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di Domenico Donatone
La morte come affezione estrema e paradigmatica
dell’Essere
se pagasse sfiorire
nel peso esatto
di un’anima
che ha la lealtà di stare
nello sconfinare dell’acqua
bassa
con la risacca breve
qui avremmo pianto per la
felicità
(P. Ruffini)
Con
la sua opera poetica d’esordio dal titolo Lèmma.
Spargimento di cenere, Paolo Ruffini sceglie con molta umiltà e coraggio di
affrontare un tema che appartiene da sempre al versante indelebile degli
universali, ovvero il tema della morte. Un tema che scaturisce da una profonda riflessione
di natura anzitutto antropologica sul destino dell’uomo, molto intima e
personale, che viene arricchita di spunti dialettici determinanti altresì il
sentimento d’amore e di esistenza. Ed è sul tema specifico della perdita, della
scomparsa e dell’assenza incancellabile, che il poeta concentra tutte le sue
forze ed emana le sue energie, facendo scaturire un requiem a frammenti per la scomparsa del fratello. Un tema
che suscita ad impatto non solo un pensiero foscoliano, un’impronta
escatologica dei sepolcri, ma è a tal
punto una questione privata, privatissima, quella che qui si delinea che commentare
in assoluto questa poesia sarebbe un assurdo, un’utopia, qualcosa che
traccerebbe un non-luogo della critica. Il passo migliore da compiere è quello
di contemperare la distanza critica dal fatto “privato”, soprattutto rispetto
alla straordinaria vicinanza dei versi imperniati su quanto accaduto.
Protendendosi
ad ascoltare i richiami dei secoli passati (Catullo, Virgilio, Orazio, Petrarca,
Dante, Donne, Marvell, Foscolo, Montale) e riferendosi esplicitamente al “lèmma”,
in senso filosofico più che linguistico, Ruffini delinea un quadro d’insieme
nella sua opera poetica che è appunto di “spargimento di cenere”, attraverso
dettagli d’ambiente e riferimenti antropologico-culturali del tutto nuovi
rispetto al tema della morte a cui siamo abituati. Un tema di cui si può dire
che resiste al tempo oltre ad esistere nel tempo. Un tema eterno. Anche qui, con
dinamiche evolutive differenti rispetto ai sistemi classici di agnizione, di
riconoscimento e valutazione endemica ed extra-letteraria del tema “morte”, si dialoga
con il “cenere muto”, ma c’è l’assoluto rigore ad un richiamo sul tema che va ben
oltre la morte stessa. Davvero questa raccolta poetica è “affare privato”, e
ciò demarca quella specificità inarrivabile che fa della poesia il suo cardine
imprescindibile. La poesia, la vera poesia, nasce da una questione privata,
nasce da un reale smarrimento – pensiamo al pianto di Leopardi sulla tomba del
Tasso: avvenimento privato, privatissimo, anche quello da cui, però, si ricava
e si determina il senso della poetica leopardiana. Per quanto privato, per
quanto distante da una logica di appartenenza altrui, quel pianto, grazie alla
poesia, diventa un pianto pubblico, visibile a tutti. Così questo medesimo spargimento di cenere di Ruffini diventa
un pianto visibile a tutti.
Ma
c’è di più. C’è che, per quanto si attengano al senso della privatezza e della
riservatezza, questi versi del poeta demarcano un’incidenza e una sfera
d’interesse pubblica che attiene comunque e in ogni modo alla persona del poeta
in quanto uomo, in quanto “persona sensibile” che per sé e da sé accoglie e
riceve il dramma della scomparsa del proprio fratello. Una scomparsa a cui
l’artista conferisce anima e corpo. Ma è sempre dell’uomo Ruffini questa
poesia, non è del poeta Ruffini. Si vuole dire con ciò che per la prima volta –
intendendo per “prima volta” la cifra generazionale che si evidenzia dentro
l’economia di questi versi – il poeta affronta la questione della morte senza
farsi scudo con la poesia, ma utilizzando una poesia che diventa marchio
specifico di una sensibilità che non ha bisogno di farsi necessariamente carme,
di farsi obbligatoriamente requiem stilistico e concentrato dentro regole precise.
Questa poesia si fa carme o requiem senza regole stilistiche e di esatta
metrica, perché laddove essa c’è, è unicamente il risultato di una pulsione
omogenea che intende abbracciare con un universale frammentismo il carattere più
incomprensibile della vita e della morte, nel momento in cui entrambe sono
gettate nell’abisso dell’immanenza e dell’imprevedibile. Ed è su questo
versante d’azione emotiva che si delinea in concreto quello che può definirsi
un aspetto paradigmatico della morte come affezione estrema al presente, al
tangibile, al vissuto. La morte come affezione all’Essere.
Caratteristica
principale della poesia di Paolo Ruffini sembra essere proprio questa sorta di
costante “presenza-assenza” del corpo del defunto, una specie di subliminale
afflato che intercetta lo stato d’animo di frustrazione del poeta e demarca con
una linea dura l’assenza della persona amata, definendo così il campo della
morte come il campo emotivo nel quale i defunti appaiono, e sono, più forti dei
vivi. Circostanza e fato vengono a coincidere drammaticamente. L’assenza e la
presenza sono per i morti lo scopo principale della loro esistenza fuori dal tempo. Un “fuori dal tempo”
della vita specifico e naturale per i morti, ma innaturale per le persone vive,
che fa precipitare con angoscia il poeta dentro il tempo della propria morte costituito
dalla sua indomabile vita, da cui non riesce a staccarsi con sentimento
costruttivo: in sintesi, il poeta non riesce a determinare in sé e per sé una
sicura apocatastasi, ovvero un riordino, un’armonia definibile come principio
delle cose in cui la tranquillità dell’esistenza si trasmette immediatamente
alla mente e al corpo dell’uomo. Il sunto di questo preliminare e, perché no,
ossessivo “spargimento di cenere” sta nel costrutto endemico della scrittura di
Ruffini che si mostra, e ciò lo conferma bene Palladini nella sua postfazione
al libro, come “scrittura nuda”, fatta di intensità emotiva e di pietas.
Non
una virgola, non un punto, non un solo segno di punteggiatura, eccetto qualche
parentesi a dimostrazione di un ulteriore pensiero che il poeta intende ancor
più difendere e proteggere, regola e governa la struttura sintattica di questa
poesia. Qualcosa, in parte, di raro quanto di non del tutto inammissibile, di non
del tutto impensabile, senza incorrere, per questo, in una erronea
identificazione e valutazione sperimentale del dato paragrafematico assente. L’assenza
di punteggiatura si spiega come presenza di un afflato ben più evidente legato
al concetto di “sostanza” ininterrotta del pensiero. Da qui la sua immancabile
assunzione a testo supremo, specifico, sottile. Scrivere senza segni di
interpunzione significa per Ruffini sentire il testo veicolo di qualcosa di
profondo, che va al di là dei contenuti particolari e convenzionali. Infatti,
ci sono alcuni scrittori i quali, affascinati dal mistero delle religioni, non
solo da quella cristiana, intese tutte come dialettica sovrumana, hanno fatto
aderire le loro poesie alla logica della preghiera: hanno scritto poesie senza
segni di punteggiatura – pensiamo a Ungaretti e al suo «Porto sepolto» o
all’esempio quasi estremo rappresentato da Dario Voltolini di “opera in corso” –
col tentativo di stabilire che la poesia diventa preghiera o fiume
inarrestabile di immagini e di rifrazioni scenico-emotive nel momento in cui essa
assume la dimensione di testo al quale non è più possibile porsi in maniera
antagonistica. Ed è il caso di Paolo Ruffini. Nessuno immaginerebbe punti
esclamativi e interrogativi dentro una preghiera, oppure le virgole, perché
sarebbe indice di un folclore grammaticale, segni tangibili del passaggio dell’uomo
sulla pagina. Il senso delle parole diventa un simbolo ininterrotto di un
profluvio semantico tracciato nella sabbia e dettato dal vento, qualcosa di
impercettibile, davvero di misterioso.
Così
in Paolo Ruffini la poesia si fa preghiera, si fa requiem, in quanto viene spogliata
innanzitutto della punteggiatura. Il testo poetico è restituito al lettore in
quanto flusso escatologico ricco di una smania di approdare all’onniscienza. Un
esempio immediato e tangibile di questa rarefazione del materiale verso un
tasto immanente, intrinseco del concetto di perdita della persona cara, è
visibile in questa poesia in cui il poeta dice: «come un rabdomante ti cerco
invano | contagioso per le ferite inferte | dal tuo coltello appunta || dio se
pagasse | morire posseduto dal tuo alito | la mia reliquia ti parlerebbe | del
bitume bollente che hai gettato | fra le nostre canzoni | che altri canteranno
||». Ci troviamo di fronte ad un testo poetico che non fa sconti, che non ha
timore alcuno di osservare l’inosservabile di una realtà che improvvisa
riemerge nuova grazie alla profondità d’analisi che solo un sentimento
generazionale, di chi si slega totalmente dai lacci e lacciuoli di una troppo pavida
tradizione, è capace di svelare con senso di uniformità gnoseologica. Ed è per
via di ragione, non solo emotiva ma soprattutto endemica e materialistica, che
si delinea in Ruffini una dissertazione sulla morte che ha peculiarità
psico-escatologiche. La morte è solo un mero punto di arrivo a cui si giunge
con ben diversa partenza iniziatica, con lo scopo cioè di perseguire sul serio la
più atta comprensione del fenomeno.
Innanzitutto
il discorso in requiem che Ruffini porta avanti è un discorso che viene
riesumato da istanze psicologiche ed esistenzialistiche condotte dinanzi la
luce del vero. Un vero che detiene un
primato leopardiano di annullamento. C’è un filo conduttore con la memoria del
fratello scomparso che non è poesia, ma è piuttosto racconto: racconto di
lacerti, di brani, di ricordi che dalla loro piccolezza e intimità sprigionano
una lastra d’emozioni inenarrabili; un’epica del frammento, di
episodicità-racconto intessuto a mo’ di suffragio: «ho fallito troppo presto
amandoti | alla rinfusa come un portiere | di lato all’ascensore | che ti
proietta in alto | un’idea di te | declinazione di me | come un fiume deviato |
per farmi fallire | ancora una volta ||». Esiste un costante dialogo messo su dal
poeta in squisito monologo o soliloquio esistenzial-filosofico, che non avviene
tanto sul tema della morte, ma avviene piuttosto sul senso del cadavere come
residuo della persona, dell’uomo-fratello, che in qualche modo il poeta
interscambia con sé, mettendo in scena una sorta di danza post-mortem in cui lo
scrittore si confronta col fratello, avvertendo una disputa con la verità più
disarmante del cuore e del sentimento («un’idea di te | declinazione di me ||»).
Fulcro
di questa logica memorialistica, assunto esiziale di un sentimento d’archivio,
di casta e di effimera protezione del vissuto, è l’atteggiamento sfrontato e l’aspetto
diacronico-emotivo che riguarda un giovane che non teme la morte, bensì il
mondo dei morti, il loro ricordo presso i vivi inteso come sistema di giudizio
in cui cade ogni ipotesi di non appartenenza, perché ogni vivo sa innanzitutto
che la sua realtà morale si staglia dentro il concreto silenzio dei defunti. I
segnali poetici di questa stretta contingenza sono propri di un sistema di
raffigurazione del vuoto, generato dall’obito che si ramifica in chiave essoterica
nel corpo e nella mente del poeta. Non è morto solo il fratello dello scrittore,
ma è morto innanzitutto lo scrittore, il poeta, cioè colui che lo ricorda.
Scrive Ruffini, in un pezzo breve di prosa nel libro, proprio queste parole,
ovvero «Scrivo sulla tua tomba il mio nome». Ecco perché la cenere si sparge, ecco
perché il “lemma” si mostra essere una dovuta registrazione di un avvenimento
troppo importante, troppo decisivo, perché è una doppia morte quella a cui si
assiste. Ciò che rende piacevole dal punto di vista lirico e figurativo, dal
punto di vista dello spessore semantico questa poesia, è una costante
collocazione d’ambiente che il poeta fa dell’oggettività della morte, la quale
viene decantata in versi come, ad esempio, «il mondo dei morti | lo attendo
impaziente |»; «il tuo corpo mi opprime | riveste i fotogrammi | della nostra
insensata abitudine», tracciando una consapevolezza tutt’altro che astratta del
sentimento dell’esistenza («ecco una qualche parte una certezza | corridoio
entrata casa abitata ||»), un sapere “terminale” che giunge ad un punto in cui
il dolore è il dolore.
e io muoio di stupide parole
mentre la morte attorno a me è vera
e uccide senza pietà
amen
*
sorte ingrata averti
amato per tempo
non essere più
nel tuo adesso
essere invece
ordinaria questua
lamentoso corpo
genitale smunto
ombra sghemba
rimosso datario
fortuito desiderio
parolaio al vento
*
La
presenza della morte, dato specifico di una scomparsa, assume i connotati
interessanti dal punto di vista dialettico di una scenografia abitativa,
filmica, che scorre proprio su di una pellicola e inquadra bene il senso del
lutto: una “scenografia d’interno” dell’assenza, della morte, della scomparsa.
Un lutto molto mimetico e scenografico, non sarebbe improprio dire “teatrale”, è
quello che si elabora in questa poesia, il che ha un’alta attinenza con gli
interessi del poeta in veste di critico di questo specifico settore dell’arte, per
cui non significa affatto avere un approccio “da posa” al tema, bensì un
approccio assolutamente ordinato all’interno della matassa univoca dei ricordi.
Il teatro è racconto per scene, per pezzi, per frammenti, per locazioni. Lo
stesso accade in questa poesia. Essa si frantuma in quelli che sono dei ricordi
che simulano ciascuno un pezzo di quella scomparsa, di quella morte. «Che
rappresentazione» è, infatti, l’incipit che più si desume dominante all’interno
della raccolta poetica di Ruffini, a dimostrazione del fatto stesso che il
percorso ingaggiato dallo scrittore è proprio quello della raffigurazione,
della rappresentazione, della riassimilazione del lutto. Una riassimilazione
che avviene per intero dentro la sua persona, un infarto che si accoglie dentro
un altro infarto, un ictus dentro un altro ictus, motivo per cui, così facendo,
il resoconto di questa scomparsa diventa l’emblema di una raffigurazione attiva
di un percorso di vita segnato già da un ineludibile destino.
Il
confronto tra i due soggetti, il poeta e il fratello defunto, spinge alla morte
del primo e alla totale sopravvivenza del secondo («e guardo il cadavere | di
mio fratello uguale | alla barba che ho oggi |»; oppure «cadavere vicino ad un cadavere | bere dalla tua vista l’amarezza | come spugna secca beve l’acqua ||»; e ancora «mentre l’inverno cede
| alle bizzarrie di una stagione | io ti rendo il favore di morire»).
L’escavazione profonda, l’incunearsi dentro la carne la perdita del fratello
non solo è indice di grande sofferenza vissuta, ma anche motivo di profondo
rispetto per questa poesia che, così umana, così calcata nei versi sulla scena del
lutto e deposta sulle pagine, ammicca costantemente ad un viaggio che prima o
poi sarà il nostro, non nella dipartita ma nella misurazione emotiva e
nostalgica di un vuoto che prima di tutto sarà dei vivi che rimangono ad
osservare attoniti i morti, così pronti all’ascolto e maturi nell’aver compiuto
il passo verso l’ignoto. Perché la vera morte, ci dice Paolo Ruffini, non è di
chi muore ma di chi rimane ad osservare col sentimento e con la ragione i defunti.
questo inedito ospite
costruisce il suo antro
nel mio formicaio
con paziente mestiere
muove nel giorno
un passeggìo sempre frettoloso
da un piano all’altro della libreria
se almeno qui piovesse
degli odori farei altre cornici
*
[i]
[i] Tutte le poesie citate sono tratte
direttamente dall’opera «Lèmma. Spargimento di cenere», di P. Ruffini, ed.
Zona, 2009.
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