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di
Agnese Codebò
Agile racconto
di un anno cruciale, il libro di Paolo Conti affronta il 1969 con le movenze ed
il passo di una telecamera intenta a filmarne a distanza ravvicinata gli eventi
chiave. Mentre la scelta di affidare l’intera narrazione al presente storico
determina un effetto tipico della televisione, quello della ripresa diretta, la
divisione del testo in dodici capitoli, uno per ogni mese dell’anno, dà al lettore
l’illusione di seguire un cinegiornale lungo da gennaio fino a dicembre. Ma
poiché in ogni capitolo il nome del mese è affiancato da una sintetica
definizione di un avvenimento emblematico, accanto alla struttura cronologica
del testo ne funziona un’altra tematica. Così il primo capitolo è intitolato “Gennaio. Jan Palach accende il
fiammifero” mentre l’ultimo non può essere altro che “Dicembre. Piazza Fontana”.
Di fronte ad
un testo così strutturato la prima questione che si pone in sede critica non è
tanto la validità o meno dei criteri che determinano la selezione dei dodici
eventi emblema dell’anno (i fatti prescelti sono tutti importanti e un margine
di arbitrarietà è inevitabile in scelte di questo tipo), ma la difficoltà di
individuare rapporti che non siano meramente cronologici fra i vari avvenimenti
raccontati. Il libro di Conti abolisce ogni gerarchia fra i fatti e i
personaggi che sono presentati al lettore: il Festival di Sanremo prende tanto
spazio quanto la morte di Pinelli, l’omicidio di Ermanno Lavorini riceve la
stessa attenzione dello sbarco sulla Luna, Lucio Battisti è trattato con la
stessa serietà di Paolo VI e così via, in una mescolanza postmoderna di alta e
bassa cultura, di vita quotidiana ed economia, di cronaca spicciola e politica.
Il merito di
Conti è quello di giocare la partita impegnandosi sempre sul lato
dell’approfondimento piuttosto che della trivializzazione della notizia.
Sceglie, insomma, di comportarsi più da storico che da giornalista. Così, a
fianco di poche cadute di tono, la riproposizione della amicizia fra Pinelli e
Calabresi o l’eccessivo peso dato ad etichette quali “filocinesi” o “maoisti”
nel racconto delle occupazioni delle Università, spiccano diversi momenti in
cui il passaggio dall’evento al suo retroterra è effettuato con assoluta
maestria. Si veda ad esempio come il racconto dello sbarco sulla luna evolva in
una vivace rappresentazione del giornalismo televisivo ai tempi della RAI di
Bernabei o come la storia dell’espulsione del gruppo del “Manifesto” dal PCI si
trasformi in un’analisi dello stile di lavoro e dei rituali del gruppo
dirigente comunista, nonché in un’illustrazione dei suoi limiti politici e
culturali.
A fianco dei
suoi indubbi meriti, fra i quali è da aggiungere quello di farsi leggere tutto
di un fiato, il lavoro di Conti presenta la significativa carenza di uno
sguardo d’insieme sul 1969, di un momento di sintesi che possa aiutare il
lettore, soprattutto se privo di altri strumenti di indagine, a trasformare le
decine di fatti in cui si imbatte durante la lettura del libro in una
narrazione provvista di senso. In effetti, l’unico giudizio sintetico sul 1969
emerge dalla copertina del libro, che raffigura un giovane capellone e barbuto
nel gesto di lanciare un sampietrino, mentre alle sue spalle in mezzo ad una
nuvola di fumo l’Apollo 11 parte verso la Luna: come se lo studente ribelle non avesse
lanciato un sasso ma il razzo della spedizione lunare.
Il 1969 è
allora spiegato come un anno “post”, nel senso che il filo che lo attraversa è
quello dello spirito ribelle ereditato dai dodici mesi precedenti, filo che
cuce insieme le occupazioni delle facoltà e l’autunno operaio, la rivolta nelle
carceri e l’eresia del “Manifesto”, il gesto di Jan Palach e la carica
antiborghese del Living Theatre. Ma
in quanto anno che assiste ad un salto di qualità nella tecnica, simboleggiato
dallo sbarco sulla Luna, il 1969 è anche l’anno che anticipa l’enorme
importanza che l’innovazione tecnologica, in tutta la sua potenza
trasformatrice, verrà ad assumere nei decenni seguenti.
Questo per il
mondo, mentre per l’Italia il 1969 è invece l’anno di Piazza Fontana, della
bomba contro i movimenti che dalle fabbriche e le scuole si erano diffusi a
carceri, manicomi ed ospedali, del ricatto contro la sinistra comunista e
socialista, dei servizi segreti deviati e delle trame contro la democrazia. Il
libro di Conti finisce con la strage del 12 dicembre e la sua lunga coda
giudiziaria, la sentenza della Cassazione che nel 2005 riconduce sì ad Ordine
Nuovo la responsabilità dell’attentato di Piazza Fontana, ma assolve anche
definitivamente i singoli imputati: splendido esempio di transizione italiana.
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