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di Rocco Cesareo
“Guardo
gli asini che volano nel ciel
ma le papere sulle nuvole
si divertono
a fare i cigni nei ruscel
bianco come inchiostro
vanno i treni sopra il
mare tutto blu
e le gondole bianche
sbocciano nel crepuscolo
sulle canne di bambù,
Du du du du du”
(Alberto Sordi doppia Oliver Hardy
in Shine on Harvest Moon)
“Me dispiace, ma io so io e voi non siete un cazzo!”
(Alberto Sordi in Il marchese del Grillo
di Mario Monicelli, 1981)
Nato a Roma il 15 Giugno
1920, e rimasto sempre profondamente legato alla sua città, quarto figlio di
Pietro Sordi, professore di musica e suonatore di bombardino nell’orchestra del
Teatro dell’Opera di Roma, e di Maria Righetti, insegnante elementare, Alberto
Sordi visse l’infanzia nel quartiere popolare di Trastevere. Lo stesso di
tantissimi altri artisti del primo dopoguerra. Già da bambino nelle prime
recite scolastiche , mostrò subito quelle straordinarie doti che ne faranno nei
decenni a venire uno dei più grandi attori a livello internazionale del secondo
Novecento.
A proposito dei suoi
esordi, memorabile fu il racconto che ne fece Sordi stesso, durante una puntata
del Maurizio Costanzo Show. Un giorno, durante una lezione di dizione, l’insegnante
lo chiamò in disparte: “Lei dice guèra, ma si dice guèrra”. E lui risponde “Me
se strigne ’a gola a dì guerra”.
Bene ha fatto il giovane
Alessandro Ticozzi, (nato a Venezia l’11 febbraio 1984, laureato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Padova) già autore di un apprezzato Farsallitaliana
di cui parleremo più avanti, che pure in presenza di una sterminata
bibliografia sul grande attore (Morandini, Mereghetti, Moscati, Brunetta, solo
per citarne alcuni ) che di certo avrebbe incusso più di qualche vago timore a
scrittori ben più esperti, a non lasciarsi di fatto intimidire da tali e tanti
precedenti, ma piuttosto, come ben intuisce nella prefazione al libro Gualtiero
De Santi, “ad operare criticamente sul crinale tra la storia della società ed
il profilo dei caratteri cinematografici”.
Ticozzi quindi, a buon
diritto, con questo suo L’Italia di Alberto Sordi (Fermenti
editore, Roma 2009, pp. 134, € 15,00) pur, come già detto, aggiungendosi ad una
ormai lunghissima serie di studi sulla figura e l’opera di Sordi, intuisce la
legittima esigenza di fornire al lettore italiano una guida particolarmente
attenta a “rivestire” l’attore, ma anche il personaggio Sordi, sia di ricche e
importanti informazioni bibliografiche, sia nel ribadire, con una attenta e
puntuale analisi dei suoi maggiori film, come gli stessi ad un occhio vigile
fossero sempre ancorati ad un profondo substrato culturale che gli hanno permesso
nel corso degli anni di resistere a temperie di vario genere , permettendogli
di mantenete intatta quella grandezza straordinaria, che seppure ha il
conforto, come già detto, di essere stata più volte studiata e analizzata nelle
sue linee generali dalla crema della storiografia cinematografica di casa
nostra e non solo, continua ad esercitare uno straordinario fascino e
soprattutto a gettare in continuazione nuova luce in tutte le sue ricchissime
manifestazioni artistiche. Debutto fulminante a soli 22 anni , protagonista in I
tre aquilotti di Mario Mattioli, a fianco ad un superdivo dell’epoca come
Leonardo Cortese, saprà poi imporsi proprio nei duri anni della guerra, sia nel
teatro leggero, che alla radio, dove in pochissimo tempo si imporrà all’interesse
entusiastico degli ascoltatori, con personaggi ancor oggi proverbiali, come
Signor Dice, Mario Pio, Compagnucci della parrocchietta sino al Conte Claro.
Personaggi che oltre a dargli, come detto, una veloce fama, forgiarono per così
dire un nuovo “marchio di fabbrica”, rispetto ai modelli dell’epoca: quello
dell’italiano insieme petulante, e sognatore, maligno, stralunato ed al tempo
stesso acuto osservatore, insomma quelle qualità che fecero ben presto
innamorare un genio come Federico Fellini che lo scelse senza indugio per la
parte del divo di fotoromanzi privo di moralità di Lo sceicco bianco,
film che insieme ai Vitelloni sempre di Fellini e Un giorno in
pretura di Steno, lo lanciarono nel firmamento internazionale.
Tutto ciò ed ovviamente
molto di più, è molto ben calibrato e raccontato da Ticozzi, che già
nell’introduzione annota come ad Alberto Sordi vada riconosciuta la paternità
della cosiddetta “commedia all’italiana”, il genere più popolare e di maggior
successo commerciale del nostro cinema, oggi totalmente rivalutato, dopo le
aspre critiche degli anni ’70, dopo il famoso “Ma che siamo in un film di
Alberto Sordi? Ve lo meritate Alberto Sordi!” la celebre battuta di Michele
Apicella, alias Nanni Moretti, nel suo Ecce bombo del 1978. Ed è
proprio con riferimento a quei terribili anni, che l’autore molto opportunamente
ricorda e ci ricorda, pur lui così giovane, appartenenti alla cosiddetta
“strategia della tensione”, ecco appunto che Ticozzi, in quello che
probabilmente è a nostro giudizio il più interessante dei cinque capitoli in
cui è suddiviso il libro, scrive “Gli anni di piombo: la maschera di Alberto
Sordi diventa tragica” e, sempre con grande acutezza, il giovane critico ci fa
capire come Alberto Sordi “non rinuncerà a farsi portavoce di questa
particolare condizione dell’italiano medio, anche in quegli anni così difficili,
con due maiuscole interpretazioni drammatiche di forte impatto emotivo, che
sono la più tangibile dimostrazione di come il grande attore romano abbia
saputo adattare la sua maschera al corso dei tempi che correvano, arrivando a
renderla terribilmente tragica”. Sono infatti di quegli anni lo straordinario
Detenuto in attesa di giudizio (1971) del mai sufficientemente compianto
Nanni Loy, storia di un vero e proprio calvario kafkiano subito da Sordi nei
panni di un geometra italiano emigrato da anni in Svezia (da notare ovviamente
la felice intuizione di Loy e del co-sceneggiatore Emilio Sanna, di accostare
in qualche modo l’Italia e la Svezia, ieri ancor più di oggi, vere e proprie
antitesi…), che decidendo di passare un periodo di vacanza con la sua famiglia
nel proprio paese, finisce in un vero e proprio girone dantesco, cui fa da
contraltare il personaggio protagonista di Un borghese piccolo piccolo (1977,
regia di Mario Monicelli, tratto dall’omonimo romanzo del futuro premio Oscar
Vincenzo Cerami). E molto a proposito Ticozzi scrivendo di questo film, rivela
come Sordi con grande lucidità e coraggio con Un borghese piccolo piccolo
si assumerà il non facile compito, in quegli anni terribili, di riuscire a
raccontare lo smarrimento della piccola borghesia, appunto del borghese minimo,
di fronte alla confusione politico-sociale del momento, con uno Stato che
pareva da un momento all’altro crollare contro i terribili colpi della Brigate
Rosse e degli altri movimenti rivoluzionari. Il film suscitò all’epoca non
poche critiche di una parte dell’opinione pubblica, perché reo di sostenere
sentimenti qualunquisti e vagamente di destra. Il tempo ha finito per dare ragione
ad autori e soprattutto al suo protagonista che, per dirla ancora una volta
con le parole di questa riuscita biografia : “Sordi segnerà con questo film ,
insieme a Mario Monicelli, un punto di non ritorno per la commedia
all’italiana”. E quasi a sancire per sempre una collaborazione artistica, ma
anche umana che ha prodotto veri e propri capolavori indimenticabili, sarà
proprio Mario Monicelli, in occasione della morte del grande attore romano, a
dare forse la definizione più felice della grande arte di Alberto Sordi: “È
stato l’attore più grande, ma è stato soprattutto uno straordinario autore,
l’artefice del suo personaggio con cui ha attraversato più di cinquant’anni di
storia italiana. Da regista dico che era straordinariamente facile lavorare con
Sordi proprio perché era un grandissimo; bastavano poche occhiate e ci si
capiva sul tono da dare alla sua interpretazione e quindi al film.È stato un
comico capace di contraddire tutte le regole del comico”.
Sempre dello stesso
autore, segnaliamo con piacere questa Farsallitaliana (per i tipi di
Logos Edizioni, 2007, pp. 54, € 6,50) ovvero “delirante giornata tipo di uno
studente di provincia alla fine del Dams, che non vede l’ora di andare a Roma
nella speranza di entrare alla Scuola Nazionale di Cinema”. Contrariamente a
quanto il titolo (a proposito non era meglio inventarne uno magari meno
originale, ma più “titolo…”?) potrebbe far credere, questa farsa come la
definisce l’autore, ha una sua vera e propria storia, con un protagonista che
va suo malgrado all’università, che ha degli amici, una madre molto madre (e
abbiamo detto tutto..), altri studenti non proprio simpatici, per non parlare
ovviamente dei professori e del magnifico Rettore, insomma tutto il mondo della
provincia come uno se lo immagina. Ma il protagonista, a parte le ragazze che
tutto sommato gli piacciono, ha un grande ed unico sogno: il cinema! Ma non
quello del cinemino sotto casa o del cineforum universitario, per niente, il
Nostro si appisola sognando De Niro, Pacino e tutti grandi divi, ed è
risvegliato la mattina dalla mamma arpia mentre stringe il tanto ambito Oscar
appena vinto. Insomma è uno cui piace, è proprio il caso di dire, sognare in
grande. Ed allora di fronte a cotanta passione, proprio come un Cavaliere della
Tavola Rotonda pronto ad affrontare tutti i più perigliosi ostacoli pur di conquistare
la bella Ginevra, come non augurare ogni successo?
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