LE VIE DEL RACCONTO
CARLO BORDONI
 

 

 

 

> Pubblichiamo un estratto (pp. 39-40) da un capitolo del romanzo: Il cuoco di Mussolini (Edizioni Bietti, 2008, pp. 160, € 17,50).


 


> Sinossi: Che cosa fa Mussolini, in incognito, in una casa toscana nell’agosto del 1944? Ha in mente un progetto che può cambiare la sua vita e le sorti dell’Italia in guerra, ma non ha fatto i conti con la fatalità di un incontro. Qui, a ridosso della Linea Gotica, in un’atmosfera sospesa, si decidono i destini degli uomini e il corso stesso della Storia. L’avanzare degli alleati, la pressione dell’esercito tedesco e gli eventi tragici di quei giorni – dall’eccidio di Sant’Anna di Stazzema alla fucilazione di Piazzale Loreto – sono lo sfondo di una storia fantastica, dove si muovono personaggi reali. Il cuoco di Mussolini ha il taglio del diario, ma è anche una storia “ucronica”, raccontata da un ragazzo che passa alcuni giorni accanto al duce e s’improvvisa cuoco al suo servizio, con effetti imprevedibili. <

 

***






COLAZIONE COL DUCE

 

La mattina colazione alle sette. Dovevo buttarmi giù dal letto alle sei e un quarto perché la signora T. voleva che la servissi io. Il duce si era chiuso in camera e si fece servire la colazione lassù. Non volevo andarci, ma la signora T. mi convinse che non era conveniente per una signora (an­che se di una certa età), che era un compito più adatto a un uomo. Sono abituati agli atten­denti, non alle cameriere, i militari.

Era meglio, e poi di me si fidava. Forse sarà stato a causa de­gli oc­chiali e di quello sguardo bovino che mi viene fuori dalle lenti spesse da miope. Non avevo l’aria di essere molto acuto, con questo sguardo qui, anzi sembravo proprio inoffensivo. Era l’impressione che davo alla gente; mi lasciavano in pace e non mi sforzavo affatto per fargli cambiare opinione. Andava bene così. Meno fatica, maggiori opportunità di pensare agli affari miei, senza pericolo di intrusioni esterne. Tanto i miei sogni, i miei pensieri, i miei progetti per il futuro non inte­ressa­vano a nessuno. L’importante, per gli altri, stava in quello che si vedeva. In quello che io lasciavo ve­dere.

Salii di corsa in cucina e misi su il caffè. Lo voleva nero e forte. Non sarebbe stato da Lui, altrimenti. La signora T. abbru­stoliva il pane, scaldava il latte, tirava fuori una conserva di ciliegie che doveva aver nascosto chissà come. Troppa grazia. Un pranzo regale, altro che colazione! Non credevo di aver visto una simile abbondanza in vita mia, se non nelle favole, in quelle illustrazioni esage­rate dei libri cartonati dell’infanzia. Le mie colazioni più belle, di cui con­servavo il ricordo da prima della guerra, erano composte di fette di pane raffermo con sopra la panna del latte e un po’ di zucchero. Il pan duro, una volta ri­pu­lito dalla panna, che era la cosa più buona, si ammorbidiva in una tazza di caf­fe­latte, a base di miscela Leone (il surrogato di caffè, mescolato a cicoria). Tutto quel bendiddio mi faceva sgra­nare gli oc­chi e brontolare lo stomaco. Mentre ripulivo le tazze e i piattini del servi­zio, mi chiedevo se mi sarebbe toccata, alla fine, un po’ di marmellata di ciliegie.

Preparai il pane in un cestino, misi la marmellata in una cio­tola. Caffè, burro e miele sul vassoio. Intanto fa­cevo bol­lire l’acqua per qualche uova alla coque. Avrei dovuto preparare le stesse cose, tutti i giorni, salvo il burro, che scarseg­giava. Neanche a cercarlo alla borsa nera. Questo era del fat­tore. Per fortuna ci pensava lui a farlo. La signora T. s’era inge­gnata a trovare qualcosa di di­verso, scartava una ciambella di buccellato, il dolce tipico di Lucca –  una cosa mai vista da tempo im­memorabile – per vedere di ac­contentarlo, ma sembrava non funzio­nasse.

Invece gli altri gradivano molto. Specie quel Giovanni, che non si faceva pregare tanto per mangiare. Lui, invece, sboccon­cellava il pane caldo con un po’ di marmellata, ingollava un uovo alla co­que, dopo aver sorbito il caffè senza zucchero e lasciava il resto sul vassoio. Il buccellato non lo toccava nem­meno. Che avesse il diabete? Il dottore gli dava tutti i giorni delle medicine, certe pa­stic­che bianche che buttava giù col caffè. Si vedeva che non stava bene. Ogni mattina il dottore lo visitava e gli misurava la pres­sione. Sul comodino aveva diverse sca­tole di medici­nali, ma non riuscivo a capire di cosa si trattasse. Molte eti­chette erano scritte in tedesco. Il tempo di permanenza nella sua stanza era limitato al minimo indispensabile per servire la colazione e portare via il vassoio. In genere non mi rivolgeva neppure la parola. Avanti, avanti, diceva con voce rauca, senza guardarmi. Il più delle volte se ne stava in piedi davanti alla fine­stra, le mani dietro la schiena. Mi dava l’impressione di sentirsi carcerato. Lo guardavo ap­pena, mentre appoggiavo piano il vas­soio sul tavolo. Faceva pena, di fronte al letto sfatto e ai suoi ef­fetti personali sparsi qua e là, senza or­dine. Valigie e bauli aperti, con i vestiti piegati, le divise, i soprabiti militari. Era un’immagine da crollo dell’impero che non avrei mai potuto di­menticare.

Mentre scendevo le scale col vassoio, pensavo che tutti, in un modo o nell’altro, mi volevano vedere cresciuto, sia in guerra sia in pace, e che quindi non avrei avuto scampo. Che mi ero perduto l’infanzia e l’adolescenza da qualche parte e che non le riavrei più avute indietro, qualsiasi cosa fosse successa. A sedici anni, anche se non ti senti grande, devi abbozzare e stare al gioco.

 

 

 

*  Carlo Bordoni si occupa di sociologia dei processi culturali e insegna all’Università di Fi­renze. Tra le sue pubblicazioni Le scarpe di Hei­degger (Solfanelli, 2005), Società digitali (Liguori, 2007), Libera multitudo (Angeli, 2008), Introduzione alla sociologia dell’arte (Liguori, 2008). Per la Treccani Terzo Millennio ha scritto la voce “Romanzo di consumo”. I suoi precedenti romanzi, In nome del padre (Ba­roni, 2001) e Istanbul Bound (Tabula Fati, 2006) sono storie fantastiche attorno al tema dell’altrove.

 

 




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