di Liliana Senczuk
Una
Roma apocalittica; un uomo che non vive, ma “è vissuto”; un abile gioco di
ritorni al passato e drammatici tuffi nel futuro: questo e molto altro
nell’ultimo romanzo di Tommaso Pincio, Cinacittà (Einaudi, Stile Libero Big, Torino settembre 2008, pp. 335, € 17,00).
L’autore
(al secolo Marco Colapietro) ha esordito nel 1999 con M., una rilettura del film “Blade Runner”; nel 2000 ha pubblicato Lo spazio sfinito, mentre nel 2002 ha diviso i pareri della
critica con il romanzo Un amore
dell’altro mondo, in cui racconta la vita del leader dei Nirvana, Kurt
Cobain. Nel 2005 è uscito La ragazza che
non era lei, un bilancio dolce e amaro degli anni Sessanta; quindi, in Alieni (2006) ha affrontato uno dei
grandi miti della modernità, la possibile esistenza degli extraterrestri.
Cinacittà è un’autobiografia scritta dal carcere e svela
le debolezze e le paure di un uomo come tanti, un romano intrappolato nella
rete di un cinese, un italiano prigioniero delle sue paranoie. Il lettore segue
con curiosità il percorso di un uomo contraddittorio, apatico, colpevole senza
esserlo veramente; pagina dopo pagina tutto sembra il contrario di tutto e,
complice uno stile che spesso ricorre a giochi di parole e ad espressioni
allusive, si corre verso la fine del romanzo ansiosi di scoprire l’arcano. Ad
una prima lettura si resta forse più colpiti dal giallo e dal mistero, poi,
però, emergono una serie di tematiche chiaramente up to date, che inducono a riflettere sulla nostra identità di
italiani e su molte problematiche contemporanee.
Nel suo romanzo lei traccia
un quadro apocalittico della Roma del futuro. Crede veramente che un giorno
neanche troppo lontano non saremo più padroni della nostra città e soprattutto
delle nostre vite?
Roma
è la città dell’apocalisse per antonomasia. È la città del declino e della
caduta. Qui è crollato il più grande impero della civiltà occidentale e dalle
sue ceneri è nata l’Italia di oggi; o meglio gli italiani, che in quanto popolo
nascono proprio dopo la deposizione di Romolo Augusto nel 476. Mi rendo conto che
Roma ha tante facce, nondimeno ritengo che la più prevalente e gravida di
significati è quella della caduta. Cinacittà
non cerca una plausibilità di tipo fantascientifico, non mira a diventare un
romanzo profetico. È una metafora del decadimento morale e della perdita di
vitalità che affliggono il nostro paese. Infatti, la caduta di Roma per mano di
questi «nuovi barbari», i cinesi, fa da sfondo alla caduta di un romano
qualunque, un individuo indolente e presuntuoso che ricorda da vicino i
personaggi interpretati da Alberto Sortdi.
Quanto c’è di
autobiografico nel romanzo?
Tutto
e niente. Nonostante l’abbia modellato su di me, il protagonista resta sotto
ogni aspetto un personaggio da romanzo, un’invenzione letteraria. Non avevo
alcuna intenzione di raccontare me stesso. I riferimenti autobiografici sono uno
specchietto per le allodole. Il mio alter ego e io
siamo molto diversi. Almeno spero, visto che stiamo parlando di un tipico
discendente di Raskol’nikov, un personaggio dominato dall’accidia e perciò
condannato a un tragico destino.
Perchè ha scelto di non
rivelare al lettore il vero nome del protagonista?
A
un certo punto del romanzo si dice che il protagonista si chiama come Villa
Borghese. Il che è come sottendere Pincio. Perché sono stato tanto elusivo? Volevo
lasciare il lettore nel dubbio. Non volevo che il romanzo fosse scambiato per
la solita operazione di autofiction.
Come ho detto, non ero per nulla interessato a parlare di me. Mi interessava
invece che questo alter ego fosse percepito come una sorta di fantasma, un
demone interiore che albergasse tanto nell’animo dell’autore che in quello di
chi legge. La sottrazione del nome è intesa a questo scopo: essere tutti e
nessuno.
Le è mai venuto in mente che
in questa storia si potessero rintracciare degli elementi che le costassero
l'accusa di razzismo?
Certo,
era proprio in questo che consisteva il gioco. Il
protagonista si impone di intrattenere relazioni di buon vicinato con i cinesi,
nonostante li disprezzi alla maniera in cui gli antichi romani disprezzavano i
barbari. Questa sua contraddizione gli costerà cara, perché si troverà a fare
la stessa fine degli antichi romani. Cinacittà
è un romanzo italianissimo, nel senso che difficilmente un simile scenario
avrebbe potuto essere collocato in un altro paese occidentale. In nessuna altra
nazione appartenente al cosiddetto G8
si riscontra una reazione altrettanto impaurita e isterica di fronte ai
profondi mutamenti che la globalizzazione ha portato con sé. Ci stiamo scoprendo
razzisti e anziché preoccuparci di progettare il futuro e ringiovanire un paese
ormai vecchio, culturalmente e anagraficamente, ci arrocchiamo in noi stessi e
facciamo della caccia allo straniero illegale la risposta a tutti i nostri
problemi.
Cosa pensa realmente dei
cinesi? E dei romani?
Dei
romani penso quel che ho scritto nel romanzo. Quanto ai cinesi, ne ho dato
un’immagine volutamente stereotipata. Mi sono attenuto ai luoghi comuni, alle
leggende urbane che girano sul loro conto. Li ho descritti come gente sporca,
volgare, cinica e intrigante. Alla fine, però, l’unico personaggio del romanzo
che in qualche modo si riscatta è proprio la ragazza cinese brutalmente
assassinata.
Nel libro lei parla spesso
negativamente dei mezzi di comunicazione e del loro modo di manipolare e
alterare gli eventi. Qual è il suo rapporto con i media?
Non
ho nulla contro i mezzi di comunicazione in sé. Quel che mi indispettisce è
l’uso strumentale che se ne fa. Credo poco a quella storia per cui mezzo e messaggio
sarebbero la stessa cosa. Un martello può essere usato per piantare chiodi o
per spaccare la testa a una persona. L’uso e il messaggio non sono affatto
scontati. È da primitivi demonizzare la televisione per il semplice fatto che è
entrata nelle nostre case, ed è altrettanto ingenuo considerarla alla stregua
di un innocuo elettrodomestico.
Il protagonista di Cinacittà viene coinvolto in qualcosa di
terribile, che non gli permette neanche di giustificarsi davanti alla legge,
una legge che non lo ascolta e non gli dà possibilità di riscatto.
Dietro tutto ciò c'è forse una sua personale visione della giustizia italiana?
La macchina della giustizia non c’entra granché. È il protagonista
che non vuole discolparsi davanti alla legge. Accetta passivamente i disastri
causati dalla goffaggine del suo avvocato e gli errori degli inquirenti perché
li considera una sorta di espiazione per le sue vere colpe, colpe che solo in
parte hanno a che vedere con il delitto di cui è accusato. Non per nulla, il
romanzo è concepito in forma di memoriale, una lunga confessione nel corso
della quale il protagonista si attribuisce una serie di responsabilità al
chiaro fine di autoassolversi. Ma la verità è che costui sorvola bellamente
quando deve parlare della sua macchia più grave, quella che davvero gli
tormenta la
coscienza. Spetta dunque al lettore capire quale sia questa
colpa.
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Tommaso Pincio
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Quanto c’è di attuale nel
futuro descritto in Cinacittà?
Affronto tre questioni: riscaldamento globale, turbolenze
economiche e invasione cinese. Sono tre cose di cui oggi si parla parecchio e
con molta apprensione. Nel romanzo hanno conseguenze devastanti sul destino di
Roma. Tuttavia il punto non è il destino che ci attende. Il mio scopo era quello
di tradurre in uno scenario concreto le ansie che già ora inquinano la nostra
società. L’Italia sta diventando un paese pauroso. Tutta questa odierna
ossessione per la sicurezza non nasce da minacce reali ma dal fatto che siamo
una delle nazioni più vecchie del mondo. Ed è tipico dei vecchi l’aver paura.
Lei ha dichiarato: “Questa
Italia non ha un grande futuro alle spalle, ha solo un passato davanti”. Cosa
significa questo per lei?
In
una società sana, il passato è uno strumento. È una fonte di conoscenza che
serve a capire perché ci siamo evoluti in una certa maniera. Capire aiuta a
migliorare, a non ripetere gli stessi errori. In Italia, invece, il passato è
sempre ostaggio di qualcuno o di qualcosa. Viene o rimosso o rimesso in
discussione. A forza di cancellare e ridisegnare il passato stiamo perdendo le
fondamenta su cui costruire il futuro.
Nel romanzo emerge anche
una visione sconsolata dell’amore e dell’amicizia. Come si pone a questo
riguardo?
In
maniera diversa. Quanto a storie d’amore e amicizia, mi ritengo un tantino più
fortunato del protagonista di Cinacittà.
Nel racconto hanno un ruolo
rilevante anche le biografie di alcuni personaggi famosi della storia. Qual è
il suo rapporto con i libri?
Come
quello dei pesci con l’acqua, più o meno.