INTERVISTE
TOMMASO PINCIO
“Cinacittà”: tuffo
in un futuro
già perduto


      
Nel suo più recente romanzo lo scrittore capitolino ha immaginato una Roma a venire dominata dai cinesi e dalla loro rete affaristico-criminale. Un domani apocalittico connotato da macro-problemi quali il riscaldamento globale, le turbolenze economiche e l’invasione dei ‘gialli’. Un libro con tratti pseudo-autobiografici e molti, voluti luoghi comuni, per metaforizzare il decadimento morale e la perdita di vitalità di un paese (l’Italia) vecchio, impaurito, arroccato in se stesso, incapace di fare del passato uno strumento per poter guardare avanti.
      



      

               

di Liliana Senczuk

 

Una Roma apocalittica; un uomo che non vive, ma “è vissuto”; un abile gioco di ritorni al passato e drammatici tuffi nel futuro: questo e molto altro nell’ultimo romanzo di Tommaso Pincio, Cinacittà (Einaudi, Stile Libero Big, Torino settembre 2008, pp. 335, € 17,00).

L’autore (al secolo Marco Colapietro) ha esordito nel 1999 con M., una rilettura del film “Blade Runner”; nel 2000 ha pubblicato Lo spazio sfinito, mentre nel 2002 ha diviso i pareri della critica con il romanzo Un amore dell’altro mondo, in cui racconta la vita del leader dei Nirvana, Kurt Cobain. Nel 2005 è uscito La ragazza che non era lei, un bilancio dolce e amaro degli anni Sessanta; quindi, in Alieni (2006) ha affrontato uno dei grandi miti della modernità, la possibile esistenza degli extraterrestri.

Cinacittà è un’autobiografia scritta dal carcere e svela le debolezze e le paure di un uomo come tanti, un romano intrappolato nella rete di un cinese, un italiano prigioniero delle sue paranoie. Il lettore segue con curiosità il percorso di un uomo contraddittorio, apatico, colpevole senza esserlo veramente; pagina dopo pagina tutto sembra il contrario di tutto e, complice uno stile che spesso ricorre a giochi di parole e ad espressioni allusive, si corre verso la fine del romanzo ansiosi di scoprire l’arcano. Ad una prima lettura si resta forse più colpiti dal giallo e dal mistero, poi, però, emergono una serie di tematiche chiaramente up to date, che inducono a riflettere sulla nostra identità di italiani e su molte problematiche contemporanee. 






Nel suo romanzo lei traccia un quadro apocalittico della Roma del futuro. Crede veramente che un giorno neanche troppo lontano non saremo più padroni della nostra città e soprattutto delle nostre vite?

 

Roma è la città dell’apocalisse per antonomasia. È la città del declino e della caduta. Qui è crollato il più grande impero della civiltà occidentale e dalle sue ceneri è nata l’Italia di oggi; o meglio gli italiani, che in quanto popolo nascono proprio dopo la deposizione di Romolo Augusto nel 476. Mi rendo conto che Roma ha tante facce, nondimeno ritengo che la più prevalente e gravida di significati è quella della caduta. Cinacittà non cerca una plausibilità di tipo fantascientifico, non mira a diventare un romanzo profetico. È una metafora del decadimento morale e della perdita di vitalità che affliggono il nostro paese. Infatti, la caduta di Roma per mano di questi «nuovi barbari», i cinesi, fa da sfondo alla caduta di un romano qualunque, un individuo indolente e presuntuoso che ricorda da vicino i personaggi interpretati da Alberto Sortdi.

 

Quanto c’è di autobiografico nel romanzo?

 

Tutto e niente. Nonostante l’abbia modellato su di me, il protagonista resta sotto ogni aspetto un personaggio da romanzo, un’invenzione letteraria. Non avevo alcuna intenzione di raccontare me stesso. I riferimenti autobiografici sono uno specchietto per le allodole. Il mio alter ego e io siamo molto diversi. Almeno spero, visto che stiamo parlando di un tipico discendente di Raskol’nikov, un personaggio dominato dall’accidia e perciò condannato a un tragico destino.

 

Perchè ha scelto di non rivelare al lettore il vero nome del protagonista?

 

A un certo punto del romanzo si dice che il protagonista si chiama come Villa Borghese. Il che è come sottendere Pincio. Perché sono stato tanto elusivo? Volevo lasciare il lettore nel dubbio. Non volevo che il romanzo fosse scambiato per la solita operazione di autofiction. Come ho detto, non ero per nulla interessato a parlare di me. Mi interessava invece che questo alter ego fosse percepito come una sorta di fantasma, un demone interiore che albergasse tanto nell’animo dell’autore che in quello di chi legge. La sottrazione del nome è intesa a questo scopo: essere tutti e nessuno.

 

Le è mai venuto in mente che in questa storia si potessero rintracciare degli elementi che le costassero l'accusa di razzismo?

 

Certo, era proprio in questo che consisteva il gioco. Il protagonista si impone di intrattenere relazioni di buon vicinato con i cinesi, nonostante li disprezzi alla maniera in cui gli antichi romani disprezzavano i barbari. Questa sua contraddizione gli costerà cara, perché si troverà a fare la stessa fine degli antichi romani. Cinacittà è un romanzo italianissimo, nel senso che difficilmente un simile scenario avrebbe potuto essere collocato in un altro paese occidentale. In nessuna altra nazione appartenente al cosiddetto G8 si riscontra una reazione altrettanto impaurita e isterica di fronte ai profondi mutamenti che la globalizzazione ha portato con sé. Ci stiamo scoprendo razzisti e anziché preoccuparci di progettare il futuro e ringiovanire un paese ormai vecchio, culturalmente e anagraficamente, ci arrocchiamo in noi stessi e facciamo della caccia allo straniero illegale la risposta a tutti i nostri problemi.

 

Cosa pensa realmente dei cinesi? E dei romani?

 

Dei romani penso quel che ho scritto nel romanzo. Quanto ai cinesi, ne ho dato un’immagine volutamente stereotipata. Mi sono attenuto ai luoghi comuni, alle leggende urbane che girano sul loro conto. Li ho descritti come gente sporca, volgare, cinica e intrigante. Alla fine, però, l’unico personaggio del romanzo che in qualche modo si riscatta è proprio la ragazza cinese brutalmente assassinata.

 

Nel libro lei parla spesso negativamente dei mezzi di comunicazione e del loro modo di manipolare e alterare gli eventi. Qual è il suo rapporto con i media?

 

Non ho nulla contro i mezzi di comunicazione in sé. Quel che mi indispettisce è l’uso strumentale che se ne fa. Credo poco a quella storia per cui mezzo e messaggio sarebbero la stessa cosa. Un martello può essere usato per piantare chiodi o per spaccare la testa a una persona. L’uso e il messaggio non sono affatto scontati. È da primitivi demonizzare la televisione per il semplice fatto che è entrata nelle nostre case, ed è altrettanto ingenuo considerarla alla stregua di un innocuo elettrodomestico.

 

Il protagonista di Cinacittà viene coinvolto in qualcosa di terribile, che non gli permette neanche di giustificarsi davanti alla legge, una legge che non lo ascolta e non gli dà  possibilità  di riscatto. Dietro tutto ciò c'è forse una sua personale visione della giustizia italiana?

 

La macchina della giustizia non c’entra granché. È il protagonista che non vuole discolparsi davanti alla legge. Accetta passivamente i disastri causati dalla goffaggine del suo avvocato e gli errori degli inquirenti perché li considera una sorta di espiazione per le sue vere colpe, colpe che solo in parte hanno a che vedere con il delitto di cui è accusato. Non per nulla, il romanzo è concepito in forma di memoriale, una lunga confessione nel corso della quale il protagonista si attribuisce una serie di responsabilità al chiaro fine di autoassolversi. Ma la verità è che costui sorvola bellamente quando deve parlare della sua macchia più grave, quella che davvero gli tormenta la coscienza. Spetta dunque al lettore capire quale sia questa colpa.  




Tommaso Pincio


 

Quanto c’è di attuale nel futuro descritto in Cinacittà?

 

Affronto tre questioni: riscaldamento globale, turbolenze economiche e invasione cinese. Sono tre cose di cui oggi si parla parecchio e con molta apprensione. Nel romanzo hanno conseguenze devastanti sul destino di Roma. Tuttavia il punto non è il destino che ci attende. Il mio scopo era quello di tradurre in uno scenario concreto le ansie che già ora inquinano la nostra società. L’Italia sta diventando un paese pauroso. Tutta questa odierna ossessione per la sicurezza non nasce da minacce reali ma dal fatto che siamo una delle nazioni più vecchie del mondo. Ed è tipico dei vecchi l’aver paura.

 

Lei ha dichiarato: “Questa Italia non ha un grande futuro alle spalle, ha solo un passato davanti”. Cosa significa questo per lei?

 

In una società sana, il passato è uno strumento. È una fonte di conoscenza che serve a capire perché ci siamo evoluti in una certa maniera. Capire aiuta a migliorare, a non ripetere gli stessi errori. In Italia, invece, il passato è sempre ostaggio di qualcuno o di qualcosa. Viene o rimosso o rimesso in discussione. A forza di cancellare e ridisegnare il passato stiamo perdendo le fondamenta su cui costruire il futuro.

 

Nel romanzo emerge anche una visione sconsolata dell’amore e dell’amicizia. Come si pone a questo riguardo?

 

In maniera diversa. Quanto a storie d’amore e amicizia, mi ritengo un tantino più fortunato del protagonista di Cinacittà.

 

Nel racconto hanno un ruolo rilevante anche le biografie di alcuni personaggi famosi della storia. Qual è il suo rapporto con i libri?

 

Come quello dei pesci con l’acqua, più o meno.

 

 




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Interviste

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006