inarrestabile di immagini e di rifrazioni scenico-emotive nel momento in cui essa assume la dimensione di testo al quale non è più possibile porsi in maniera antagonistica. Ed è il caso di Paolo Ruffini. Nessuno immaginerebbe punti esclamativi e interrogativi dentro una preghiera, oppure le virgole, perché sarebbe indice di un folclore grammaticale, segni tangibili del passaggio dell’uomo sulla pagina. Il senso delle parole diventa un simbolo ininterrotto di un profluvio semantico tracciato nella sabbia e dettato dal vento, qualcosa di impercettibile, davvero di misterioso.

 

Così in Paolo Ruffini la poesia si fa preghiera, si fa requiem, in quanto viene spogliata innanzitutto della punteggiatura. Il testo poetico è restituito al lettore in quanto flusso escatologico ricco di una smania di approdare all’onniscienza. Un esempio immediato e tangibile di questa rarefazione del materiale verso un tasto immanente, intrinseco del concetto di perdita della persona cara, è visibile in questa poesia in cui il poeta dice: «come un rabdomante ti cerco invano | contagioso per le ferite inferte | dal tuo coltello appunta || dio se pagasse | morire posseduto dal tuo alito | la mia reliquia ti parlerebbe | del bitume bollente che hai gettato | fra le nostre canzoni | che altri canteranno ||». Ci troviamo di fronte ad un testo poetico che non fa sconti, che non ha timore alcuno di osservare l’inosservabile di una realtà che improvvisa riemerge nuova grazie alla profondità d’analisi che solo un sentimento generazionale, di chi si slega totalmente dai lacci e lacciuoli di una troppo pavida tradizione, è capace di svelare con senso di uniformità gnoseologica. Ed è per via di ragione, non solo emotiva ma soprattutto endemica e materialistica, che si delinea in Ruffini una dissertazione sulla morte che ha peculiarità psico-escatologiche. La morte è solo un mero punto di arrivo a cui si giunge con ben diversa partenza iniziatica, con lo scopo cioè di perseguire sul serio la più atta comprensione del fenomeno.

Innanzitutto il discorso in requiem che Ruffini porta avanti è un discorso che viene riesumato da istanze psicologiche ed esistenzialistiche condotte dinanzi la luce del vero. Un vero che detiene un primato leopardiano di annullamento. C’è un filo conduttore con la memoria del fratello scomparso che non è poesia, ma è piuttosto racconto: racconto di lacerti, di brani, di ricordi che dalla loro piccolezza e intimità sprigionano una lastra d’emozioni inenarrabili; un’epica del frammento, di episodicità-racconto intessuto a mo’ di suffragio: «ho fallito troppo presto amandoti | alla rinfusa come un portiere | di lato all’ascensore | che ti proietta in alto | un’idea di te | declinazione di me | come un fiume deviato | per farmi fallire | ancora una volta ||». Esiste un costante dialogo messo su dal poeta in squisito monologo o soliloquio esistenzial-filosofico, che non avviene tanto sul tema della morte, ma avviene piuttosto sul senso del cadavere come residuo della persona, dell’uomo-fratello, che in qualche modo il poeta interscambia con sé, mettendo in scena una sorta di danza post-mortem in cui lo scrittore si confronta col fratello, avvertendo una disputa con la verità più disarmante del cuore e del sentimento («un’idea di te | declinazione di me ||»).

 

Fulcro di questa logica memorialistica, assunto esiziale di un sentimento d’archivio, di casta e di effimera protezione del vissuto, è l’atteggiamento sfrontato e l’aspetto diacronico-emotivo che riguarda un giovane che non teme la morte, bensì il mondo dei morti, il loro ricordo presso i vivi inteso come sistema di giudizio in cui cade ogni ipotesi di non appartenenza, perché ogni vivo sa innanzitutto che la sua realtà morale si staglia dentro il concreto silenzio dei defunti. I segnali poetici di questa stretta contingenza sono propri di un sistema di raffigurazione del vuoto, generato dall’obito che si ramifica in chiave essoterica nel corpo e nella mente del poeta. Non è morto solo il fratello dello scrittore, ma è morto innanzitutto lo scrittore, il poeta, cioè colui che lo ricorda. Scrive Ruffini, in un pezzo breve di prosa nel libro, proprio queste parole, ovvero «Scrivo sulla tua tomba il mio nome». Ecco perché la cenere si sparge, ecco perché il “lemma” si mostra essere una dovuta registrazione di un avvenimento troppo importante, troppo decisivo, perché è una doppia morte quella a cui si assiste. Ciò che rende piacevole dal punto di vista lirico e figurativo, dal punto di vista dello spessore semantico questa poesia, è una costante collocazione d’ambiente che il poeta fa dell’oggettività della morte, la quale viene decantata in versi come, ad esempio, «il mondo dei morti | lo attendo impaziente |»; «il tuo corpo mi opprime | riveste i fotogrammi | della nostra insensata abitudine», tracciando una consapevolezza tutt’altro che astratta del sentimento dell’esistenza («ecco una qualche parte una certezza | corridoio entrata casa abitata ||»), un sapere “terminale” che giunge ad un punto in cui il dolore è il dolore.

 

 

e io muoio di stupide parole

mentre la morte attorno a me è vera

e uccide senza pietà

amen

 

                                                                       *

 

sorte ingrata averti

amato per tempo

non essere più

nel tuo adesso

essere invece

ordinaria questua

lamentoso corpo

genitale smunto

ombra sghemba

rimosso datario

fortuito desiderio

parolaio al vento

 

                                                                       *

 

La presenza della morte, dato specifico di una scomparsa, assume i connotati interessanti dal punto di vista dialettico di una scenografia abitativa, filmica, che scorre proprio su di una pellicola e inquadra bene il senso del lutto: una “scenografia d’interno” dell’assenza, della morte, della scomparsa. Un lutto molto mimetico e scenografico, non sarebbe improprio dire “teatrale”, è quello che si elabora in questa poesia, il che ha un’alta attinenza con gli interessi del poeta in veste di critico di questo specifico settore dell’arte, per cui non significa affatto avere un approccio “da posa” al tema, bensì un approccio assolutamente ordinato all’interno della matassa univoca dei ricordi. Il teatro è racconto per scene, per pezzi, per frammenti, per locazioni. Lo stesso accade in questa poesia. Essa si frantuma in quelli che sono dei ricordi che simulano ciascuno un pezzo di quella scomparsa, di quella morte. «Che rappresentazione» è, infatti, l’incipit che più si desume dominante all’interno della raccolta poetica di Ruffini, a dimostrazione del fatto stesso che il percorso ingaggiato dallo scrittore è proprio quello della raffigurazione, della rappresentazione, della riassimilazione del lutto. Una riassimilazione che avviene per intero dentro la sua persona, un infarto che si accoglie dentro un altro infarto, un ictus dentro un altro ictus, motivo per cui, così facendo, il resoconto di questa scomparsa diventa l’emblema di una raffigurazione attiva di un percorso di vita segnato già da un ineludibile destino.

Il confronto tra i due soggetti, il poeta e il fratello defunto, spinge alla morte del primo e alla totale sopravvivenza del secondo («e guardo il cadavere | di mio fratello uguale | alla barba che ho oggi |»; oppure «cadavere vicino ad un cadavere | bere dalla tua vista l’amarezza | come spugna secca beve l’acqua ||»; e ancora «mentre l’inverno cede | alle bizzarrie di una stagione | io ti rendo il favore di morire»). L’escavazione profonda, l’incunearsi dentro la carne la perdita del fratello non solo è indice di grande sofferenza vissuta, ma anche motivo di profondo rispetto per questa poesia che, così umana, così calcata nei versi sulla scena del lutto e deposta sulle pagine, ammicca costantemente ad un viaggio che prima o poi sarà il nostro, non nella dipartita ma nella misurazione emotiva e nostalgica di un vuoto che prima di tutto sarà dei vivi che rimangono ad osservare attoniti i morti, così pronti all’ascolto e maturi nell’aver compiuto il passo verso l’ignoto. Perché la vera morte, ci dice Paolo Ruffini, non è di chi muore ma di chi rimane ad osservare col sentimento e con la ragione i defunti.

 

questo inedito ospite

costruisce il suo antro

nel mio formicaio

con paziente mestiere

muove nel giorno

un passeggìo sempre frettoloso

da un piano all’altro della libreria

se almeno qui piovesse

degli odori farei altre cornici

 

                                 *

[i]



[1] Vedi Postfazione all’op. a cura di M. Palladini, p. 61


[i] Tutte le poesie citate sono tratte direttamente dall’opera «Lèmma. Spargimento di cenere», di P. Ruffini, ed. Zona, 2009.




Scarica in formato pdf  


      

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006