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di Maria Ester Mastrogiovanni
Leggere un libro è sempre come
entrare in un altro mondo. E se il mondo è come noi lo vediamo, lo de-finiamo.
Leggere un libro è entrare nello sguardo di un altro essere che sente il
bisogno di esprimere la sua visione, frutto della sua esperienza e della sua
fantasia e immaginazione.
È forse questo il motivo per cui
non mi è possibile, dopo aver letto un romanzo o una raccolta di racconti, come
nel caso di Piccoli smarrimenti quotidiani di Titti Follieri, passare
immediatamente alla lettura di un altro libro. Soprattutto se il testo in
questione è un bel libro, di quelli che vi prendono e non vi mollano finché non
siete arrivati fino all’ultima pagina.
Questo può essere meno vero per
un libro di racconti, nel senso che manca una trama unitaria che si svolge
avvolgendoci nel suo procedere, ma ciò è vero solo in parte: anche in una
raccolta di racconti, pur con un ritmo di lettura diverso da quello proprio di
un romanzo, possiamo percepire un filo segreto che
tutti li unisce e lascia in noi un
sentimento dominante, che risulta essere per noi, la cifra, la specificità
proprio di quel testo.
È quello che mi è accaduto leggendo questi
racconti.
È bene dare qualche cenno per
presentare l’autrice, Titti Follieri. Ha lavorato come insegnante di francese,
ma la sua vita è stata, contrariamente a
quanto si può immaginare, ricca di esperienze in giro per il mondo: dalla
Francia, a Parigi, luogo sempre amato e teatro di esperienze importanti negli
anni ’70, dal femminismo alla psicoanalisi, e poi l’India con la scoperta della
sua tradizione spirituale con Rajinesh, e poi la California, il Canada
per sei mesi di studio, con una importante borsa del Ministero degli Esteri,
che le ha consentito di tradurre e pubblicare in italiano una raccolta di
poesie canadesi.
L’animo della Follieri è nomade e
ciò si esprime molto nella sua scrittura che si può definire un continuo
interrogarsi sul mondo: un viaggio interiore alla ricerca della propria verità.
Tutti i racconti pur nella loro diversità rappresentano una realtà indagata
oltre le apparenze, alla ricerca del filo di senso che li renda comprensibili.
E possiamo dire, a questo proposito, che nella prima sezione del libro che dà
il titolo all’intera raccolta, prevale un punto di vista esterno, dal quale
vengono osservate vicende diverse fra loro, mentre nella seconda sezione, non a
caso intitolata “Dimore segrete”, il punto di vista diventa, anche se la voce
narrante non è sempre in prima persona, interno e più attento a scandagliare in
profondità le varie pieghe dell’animo. Le risposte ovviamente, sono aperte, ma
l’autrice ha comunque qualcosa da dire, ed è qualcosa che ritorna in tutte le
sue opere. È il suo modo di affrontare la realtà: porsi in ascolto attento e
accettare ciò che la vita
presenta, come un mistero da interrogare e soprattutto, da
abbracciare. Ma non è la rinuncia o la disfatta ciò che percepiamo, piuttosto
la leggerezza gioiosa di chi vede, oltre il dolore, il conflitto, la contraddizione,
anche la bellezza e l’amore presenti dentro e fuori di noi.
L’altra cosa importante da
sottolineare nella produzione letteraria di Titti Follieri è la varietà della
sua opera. Comincia come poeta, ha pubblicato infatti
diverse raccolte, autrice e traduttrice di saggi dal francese, autrice di un
romanzo, La voce delle mani,
pubblicato da Pendragon nel 2003, e ora autrice di racconti. In realtà la
scrittura dei racconti, si è svolta in parallelo durante tutti questi anni, e
copre l’arco di più di un decennio, durante il quale solo alcuni di essi sono stati
pubblicati su riviste letterarie. Come se per la nostra autrice sia stato
necessario un tempo di rielaborazione più lungo per approdare a questo genere
che in effetti, richiede grande padronanza tecnica, proprio perché in poche
pagine bisogna presentare una storia che sia essenziale, densa e completa, ‘sferica’ come direbbe
Cortazar, cioè con una sua necessità e
coerenza interna.
Il libro ha una bellissima
copertina, raffinata ed elegante: sul frontespizio abbiamo uno sfondo nero con
caratteri di color ocra e rossi, e al centro, la riproduzione di un quadro di
Emilio Tadini, Fiaba, del 1999. È da
sottolineare che questo quadro scelto da Titti Follieri, è di un pittore
contemporaneo che è prima stato un poeta, scrittore di narrativa e di saggi e
poi pittore di rilievo, del quale Umberto Eco ha scritto “uno scrittore che
dipinge, un pittore che scrive”. Non a caso tra i personaggi presenti nel testo troviamo più di una
pittrice, e un testo è dedicato a Kandinskij.
È sorprendente per i numerosi
richiami che si scoprono analizzando con maggiore attenzione i contenuti e le
forme del quadro e la poetica espressa nei racconti. Tutto è avvenuto per un
insieme di casualità, ma è singolare che la scelta dell’autrice fatta
intuitivamente, si riveli una scelta molto coerente. C’è insomma un forte
rapporto fra la copertina e i racconti.
Con le parole di Dario Fo, che fu
un suo compagno di strada, Tadini esprime “una concezione della figurazione,
che assembla in assiemi compositi forme riconoscibili, umane o di oggetti,
schematicamente costruite... dove l’ironia sovrintende, intelligentemente
maestra”. E nel libro abbiamo un insieme di racconti, soprattutto nella prima
parte, di storie e personaggi molto diversi fra loro, apparentemente senza un
nesso preciso fra loro come emerge elencando i titoli: Attila, La zia, La sorpresa, Caravaggio, L’incidente, Due donne, La sedia vuota, L’ombrello
rosso, Un arcobaleno, Per Kandinskij, Una marcia per la pace.
La differenza dei contenuti è
spesso anche differenza di stile, ora realistico ora visionario, ora una scrittura
asciutta, essenziale, come ne La zia, ora ricca di immagini. Così, come su tutti più o meno
esplicitamente domina una vena ironica, a volte lieve, a volte più marcata.
Se infatti
consideriamo il racconto di apertura, Attila,
la voce narrante è quella di un cane, Attila appunto, che osserva il mondo dopo
la sua morte e ci racconta alcune sue vicende. L’ottica della voce narrante
provoca un effetto di straniamento, il mondo descritto dal punto di vista di un
cane, e per di più, non più abitante di questa terra, genera effetti un po’
paradossali e divertenti. (Ho in mente un antecedente
illustre: il singolare Flush di
Virginia Woolf, dove Flush è appunto un cane che racconta la sua storia). E ho
in mente, anche, come questa scelta esprima l’attenzione dell’autrice per il
mondo animale, e come emerga un po’ da tutti i racconti, un sentimento di
rispetto ed amore per la natura.
“A parte l’encomiabile offerta di
donazioni di qualche vecchia signora senza eredi che mostra il persistere dei
buoni sentimenti – nonostante questi non valgano più niente – ho trovato che noi, spiriti erranti, morti senza degna sepoltura,
noi desaparecidos dell’ultima ora, possiamo farci sentire via etere nel mondo
degli incarnati. Possiamo intrufolarci in qualche sogno e svegliare di
soprassalto un sognatore che si diletta con una reticella spaziale a captare i
nostri messaggi. Così approfitto del sonno leggero di un’amica
degli animali per non essere dimenticato del tutto: e perché anche quelli come
me possano trovare pace”.
Queste righe al pari dell’incipit
del racconto ci introducono in un mondo dove le realtà del visibile e dell’invisibile
si incrociano nei nostri sogni: “Sono stato un cane nella mia ultima
incarnazione. Ora che ho lasciato il corpo in una circostanza misteriosa e
fatale, sono solo puro spirito”. E anche su questo aspetto, presente in molte
pagine di questo libro, troviamo delle corrispondenze con la poetica di Tadini
il quale dichiara in uno scritto del 1960, la sua fedeltà, pur nell’incessante
ricerca e metamorfosi del suo lavoro, a un principio cui si atteneva: “una possibile libertà integrale della ragione... che porta a
far saltare ogni diaframma tra il mondo ‘fisico’ e quello ‘spirituale’. Presa
di posizione che porta logicamente a superare ogni alternativa superficiale di
realismo e spiritualismo (o di arte fantastica) proponendo qualcosa che si
potrebbe chiamare realismo integrale, nella cui sfera devono essere risolte tutte insieme le funzioni dell’uomo e della donna in ogni
particolare momento della sua storia”.
“Né poteva essere altrimenti per un
artista che della multistratificazione linguistica e narrativa – dunque del
costante cortocircuito fra alto e basso, comico e tragico – farà il suo cavallo
di battaglia, la sua cifra stilistica principale” (articolo di Repubblica on
line).
Parole che, a mio avviso, si
possono riferire alle scelte stilistiche e di contenuto di questi racconti: un
esempio fra gli altri, Volo d’angelo,
il primo della seconda parte della raccolta, dove lo sguardo e il respiro della
narrazione si approfondiscono e si ampliano in modo più disteso. Siamo in volo,
su una mongolfiera. Su questa, l’uno di fronte all’altra, ci sono un uomo e una
donna: “Per chi non aveva occhi per vedere, voi due eravate seduti l’uno di
fronte all’altro a gambe incrociate. Lui t’abbracciava e ti stringeva
intensamente, tu iniziavi a dondolarti. I venti intorno a voi erano forti e
tutti noi eravamo proprio nell’occhio di un magico ciclone. Gli altri, gli
ottanta, salirono sui mezzi di locomozione disponibili: tappeti volanti,
deltaplani, elicotteri, DC9, trampoli, carrozze motorizzate o con cavalli,
canoe, barche a vela, sommergibili... Tutti s’apprestarono alla partenza e tu
non guardasti più fuori. C’era un gran vibrare di voci, una musica dalla
potenza travolgente. Io ti guardavo volteggiare fra le sue braccia in un spazio riservato solo ai puri di spirito. Osservavo le
tue capriole, le piroette, come esploravi lo spazio misurandone l’immensità.
Senza stancarti d’esultare, sembravi una rondine che annuncia l’arrivo della
bella stagione. La tua corsa contro il tempo era cessata. Intuivo che eri stata
in un’altra dimensione e, osservando il tuo viso al ritorno, compresi che
qualcosa di eccezionale ti era accaduto. I pori della tua pelle avevano
assorbito una luce bianca che da te, ora, s’irradiava intorno. L’espressione
della tua nuova vitalità trascinava tutti nel vortice del movimento” (p. 67).
Rappresentazione fantastica dal
forte valore metaforico, a significare trasformazioni interiori profonde nell’intreccio
fra sogno, fantasia e memoria di sé.
Così ancora nello stesso
racconto, Rubina, la protagonista, viene sopraffatta dai ricordi che si
ricompongono nell’immagine di un’aula di tribunale, dove lei è l’imputata e
tante voci, spezzoni di frasi disperse nel tempo della sua vita, si sovrappongono
come testimoni d’accusa: “Rubina, nel gran trambusto, interruppe i propri
giochi attirata dalle voci. La sua testa seguiva il passaggio delle frasi da un
personaggio all’altro come chi assista a una partita di ping-pong. Sembrava
ipnotizzata, impalata coi calzettoni ancora arrotolati alle caviglie, le tasche
dei pantaloncini rigonfie di palline di vetro colorate, tra le mani i guanti di
portiere di calcio del fratello e sul viso un’espressione rapita.
Le piaceva molto fantasticare,
lasciarsi abitare da personaggi e immagini che la trasportavano nel fiume
travolgente della fantasia. Sempre di più indietreggiava dentro di sé, tentando
di nascondere il proprio vero volto. Nascondersi e rimanere in silenzio
respirando affannosamente, braccata in fondo alle cantine di quel cortile dove
poco prima erano risuonate le grida dei compagni. Doveva scegliere: rischiare
di essere catturata e correre con tutto il fiato che aveva in corpo, o rimanere
immobile diventando un’ombra
che i muri ammuffiti avrebbero inghiottito senza difficoltà”.
Abbiamo qui e di seguito passaggi
improvvisi di tempo e di spazio, per seguire lo straordinario flusso di
coscienza dei ricordi e delle analogie che il ricordo suscita nel proprio
cuore, il tutto con una padronanza tecnica della narrazione.
Qui viene proposto un tema, senza
ideologie, che scaturisce naturalmente dall’intreccio di riflessioni e di situazioni
vissute, quello dell’identità femminile. Molti racconti hanno come protagonista
una donna che cerca se stessa e il suo sguardo sul mondo. E l’affermare ora più
deciso ora più nascosto fra le righe di un’identità
raggiunta: quella di un’eretica dell’amore. Definizione che troviamo espressa
in Volo d’angelo.
È l’amore, ma un amore ‘eretico’
quello che mi appare come il filo segreto che attraversa tutte le vicende
narrate, in modo ora più esplicito, ora più implicito. Eretico perché frutto di
una concezione in cui la libertà di essere si coniuga con un dire sì alla vita.
Accogliere, accettare e, se proprio non è possibile alcuna mediazione,
semplicemente sottrarsi.
Un altro elemento che mette in
relazione il testo con la copertina è il titolo del quadro riprodotto: Fiaba. Alcuni racconti hanno infatti, la freschezza e l’apparente innocenza della
scrittura propria delle fiabe. Delle fiabe c’è il piacere di raccontare, la
consapevolezza che i confini fra realtà e immaginazione e sogno e desiderio,
non siano così assoluti e come nella vita di ciascuno di noi i sogni e i
desideri abbiano cittadinanza di realtà come le nostre azioni. Come nelle
fiabe, c’è una fiducia profonda che, al di là delle contraddizioni sempre
presenti nelle nostre vite e nella realtà che viviamo, si possa ritrovare un
porto di pace e di senso. È una ricerca inesauribile, ma l’orizzonte in cui si
muovono questi racconti è ampio, lo sguardo dell’autrice è capace di guardare
lontano, senza perdere il contatto della concreta realtà con i suoi piccoli
smarrimenti quotidiani. È una ricerca impossibile, ma con le parole di Cristina
Campo: “l’impossibile è aperto all’eroe di fiaba...
egli dovrà dimenticare tutti i suoi limiti nel misurarsi con l’impossibile,
vigilare senza riposo su quei limiti nell’attuarlo... con il cuore legato non
si entra nell’impossibile” (da Gli
imperdonabili, Adelphi, p.32-33).
C’è un racconto, L’uomo col tappeto, che finisce con
queste parole: “Avevo trovato un’oasi di pace, un paese dell’anima, la gioia di
chi torna a casa dopo un lungo esilio”.
E leggendo si sente di stare “a
casa”, in contatto con qualcosa di profondo e vero che ognuno può ritrovare
dentro di sé. Qualcosa che non è mai definitivo, ma appare all’improvviso come
una rivelazione che apre uno squarcio nella visione delle cose, delle quali si
colgono aspetti prima nascosti. Tante epifanie, tante rinascite che d’un tratto
modificano l’ordine precedente, lo ribaltano in modo imprevedibile.
Come accade, fra gli altri, nel
racconto L’incidente, dove un uomo
nei pochi attimi in cui la propria automobile sbanda per un colpo di sonno,
rivede i
momenti più salienti della sua vita in un turbine di immagini, e quando l’auto,
dopo una serie di rocamboleschi movimenti,
finalmente si ferma, lui si ritrova vivo e con una nuova coscienza di
sé.
Infine, un riferimento al titolo
che in genere è quello che si compone per ultimo, a testo concluso: la chiave
di lettura con la quale aprire ad un senso le pagine cui si riferiscono. Piccoli smarrimenti quotidiani.
Lo smarrimento, quindi, descritto
in forme diverse nei vari racconti, nasce da una crepa dell’io,
capace però di rivelare qualcosa prima sconosciuta: dunque, se abbiamo occhi
per guardare, una crisi di identità o di visione si rivela essere una
opportunità per la trasformazione, per una nuova e più approfondita
consapevolezza di sé e della realtà, e
può ricomporsi nella rivelazione di qualcosa di nuovo. E infatti, lo smarrimento non è solo legato a un sentimento
di tristezza o di dolore, ma è legato anche allo stupore, alla meraviglia, alla
gioia.
Per concludere, si tratta di
smarrimenti piccoli e quotidiani, a sottolineare il desiderio di aderire alla
concretezza della vita di tutti i giorni, nella quale la dimensione ordinaria
può e sa aprirsi alla dimensione dello straordinario. Il che ci riconduce di
nuovo a quanto Cristina Campo scrive della fiaba, in un’accezione che non
possiamo qui approfondire, ma che va ben oltre le consuete e comuni definizioni
della fiaba: “La caparbia inesausta lezione delle fiabe è dunque la vittoria
sulla legge di necessità, il passaggio costante a un nuovo ordine di rapporti e
assolutamente niente altro, perché assolutamente niente altro c’è da imparare
su questa terra”.
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