di Antonino Contiliano
Se chi parla non è uno, ma una
molteplicità in rapporto di esteriorità e contingenza (G. Deleuze/E. Glissant),
e l’Io in quanto individuo (atomo) non ha, quindi, un rapporto con un sé sempre identico (immutabile), ma con una
rete di relazioni storicamente determinate, che si realizzano come singolarità
plurale – e ibrida per l’intreccio delle relazioni che ne passano lo stato dal
virtuale all’attualità –, allora non è impossibile pensare e criticare
l’economia poetica del tradizionale Io umanistico come una persistente
feticizzazione che investe il soggetto e l’oggetto poetico.
Una feticizzazione
che, come la merce capitalistica, è possibile demistificare con i procedimenti
dell’allegoria parodizzante e l’assunzione di un soggetto poetico collettivo,
il quale non è prima di kairòs ma dopo (A. Negri), e la cui coscienza poetica,
impacchetta nei chiusi prodotti di genere e di “ismi”, non si esaurisca nella
produzione lirico-intimistica della poesia soggettiva e aliena dal commercio
con l’esteriorità delle altre singolarità e il mondo economico-sociale e
politico che li struttura in rete.
Non è un caso,
secondo noi, che l’Io e il soggetto “lirico-intimistico” ipostatizzato che lo
sostiene, pur concetti di una astrazione e di una generalizzazione teorica,
facciano pendant con l’io del
soggetto capitalistico (il Capitale), e che, insieme, presumano – quasi “tipo
logico” (B. Russel) assoluto e universale – l’eterno motore della poesia e
della storia alimentato dallo stesso carburante: il profitto e la rendita come
esclusione/eliminazione di qualsiasi altra possibilità alternativa.
Ma in un mondo,
come il nostro, in cui ogni sovranità assoluta ha perso la sua funzionalità
storica determinata, e la materia (contingentemente) piega lo spazio, come alla
materia cosmica e della moltitudine lo spazio dice come muoversi, così anche
per il soggetto e l’oggetto poetico gioca una modulazione storico-temporale che
ne modifica l’identità ibridandone e pluralizzandone la vita e le forme. Il
reale ha più forme di quante ne possa immaginare
la letteratura e l’arte, diceva B. Brecht; e tra il cielo e la terra – dice
ancora Shakeaspeare – ci sono più cose che nella filosofia di Orazio.
Sì che, ciò su cui
vorremmo interrogarci e interrogare, con occhio alle circo-stanze della
contingenza e all’annessa allegorizzazione del divenire, è la possibilità di
una critica dell’economia poetica dell’Io come “sé” lirico-intimistico che,
paradossalmente, si dice produttore invaso solo dalla poesia interiore. Una
poesia lirica e soggettiva cioè della coscienza individuale-intimista (individualistica),
interiore senza esteriore e aliena da una
qualsivoglia avanguardia, così
come l’economia capitalistica, pur fra gli innegabili rivolgimenti delle forze
produttive e dei rapporti di produzione con-causati, continua a dirsi aliena a
qualsiasi rivoluzione “comunista” egualitaria della “partage”[1]
(“comunità inoperosa”). Data la sua naturalità (per nascita o per dominio!),
nessuna azione rivoluzionaria, che non sia la sua stessa modernizzazione, può sostituire il suo essere fenice
individualista e dimora di eterno ritorno. Il tempo reale delle contraddizioni
materiali e dei paradossi, che vede in campo forze antagoniste e conflittuali,
non sembra che interessi più di tanto.
Se, dunque, c’è una
critica dell’economia politica dell’io capitalistico, ci può essere anche una
critica dell’economia poetica dell’io lirico. Entrambe le economie postulano
una produzione basata su un’identità immutabile.
Quella
dell’economia capitalistica postula come naturale e immutabile il feticismo della merce dell’io del Capitale e del suo potere, che sembrano sottrarsi
alla dinamica storico-materiale dei rapporti sociali locali e globali.
Quella
dell’economia poetica postula, invece, come naturale e immutabile, il feticismo dell’intimismo dell’Io del poeta, legato a un sé sempre identico e
astorico; intento, eventualmente, solo ad esternare liriche lamentazioni
comunicate per mistica magia.
Sicché non è
pensabile che nessuna rivoluzione e nessuna avanguardia sia inimmaginabile,
specie ora che l’eterno presente della post-modernità va in tilt con la sua
stessa rivelazione di “fine della storia”; ora che il “comunismo” rimane
l’unico orizzonte praticabile (Sartre/Nancy) come una collettività cooperativa e open source dell’essere insieme e senza
gerarchie di esclusione ed eliminazione; ora che i conflitti, i paradossi e le
allegorizzazioni, più di ieri, smentiscono l’isolazionismo della politica,
della poesia e la loro presunta irrelazione.
Nessun diario di
bordo può dunque escludere dal mondo lirico (lirica non può essere solo
intimismo coscienziale o emozionale) e dalla poesia la conflittualità tra la
parola politica e quella poetica, e il pluri-multilinguismo migrante, che
ibrida le identità (paradossalmente “singolari plurali” quanto collettive), ci
dice poi di una identità individuale mai “pura”, comunitario e/o personale sia
il riferimento.
Se la parola ha un
senso solo in quanto è sociale (in presenza d’altri), poi, non solo non è
auspicabile dimenticare il conflitto, la finitudine e il limite, ma è anche
possibile pensarlo anche di un soggetto collettivo che, in virtù di un general intellect poetico in circolo,
sia capace di poiesis per un testo
poetico collettivo in itinere. Nessuna identità rimane ferma o immutabile nella
storia.
Se c’è una “fine
della storia”, non ci deve essere anche una storia concreta che è iniziata? Un
processo intriso di conflitti e contraddizioni materiali, che, nel materiale
come nel simbolico, lascia e produce le sue linee miste di ordine e disordine?
Il pensiero cammina
incorporato nella temporanza gli eventi del mondo storico, il quale, appunto,
perché strutturalmente complesso di eventi “ignoranti” la distinzione di
classe, non è già forse un errare
“comunista”? E, oggi, non si presenta come l’essere insieme di una comunità
globale, la cui identità collettiva è cooperativa, anziché gerarchica o
individualistica e sostanzialistica come quella dell’io del capitale e dell’io
poetico della lirica intimistica?
E, poi, in un mondo tendenzialmente programmato
per l’amministrazione totale e il dominio indiscutibile sui conflitti sociali e
culturali in genere, e in cui linguaggi e ideologia sono diventati forza
produttiva e riproduttiva del sistema-mondo, è proprio così impossibile porsi
ancora il senso di una pratica poetica d’avanguardia? Il suo nucleo vitale non
è stato da sempre il conflitto e la rottura delle identità? Perché si dovrebbe
rinunciare proprio ora a questo aspetto della sua aseità semantica e critica?
C’è veramente il vuoto per una poesia
antagonista?
Il vuoto della
poesia, se c’è, invece, secondo noi, è della ‘famiglia’ del ‘ vuoto
quantistico’ e sub-nucleare delle particelle o dei frammenti che hanno il verso
della cooperazione polifonica e polisemantica di pluri-multi-versum.
Una cooperazione sempre in fieri in cui le modellizzazioni allegorizzano il
dato e prospettano altre configurazioni della “comunità” stessa.
Così, nella
comunità dialogica globale, oggi anche agorà
elettronica, rispetto al dato immediato e acritico di certe assunzioni e
sussunzioni nella rendita del capitale e della poesia dell’io
lirico-capitalistico, è possibile pensare il fare-dire-altrimenti di una
avanguardia open source e free.
Se facciamo mente
locale all’universo dei modelli della stessa ricerca scientifica, nessuna
identità macro-micro-cosmica è rimasta bloccata se non per “autorità”.
Figurarsi, allora, nel mondo della letteratura, dell’arte e della poesia!
Così nel mondo dell’immaginazione
congetturale della sperimentazione scientifica e poetica, come in quella stessa
delle trasformazioni socio-politiche e culturali, nessuna identità
materiale/immateriale è rimasta/rimane immutabile nel tempo e nella storia.
La storia e le loro
storie sono state sempre determinate e condizionate dagli stessi rapporti
produttivi, sociali, ideologici, nonché dagli stessi limiti della finitudine,
della nascita e della morte, i cui limiti nessuno comanda e che sono anche
limite del senso stesso. La modulazione storico-temporale, le scelte ideali, le
filosofie, etc. hanno fatto e detto sì che sia il soggetto che l’oggetto dei
rispettivi campi di azione fossero sempre un campo di relazioni dialettiche
(sintetiche e non sintetiche) e “linguisticamente” innovative. Il concreto,
infatti, come sintesi delle molte determinazioni non ripete mai se stesso se
non per astrazione ipostatizzata.
E il vecchio
linguaggio, lì dove non riesce più a esprimere/comunicare novità ed emergenze,
si ristruttura; e insieme alla ristrutturazione chiede anche nuovi
comportamenti per dar ragione del nuovo corso del pensiero e dell’azione.
La parola dei
linguaggi, intrinsecamente legata per natura all’apparire insieme in pubblico e
nell’esercizio della praxis dei
rapporti sociali dinamici e antagonistici, non può rimanere, così, nel recinto
della coscienza privata (cui peraltro non è destinata) e tagliare i ponti con
l’extratestualità complessiva in movimento che dà senso al loro mondo
segnico-simbolico esistenziale e relazionale.
Se i sistemi di rappresentazione si
trasformano, e attraverso questi stessi processi trasformativi altri punti di
vista pratici e ristrutturazioni vengono alla ribalta, a questa logica non
sfuggono né il soggetto né l’oggetto né le varie dinamiche che ne articolano la
vita di relazione. Fra l’altro i modelli di riferimento (non c’è un solo
modello), che ne danno conto, vivono una vita di relazione e di interdipendenza
dinamica e processuale: il vecchio convive col nuovo, il nuovo ingravida il
vecchio e ne attualizza le potenzialità rimaste prima inespresse, mescolando
continuità e discontinuità (c’è ancora nel passato un futuro che aspetta il
“risveglio”, e nell’avanti un futuro instabile ma non per questo deprivato di
aspettative, di progettualità e di limiti).
E quando diciamo modello vogliamo pensare a
quell’insieme dinamico e storico complesso di assunzioni interne ed esterne di
un sistema di convivenza, conoscenze e prassi che, in ogni tempo, riguarda
anche le letterature, le teorie, le pratiche significanti, le procedure, i metodi, l’estetica, le ricadute
politico-sociali; tutto ciò che, in altri termini, investe i rapporti tra i
soggetti (individuali e sociali) e il mondo che siamo e costruiamo operosamente e inoperosamente. E, per non rimanere nel vago delle astrazioni,
poiché siamo interessati alla cosa, non è la stessa cosa parlare dell’economia
poetica e dell’avanguardia nel mondo del modello dell’economia politica dello
stato e delle sovranità nazionali o in quello della “mondializzazione” del
capitalismo.
Il capitalismo cognitivo e neoliberista cioè che
nega e trasforma le sue stesse vecchie istituzioni, le quali, ormai limiti e
ceppi per la sua stessa riproduzione di classe, prevedevano la separazione tra
i linguaggi della produzione economico-sociale e politica e i linguaggi
ideologici della cultura – arte, letteratura, poesia, filosofie, teorie,
pratiche – e dei soggetti produttori. Una separazione cioè paradossale in
quanto dominata dal Leviatano che dispone della libertà e dell’eguaglianza delle
parti che costituiscono l’essere insieme sociale. Una comunità come relazione
di nodi intrecciati in rete. Un intreccio che, comunque, non elide né gli
antagonismi né i paradossi, ma che non è più tempo di lasciare alla delega dei
vecchi Leviatani umanistici del soggetto unico e della separazione astratta dei
suoi linguaggi metafisici.
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Sebastiano Messina, AutoOpsis, 2009
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Così, se la fine del XX secolo e l’inizio del
XXI hanno consegnato alla storia un modo di produzione le cui forze produttive
sono la comunicazione e gli stessi linguaggi, ciò non può, ora, non riflettersi
e non riguardare l’arte, la letteratura e la poesia – che dei linguaggi si
nutrono – o le avanguardie che in ogni tempo hanno espresso il ruolo e la
funzione di soggetti di adeguamento o di separazione e antagonismo. Un
antagonismo che, generalmente, non è stato pensato come una operazione a somma
zero o come un taglio senza incisione alternativa nelle posizioni.
Il tempo precedente, complessivamente, ci ha
consegnato, però, un universo del discorso dell’avanguardia (e della sua
annessa negatività) fuori dai rapporti di produzione – nella religione e
nell’arte – in quanto coscienza e azione separata dalla totalità dell’economia
e dell’economia politica borghese.
Anche il partito della classe operaia, che nel frattempo si attrezzava
per una rivoluzione, pensava, seppure consapevole di alcune contraddizioni, di
occuparsi direttamente e solo della produzione, della distribuzione della
ricchezza e della razionalizzazione della macchina produttiva economico-sociale
senza intaccarne la logica del ‘valore’ dell’economia borghese di scambio e di
mercato. Il modello non subiva sostanziali modifiche, e la cultura, peraltro, e
le avanguardie artistico-poetiche non poterono avere altro spazio che di voce
innovativa, ma di non troppo disturbo. In territorio sovietico, eloquente è la
fine del futurismo, della poetica e della poesia di Majakovskij Vladimir.
Movimento e personaggi furono messi all’angolo, o preferirono il suicidio. Al
di fuori del potere razionalizzatore del nuovo soggetto politico, non c’era
avanguardia culturale che, con i suoi linguaggi innovativi e carichi dei nuovi
valori alternativi, potesse pensare/agire o interagire nei processi e nella
formazione delle dinamiche soggettivanti
in itinere. La classe-partito della “dittatura” del proletariato
rivoluzionario non prevedeva e non permetteva azioni fuori coro. I rapporti
gerarchici posti dall’élites non si toccavano. La nuova coscienza di classe al
potere, anche qui razionalizzazione dei processi economici di classe, infatti,
si poneva, prima di tutto, esiliando qualsiasi altro linguaggio, come
produttività solo economica, ed entro i parametri dell’esclusivo linguaggio
quantitativo delle forze prettamente tecno-materiali. La negatività
rivoluzionaria dell’avanguardia poetica, che pur si esprimeva anche con la
forza della lingua artistica e letteraria, doveva rimanere nel suo rapporto di
collaterale trascendenza “religiosa” e artistico-letteraria. Ideologia sì, ma
separata dall’insieme altro.
La
separazione fra politica e la cultura nella società borghese della fine del XIX
secolo riflette queste due tendenze. È il sintomo del fatto che “la coscienza
di classe proletaria” non esiste: la rimpiazza la “psicologia di classe”,
mentre la negatività si esilia, pudica e fiera, nelle élites. Il fatto che la
società di classe e segnatamente la borghesia si difende perpetuando questa
separazione non deve nascondere il proletariato e spesso anche le sue
organizzazioni politiche ne sono complici, quando rimuovono il principio
dialettico d’introduzione della negatività nella psicologia di classe e/o nella
logica della produzione, attraverso le contraddizioni in gioco nella “politica”
e nella “cultura”. […] La pratica letteraria dell’avanguardia, che rivendica e
tende a eternizzare questa dicotomia, mira nondimeno a risolverla, nella misura
in cui il presunto destinatario dell’avanguardia è un soggetto – cioè
impossibile – che solleva le “coscienze di classe” in un processo per cui
queste altro non sono che limiti. Così, in maniera “utopica” in quanto ignara
delle concrete condizioni economiche necessarie alla sua realizzazione, questa
pratica raggiunge lo “scopo finale” del materialismo dialettico, quello di
superare la “coscienza di classe” produttivistica e di porre la contraddizione
in tutti i sistemi e in tutte le pratiche differenziate del processo sociale.[2]
Se la produzione e il consumo della merce interessava
egualmente padroni, proletari e non, e solo come produttori economici intesi a
soddisfare i comuni bisogni materiali, il mondo della cultura non poteva che
essere separato dall’economia. La teoria economica borghese moderna, intesa a
produrre la ricchezza (Smith/Ricardo), non pensava di toccare i processi
ideologici e le soggettivazioni. E anche quando l’elaborazione
teorico-scientifica mise in luce che lo sfruttamento sociale, l’estrazione del
plusvalore dal lavoro vivo (sfruttamento) dei lavoratori (Marx), non era solo
fatto di sole forze economico-quantitative, il linguaggio dell’arte, della
letteratura, della poesia e dell’avanguardia letterario-poetica, che produceva
testi di adesione, di rifiuto, di rigetto o rottura dell’ordine socio-simbolico,
non potè che vivere in sfere separate.
L’armonia dell’ipotesi del nuovo ordine,
alternativo, punto di arresto utopico quanto escatologico, sognato dall’arte e
dalla poesia, praticate da certi modi delle avanguardie storiche, sebbene non
si ignorassero le contraddizioni vive e concrete della base
storico-materialistica in azione, veniva rimandata post festum e senza dare molto credito alla cultura e ai suoi
linguaggi come forza di produzione viva e irriducibile alla misura astratta del
“valore” di scambio.
Ma cosa succede a questa sfera dei linguaggi
conflittuali separati, se i linguaggi stessi diventano la stessa materia
utilizzata per produrre ricchezza, merce, sfruttamento ed estrazione di
plusvalore assoluto e relativo, mentre la tendenza omologante investe e
attraversa l’intera vita sussumendola, interamente, al comando della misura
astratta dell’economia capitalistica, al profitto e al dominio come biopotere?
Il mondo, purtroppo, oggi, in un deficit di
opposizione conflittuale a vasto raggio, sembra avviato alla deriva
dell’omologazione capitalistica distruttiva, piuttosto che a prendere in cura
una prassi scientifico-materialista volta a un futuro alternativo. In un mondo,
la cui unica e fondamentale preoccupazione sembra essere produrre profitti rapinosi,
terrorismi programmati, guerre di conquiste ricolonizzatrici, macerie, scorie e
nascondigli per occultarli, il conflitto materialistico scientifico quanto
utopico e antagonista aperto, dialogico e plurale sembra essere annoverato tra
i reperti di una curiosità vetero-archeologica, fossile. La stessa querelle
sull’intellettuale organico e sul linguaggio chierico ha perso consistenza,
infatti, lì dove l’ideologia stessa, dispositivo culturale e ideale supportante
la nuova produzione e organizzazione della società della comunicazione, ha
ceduto la forza produttiva del linguaggio alla scienza positiva della
tecnologia “cognitiva” soft. Il potere, infatti, per rivoluzionare gli assetti
sociali e gli stessi comportamenti individuali e le soggettivazioni – che li
processano –, usa e domina lo sfruttamento dei linguaggi della comunicazione
sociale.
Nessuna trascendenza, dunque, e astrattezza
commerciabile per separare lavoro materiale e intellettuale. Lo stesso
linguaggio, che è la base letterale-materiale del lavoro e dell’attività
produttiva e ideologica dell’intellettuale, infatti, non ha più necessità di
funzione organica o ruolo collaterale a una classe specifica. Ognuno è agente e
soggetto diretto di un insieme in cooperazione – gli-uni-con-gli-altri – per
un’azione di resistenza e pratica significante antagonista e alternativa alla
somma zero delle posizioni e alla logica dei due tempi: etica della
responsabilità e del realismo politico per il presente (da una parte), ed etica
delle convinzioni per un futuro avvenire rimandato (dall’altra).
Anche il doppio binario del risveglio dell’“archeologia” foucaultiana
– griglia tesa a illuminare la duplicità
separata delle aggregazioni pratico-epistemiche del dominio o la cura delle
soggettivazioni (ideologie e metodologie) e la costruzione architettonica dei
dispositivi materiali (stato, carcere, scuola, famiglia, luoghi sanitari e di
“cura”…) di sfruttamento e produzione, sottese al potere del comando
capitalistico – sembra aver perso la
vitalità del germoglio conoscitivo prima, e della reazione pratica poi.
Il potere che, ieri, produceva il sapere
disciplinare del sorvegliare, controllare e punire, e le vecchie strutture
materiali della sottomissione, dello sfruttamento e dell’alienazione opprimente
e funzionale come corpi separati, infatti, ha unificato i campi (materia,
oggetti e significati/valori, etc.); ha ora unificato il suo comando nella
forma del cognitivo e della comunicazione come produzione economica e
riproduzione sociale del suo modello di classe. Mettendo a lavoro il
linguaggio, le relazioni comunicative, le immagini personali della vita di
ciascuno, infatti, come dispositivi materiali della produzione mercantile e
dello sfruttamento sociale collettivo, il potere li agisce unitariamente, e in funzione
della formazione di soggettività funzionali, senza più separare economia e
cultura. La cultura e la comunicazione diventano una fabbrica di servizio
sociale tesa all’estrazione e appropriazione privata della ricchezza del general intellect, lì dove, invece, il
comune patrimonio del sapere collettivo – general
intellect –, prodotto dalla comunità, è cooperazione diretta del lavoro
vivo delle singolarità sociali plurali, le quali si aggregano divenire
insieme-con attorno ai beni comuni.
Ora, se lo sfruttamento e il comando hanno come
luogo di produzione e riproduzione l’intera vita, urge il rifiuto, il rigetto,
la “negatività” e la lotta sovversiva che intrecci in un’unica prassi linguaggi
creativi e lotta politico-sociale antagonista. Sì che i soggetti collettivi
odierni e le nuove avanguardie, cooperanti in atto, facciano frizionare insieme
il fronte dei linguaggi e della comunicazione incentivando scrittur-azioni di
rotture e conflitto collettive, e con spirito pratico di soggettivazione
collettiva. E perché mettano in essere esercizi di “pubbliche” pratiche
comunicativo-poetiche che facciano esplodere il nuovo ordine socio-simbolico. L’ordine cioè che si muove
sotto il comando della nuova accumulazione capitalistica centrata sul cognitivo
e l’amministrazione delle sue potenzialità psico-fisiche e sociali complessive.
Se il taglio teorico-critico del conflitto
separato – ieri nel quadro della “trascendenza” – dell’avanguardia sembra aver
svilito anche la discussione rifondatrice sul ruolo e la funzione
teorico-pratica (quanto critico-ideologica) dell’intellettuale nella nuova
società del consumo linguistico-comunicativo e del cognitivismo capitalistico,
dall’altro però c’è una pratica significante che pretende ancora una
reimpostazione dell’avanguardia non più come luogo separato ed esterno alla
lotta di classe ma dentro il linguaggio stesso e tutt’uno. È l’insieme-con che
deve agire. Un insieme che è al tempo stesso insieme soggetto unitario del
sapere/agire del general intellect
come fare politico-sociale antagonista (visto che il motore produttivo del
capitalismo cognitivo è il linguaggio e la comunicazione dello stesso ordine simbolico capitalistico
rinnovato).
La ridiscussione
sulla pratica significante dell’intellettuale critico e ribelle nel
rapporto con il potere e i processi di appropriazione capitalistica, già
riproposta da M. Foucault e G. Deleuze (Francia, Gli intellettuali e il potere, in Foucault: il potere e la parola, 1972) e, in Italia, G. Gugliemi e
E. Sanguineti (Guido Guglielmi, Letteratura
come sistema e come funzione, 1967) – non i soli, per inciso –, se in parte
ha perso vigore di opposizione “pubblica” e politica vs il cosiddetto
“comunismo del capitale” nella riterritorializzazione decentrata della società
paradossalmente immateriale, dall’altro lato si ripresenta rinnovata nella sua
potenza d’uso autonoma e cooperativa. L’opponibilità, infatti, rimasta più
virtuale che effettivamente rivoluzionaria nella cooperazione gerarchica del
capitalismo fordista, ora, nella consapevolezza che la forza viva del valore
d’uso dell’attività creativo-lavorativa dei soggetti non è brevettabile in
quanto potenza autonoma, o autovalorizzante il capitale, si pone in
un’attualizzazione localizzata orizzontalmente indipendente; e ciò in quanto dipendente
prima di tutto dalla forza d’uso viva che è sempre antecedente, sebbene
indeterminata ma non indifferente, all’immissione sul mercato. Il dialogo tra
Foucault e Deleuze, a suo tempo, sul ruolo degli intellettuali e il potere –
dal 1848 (Comune di Parigi) al 1940 e fino al risveglio della contestazione degli
anni Sessanta e successivi –, aveva già anticipato il nuovo carattere. Qualche
stralcio della discussione:
FOUCAULT: Mi sembra
che la politicizzazione d’un intellettuale si faceva tradizionalmente a
partire da due cose: […] C’era l’intellettuale “maledetto” e l’intellettuale
“socialista”. Queste due politicizzazioni si confusero facilmente in certi
momenti di reazione violenta da parte del potere: dopo il ’48, dopo la Comune, dopo il 1940; l’intellettuale
era respinto, perseguitato nel momento stesso in cui […] non bisognava dire che
il re era nudo. L’intellettuale diceva il vero a quelli che non lo vedevano
ancora ed in nome di quelli che non potevano dirlo: coscienza ed eloquenza.
Quel
che gl’intellettuali hanno scoperto a partire dalle esperienze politiche degli
ultimi anni è che le masse non hanno bisogno di loro per sapere; sanno
perfettamente, chiaramente, molto meglio di loro, e lo dicono bene. […] Il
ruolo dell’intellettuale non è più di porsi “un po’ avanti o un po’ a lato” per
dire la verità muta di tutti; è piuttosto di lottare contro le forme di potere
là dove ne è ad un tempo l’oggetto e lo strumento: nell’ordine del “sapere”,
della “verità”, della “coscienza”, del “discorso”.
È in
questo senso che la teoria non sarà l’espressione, la traduzione o l’applicazione
d’una pratica, ma una pratica essa stessa. Locale e regionale, però, come lei
dice: non totalizzante. Lotta contro il potere, lotta per farlo apparire e
attaccarlo là dov’è più invisibile e più insidioso. Lotta non per una “presa di
coscienza” (è da molto tempo che la coscienza come sapere è acquisita dalle
masse e che la coscienza come soggetto è presa, occupata dalla borghesia), ma
per minare e prendere il potere, a fianco e con tutti quelli che lottano per
questo e non in disparte per illuminarli. Una “teoria ” è il sistema regionale
di questa lotta.
DELEUZE: Certo, una teoria è esattamente
come una cassetta di attrezzi. Niente a che vedere col significante... Bisogna
che serva, che funzioni. E non per se stessa. Se non c’è della gente per
servirsene, a cominciare dal teorico stesso che smette allora d’essere tale,
vuol dire che non vale niente, o che il momento non è venuto. Non si ritorna su
una teoria; se ne fanno altre, ce ne sono altre da fare. È strano che sia un
autore che passa per un intellettuale puro, Proust, ad averlo detto in modo
così chiaro: trattare il mio libro come un paio d’occhiali diretti
sull’esterno; ebbene, se non vi vanno, prendetene altri; troverete il vostro
strumento che è necessariamente uno strumento di lotta. La teoria non si
addiziona, si moltiplica e moltiplica. È il potere che per natura opera delle
totalizzazioni, e lei dice giustamente: la teoria è per natura contro il
potere. Dal momento in cui una teoria penetra in questo o quel punto, si
scontra coll’impossibilità d’avere la minima conseguenza pratica senza che si
produca una esplosione, se è necessario in tutt’altro punto. È per questa
ragione che la nozione di riforma è così stupida ed ipocrita. […] A mio parere,
lei è stato il primo ad insegnarci qualcosa di fondamentale, ad un tempo nei
suoi libri ed in un settore della pratica: l’indegnità di parlare per gli
altri. Voglio dire: ce ne infischiavamo della rappresentanza, dicevamo ch’era
finita, ma non tiravamo le conseguenze di questa conversione “teorica” -
cioè che la teoria esigeva che le persone implicate parlassero infine
praticamente per conto proprio.[3]
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Claudio Spoletini, Incursione artistica su fabbriche ludiche, 2009
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Ma, in Italia, come detto, anche Guido
Guglielmi, fin dal ’67, sulla scorta dell’antropologia di Lévi-Strauss, e
polemizzando con Sanguineti, toccando altre corde della questione, scriveva che
ogni prodotto culturale, in quanto artificiale, ha un valore d’uso che non
coincide con quello di scambio. Il rapporto significante/significato non è mai
saturo (non è tale neanche nell’astrazione matematica), specie se il linguaggio
è quello che affonda la costruzione nell’articolazione eterogenea della
semantica poetica. La significazione comunicativo-pratica dei testi poetici, che,
nella comunicazione, rompe l’univocità e lavora l’equivocità, gode infatti di
un’enunciazione polisemica d’origine che polverizza il linguaggio, la sintassi,
nonché le logiche accreditate, e impone, invece, un ritmo che li usa come
luogo-non-luogo d’urto per far parlare contraddizioni insolute, disoccultare feticismi nascosti e
pro-vocare altri sensi e azioni conflittuali.
G. Guglielmi scrive:
Il
suo è meno un uso che una coerenza, una disponibilità antropologica.
L’industria culturale pertanto non può operare sulle strutture o sugli
archetipi, ma sui loro stereotipi d’uso o sulle loro funzioni, come, per es.,
temi romanzeschi, tabulazioni, situazioni-tipo. […] Essendo inalienabile il
lavoro creativo non può mai divenire produttivo,
strumento di autovalorizzazione del capitale, produzione di plusvalore. Il suo
prodotto, mentre non subisce le determinazioni costitutive della merce, può
assumere i valori di scambio e di consumo del mercato. Per alienarlo
l’industria ha bisogno innanzitutto di trasformarlo, di deificarlo in un uso
convertendone i valori formali in valori positivi d’uso; […] una specie di
marchio di fabbrica […] Solo a questo punto […] – nello schema marxiano – può
definirsi come lavoro vivo che serve il lavoro morto. Ma il prodotto, in quanto
artificiale, non ammette un valore non integrabile nel Mercato. Non direi
allora che la praxis dell’avanguardia si configuri nel modo indicato da
Sanguineti come strategia mercantile o prefigurazione del futuro mercato che
usi strumentalmente il proprio momento eroico-patetico, o faccia della
coscienza infelice un’astuzia cinica.[4]
Se il dissenso delle vecchie avanguardie
artistiche, nella società della produzione cognitiva e immateriale, e nel loro
più ampio senso di vis polemica individuale o collettiva, sembra essere stato
declassato, perché coinvolto nella mercificazione della stessa creatività
artistica come comunicazione commerciabile, e perché le nuove forze produttive
ne hanno sancito la crisi di soggetto separato, ciò non significa che l’avanguardia
sia scomparsa quanto il fatto che una determinata forma (quella che separa
politica e cultura, struttura e sovrastruttura...) è fuori corso. Le
contraddizioni innegabili, riciclate, in un modo o nell’altro,
nell’estetizzazione spettacolare del capitalismo consumistico del “prosumer”,
non lasciano inattiva l’autonomia del lavoro vivo cooperativo che può trovare
sbocco in una nuova avanguardia del soggetto collettivo, per esempio, come
quello dell’open source e free.
La società del consumo ideologico e della
produzione immateriale, che come forza produttiva macina il
linguistico-simbolico e il relazionale-immaginario, può sussumere
giuridicamente il globale e il locale, rapinando il lavoro cooperativo vivo e
ancora non individualizzato – assurto a forza produttiva egemone e agente di
contraddizioni nella ristrutturazione dei rapporti sociali di riproduzione –,
ma non può determinare e imprigionare definitivamente la forza d’uso viva della
semantica poetica come potenza (in quanto insieme psico-fisico-sociale) o
insieme eterogeneo delle soggettivazioni/oggettivazioni. La logica del valore
non perdona niente, è vero, e questo si sa. Ma se ora è in condizione di
sedurre persino il lavoro vivo alla fonte, o di aggredire il “comune” della
cooperazione singolarizzante il collettivo-sociale dell’open source e free,
proprio del nuovo soggetto collettivo migrante e ibrido dell’epoca elettronica,
introducendo la solita competizione individualistica, non è tuttavia in
condizione di mettere a tacere l’azione di fuga e attacco dell’eterogeneità del
preindividuale, pronta per un nuovo passaggio di fase o decisione verso
un’altra singolarità. La singolarità o
punto di biforcazione che nella transizione di fase, presente nella molteplicità
del brodo delle nuove ibridazioni culturali e politiche non sottomesse, si pone
cioè come l’individualizzazione di un nuovo soggetto collettivo della
molteplicità qualitativa più che quantitativa, un transindividuale come
relazione di un divenire gruppo di individui non già dato ma che si fa in
itinere e allegorizzante “macchina da guerra nomade” (G. Deleuze) e in una con
le circostanze e le contingenze dell’ambiente sottoposto a trasformazioni
radicali. Nel conflitto resistenziale della praxis
artistico-poetica, la stessa tensione dell’antagonismo allegorizzante del fare
arte e poesia, che sembra subire un destino nullificante di fronte al “pensiero
unico” e alla cosiddetta fine della storia, rimane infatti in pista e
aggressiva.
Per aggredire l’elusione o l’esclusione della
soggettività sociale paradossale e della contraddizione materialistica di
classe, c’è un varco infatti lì dove la stessa produzione immateriale
capitalistica esercita il suo potere e il suo dominio. Il suo passaggio è
collocato presso le stesse pieghe dei linguaggi e della comunicazione
quotidiana quanto presso gli stessi linguaggi artistici e letterario-poetici,
lì dove gli scarti e le rotture simboliche di una poiesis, deleuzeniamente,
minore, – in quanto segni e
semiotica stranianti, – sono in transito cooperativo per una costruzione
semantica che raffiguri la rappresentazione come mutua connessione spinoziana
dell’ordine delle cose e delle idee. Non è possibile, infatti, rinchiudere la
poesia e la sua testualità entro gli steccati
dell’intimismo liricizzante, tipico dell’interiorità sedentaria o
stabile, e fiancheggiatore dell’intrattenimento seduttivo e gratificante le
aspettative emotivo-rassicuranti del cliente, sì che il nuovo ordine simbolico
non venga disturbato nel suo solito mercato della separazione (della trascendenza)
o, come diceva Spinoza, nel “paradiso dell’ignoranza”. La poesia non può
rimanere nel reliquiario museale dell’io privato e della separatezza
lirico-intimista o nel rimando ad un’utopia che non sia concreta e già
leggibile e agibile nella contingenza storica della necessità condizionata,
dove maturano incontri di nuove singolarizzazioni provocati dai processi
migranti e nomadi del globale in movimento.
Sebbene non abbia un obiettivo precisato,
l’utopia della necessità condizionata è una forza reale che sintetizza le
aspirazioni collettive di una nuova transindividualità mescolata, né più
nazionale, né ancora riterritorializzata, e si muove come una macchina da
guerra per soddisfare i propri bisogni individuali e sociali, beni personali
quanto comuni. E le sue aspirazioni non sono infondate, se, innanzitutto, c’è
una delegittimazione morale e politica del sistema che prima di tutto pensa a
fare dell’impoverimento una fonte di ricchezza per sé e la sua banda al
comando. Il sistema, infatti, oggi, non garantisce neanche le esigenze minime
dell’umanità e per ciò stesso spinge ad una mobilitazione che ha per scopo
l’alternativa, un futuro diverso e maturato nella consapevolezza radicata non in un’astrazione disancorata ma nello spazio-tempo delle contraddizioni
sociali che la mette in moto.
Non è più tempo per i luoghi protettivi e
consolatori rispetto ai linguaggi e ai saperi come pratiche significanti o di
rottura delle identità cristallizzate. La poesia e l’avanguardia, che in
particolare operano come pratiche di rottura o come la “lingua minore” di una
“macchina da guerra” (G. Deleuze), non possono ignorare che l’ordine
socio-politico circolante è mortifero e che nello stesso tempo, vista la sua
natura cognitiva o linguistica, sempre instabile per genesi e contaminazione,
offre il fianco all’erosione lì dove si vorrebbe che le identità fossero solo
beni immobili e mobili disponibili per i flussi della logica capitalistica.
Ora, se l’ambiente
contemporaneo è quello in cui lo stesso capitalismo ha messo a lavoro il
linguaggio e la cultura, e il linguaggio comunque ha una sua intrinseca
instabilità in quanto permanentemente attraversato da contraddizioni e
conflitti che processano transizioni di fase, come i passaggi della materia da
uno stato a un altro dietro particolari linee di forze e di turbolenza, un
linguaggio poetico e un soggetto nuovi, all’altezza delle sfide immateriali,
non possono non essere posti all’ordine del giorno. E se, in questo stesso
ambiente, c’è un’open source e free, atto e prodotto di una
cooperazione come lavoro vivo intersoggettivo di soggetti e soggettività che
cooperano socialmente in base al comune del sapere e della pratica
significante, che hanno quindi un “noi” in funzione che si attualizza anche
attraverso le singolarità sociali espressive
(per cui c’è un “io noi” – “ Giovanni noi” –), è anche possibile allora
presupporre che il pronome “noi” abbia un’avanguardia e un soggetto collettivo,
una prima persona plurale che può avanzare diritto di azione e di lotta per un
futuro alternativo.
Un soggetto collettivo il cui lavoro vivo, come
osservava G. Guglielmi parlando dell’avanguardia, essendo un “archetipo” come
potenza d’essere creativa inalienabile, non può essere messo a lavoro per la
valorizzazione del capitale come un marchio e una res riproducibile tecnicamente. La riproducibilità digitale
contemporanea, che cerca di catturare completamente la potenza d’uso viva dei
singoli e delle singolarità senza riuscirvi, a maggiore ragione è allora
impotente, se la potenza è quella del soggetto collettivo di un’open source e free cooperante autonomamente e criticamente o al di fuori del
tipo di cooperazione comandata della produzione capitalistica gerarchizzante.
Qui,
allora, in particolare, è dunque la deriva oppositiva dell’avanguardia
‘engagée’ che si vuole riportare
all’attenzione di una nuova riflessione; qui si vuole proporre cioè ancora la
progettualità di una scrittura poetica come messa-in-comune singolare sociale.
Una vera e propria open source
anti-individualistica, orientata ad una scrittura collettiva di classe, non
stanziale nell’intimismo dell’individuo e che riprenda il “fare” conflittuale
del “dire” poetico come di un altro “bene comune” essenziale, o indispensabile
per la conservazione della vita di ognuno e resistente all’amministrazione del
biopotere produttivo-capitalistico. Una pratica significante
attivo-materialistica collettiva, capace di sviluppare una alterità-estraneità
rispetto all’ordine omologante del capitalismo digitale proprietario e di rete
della modernità ‘liquida’, sì che la singolarità sociale poetica contemporanea
si ponga ancora come struttura sociale plurale e antagonista dentro il tessuto,
gli incroci e gli incontri della storia materiale, e non fuori il ciclo di
produzione e riproduzione della società dei linguaggi e dei saperi messi a
profitto privato. E ciò a partire dall’imprescindibile processo di ibridazione
delle identità molteplici e dalla strutturazione del comune stesso del linguaggio poetico che, pur astrazione simbolica,
con il processo condivide la mescidanza degli elementi. Tra i due – processo di
ibridazione e mescidanza poietica – , il general
intellect circolante – potenza
complessa – funziona da collante. Nella
sua particolare relazionalità di elementi eterogenei, l’immaginazione
collettiva, le identità plurali e i loro linguaggi-azione non si pacificano
certamente nella produzione della mercificazione globale, subordinata al
profitto o al dominio totale delle soggettività singolari e sociali interne ed
esterne, piuttosto mettono in moto un reagente che destabilizza gli obiettivi
della stessa omologazione, la quale è perseguita, invece, come chiusura del
cerchio.
Non
bisogna dimenticare che il dire è un fare, e che i linguaggi, oltre ad essere
il propellente della nuova industria della comunicazione o della comunicazione
come industria, che mette a lavoro la cultura, l’arte, le relazioni e le
immagini della vita di ciascuno, sono agenti che veicolano le trasformazioni
degli stessi comportamenti individuali e sociali. La nuova società dei servizi
come industria diversamente non avrebbe luoghi e processi intesi alla
formattazione di ogni dissenso e diversità antagonisti.
L’idea
di una nuova avanguardia engagée, e
quale attività comune poetica di un soggetto collettivo aperto sui generis, oggi può apparire più una
congettura che una possibilità reale, o, visti i livelli di depoliticizzazione
di massa vigenti, una poetica algebrica astratta lì dove l’Io lirico privato,
come il Capitale per il mondo produttivo, si considera il proprietario
esclusivo dell’interno universo della poesia. Una sfida allora?
Niente
da perdere! Poeti, artisti, oppressi e sfruttati unitevi. La poesia non conosce
razze e classi, sebbene il dominio della classe capitalistica sembra imporre
diversamente. Il mondo possibile della poesia è quello del bene comune del “comunismo” nel “sensus communis” del giudizio
estetico o di “gusto” (dià-lettica di conoscenza e valori) che è anche un potenziamento d’essere politico
singolare quanto trans-individuale. La politicità di un soggetto etico non più
riproducibile e singolarizzabile umanisticamente, a meno che, se praticabile,
non si contamini il modello come una “macchina da guerra” di concetti e prassi
dinamici non trascendenti. La nuova etica, infatti, non può più essere né
quella umanistica dei valori astratti, universali e fissi, né tanto meno
deputata a degli intellettuali di mestiere o organici a un partito o
all’organizzazione di un soggetto di classe elitario, lì dove i nuovi rapporti
di produzione e di rapporto sociali hanno messo a lavoro la stessa nuda vita di
ciascuno e tutti, e la politica è diventata biopolitica e biopotere sulla
moltitudine senza nessuna distinzione tra lavoratori (classicamente intesi)
produttivi e/o improduttivi.
Se
i linguaggi e la comunicazione sono diventati il motore economico e sociale
della produttività borghese-capitalistica, e non c’è soggetto alcuno che sfugga
alla macchina “simbolica”, allora il linguaggio di un’avanguardia poetica open source e free e macchina da guerra,
immanente e vs la stessa transizione di fase del capitale immateriale e
finanziario, non può non aver luogo. Se nel nuovo contesto non c’è niente che
possa sfuggire allo sfruttamento del linguaggio, e persino la disoccupazione e
la povertà (vecchie/nuove) sono funzionali alla riproduzione del modello del
turbo capitalismo liberistico, ancora liberticida ed antiegualitario, come
sempre, allora l’azione della poesia e di un testo poetico collettivo
conflittuale, prodotto da un soggetto “open source” cooperativo (in corso) di
individualizzazione, non può non funzionare come linguaggio contro e per un
mondo alternativo. Una nuova soggettività rivoluzionaria comunitaria, non più
legata all’universalità umanista dei valori sostanziali quanto astorici
(elaborati da un soggetto/i separato/i) dunque, quanto invece portatrice,
nell’eterogeneità dialettica materialista, di una capacità produttiva di eventi
significanti conflittuali “meticci” e ancorati alla contingenza storica, nonché
alla sua necessità condizionata e al rapporto orizzontale. Una “necessità”
attraversata da un’ontologia sociale e storica di profonda trasformazione in
corso e, per quanto l’imprevedibile complessità dei processi consenta,
attivamente direzionabile e allegorizzante politicamente l’eccedenza critica
delle singolarità sociali dissidenti dei movimenti, e dei soggetti singoli che
non si riconoscono nel “depotenziamento” della potenza d’essere di ciascuno.
Un
richiamo, certo, all’etica di Spinoza, al comunismo di Marx, al giudizio riflettente della pratica
“materialista” di Kant, o anche a quanto l’allegoria moderna possa dirci del
divario tra ciò che è e il dirne
altrimenti.
Un
richiamo, ci sembra opportuno, è anche il rimando del dire della poesia a ciò
che, nel Congresso internazionale dei matematici, svoltosi a Bologna del 1928,
Hilbert propose per la matematica: “ È un totale fraintendimento della nostra
scienza creare differenze basate suoi popoli e sulle razze, e i motivi per i
quali lo si è fatto sono molto squallidi. La matematica non conosce razze […]
Per la matematica, l’intero mondo della cultura è una sola nazione”.[5]
Ma
come i numeri sono una pluralità di numeri e di infiniti, e la loro “nazione”
non è una, così neanche la poesia è una. La sua “nazione”, infatti, è la
polilogia dell’eteros materiale
plurale, lo squilibrio dell’ordine e delle identità cristallizzate, nonché una
sua riconfigurazione permanente, storicamente determinata, messi in atto con i
processi di scissione e di riorganizzazione strutturanti.
Il
suo campo è allora quello della molteplicità delle forme. Una molteplicità di
forme che si rincorrono all’interno del patrimonio sociale e storico umano, e
che la comunità degli uomini, seguendo le vie dell’astrazione
pratico-teorico-pratica, ha messo a punto e continua a rinnovare secondo i
bisogni di ciascuno e da ciascuno secondo le proprie possibilità, ma sempre
gli-uni-con-gli-altri come processi di socializzazione in divenire.
E
se il mondo della matematica non è così compatto e uno come si vuol far
credere, a maggior ragione ciò vale per la poesia, la pratica significante dove
le soggettivazioni hanno più spazio che nell’univocità modellistica (euclidea e
non euclidea) delle misure matematiche. Questi due universi sono separati, o
non comunicanti, solo se vige scarsità di immaginazione o mistificazione
coltivata ad hoc, o non si considera
l’evento dell’astrazione significante che li relaziona pur nella loro
singolarizzazione individuale. In entrambi i casi, il soggetto si rapporta alla
loro lingua e a una logica di senso e di tensione dei segni etero-materilastica
e storica quanto proiettata a congetturare e creare mondi possibili attraverso
la comune astrazione e l’immaginazione che li spinge verso l’avanguardia
“profetica”.
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Ostia graffiti, 2002 (ph. Sergio Zuccaro)
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All’avanguardia
e al suo engagement di presa di posizione,
dunque, non è possibile rinunciare, nella situazione storica determinata,
quanto, invece, obbligo è rivedere i termini e la relazione che ne significano
soggetti e la pratiche significanti po(i)etiche attraverso la produzione di
testi che siano “testo” più che il verso della poesia liricizzante del vecchio
spirito idealistico che lo confinava nell’obitorio della coscienza borghese.
Perché testo è ancora l’ideologema che organizza la “pluralità” della
produzione scritta/orale poetica, e l’allegoria il legame intellettuale e
razionale che trama il factum
empirico-storico e l’area della significanza tra “documento”, “monumento” e l’attraversamento dirompente realizzati nel
dispositivo poetico testuale, la cui permanente eterogeneità lievita le contraddizioni
individuali e simbolico-sociali deterritorializzando e riterritorializzando.
E
com’è evidente, il soggetto di questa nuova “nazione” testuale non è tanto un
individuo, quanto un soggetto collettivo in processo che attinge, perché prima
di tutto costruito insieme nel/con il tempo storico-sociale plurale, a un
patrimonio-linguaggio comune (general
intellect) scientifico e/o poetico, la cui voce individuale, nell’accezione
non atomistica ma di singolarità sociale plurale, trova la condizione della sua
stessa dicibilità nel soggetto-collettivo o gruppo preindividuale, mai
esauribile nelle stesse configurazioni in atto.
Così si è visto (e analogicamente lo proponiamo
per il linguaggio poetico), dopo gli anni Sessanta, nell’universo del discorso
delle scienze forti, il modello deterministico (il lirismo individualistico per
la poesia tradizionale) della meccanica newtoniana è stato dichiarato fuori
corso. E ciò nonostante figure come Einstein, che hanno cercato di non far
giocare Dio a dadi, avessero fatto di tutto per difenderlo. Così le teorie del
caos, “disordine” tutt’altro che irrazionale, e la pluralità dei modelli
cosmologici si sono imposte, dando vita a una nuova razionalità cooperativa open source .
Nasceva una razionalità non meno potente di quella
classica. Anzi più disponibile a una correlazione cooperativa dei linguaggi e
degli strumenti. Un razionalità che inglobava il tempo e instaurava un dialogo
conoscitivo piuttosto avanzato tra i saperi e con le forze della materia, del
mondo e la multifattorialità degli elementi che formano una biomassa
interattiva oltre i vecchi confini della separazione e dell’esclusione.
Se massa-energia è potenza d’essere, e
temporalità storica determinata e condizionante, che fonda processi di
soggettivazione e oggettivazione piuttosto che soggetti e oggetti
essenzializzati, – e contrapposti perché separati, – allora non c’è più
ragione, nel mondo conoscenza e della cultura, neanche di tenere separati caos e cosmos, casualità e causalità, aisthesis
e ragione, necessità e contingenza, spazio e tempo, stabilità e instabilità dei
processi o divisioni di comodo. Occorre, invece, un nuovo nesso razionale,
culturale e politico, che li consideri inestricabilmente intrecciati fra
decidibilità e indecidibilità e una alleanza logico-dialogica dinamica
interdipendente. Una dinamica, immanente divenire determinato, che faccia
chiari riferimenti anche ai canoni della responsabilità, la quale connetta
etica e politica in itinere e in sintesi disgiunta come una dialettica di immagini.
Il governo del mondo, nel comune di una democrazia non rappresentativa, non può
e non deve scindere la pratica sociale se non con la cooperazione del
essere-con, insieme.
Una “nuova alleanza”, questa nuova razionalità,
più critica e sperimentale. Un modello che secondo Prigogine, che interagisce
con Monod di “caso e necessità”, recupera l’istanza ontologica del tempo, ma del tempo come kairòs, il tempo debito dell’equilibrio instabile e
irreversibile e delle nuove forme teorico-conoscitive all’interno di uno spazio
e di un ordine multiversum non
statico-meccanico. Il modello di una razionalità e di un spazio-tempo teso a
ri-connettere natura e cultura, sapere scientifico e umanistico (non
soggettivista) degli “incontri” (G. Deleuze). Un multiversum che, come modi di
un’unica rete materialistica, intrecci altre connessioni e inneschi la possibilità concreta di
realizzare alternative con dialettiche aperte.
Se, come dice Prigogine, la vecchia alleanza
animista col mondo finalizzato è finita, non è men vero che c’è una “moderna
alleanza” che rende correlativamente legati caso e necessità, disordine e
ordine, e che Monod ha sollevato in termini di dialettica culturale:
Jacques
Monod aveva ragione: è ormai tempo che ci assumiamo i rischi dell’avventura
umana [...] È ormai tempo per nuove alleanze, alleanze da sempre annodate, per
tanto tempo misconosciute, tra la storia degli uomini, della loro società, dei
loro saperi e l’avventura esploratrice della natura. In questa prospettiva di
riconciliazione delle due culture, il sapere scientifico diventa ascolto
poetico della natura e contemporaneamente processo naturale nella natura,
processo aperto di produzione e d’invenzione, in un mondo aperto, produttivo e inventivo .
La nuova alleanza ripercorre le tappe principali di sviluppo della
scienza moderna. Secondo Prigogine benché al tempo di Newton la scienza operi
una separazione tra mondo dell’uomo e natura fisica, condivide con la
religione l’interesse a trovare leggi fisiche universali testimonianti la
saggezza divina. Quindi la scienza moderna nasce sí dalla rottura dell’antica
alleanza animistica con la natura, ma instaura un’altra alleanza con il Dio
cristiano, razionale legislatore dell’universo.[6]
Il
passaggio all’altro tipo di alleanza – tra l’immaginazione dell’astrazione del
modello estetico-logico-matematico e quella dell’astrazione dell’universo
poetico – è tale allora che la stessa correlazione ordine/disordine
dell’universo scientifico non possa non essere trasferita, come
funzione-ipotesi, nell’incoerente coerenza (aporie e paradossi) della pratica
significante della scrittura poetica in genere e di quella dell’avanguardia engagée
in specie.
Se,
dopo Gödel, Dio esiste, come ebbe a dire il matematico francese Andrè Weil,
“perché la matematica è coerente, e il demonio esiste perché non possiamo
dimostrare che lo è”[7], ciò
non inficia il fatto che l’autonoma nuova razionalità moderna dei modelli, più
scarna e non finalistica, cerchi – tra caos
e cosmos – una testualità poetica
“macchina da guerra” e l’azione antifeticistica di un soggetto storico non
individualistico; una soggettivazione sociale strutturalmente co-essente e
plurale, la cui produzione poetica, pur essendo una
produzione-espressione-comunicazione-azione aseica, vada ad inficiare l’autore
individuale e la sua intimità irrelata.
Del
resto, in un mondo virtual-elettronico come il nostro, in cui la stessa
produzione poetica può essere un lavoro di rete in progress collettivo, e la
comunicazione, come l’informazione stessa, utilizzabili come industria delle
relazioni sociali, sono, a tutto tondo, capillare e sublimante manipolazione
ideologica strumentale delle coscienze, non mancano azioni etico-artistiche di
soggetti collettivi, quali The yes Man
e GWEI – “google che mangia se stesso”
–, che operano nella guerra dell’assemblaggio dei network come “parassiti” [8]
critici.
Questi
soggetti dal nome collettivo – The yes
Man e GWEI – si inseriscono come
agenti di grossi organismi trans-nazionali, come il Wto, Exxon, McDonald, ecc.,
e, come loro credibili attori, si fanno portavoce mass-mediali di presunti
rimborsi o misure di contropartite gratificanti i danneggiati per i disastri
che le stesse organizzazioni hanno provocato alla collettività mondiale e
all’ambiente. E sono questi stessi soggetti che, nascenti fra gli attuali
scenari dell’assemblaggio dei saperi, delle conoscenze, delle tecniche e dei
linguaggi – e mossi all’opera dalle “scienze dell’incertezza” –, possono,
altresì, essere già un sentiero per far trasmigrare – come esempio di lotta
possibile – il tipo di azione indicato verso la scrittura di un testo poetico
collettivo.
Le
azioni poetiche sovversive del soggetto collettivo, il quale agisce attraverso
il linguaggio artistico della poesia engagée
dell’avanguardia cooperativa open source,
trasversale, orizzontale e lontana dalle vecchie gerarchie e subordinazioni al
principe, non rimarrebbero neanche isolate. E, altresì, aprendo dei varchi di
cooperazione linguistico-poetica, e chiamando a banchetto i saperi, la
conoscenza e le azioni consonanti di comune critica e prassi dissonanti
(rispetto al senso comune) che la pluralità delle singolarità sociali si fa
gruppo antagonista e pratica sociale non a somma zero.
Lo
stesso patrimonio collettivo comune di principi e procedure, comunque socializzato, esercitando teoria e prassi congiuntamente hic et nunc, diventa una forza d’uso
dirompente e prospettante sbocchi possibili (gli artisti di strada, le lotte
non classiche o le forme di resistenza, produzione e consumo, nati tra le
maglie e gli interstizi della globalizzazione capitalistica, sono esempi di
praticabilità oppositiva più che evidenti).
L’esercizio
del punto di vista di un soggetto collettivo poetico open source, infatti, può agire nell’immediato della vita
quotidiana, e sortire effetti di rottura e ribellione di pratica significante
attiva in loco solo facendo sì che il pensiero scenda dal linguaggio nella
realtà (Marx). E nel caso della poesia del soggetto collettivo, che si costruisce storicamente sulla base del general intellect poetico circolante
nella noosfera e nella semiosfera artistico-letteraria della collettività
umana, l’azione non può che essere interattiva e non gerarchizzata; non può
essere (salva la creatività delle forme) che cooperativa e intrecciata
orizzontalmente come nodi di una rete, perché l’azione dell’avanguardia
impegnata open source, e pratica
significante, è la rivoluzione dell’utopia concreta dell’intelligenza
collettiva in progress.
Noi
siamo tutto il mondo storico-materiale (spinoziano/marxiano) in atto e, di
volta in volta, attuabile con la socialità della praxis e della poiesis
che ci articola, permanente molteplicità presente, vivente e cooperante, per un
essere-insieme libertà e uguaglianza.
E
se così può essere, e non sembrano esserci ragioni contrarie o di metafisica
supponenza, anche i comportamenti delle singole voci di questo soggetto
collettivo, in quanto singolarità sociali che si muovono nel campo letterario,
artistico e poetico, come in quello delle scienze naturali e fisiche, possono
praticare assunzioni di responsabilità collettive come una nuova avanguardia
critica; possono parlare e agire, come
suggerisce il caso di Sir James Lighthill, a nome del gruppo di cui fa parte
come un gruppo, un “io noi” (“Giovanni noi” della cultura Wintu), e rappresentare
un altro punto di vista.
Sir James
Lighthill è stato uno che, “a nome collettivo o di tutti i teorici della
meccanica newtoniana”, si scusava perché fisici e teorici, a proposito del
determinismo dei sistemi newtoniani, avevano diffuso delle idee che, dopo il
1960, si erano rivelate inesatte.
Ora ciò che – nell’esempio citato di Sir James
Lighthill – interessa non è tanto
il fatto delle scuse quanto la scelta del fisico che parla a nome di un
collettivo di studiosi, scienziati, sperimentatori, e non a nome personale. Lui
è la voce “singolare plurale” di un soggetto collettivo che ha scritto un testo
(quello scientifico) egualmente collettivo, storicamente critico e di rottura
del potere del sapere tanto ufficializzato quanto reificato.
Così come nella nuova razionalità di cui parla
l’alleanza di Prigogine, il fatto che conta è il testo scientifico – organizzazione e correlazione storica di
elementi e relazioni bifronti instabili che dialogano – anche la costruzione della particolare
razionalità poetica, che si muove e articola sempre tra eterogenei, si muove
sul fronte mobile della correlazione tra ordine simbolico e suo taglio. Anzi,
si potrebbe dire un colloquio tra scienza e poesia e nell’ordine della nuova
razionalità cooperativa open source
del comune linguaggio dialettizzato che si testualizza tenendo fuori gli schemi
del monolinguismo metodologico ed epistemologico della linearità, e che può
caratterizzare sia un indirizzo scientifico che poetico-testuale. Del resto la
categoria del pratico-teorico-pratico – continuità, linearità, progresso,
evoluzione – e i tagli che l’attraversano, sono sempre in movimento, sì che lo
sviluppo meccanico di una teleologia metafisica (naturale o storica)
aprioristica, finalizzata a stabilizzare l’ordine del discorso dominante, è
declassato e deflagra come mistificazione di un modello totalizzante
speculativo e fallimentare sia sul piano generale che particolare.
L’operato
di un fisico, teorico o meno che sia, quanto quello di un poeta è infatti
sempre il risultato dell’azione, della teoria e di un pensiero che sono stati
elaborati da un collettivo di persone piuttosto che da individui isolati, sí
che il suo essere soggetto è piuttosto un “noi” o una singolarità sociale che è
relazione o il “tra”, e non l’“io” uno o atomo separato. Già l’atomo di per sé
è un campo di forze piuttosto che una somma di elementi semplici e
indivisibili. E l’oggetto, a sua volta, è anche esso stesso un testo, un
intreccio e un incontro di semiotico-simbolica oggettivazione/soggettivazione a
più variabili, di cui alcune più costanti e di lunga durata.
Il modello così messo a punto – sperimentato e praticato sia nel suo momento
di elaborazione teorico-formale, sia nei suoi test di verificabilità, coerenza,
osservabilità e comunicabilità dei risultati – è sempre il risultato di una
cooperazione storico-determinata. Una cooperazione unita da un’indubbia volontà collettiva
depositata nell’identità segnico-allegorica del sistema socializzato e dell’opera-testo
che lo attualizza sempre come un processo di identificazione, e mai come uno
stato di cose presente destinato a rimanere immutabile.
Perché allora non scrivere un testo poetico
collettivo e certificarlo come prodotto di un soggetto collettivo e plurale
nell’identità (un ornitorinco o un paesaggio mediterraneo)? Il soggetto ‘noi’
dei poeti di una avanguardia critica
non gerarchizzata e producente poesia d’impegno
oltre la carta d’identità del lirismo privato dell’interiorità
depoliticizzata e dematerializzata. La lingua della poesia, come la stessa
lingua letterale-materiale, è del resto sia un prodotto storico sociale, sia
una configurazione contestuale, e organica determinata nella stessa aseità
semantica che la contraddistingue, che non ha modo di realizzazione se non
mediante il general intellect poetico che la collettività ha
accumulato come bene comune e messo in circolo per un uso non certamente privatizzabile.
Idem la soggettivazione del soggetto
– che costruisce i testi poetici collettivi nella loro contingenza storica – è
una singolarizzazione che si individua e si metamorfosa continuamente anche nel
suo “io noi” dinamico. Niente permane nell’immutabile. L’assoluto, se c’è oltre
la razionalità irragionevole dei modelli, è l’essere del divenire e del
divenire linguaggio-azione di trasformazione, una differenza ed eterogeneità
che agiscono nella/con la contingenza del tempo degli uomini. L’azione
storico-temporale dei soggetti singolarizzati che possono decidere l’adesso/ora
come un kairòs che taglia l’omologazione devastante; un kairòs/augenblick (una
decisione spazio-temporale “opportuna”, e appesa all’istante) non solo per
riscattare i morti, il passato, gli oppressi, gli emarginati, i poveri della
globalizzazione, ma soprattutto per portare al futuro, sebbene non lineare, un altro
presente, il presente dell’“essere-in-comune” della molteplicità delle identità
della localizzazione in corso.