LETTURE
TITTI FOLLIERI
      

Piccoli smarrimenti quotidiani

 

Zona, Civitella in Val di Chiana (Ar) 2009,
pp. 126, € 14,00

    

      


di Maria Ester Mastrogiovanni

 

 

Leggere un libro è sempre come entrare in un altro mondo. E se il mondo è come noi lo vediamo, lo de-finiamo. Leggere un libro è entrare nello sguardo di un altro essere che sente il bisogno di esprimere la sua visione, frutto della sua esperienza e della sua fantasia e immaginazione.

È forse questo il motivo per cui non mi è possibile, dopo aver letto un romanzo o una raccolta di racconti, come nel caso di Piccoli smarrimenti quotidiani di Titti Follieri, passare immediatamente alla lettura di un altro libro. Soprattutto se il testo in questione è un bel libro, di quelli che vi prendono e non vi mollano finché non siete arrivati fino all’ultima pagina.

Questo può essere meno vero per un libro di racconti, nel senso che manca una trama unitaria che si svolge avvolgendoci nel suo procedere, ma ciò è vero solo in parte: anche in una raccolta di racconti, pur con un ritmo di lettura diverso da quello proprio di un romanzo, possiamo percepire un filo segreto che tutti li unisce e  lascia in noi un sentimento dominante, che risulta essere per noi, la cifra, la specificità proprio di quel testo.

 È quello che mi è accaduto leggendo questi racconti.

 

È bene dare qualche cenno per presentare l’autrice, Titti Follieri. Ha  lavorato come insegnante di francese, ma la sua vita è  stata, contrariamente a quanto si può immaginare, ricca di esperienze in giro per il mondo: dalla Francia, a Parigi, luogo sempre amato e teatro di esperienze importanti negli anni ’70, dal femminismo alla psicoanalisi, e poi l’India con la scoperta della sua tradizione spirituale con Rajinesh, e poi la California, il Canada per sei mesi di studio, con una importante borsa del Ministero degli Esteri, che le ha consentito di tradurre e pubblicare in italiano una raccolta di poesie canadesi.

  

L’animo della Follieri è nomade e ciò si esprime molto nella sua scrittura che si può definire un continuo interrogarsi sul mondo: un viaggio interiore alla ricerca della propria verità. Tutti i racconti pur nella loro diversità rappresentano una realtà indagata oltre le apparenze, alla ricerca del filo di senso che li renda comprensibili. E possiamo dire, a questo proposito, che nella prima sezione del libro che dà il titolo all’intera raccolta, prevale un punto di vista esterno, dal quale vengono osservate vicende diverse fra loro, mentre nella seconda sezione, non a caso intitolata “Dimore segrete”, il punto di vista diventa, anche se la voce narrante non è sempre in prima persona, interno e più attento a scandagliare in profondità le varie pieghe dell’animo. Le risposte ovviamente, sono aperte, ma l’autrice ha comunque qualcosa da dire, ed è qualcosa che ritorna in tutte le sue opere. È il suo modo di affrontare la realtà: porsi in ascolto attento e accettare ciò che la vita  presenta, come un mistero da interrogare e soprattutto, da abbracciare. Ma non è la rinuncia o la disfatta ciò che percepiamo, piuttosto la leggerezza gioiosa di chi vede, oltre il dolore, il conflitto, la contraddizione, anche la bellezza e l’amore presenti dentro e fuori di noi.

L’altra cosa importante da sottolineare nella produzione letteraria di Titti Follieri è la varietà della sua opera. Comincia come poeta, ha pubblicato infatti diverse raccolte, autrice e traduttrice di saggi dal francese, autrice di un romanzo, La voce delle mani, pubblicato da Pendragon nel 2003, e ora autrice di racconti. In realtà la scrittura dei racconti, si è svolta in parallelo durante tutti questi anni, e copre l’arco di più di un decennio, durante il quale  solo alcuni di essi sono stati pubblicati su riviste letterarie. Come se per la nostra autrice sia stato necessario un tempo di rielaborazione più lungo per approdare a questo genere che in effetti, richiede grande  padronanza tecnica, proprio perché in poche pagine bisogna presentare una storia che sia essenziale, densa  e completa, ‘sferica’ come direbbe Cortazar,  cioè con una sua necessità e coerenza interna. 

 

Il libro ha una bellissima copertina, raffinata ed elegante: sul frontespizio abbiamo uno sfondo nero con caratteri di color ocra e rossi, e al centro, la riproduzione di un quadro di Emilio Tadini, Fiaba, del 1999. È da sottolineare che questo quadro scelto da Titti Follieri, è di un pittore contemporaneo che è prima stato un poeta, scrittore di narrativa e di saggi e poi pittore di rilievo, del quale Umberto Eco ha scritto “uno scrittore che dipinge, un pittore che scrive”. Non a caso tra i personaggi  presenti nel testo troviamo più di una pittrice, e un testo è dedicato a Kandinskij.

È sorprendente per i numerosi richiami che si scoprono analizzando con maggiore attenzione i contenuti e le forme del quadro e la poetica espressa nei racconti. Tutto è avvenuto per un insieme di casualità, ma è singolare che la scelta dell’autrice fatta intuitivamente, si riveli una scelta molto coerente. C’è insomma un forte rapporto fra la copertina e i racconti.

Con le parole di Dario Fo, che fu un suo compagno di strada, Tadini esprime “una concezione della figurazione, che assembla in assiemi compositi forme riconoscibili, umane o di oggetti, schematicamente costruite... dove l’ironia sovrintende, intelligentemente maestra”. E nel libro abbiamo un insieme di racconti, soprattutto nella prima parte, di storie e personaggi molto diversi fra loro, apparentemente senza un nesso preciso fra loro come emerge elencando i titoli: Attila, La zia, La sorpresa, Caravaggio, L’incidente, Due donne, La sedia vuota, L’ombrello rosso, Un arcobaleno, Per Kandinskij, Una marcia per la pace.

La differenza dei contenuti è spesso anche differenza di stile, ora realistico ora visionario, ora una scrittura asciutta, essenziale, come ne La zia, ora ricca di immagini. Così, come su tutti più o meno esplicitamente domina una vena ironica, a volte lieve, a volte più marcata.

 

Se infatti consideriamo il racconto di apertura, Attila, la voce narrante è quella di un cane, Attila appunto, che osserva il mondo dopo la sua morte e ci racconta alcune sue vicende. L’ottica della voce narrante provoca un effetto di straniamento, il mondo descritto dal punto di vista di un cane, e per di più, non più abitante di questa terra, genera effetti un po’ paradossali e divertenti. (Ho in mente un antecedente illustre: il singolare Flush di Virginia Woolf, dove Flush è appunto un cane che racconta la sua storia). E ho in mente, anche, come questa scelta esprima l’attenzione dell’autrice per il mondo animale, e come emerga un po’ da tutti i racconti, un sentimento di rispetto ed amore per la natura.

“A parte l’encomiabile offerta di donazioni di qualche vecchia signora senza eredi che mostra il persistere dei buoni sentimenti – nonostante questi non valgano più niente – ho trovato che noi, spiriti erranti, morti senza degna sepoltura, noi desaparecidos dell’ultima ora, possiamo farci sentire via etere nel mondo degli incarnati. Possiamo intrufolarci in qualche sogno e svegliare di soprassalto un sognatore che si diletta con una reticella spaziale a captare i nostri messaggi. Così approfitto del sonno leggero di un’amica degli animali per non essere dimenticato del tutto: e perché anche quelli come me possano trovare pace”.

Queste righe al pari dell’incipit del racconto ci introducono in un mondo dove le realtà del visibile e dell’invisibile si incrociano nei nostri sogni: “Sono stato un cane nella mia ultima incarnazione. Ora che ho lasciato il corpo in una circostanza misteriosa e fatale, sono solo puro spirito”. E anche su questo aspetto, presente in molte pagine di questo libro, troviamo delle corrispondenze con la poetica di Tadini il quale dichiara in uno scritto del 1960, la sua fedeltà, pur nell’incessante ricerca e metamorfosi del suo lavoro, a un principio cui si atteneva: “una possibile libertà integrale della ragione... che porta a far saltare ogni diaframma tra il mondo ‘fisico’ e quello ‘spirituale’. Presa di posizione che porta logicamente a superare ogni alternativa superficiale di realismo e spiritualismo (o di arte fantastica) proponendo qualcosa che si potrebbe chiamare realismo integrale, nella cui sfera devono essere risolte tutte insieme le funzioni dell’uomo e della donna in ogni particolare momento della sua storia”.

“Né  poteva essere altrimenti per un artista che della multistratificazione linguistica e narrativa – dunque del costante cortocircuito fra alto e basso, comico e tragico – farà il suo cavallo di battaglia, la sua cifra stilistica principale” (articolo di Repubblica on line).

 

Parole che, a mio avviso, si possono riferire alle scelte stilistiche e di contenuto di questi racconti: un esempio fra gli altri, Volo d’angelo, il primo della seconda parte della raccolta, dove lo sguardo e il respiro della narrazione si approfondiscono e si ampliano in modo più disteso. Siamo in volo, su una mongolfiera. Su questa, l’uno di fronte all’altra, ci sono un uomo e una donna: “Per chi non aveva occhi per vedere, voi due eravate seduti l’uno di fronte all’altro a gambe incrociate. Lui t’abbracciava e ti stringeva intensamente, tu iniziavi a dondolarti. I venti intorno a voi erano forti e tutti noi eravamo proprio nell’occhio di un magico ciclone. Gli altri, gli ottanta, salirono sui mezzi di locomozione disponibili: tappeti volanti, deltaplani, elicotteri, DC9, trampoli, carrozze motorizzate o con cavalli, canoe, barche a vela, sommergibili... Tutti s’apprestarono alla partenza e tu non guardasti più fuori. C’era un gran vibrare di voci, una musica dalla potenza travolgente. Io ti guardavo volteggiare fra le sue braccia in un spazio riservato solo ai puri di spirito. Osservavo le tue capriole, le piroette, come esploravi lo spazio misurandone l’immensità. Senza stancarti d’esultare, sembravi una rondine che annuncia l’arrivo della bella stagione. La tua corsa contro il tempo era cessata. Intuivo che eri stata in un’altra dimensione e, osservando il tuo viso al ritorno, compresi che qualcosa di eccezionale ti era accaduto. I pori della tua pelle avevano assorbito una luce bianca che da te, ora, s’irradiava intorno. L’espressione della tua nuova vitalità trascinava tutti nel vortice del movimento” (p. 67).

Rappresentazione fantastica dal forte valore metaforico, a significare trasformazioni interiori profonde nell’intreccio fra sogno, fantasia e memoria di sé.

Così ancora nello stesso racconto, Rubina, la protagonista, viene sopraffatta dai ricordi che si ricompongono nell’immagine di un’aula di tribunale, dove lei è l’imputata e tante voci, spezzoni di frasi disperse nel tempo della sua vita,  si sovrappongono come testimoni d’accusa: “Rubina, nel gran trambusto, interruppe i propri giochi attirata dalle voci. La sua testa seguiva il passaggio delle frasi da un personaggio all’altro come chi assista a una partita di ping-pong. Sembrava ipnotizzata, impalata coi calzettoni ancora arrotolati alle caviglie, le tasche dei pantaloncini rigonfie di palline di vetro colorate, tra le mani i guanti di portiere di calcio del fratello e sul viso un’espressione rapita.

Le piaceva molto fantasticare, lasciarsi abitare da personaggi e immagini che la trasportavano nel fiume travolgente della fantasia. Sempre di più indietreggiava dentro di sé, tentando di nascondere il proprio vero volto. Nascondersi e rimanere in silenzio respirando affannosamente, braccata in fondo alle cantine di quel cortile dove poco prima erano risuonate le grida dei compagni. Doveva scegliere: rischiare di essere catturata e correre con tutto il fiato che aveva in corpo, o rimanere immobile diventando un’ombra  che i muri ammuffiti avrebbero inghiottito senza difficoltà”.

 

Abbiamo qui e di seguito passaggi improvvisi di tempo e di spazio, per  seguire lo straordinario flusso di coscienza dei ricordi e delle analogie che il ricordo suscita nel proprio cuore, il tutto con una padronanza tecnica della narrazione.

Qui viene proposto un tema, senza ideologie, che scaturisce naturalmente dall’intreccio di riflessioni e di situazioni vissute, quello dell’identità femminile. Molti racconti hanno come protagonista una donna che cerca se stessa e il suo sguardo sul mondo. E l’affermare ora più deciso ora più nascosto fra le righe di un’identità raggiunta: quella di un’eretica dell’amore. Definizione che troviamo espressa in Volo d’angelo.

È l’amore, ma un amore ‘eretico’ quello che mi appare come il filo segreto che attraversa tutte le vicende narrate, in modo ora più esplicito, ora più implicito. Eretico perché frutto di una concezione in cui la libertà di essere si coniuga con un dire sì alla vita. Accogliere, accettare e, se proprio non è possibile alcuna mediazione, semplicemente sottrarsi.

 


Un altro elemento che mette in relazione il testo con la copertina è il titolo del quadro riprodotto: Fiaba. Alcuni racconti hanno infatti, la freschezza e l’apparente innocenza della scrittura propria delle fiabe. Delle fiabe c’è il piacere di raccontare, la consapevolezza che i confini fra realtà e immaginazione e sogno e desiderio, non siano così assoluti e come nella vita di ciascuno di noi i sogni e i desideri abbiano cittadinanza di realtà come le nostre azioni. Come nelle fiabe, c’è una fiducia profonda che, al di là delle contraddizioni sempre presenti nelle nostre vite e nella realtà che viviamo, si possa ritrovare un porto di pace e di senso. È una ricerca inesauribile, ma l’orizzonte in cui si muovono questi racconti è ampio, lo sguardo dell’autrice è capace di guardare lontano, senza perdere il contatto della concreta realtà con i suoi piccoli smarrimenti quotidiani. È una ricerca impossibile, ma con le parole di Cristina Campo: “l’impossibile è aperto all’eroe di fiaba... egli dovrà dimenticare tutti i suoi limiti nel misurarsi con l’impossibile, vigilare senza riposo su quei limiti nell’attuarlo... con il cuore legato non si entra nell’impossibile” (da Gli imperdonabili, Adelphi, p.32-33).

 

C’è un racconto, L’uomo col tappeto, che finisce con queste parole: “Avevo trovato un’oasi di pace, un paese dell’anima, la gioia di chi torna a casa dopo un lungo esilio”.

E leggendo si sente di stare “a casa”, in contatto con qualcosa di profondo e vero che ognuno può ritrovare dentro di sé. Qualcosa che non è mai definitivo, ma appare all’improvviso come una rivelazione che apre uno squarcio nella visione delle cose, delle quali si colgono aspetti prima nascosti. Tante epifanie, tante rinascite che d’un tratto modificano l’ordine precedente, lo ribaltano in modo imprevedibile.

Come accade, fra gli altri, nel racconto L’incidente, dove un uomo nei pochi attimi in cui la propria automobile sbanda per un colpo di sonno, rivede  i momenti più salienti della sua vita in un turbine di immagini, e quando l’auto, dopo una serie di rocamboleschi movimenti,  finalmente si ferma, lui si ritrova vivo e con una nuova coscienza di sé.

 

Infine, un riferimento al titolo che in genere è quello che si compone per ultimo, a testo concluso: la chiave di lettura con la quale aprire ad un senso le pagine cui si riferiscono. Piccoli smarrimenti quotidiani.

Lo smarrimento, quindi, descritto in forme diverse nei vari racconti, nasce da una crepa dell’io, capace però di rivelare qualcosa prima sconosciuta: dunque, se abbiamo occhi per guardare, una crisi di identità o di visione si rivela essere una opportunità per la trasformazione, per una nuova e più approfondita consapevolezza di sé e della realtà, e  può ricomporsi nella rivelazione di qualcosa di nuovo. E infatti, lo smarrimento non è solo legato a un sentimento di tristezza o di dolore, ma è legato anche allo stupore, alla meraviglia, alla gioia.

Per concludere, si tratta di smarrimenti piccoli e quotidiani, a sottolineare il desiderio di aderire alla concretezza della vita di tutti i giorni, nella quale la dimensione ordinaria può e sa aprirsi alla dimensione dello straordinario. Il che ci riconduce di nuovo a quanto Cristina Campo scrive della fiaba, in un’accezione che non possiamo qui approfondire, ma che va ben oltre le consuete e comuni definizioni della fiaba: “La caparbia inesausta lezione delle fiabe è dunque la vittoria sulla legge di necessità, il passaggio costante a un nuovo ordine di rapporti e assolutamente niente altro, perché assolutamente niente altro c’è da imparare su questa terra”.

 




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