> Sinossi: Che cosa fa Mussolini, in incognito, in una casa
toscana nell’agosto del 1944? Ha in mente un progetto che può cambiare la sua
vita e le sorti dell’Italia in guerra, ma non ha fatto i conti con la fatalità
di un incontro. Qui, a ridosso della Linea Gotica, in un’atmosfera sospesa, si
decidono i destini degli uomini e il corso stesso della Storia. L’avanzare
degli alleati, la pressione dell’esercito tedesco e gli eventi tragici di quei
giorni – dall’eccidio di Sant’Anna di Stazzema alla fucilazione di Piazzale
Loreto – sono lo sfondo di una storia fantastica, dove si muovono personaggi
reali. Il cuoco di Mussolini
ha il taglio del diario, ma è anche una storia “ucronica”, raccontata da un
ragazzo che passa alcuni giorni accanto al duce e s’improvvisa cuoco al suo
servizio, con effetti imprevedibili. <
***
COLAZIONE COL DUCE
La mattina colazione alle sette. Dovevo buttarmi giù dal letto alle sei e
un quarto perché la signora T. voleva che la servissi io. Il duce si era chiuso
in camera e si fece servire la colazione lassù. Non volevo andarci, ma la
signora T. mi convinse che non era conveniente per una signora (anche se di
una certa età), che era un compito più adatto a un uomo. Sono abituati agli
attendenti, non alle cameriere, i militari.
Era meglio, e poi di me si fidava. Forse sarà stato a causa degli occhiali
e di quello sguardo bovino che mi viene fuori dalle lenti spesse
da miope. Non avevo l’aria di essere molto acuto, con questo sguardo qui, anzi
sembravo proprio inoffensivo. Era l’impressione che davo alla gente; mi
lasciavano in pace e non mi sforzavo affatto per fargli cambiare opinione.
Andava bene così. Meno fatica, maggiori opportunità di pensare agli affari
miei, senza pericolo di intrusioni esterne. Tanto i miei sogni, i miei
pensieri, i miei progetti per il futuro non interessavano a nessuno.
L’importante, per gli altri, stava in quello che si vedeva. In quello che io
lasciavo vedere.
Salii di corsa in cucina e misi su il caffè. Lo voleva nero e forte. Non
sarebbe stato da Lui, altrimenti. La signora T. abbrustoliva il pane, scaldava
il latte, tirava fuori una conserva di ciliegie che doveva aver nascosto chissà
come. Troppa grazia. Un pranzo regale, altro che colazione! Non credevo di aver
visto una simile abbondanza in vita mia, se non nelle favole, in quelle
illustrazioni esagerate dei libri cartonati dell’infanzia. Le mie colazioni
più belle, di cui conservavo il ricordo da prima della guerra, erano composte
di fette di pane raffermo con sopra la panna del latte e un po’ di zucchero. Il
pan duro, una volta ripulito dalla panna, che era la cosa più buona, si
ammorbidiva in una tazza di caffelatte, a base di miscela Leone (il surrogato
di caffè, mescolato a cicoria). Tutto quel bendiddio mi faceva sgranare gli occhi
e brontolare lo stomaco. Mentre ripulivo le tazze e i piattini del servizio, mi chiedevo se mi sarebbe toccata, alla fine,
un po’ di marmellata di ciliegie.
Preparai il pane in un cestino, misi la marmellata in una ciotola. Caffè,
burro e miele sul vassoio. Intanto facevo bollire l’acqua per qualche uova
alla coque. Avrei dovuto preparare le stesse cose, tutti i giorni, salvo il
burro, che scarseggiava. Neanche a cercarlo alla borsa nera. Questo era del
fattore. Per fortuna ci pensava lui a farlo. La signora T. s’era ingegnata a
trovare qualcosa di diverso, scartava una ciambella
di buccellato, il dolce tipico di Lucca –
una cosa mai vista da tempo immemorabile – per vedere di accontentarlo,
ma sembrava non funzionasse.
Invece gli altri gradivano molto. Specie quel Giovanni, che non si faceva
pregare tanto per mangiare. Lui, invece, sbocconcellava il pane caldo con un
po’ di marmellata, ingollava un uovo alla coque, dopo aver sorbito il caffè
senza zucchero e lasciava il resto sul vassoio. Il buccellato non lo toccava
nemmeno. Che avesse il diabete? Il dottore gli dava tutti i giorni delle medicine,
certe pasticche bianche che buttava giù col caffè. Si vedeva che non stava
bene. Ogni mattina il dottore lo visitava e gli misurava la pressione. Sul
comodino aveva diverse scatole di medicinali, ma non riuscivo a capire di
cosa si trattasse. Molte etichette erano scritte in tedesco. Il tempo di
permanenza nella sua stanza era limitato al minimo indispensabile per servire
la colazione e portare via il vassoio. In genere non mi rivolgeva neppure la
parola. Avanti, avanti, diceva con voce rauca, senza guardarmi. Il più delle
volte se ne stava in piedi davanti alla finestra, le mani dietro la schiena.
Mi dava l’impressione di sentirsi carcerato. Lo guardavo appena, mentre
appoggiavo piano il vassoio sul tavolo. Faceva pena, di fronte al letto sfatto
e ai suoi effetti personali sparsi qua e là, senza ordine. Valigie e bauli
aperti, con i vestiti piegati, le divise, i soprabiti militari. Era un’immagine
da crollo dell’impero che non avrei mai potuto dimenticare.
Mentre scendevo le scale col vassoio, pensavo che tutti, in un modo o
nell’altro, mi volevano vedere cresciuto, sia in
guerra sia in pace, e che quindi non avrei avuto scampo. Che mi ero perduto
l’infanzia e l’adolescenza da qualche parte e che non le riavrei più avute
indietro, qualsiasi cosa fosse successa. A sedici anni, anche se non ti senti
grande, devi abbozzare e stare al gioco.
* Carlo Bordoni
si occupa di sociologia dei processi culturali e insegna all’Università di Firenze.
Tra le sue pubblicazioni Le scarpe di Heidegger
(Solfanelli, 2005), Società digitali (Liguori, 2007), Libera
multitudo (Angeli, 2008), Introduzione
alla sociologia dell’arte (Liguori, 2008). Per la Treccani Terzo
Millennio ha scritto la voce “Romanzo di consumo”. I suoi precedenti
romanzi, In nome del padre (Baroni, 2001) e Istanbul Bound (Tabula
Fati, 2006) sono storie fantastiche attorno al tema dell’altrove.