| |
di Massimo Giannotta
Può sembrare simile a un gioco su
un virtuale palcoscenico questa sfilata di maschere dietro cui
l’autore si nasconde, quasi a celarsi allo specchio. Eppure, lentamente, quello
che appare come un duello ritualizzato, giocato su diversi scenari, contro un
se stesso che prende la forma di oscuro avversario, si tinge del colore della
disperazione.
Una galleria dei sogni, un
“vorrei ma non posso”, in cui l’angoscia viene temperata da un sottinteso
“nessuno potrebbe se pure volesse”.
Nella cupa metafora di una
gipsoteca, il poeta, di fronte alle copie di gesso di “grandi capolavori” si
chiede dove mai siano gli originali, mentre Sangue
goccia dalle vene delle statue / , mentre / non basta la fuga e la gente che ti vuol male non ti molla.
Siamo di fronte a una caverna
platonica abitata solo da copie sbiadite che, nella loro inadeguatezza, ci
danno la misura della nostra.
Sperduti nello spazio, è una dichiarazione
del proprio smarrirsi, di una suggerita strategia di delocalizzazione: Lascia che la finzione ti prenda, / se
l’immaginazione si moltiplica nell’aria: / l’importanza è che l’irrealtà illuda
il vero, / che insegni alla de-realtà le molte soluzioni. /, che ci lascia a fare i conti con la
perdita di ogni orientamento.
Una riflessione dunque che allude
alle esperienze cresciute all’interno degli spazi elettronici virtuali come second life e simili, in cui però non si
riesce ad eludere il senso dell’artificiale, del falso: Tutto è riprodotto come fosse vero. E ancora: Viviamo in un mondo parallelo / ma, / non sappiamo quale sia il
parallelo dell’altro. / Frequentiamo molti mondi paralleli, in fondo, / dove
non ci tocchiamo, non possiamo, / come ologrammi ci obbligano a comparire / in
strani luoghi stranieri a noi stessi /. E come accade nel computer, anche
le infezioni, i virus, gli spyware
complicano il gioco, mescolano ancor di più le carte, mentre incautamente si incarnano
i più diversi personaggi e il gioco, a prima vista, non sembra pericoloso ma
solo stimolante: nell’ologramma / che ti
sei finto, nel sogno dell’avatar /
tutto ti va per il meglio, ti senti davvero felice, / con la vita che scorre
come la vuoi /.
Eppure le maschere vischiosamente
si mischiano alla faccia, e per diventare avatar,
incarnazioni, quale prezzo si deve pagare alla fine? Alla fine, la nostra
strategia di fuga non riesce ad avere effetto. Dove ritrovare alla fine se
stessi in questo trovarobato costruito pezzo per pezzo dalla immaginazione e
dalla pena? È davvero così pesante il nostro essere da impedirci senza maschera
ogni volo? Diventa un problema, per chi fugge, una memoria contaminata dalla
vita reale, che per il suo eccesso ci porta a deragliare dai nostri costruiti
alter ego, per difetto diventa una specie di vuoto angoscioso, una domanda che
cerca invano una risposta.
Un percorso dunque, un cammino
periglioso e sconnesso dove troviamo situati in sequenza gli avatar e gli ambienti, ovvero altre vite, situate in luoghi “altri”, che passano
in sequenze che silenziosamente sfioriamo e che ci suscitano complesse
riflessioni. È raro trovare libri così, in cui sia agevole per il lettore
calarsi e condividere profondamente i percorsi dell’artista che ribollono come
per reazioni chimiche.
Scorrendo dunque la teoria degli avatar e degli ambienti, incontriamo per prima la maschera del poeta, in una
composizione che ci ha ricordato Bénédiction,
il testo con cui Baudelaire apre la sezione Spleen et Idéal de
Les Fleus du Mal, in cui l’artista è
rappresentato con le sue debolezze, le sue vergogne, i suoi rimpianti, e i suoi
voli.
Incontriamo poi il corridore
ciclista, che vorrebbe vincere senza
allenamento / così, improvvisamente essere il primo, / senza sudare, senza
faticare, possibile?/ Trovarsi quindi in un volo magico e immaginario,
quasi galleggiando nell’aria. Ma questo è riconosciuto come impossibile, anche
in una storia che dovremmo noi stessi governare: No, nnniente è fffacile, nemmeno scrivere, / soltanto balbettare ci è
dato (...) / Questo
ci consegna all’incertezza e a una consapevolezza di fallimento, mortale più
della morte: aspetta che la morte ti
prenda.
Se D’Artagnan è un eroe
invincibile, in questo caso lo incontriamo battuto. Un pescatore subacqueo vuole
rimanere sul fondo, e, come Glauco, trasformarsi in creatura marina, oppure
forse morire. Come non vedere in questa ricerca un cupio dissolvi, anche se come 007 hai licenza di non morire?
Come non vederlo in questa collezione
di rimpianti, in questa presenza ingombrante del proprio passato in cui non possiamo
evitare di trovarci profondamente assorti, che viene comunque percorsa e
ripercorsa con crudele autocritica?
Esperienze rilocalizzate in
grandi città, in deserti, in campagne
abitate da animali, in cui se / in
cerca del mago di Oz, / gli spaventapasseri sono in città: / hanno gettato
cappelli di paglia, / hanno messo le gambe, / cavalieri alla ricerca della
dama, / attraggono, si mescolano alla folla / [...] spaventaumani assumono strane forme / [...] spaventapopoli / spaventagiustizia /
spaventacultura / spaventaarte / spaventavita. // La morte non si spaventa:
spaventa.
Interessante è l’Undicesimo Avatar / notte bianca, in cui il pensiero febbrile nell’insonnia corre da
fantasie filmiche, da Gary Cooper a Glenn Ford, a quelle salgariane del
Corsaro Nero, in cui si confondono nel dormiveglia Marilyn e Honorata Wan
Gould, mentre Il Corsaro Nero piange e
tu dici No! Al colesterolo. Una
rappresentazione realistica e dolente del confuso groviglio notturno dei
pensieri in una notte insonne.
Non manca neppure una
localizzazione dei luoghi dei sensi del corpo nel testo Settimo Ambiente.
In questa complessa costruzione appare
una esplicita riflessione politica che indica come neppure
le nostre finzioni, riescono a rispondere alle nostre speranze e si rivoltano
puntualmente contro di noi: Velocità,
velocità futurista, / non t’accorgevi di essere fascista, / convinto invece di
essere comunista: / quanto lungo cammino,
per credere / di amare l’umanità: eri nato per odiarla, / per
comandarla, il che è lo stesso / .
Ma anche se c’è
la coscienza che siamo noi a risuscitare continuamente i nostri fantasmi, e se
pare impraticabile una strategia di disimpegno, il libro chiude con il testo
del diciannovesimo Avatar, che porta
il titolo bruciare, in cui l’autore,
prigioniero nel drammatico pendolo di una coazione a ripetere, prende atto
implicitamente che gli è impossibile abbandonare questa via, e conclude: l’attenzione slitta verso il passato / ma
il focus non si attarda sul punto centrale,
si slabbra il ricordo di ieri, non sosta il tempo /a lungo sul presente: tutto
s’intorpidisce / anche il dolore sembra più debole, non incide, / allora crea
altro DNA, il tuo esaurisce la spirale, / immagina alter ego che ti rilevino, che ti proiettino lontano. / verso altre storie ed altre illusioni.
Scarica in formato pdf
|
|