LE VIE DEL RACCONTO
ALESSIO DI LELLA
 

 

Il coglione

 

C’era una volta…

– Un re! Diranno i miei giovani lettori.

Vi sbagliate! C’era una volta un pezzo di merda.

Egli viveva in un piccolo paese del centro Italia, poche migliaia di abitanti che avevano saputo costruirsi, nel tempo, una loro pace e stabilità nella tranquilla cittadina ove si erano stabiliti. Quest’ultima si trovava in un centro di campagna circondato da campi coltivati e cavi elettrici che si diramavano tra le colline, come i binari di un treno che non passa mai. La notte si poteva scorgere, camminando in una qualunque delle strade di paese, un orizzonte nero di cielo e terre che andavano a confondersi in un unico manto di buio e lucciole dormienti, e si aveva sovente la sensazione che l’universo, in qualche maniera, rispecchiasse un fazzoletto della sua eternità in quello specchio silenzioso di civiltà e costruzioni di cemento.

In quel paese, sapete, ciascuno era conosciuto da tutti, e nel lavoro, negli intrecci di amore e di amicizia, nei successi e nei fallimenti economici e politici, si aveva sempre a considerare l’ipotesi per la quale Tizio o Caio venissero a conoscenza dei fatti propri per farli diventare interessi altrui. Non che ciò fosse un problema, non per la maggior parte dei paesani. Per alcuni, a dire il vero, si trattava di una vera e propria dannazione; per altri, a dirla tutta, era semplicemente una formalità non scritta dell’esistenza, una istituzione senza sacerdozi che aveva sempre e comunque qualcosa per cui predicare. V’era ad esempio il signor Francesco Zironi, che di professione, da due generazioni della sua famiglia, faceva il restauratore di mobili di antiquariato, ed il lavoro non mancava ogni qual volta un figlio o una madre provvedevano alla sistemazione delle proprie quisquilie domestiche. Il buon vecchio Edoardo Clemente, per fare un altro esempio, gestiva una filiale di una importante e redditizia società di assicurazioni, e lì in paese, statene certi, di questioni d’ogni genere (salute, beni immobili, automobili, attività commerciali) da tutelare con carte e monete ce n’erano a bizzeffe. Marco De Fraudi, che i più antiquati solevano sbagliare nel chiamarlo “De Fraudis”, leggendo in quella “s” aggiuntiva il valore di nobile antiquato d’una qualche dinastia di autoctoni latini, era commerciante di veicoli motorizzati. Mentre il dottor Pino Camillo aveva il suo studio medico in un viottolo nei pressi del convento di frati gesuiti del posto, esattamente dirimpetto alla bottega di generi alimentari gestita dalla sempre giovine signora Fedele, Concetta Fedele, forse la prima insegnante del posto in metodologie del dialetto locale. E perlopiù i pensionati ch’erano sempre in strada, con La Gazzetta dello Sport nella mano sinistra ed il mazzo di chiavi nella destra, amavano scherzare con i conoscenti che passavano dalle parti dell’alimentari Fedele, chiedendo loro “Ehi, dov’è che vai, dal dottor Camillo? T’è venuta la polmonite?”, “Oh, no, no! Passo da Concetta per due uova e del formaggio fresco, cucino a pranzo la frittata con le patate, che a mio marito piace tanto!”, e poi via con risate e ammiccamenti con la testa, gli stessi che si vedono a contorno degli accesi dibattiti calcistici posti a tema dei caffè nei bar.

Questa piccola comunità esisteva in armonia con le consuetudini e le tradizioni che le erano proprie. Molte erano le famiglie che la domenica andavano a messa vestite e truccate come fosse ogni volta il giorno del Santo Natale. E dovreste vedere quale gioioso e fracassone evento era la cerimonia festeggiata in nome del Santo patrono. Due o tre giorni l’anno ove sbucavano dal mondo di fuori chioschetti colorati addobbati con calzature, pellami, cianfrusaglie, luci e confezioni rosse di noccioline da circo. Nella piazza centrale c’era un palco con musica dal vivo, danze popolari, odore di porchetta calda e rumori di alimentatori a benzina. Le strade d’ingresso al paese venivano in quei giorni adornate con imponenti archi di luce, che tutte insieme sovrastavano la cittadina con tanti piccoli arcobaleni elettrici.

Cos’è che fa di questa ridente cittadina, come ce ne sono a bizzeffe nella cara Italia, la protagonista della storia che sto per raccontarvi? Una persona che, abbiamo detto, non era un re, e senza dubbio non era nemmeno un bracciante, un marito, un dottore o un prete. Non che fossero sempre le stesse le categorie di persone che incontriamo nei nostri paesi, per quanto la scritta “Bar” o “Alimentari”, se siamo in Sicilia, in Abruzzo o nel Piemonte, è sempre uguale, lungo le fredde strade dei piccoli centri abitati fuori città. Ma questa persona, vedete, era come si suol dire più unica che rara, e nella sua fattispecie comunicava però, senza dubbio alcuno, l’antipatica e diabolica sensazione per la quale, da qualche parte (forse nei nostri incubi, forse in tv, forse nelle ombre dei nostri amici) l’abbiamo già vista, potreste metterci la mano sul fuoco. Il nome del personaggio che stiamo per conoscere non è importante, giacché, oltre al fatto che non aveva né vita sociale né un impiego che lo qualificasse in un certo ruolo o categoria civile, egli era semplicemente conosciuto, tra i suoi compaesani, come “il coglione”. Penso che la scelta di tale soprannome sia dovuta all’esaustività del suo epiteto, indicando per coglione quel soggetto che abbia, nelle sue fattezze, il concentrato sociale di comportamenti e modi di fare del pezzo di merda, del pallone gonfiato, dell’ottuso sbruffone stupido ed antipatico. In questi termini, il buon costume della società ha saputo compiere il suo percorso, ed arrivare al nominativo di “coglione” quale etichetta più facilmente riconoscibile di quella persona.

Il coglione viveva da solo in una abitazione d’un unico piano, recintata ed adibita a trilocale sul piano terra. I più anziani del paese, tra i quali Don Riccardo, il vescovo nonché magnifico rettore del convento dei frati gesuiti, ben conoscevano, nel pieno delle sue sfumature, la storia di quella abitazione. La casa, nei tempi del secondo dopoguerra, era di proprietà d’un certo Stefano Catonesi, avvocato romano che aveva trovato più d’una fortuna negli anni della sua composta carriera. Questi si sapeva essere lo zio del coglione, nella fattispecie il cognato della madre, la quale, vuole la tradizione, scappò al nord con un ex militare di Brindisi dopo che il suo primo marito non aveva più fatto ritorno dal servizio militare in tempo di guerra. Non tutti sanno quali siano stati poi gli intrallazzi famigliari e politici tra il Catonesi e le famiglie di sua cognata, fatto sta che il coglione, cresciuto dallo zio come un nonno in tempi migliori, era rimasto in paese dopo che anche le altre due sorelle di suo zio erano emigrate in cerca di sistemazioni redditizie. Ed in paese si raccontava la storia del coglione e dei suoi zii, di sua madre e dei suoi amanti, come si racconterebbe la storia di Pinocchio e di suo padre, del Gatto e della Volpe. E con la stessa energia della retorica del Collodi, i compaesani del coglione traevano insegnamenti morali e religiosi dalle sue avventure. “Vedi, figliolo, tu non sei fortunato come il coglione, che s’è ritrovato vitto e alloggio tra le tasche in dono ereditario. Devi studiare e diventare dottore, che il mondo è duro, e i lupi mordono!”, dicevano le madri ai loro figli in paese, mentre non era raro sentire qualcuno tra i più anziani che, ormai sull’orlo della pace eterna, sentenziavano: “Ah, se avessi avuto io le fortune del coglione, non avrei mai dovuto lavorare, ed oggi non mi ritroverei la schiena spezzata, e senza dubbio camperei fino a cent’anni!”. Quando le brave famiglie passavano nei pressi della casa del coglione, la scrutavano con occhiatacce a labbra strette, le stesse che farebbe un barbone passeggiando nei dintorni di un ristorante di pesce. Essa era lì, apparteneva al paesaggio, marchiava la comunità, e molti ormai pensavano che in tutta Italia, in ogni paese, ci fosse una casa del coglione, data per scontata come la capanna del bue e dell’asinello nei presepi allestiti per le festività natalizie, così satolli di legno e muschio finto.

Ciò che faceva del coglione un nome evangelico, da pronunciare a pugno chiuso e sillabe scandite, come “Gesù Cristo” o “Arca di Noè”, qualcosa insomma che è conosciuta col nome che le è proprio, e tanto basta, non era il suo status di abbiente fancazzista cullato sugli allori. No: l’invidia, nella nostra tradizione, dà un tocco di antipatia e cattiveria alla persona invidiata, ma mai le consegna un’aura di intollerabile rinnegazione. Il coglione, sta di fatto, era appunto una categoria dell’essere, un marchio sociale che ha qualcosa di trascendente e metafisico, come Lucifero, o l’Apocalisse, o l’Immacolata concezione. Egli era Il Coglione, il surrogato negativo di tutte le qualità indesiderate della società moderna. Perché?, vi chiederete mai. Perché era ricco e nulla facente e viveva la sua vita con la stessa anima con la quale si vivrebbe uno spettacolo al cinema? Certo queste sue doti lo rendevano una persona tranquilla, spensierata, ricca e potente, ma i re e le regine in Italia, sapete, si adorano in tv o sui libri di storia, ma si detestano se si incontrano per strada. Il punto era un altro: il coglione, semplicemente, era il tipo di persona che, a contatto con gli altri, aveva la straordinaria capacità di dire o fare la cosa più odiosa al posto sbagliato.

V’era in lui una sorta di diavolo che godeva nel consegnare dolore e antipatia alla persona interloquita. “Ehi Francesco, la tua Juventus ha perso ieri, eh? Ah ah!”, diceva a Marcello Zerboni, lo juventino del paese, ogni qual volta che i bianconeri incassavano una sconfitta, canticchiando (ma dove le imparava?) il coro o l’inno della squadra vincente di turno. Il coglione non aveva a cuore alcuna squadra, ma semplicemente tifava per la formazione che giocava contro Inter, Roma, Milan e Juventus, per godere nei confronti di qualcuno ogni qual volta una di queste gettonate squadre incappava in un passo falso domenicale. Addirittura il coglione, nella stagione 2006 – 2007, s’era abbonato al digitale terrestre di Pier Silvio Berlusconi, per poter vedere le partite della serie B ove la Juventus, in quella stagione, militò per sua disgrazia. E dovreste vedere come il coglione s’era ormai imparato a memoria le formazioni di Mantova, Rimini, Frosinone e compagnia bella, per calunniare l’odiata Juventus nella serie cadetta. In questi termini, il lunedì mattina il coglione soleva presentarsi nei bar dove cornetti e caffè partecipavano a conversazioni di stampo calcistico, solitamente avente a tema l’incompetenza arbitrale o la politica, e mai il giuoco del calcio in sé. Si piazzava lì in piedi, con il suo taglio di capelli da 35 euro, jeans griffati e schiena impostata come quella di un ufficiale dell’esercito in una parata col Presidente, ed aspettava che entrasse il rospo di turno, rimuginante ancora per la sconfitta della sua squadra. Con la Gazzetta sotto mano pronta per la consultazione, il coglione sparava a zero e ridacchiava per beffare il danno subito, lesto ed abile nel rintracciare negli articoli di giornale le frasi che condannavano a puntino la formazione presa di mira. Poi se la rideva, e aggrottava lo sguardo, e se la rideva di nuovo, noncurante delle spalle che, naturalmente, di volta in volta gli venivano date. In questa sua performance di cattiveria e luoghi comuni, il coglione non aveva interlocutori, ma a lui non importava, perché lui era il centro del mondo, l’unico verbo in terra, l’interazione sociale finiva lì, nel momento in cui lui emetteva giudizi e sentenze. Amen.

Oh, cari lettori, il calcio non è nulla, è solo una piccola parentesi, una nota in testo, di un volume ben più consistente avente a soggetto le caratteristiche del coglione. A cominciare dalla sua persona fisica, infatti, v’erano elementi che lo rendevano insopportabile alla sola vista. Innanzitutto, il coglione era sempre tirato a lucido come un tronista di Uomini e Donne, per lui andare in Chiesa o buttare la spazzatura non faceva differenza: bisognava rivestirsi a puntino, così come la società massmediatica aveva inculcato abilmente nella sua piccola mente. Ogni volta che usciva dalla sua abitazione, il coglione sembrava essere un attore che entrava in scena su un palco con i riflettori tutti puntati su di lui. Capelli così perfettamente acconciati che ci si chiedeva se mai restassero tali anche nel sonno. Abbigliamento rigorosamente griffato, tant’è che il coglione acquistava costantemente, dall’edicola del giornalaio Marzocchi (pochi sanno il suo nome, semplicemente egli è “il Marzocchi”, un nome che vende un prodotto, come la Telecom), riviste e calendari sulle pagine dei quali la moda veniva promossa da chi di potere. Le sue scarpe nuove, i suoi indumenti all’ultimo grido, venivano con maestria indossati con portanza da manichino, e più di una volta un passante, vedendolo seduto in un bar o passeggiando per il centro a petto da fuori, avrebbe scommesso che l’etichetta dei prezzi fossero ancora appesi su quei capi d’abbigliamento.

Il coglione era ciò che appariva: un manicheo essere cinetelevisivo di sicuro successo mediatico, sul quale un giorno il Dio del Grande Fratello sarebbe intervenuto a dirgli “Ti eleggo come mio apostolo!”. E questi pensieri, vedete, il coglione comunicava di averli ben impressi nella testa. Ogni busta della spesa, ogni giornale quotidiano, ogni nocciolina o utensile comprato per strada, venivano da lui detenuti ed esposti come oggetti taumaturgici, simulacri della sua eccellenza, atti perfetti di un film da Oscar dove egli era l’attore protagonista. Se incontravate il coglione per strada ed avevate entrambi una mela rossa in mano, beh, state sicuri che lui vi avrebbe detto “La mia è migliore!”, avrebbe sancito quella affermazione di superiorità imperativa, al di fuori di ogni evidenza o forma di ragionamento, giacché il coglione non discuteva, ma affermava, e se non eri concorde con ciò che lui affermava, eri nel torto, contro di lui, un nemico da schernire.

Di sicuro interesse erano appunto le qualità interlocutorie del coglione. I suoi discorsi potevano tranquillamente essere presi a modello per uno studio sulla comunicazione egocentrica nell’era dei mass media. La recondita, e fin anche tenebrosa sensazione che si aveva, parlando con il coglione (per un qualunque motivo a vostro incidente, nessuno senza dubbio si augura mai di averlo come interlocutore), era che egli parlasse come un registratore che ripetesse le frasi e i luoghi comuni estrapolati dal mondo dello spettacolo televisivo. C’è chi addirittura, si racconta, l’aveva visto parlare per strada al cellulare coprendosi la bocca con la mano libera, come fanno i calciatori o i vip per la privacy sotto l’attenzione delle telecamere. Perché il coglione è, appunto, una persona convinta di diventare un giorno come gli idoli che vede sul piccolo schermo. Se esistesse un ricevitore vocale capace di monitorare le sue frasi con quelle disponibili in un archivio tv, esso indicherebbe un indice di pertinenza pari a circa il 98%. “A domani!”, “lo sapremo presto”, “la squadra ha giocato bene ed ha fatto quello che voleva il mister”, “ha avuto una lite con la sua donna”, “parlate una persona alla volta!”, insomma auscultare il coglione o un canale generalista non faceva nessuna differenza.

L’ars retorica del coglione era tanto scontata quanto insostenibile. Egli era molto bravo nel porre, nel mentre delle sue discussioni, delle parti di ciò che vedeva o era solito intendere, per far poi ruotare il discorso attorno a quei punti di vista. Questo perché, fatto ciò, potesse avere un punto fermo attorno al quale difendersi ed attaccare. Dunque se uno dei suoi conoscenti poveri disgraziati cercava di parlare con lui, si trovava non in una discussione, ma in un dibattito, dov’era da stabilire chi avesse ragione e chi torto, chi il vincitore e chi il vinto. Quando il coglione vedeva però che la sua posizione era in forte rischio di sconfitta retorica, si accendeva in lui una sorta di lampadina, come un programmino automatico del computer, che gli faceva pronunciare frasi del tipo: “Il punto in realtà è un altro”, “No, non hai capito niente, come al solito”, “Va bene, hai sempre ragione tu, va’!”, “Non è vero” e via dicendo. Fatto sta, che nessuno in paese aveva legami consuetudinari con le sue simpatie, ed egli spesso e volentieri s’inseriva in un discorso nelle vesti del dottor cerchiobottista, solitamente abile nello schierarsi dalla parte della fazione vincente.

Il coglione, naturalmente, dava fastidio anche quando se ne stava solo in casa, per fatti suoi. Nelle sere in cui, ad esempio, andavano in onda puntate speciali di quei gagliardi programmi generalisti che esibiscono ed elogiano il talento futile ed appariscente (“reality show” li chiamano i giornali, ma ce ne sono anche di altre tipologie), il coglione si rinchiudeva nella sua conca per assumere l’irradiazione televisiva, captare il sacro verbo del Successo che senza dubbio, stanne certo!, un giorno toccherà anche a te, visto che le persone che vedi in tv sono uguali o inferiori alla tua persona. In queste sere, il volume audio della tv del coglione era altissimo, per molti metri nei pressi della sua abitazione si sentivano le urla e le musiche dei programmi da lui adulati, ed i vicini raramente riuscivano a prender sonno entro mezzanotte. Giacché il coglione, come le vittime a lui similari, andava a dormire non quando aveva sonno, ma quando glielo diceva la Televisione, l’oracolo religioso dell’unica fede da lui riconosciuta nella Trinità di Successo, Apparizione e Potere.

Scontato dirlo, il coglione era scapolo. Le sue fasi di avvicinamento ad una donna di qualunque fattispecie consistevano nell’atto del guardare. Si metteva lì, su un palo o sul poggia schiena di una sedia, a premere i tasti del cellulare dell’ultima generazione da lui posseduto (senza dubbio il migliore, se glielo chiedevate), ben curante che i primi due bottoni della camicia fossero aperti, di modo che la donna fosse attratta, come la televisione insegna a credere, dal suo petto depilato ed abbronzato (il coglione aveva infatti un abbonamento annuale autorinnovantesi presso un Sun Center del paese – e molti pensano che, senza di lui, quella bottega non avrebbe mai aperto). Quando la gentil donzella di turno passava nel raggio della sua visione, il coglione aguzzava la vista e stringeva i denti, fischiettando magari, e ben attento che nessuno la stesse guardando, perché dentro di lui, in quel momento, sbocciava la ferrea convinzione di piacere a quella donna. La quale ovviamente tirava dritto, e il coglione restava con una odiosa luce negli occhi, di sicurezza e trionfo, faceva tutto da sé insomma, sentiva e ti faceva percepire di aver fatto colpo.

Agli onori della cronaca, però, è da segnalare un episodio in cui il coglione la fece veramente grossa. Fu la tipica goccia che fa traboccare il vaso, e portò alla grottesca cerimonia la quale, come vedrete, è motivo ultimo di questa storia. V’era una bella ragazza, di nome Carmela, figlia dei coniugi Del Santo che in paese erano ben conosciuti e rispettati da tutti. Questa Carmela entrò, per una serie di ottusi rigonfiamenti di pensiero, nelle agende quotidiane del coglione, il quale era convinto che la sua bellezza era destinata a lui, che un giorno essa l’avrebbe amato perché così è scritto nel Destino, punto e basta. Insomma, la tipica inamovibile convinzione da telenovela che le povere menti irradiate dalla cultura televisiva amano coltivare, pensando che la realtà sia una serie tv fatta di personaggi e canoni di eventi. Questa saccente indicazione coniugale veniva a sua volta utilizzata dal coglione per giustificare la sua nullità in fatto di donne: “Tanto, sapete com’è!, c’è la Carmela che prima o poi mi riconoscerà come uomo della sua vita, e mi sposerà…”.

Accadde allora che la Carmela cominciò a frequentarsi con Luca il marinaio, così chiamato perché figlio di Oreste Piggetti, vecchio capitano della marineria di porto. Il coglione cominciò a frequentare i posti ove la novella coppia solevano recarsi per passare le serate, ed a sparare sentenze che non avevano né capo, né coda, del tipo: “Si vede subito che non è l’uomo della sua vita, presto lei lo mollerà”. Ma il fidanzamento tra i due finì soltanto un anno dopo, per convertirsi in matrimonio. Questo matrimonio, che risuonava nelle case di tutto il paese come l’evento stagionale, era giunto facilmente anche alle orecchie del coglione, il quale per alcuni giorni, se lo aveste visto!, andava in giro come un porco ingozzato, con le sopracciglia aggrottate ed il passo veloce e schivo. Il giorno del matrimonio, una domenica d’un primaverile maggio, il coglione si presentò in Chiesa perché, pur se gliene fregava veramente poco, era comunque importante essere presenti in un tal raduno di massa delle genti paesane. Sedutosi all’estremo interiore d’una panca a poche file dall’altare, il coglione fece la mossa sbagliata: uno sgambetto al povero Luca, che umile e impacciato faceva quasi tenerezza nella sua ridente eleganza. Come questi cadde a terra, il coglione esclamò, puntando il dito su di lui: “Che fesso, è inciampato il giorno del suo matrimonio! E’ proprio un fallito, ah ah! Avete visto?”.

Ma nessuno, ovviamente, aveva visto male. Tutti s’erano accorti della mossa del coglione, la cui ottusità di credersi il centro del mondo lo rendeva ingenuo in questo genere di scherzi, i quali richiedono senso della misura e precisione, cose che mancano a chi pensa che il mondo giri attorno a sé. Un po’ rosso in volto, il coglione riprese la sua postura da sovrintendente dell’esercito, applaudì anche al “si” della coppia, guardava con veleno in gola un punto lontano, e la giornata finì lì, tra ipocrisie e pezzi di merda. O perlomeno, finì per il coglione.

I paesani infatti, che quella mattina avevano assistito al loffio malefatto, cominciarono a far bollire qualcosa in pentola. Al Bar Nuova Aurora, sito a poche centinaia di metri dall’ingresso in paese, fiancheggiante un rifornitore di benzina Api, Enzo Callammare, meccanico, ebbe da chiedere al suo caro compagno Marco De Fraudi: “Allora il coglione non ha avuto nulla da ridire? Ma s’è più visto in giro, che tu sappia?”. Marco disse di no con il movimento della testa. “E Luca? Che dice Luca il marinaio? I suoi amici che dicono?”. De Fraudi rispose: “Oh, Luca è molto incazzato, immagini? Un brutto scherzo del genere, fatto a me, lo avrei picchiato lì, davanti a Gesù crocifisso, perdio!”.

In via Vittorio Emanuele, tra il portone d’ingresso dello studio legale dell’avvocato Alberto Pisano e la serranda abbassata d’una tabaccheria, la signora Concetta e la sua vicina di casa Eleonora s’incontrarono a pochi quarti d’ora dalla cena, l’una andava a cestinare l’immondizia, l’altra era lì a fumare, guardare le stelle ed origliare l’edizione serale del gioco dei pacchi, che si sentiva in strada dalla sala della sua abitazione. “Eleonora, a chi è che pensi?”. “A nessuno, signora Conce’…a nessuno…”. “Pensi mica al coglione? Hai visto che ha fatto! Nessuno che lo appoggia, ha torto nero, quello lì! L’ha fatto con cattiveria!”. Eleonora, che calpestava la cicca della Marlboro Light con la punta delle sue pantofole, annuiva con il corpo, lanciò un’occhiata a Concetta, esclamò disarmata “Eh, che ci vuoi fare…” e rientrò dentro.

In Piazzale Trieste, i lampioni accesi bagnavano la pavimentazione irregolare della strada, alcuni motorini erano parcheggiati l’uno al fianco dell’altro come cartacce al di fuori di un Mc Donald, e Simone, Antonio e Mezzo metro erano lì, a parlare del più e del meno, a cercare di capire com’è che si cresce, tra sigarette, notizie e punti interrogativi. Mezzo metro (soprannome di Pasquale Lo Bianco, sedicenne ragazzo in gamba alto circa un metro e cinquantacinque centimetri) scrutava, da molta distanza, la luce blu che fuoriusciva da una finestra di casa del coglione. “Ehi, guardate lì ragazzi, il coglione sta guardando la tv!”. “Sai che novità…” intervenne Simone, “stasera poi c’è il Grande Fratello!”. “Chi è che è uscito la scorsa settimana?”, chiese Antonio agli altri due, con lo stesso tono di voce con il quale si chiederebbe in un supermercato: “Scusi potrebbe indicarmi dove sono le uova?”. Mezzo metro scalciò una lattina vuota, Antonio faceva sbattere ripetutamente il filtro di una sigaretta sul palmo di una mano, Simone disse: “Quello lì…è proprio un grandissimo figlio di puttana…!”.

Non so dirvi dov’è che la notizia prese piede, o da quale fonte l’idea originaria fosse provenuta. Fatto sta che, in attesa dell’irripetibile brevetto del quale pochissimi sapevano il fine ultimo, l’intero paese scalpitava unanime. Una mattina, di buon’ora, Agostino Di Michele, il postino del paese, inserì questo volantino nelle caselle postali di tutte le abitazioni esclusa quella del coglione:

 

“Attenzione! Attenzione! Volantino riservato a tutti i residenti (e non solo) del paese, RISERVATEZZA TOTALE NEI CONFRONTI DEL COGLIONE! Chiunque parlerà o farà leggere codesto volantino al suddetto, manderà alla malora IL MOMENTO DELLA RESA DEI CONTI!

 

Cari compaesani,

è giunta l’ora di porre fine a quel cancro chiassoso ed inutile che affligge la nostra comunità. Non solo per l’imbarazzante vicissitudine che ha visto protagonisti i coniugi Luca e Carmela. NO! Per tutto! Per tutto quello che ha fatto, detto, pensato, sottinteso, frainteso, condannato e commentato, è giunta l’ora di PAGARE! Per tutti coloro che volessero partecipare al progetto, ci si attenga a questa istruzione: in data dell’ultimo giovedì corrente mese, siete pregati di consegnare un campione del vostro sperma (preferibilmente maschile) della quantità minima di 0.05 litri, all’attenzione del recapito postale del dottor Camillo, appartenente al comitato di coordinamento di progetto.

Il vostro sperma è un dono gradito per la nostra idea. Tutti i rimanenti dettagli vi saranno comunicati a tempo debito. IL COGLIONE COMPIERÀ UN’USCITA DI SCENA DEGNA DEL SUO NOME!

 

Firmato: Compaesano che ne ha le palle piene

(come voi)”

 

C’era chi rise e chi si grattava il capo, leggendo questo annuncio, ma lì in paese si odiava talmente tanto il coglione, che qualunque cosa fosse stata proposta sarebbe stata ben accetta, non importa a quali condizioni. E poi il fattore mistero, l’ignota consapevolezza che un’iniziativa tanto stramba non poteva che avere le sue ragioni, incitarono tutti i paesani a non tirarsi dietro. Il volantino, in ogni angolo di tutte le abitazioni della cittadina, veniva conservato e custodito come un prezioso rosario della nonna.

Pasqualino Fedele, figlio della Concetta, ce l’aveva a morte con il coglione e con la sua sbruffona sfrontatezza, tanto che il volantino lo lesse più e più volte, “È ora di finirla!” si ripeteva tra sé e sé durante la notte. Ed una mattina a scuola, durante la prima ora, Pasqualino era lì che se lo menava sotto il banco, fino a quando non mandò giù un grosso respiro misto a una risata, levò di sopra un bicchiere di plastica contenente strisce del suo sperma, e cominciò ad urlare: “Menatevelo! Menatevelo! A morte il coglione!”. “Siii!” rispondeva la classe in coro, mentre Pasqualino innalzava al cielo il bicchiere di plastica come un Pallone d’oro.

Dal di fuori dell’abitazione dei coniugi Pastorelli, ad ora di cena, si vedeva la signora Giuliana che confezionava piccoli flaconcini di vetro pieni di un liquido bianco. Poi portava il vassoio con pollo e patate al forno sulla tavola, gesticolava qualcosa a suo marito e suo figlio, puntellava un flaconcino con il dito indice della mano destra, e si sedeva a tavola anche lei per consumare il pasto. Giù in piazza, nei pressi del bar centrale, i giovani anziani Peppino e Carmine se la ridevano di buon gusto: “Ma ti vedi, Peppino! Non ce la fai a camminare, ah ah!” esclamava il Carmine, che vedeva il suo compagno massaggiarsi l’inguine passeggiando a rilento, un po’ goffo. “A cinquantasette anni, quant’è che ne hai? Non si ha più la forza, eh!”, aggiunse, menando su e giù il pugno della mano destra all’aria. In giro per il paese, nei giorni successivi la comunicazione dell’iniziativa anti coglione, si respirava un’aria di scalpitante passione. Giovani coppie s’appartavano con le loro macchine, o a piedi, e sovente lui ne usciva fuori con alcuni flaconcini pieni di sperma. Le vie secondarie della città videro un inaspettato aumento di fazzoletti di carta tra le sue sporcizie, mentre cresceva giustamente una simpatica diffidenza nel salutarsi con la stretta di mano. Alcune mamme, inoltre, assistevano i propri figli all’atto della masturbazione (la signora Zironi, si racconta, s’era inventata una ricetta di ortaggi e vitamine che per lei aumentavano l’attività testicolare del marito e del figlio), molti giovani si riunivano in sedute di gruppo, ove si radunavano tutti in piedi attorno ad una grossa bacinella di plastica.

Il coglione, nel frattempo, continuava le sue giornate di programmatica routine. Era quasi giunta la stagione estiva, la si poteva anticipare leggendo la vita paesana di sera, quando i giovani passeggiavano in giubbetti di jeans e le gelaterie e i bar restavano aperti fino all’edizione notturna del TG5. Un mercoledì mattino di quel tempo, il coglione cominciò la sua ultima giornata da essere inutile. La trascorse come molte altre, sintonizzando i propri ritmi vitali con quelli dei palinsesti televisivi dei programmi a lui più congeniali. Ogni tanto parlava solo in casa, rivolto allo schermo del televisore, per insultare o bestemmiare o ridersela con gustosa cattiveria. “Ah ah, ho piacere, scemo!”, “È uno schifo, vi darei l’ergastolo”, “Vergogna! Se al mondo fossero tutti come voi…” erano solo alcune delle esclamazioni ch’egli sputava in seno alla sua Realtà, ovvero la tv dell’apparire. Dopo aver fatto un salto in bar per prendere un tè caldo, e rompere le scatole a due sconosciuti che gustavano cappuccino e cornetto alla buon’ora del tardo pomeriggio (“Sapete che in un cappuccino ci sono tanti zuccheri quanto in due piatti di pasta? Non state attenti alla linea, voi, eh eh…” disse loro), il coglione tornò a casa tutto di fretta e cucinò in anticipo sui tempi, perché quella sera andava in onda la puntata speciale del suo talent show preferito. Trascorsa la quale, il coglione si coricò nei suoi sogni cinematografici, lesto ad immaginar nei corridoi della propria fantasia le speranze garantite dal Destino di lui prescelto. Quando si svegliò nel sonno, sentendosi addosso mani tozze e dure (il coglione odiava il contatto con gli esseri umani, forse codesta è una misconosciuta malattia della psiche contaminata dalla tv), ei per davvero non ebbe a capirci un emerito cavolo. Sentì del tessuto ruvido avvolgersi attorno alla sua testa, lo stavano insaccando, ma chi?, si chiedeva lui Essere Perfetto ed Intoccabile, chi osava violare la sua vita fatta di perfezione e successo venturo? Il coglione non lo seppe mai, giacché da lì a pochi minuti sentì il motore della macchina mettersi in moto sotto la propria schiena, ed un muro di metallo conteneva i pugni e i calci che cercava di menare verso l’alto. Furono lunghissime ore di buio e fame.

Nell’esattezza, venti ore circa. La sera del giorno dopo il suo rapimento, l’intera famiglia Fedele s’era preso un posto in piedi in prima fila nei bordi della piazza principale. Alberto Pisano e consorte s’abbracciavano tenendo in mano una confezione di noccioline da bar, ed al loro fianco il Callammare e l’amico De Fraudi allungavano il collo come due bambini in attesa di Babbo Natale. Erano presenti ovviamente gli sposini Carmela e Luca, mentre lo Zironi, sorridente, lo si poteva scorgere poggiato al palo di un inusato pannello pubblicitario. Quanti ne erano, quella magica sera di fine primavera, giù in centro? Ma tutti, tutto il paese, forse anche di più!, anche cani e gatti che per l’occasione sembravano poter convivere seduti affianco sul divano a gustarsi un film in prima visione. Forse ne erano un due centinaia, ma no, che dico?, un due migliaia, visto che ogni orefizio d’aria che consentiva lo scrutar del centro storico del paese, ero occupato da una qualche persona.

“Eccolo, è lì, sta arrivando!” cominciò a mormorare la folla, “Non spingete, restate in ordine”, si ascoltava, mentre le prime dita indicavano un punto lontano, poi alcuni spintoni, “Scusi!”, “Non volevo!”, un sorriso, una sigaretta che cadeva per terra. Sicché, degli squillanti suoni di campanacci da bestiame cominciarono a provenire dal retro della Chiesa che s’imponeva sul piazzale della cerimonia, ed un piccolo carrozzone, simile a quelli delle parate carnevalesche, dalle dimensioni d’un letto matrimoniale, veniva lentamente trascinato da due somari. I campanacci venivano agitati da due persone mascherate da becchini, con cappuccio nero, mentre il carrozzone veniva seguito da quattro enormi barili di quelli che si vedono nelle cantine di vino, trascinati anch’essi da otto persone con cappuccio sul volto. Sul palchetto centrale, trainato mestamente tra fischi ed urla di gaudio, v’era il coglione, tenuto in piedi con le caviglie ed i polsi incatenati, alla stessa maniera di King Kong quando venne catturato e portato a Nuova York. Il coglione era totalmente nudo, forse per lui si trattava d’una inusitata maniera, d’un fastidio da girone degli inferi, quello di dover apparire nel pieno della sua scimmiesca portanza, svuotato d’ogni capacità d’apparizione, d’ogni trucco, d’ogni rappresentazione sociale secondo i propri costumi. La vittoria di mater natura sull’ego televisivo.

La folla tutt’intorno esultava come i nazisti alla vista del führer, scalpitava, s’abbracciava e festeggiava, manco se il Santo Patrono avesse fatto in quel posto la sua apparizione per proferire i numeri del lotto del sabato successivo. “Siiii! Lo abbiamo preso! È finita!”, “A morte!”, “Merda inutile!”, e sputi e lanci di uova cominciarono a prender piede finché, dal gruppo di persone che trainavano i barili, una si fece avanti e salì sul palco al fianco del coglione. Alzò le mani al cielo, per far placare la folla bollente. Quando non restarono nell’aria che pochi “Sssh!” e “Fate silenzio”, l’uomo col cappuccio nero si scoprì il volto. Era il dottor Pino Camillo, il quale si guardò attorno, accennò un sorriso, poi cavò di tasca un suo personale campanaccio, che lo agitò con forza sulle teste delle persone a lui vicine, come volesse benedirle con l’acqua santa.

Al che pronunciò la sua orazione: “Compaesani! Amici, fratelli, compari, figli miei! Grazie, io vi ringrazio per aver dimostrato che il nostro paese è prima di tutto una comunità, e non uno stupido casellario di nomi e ruoli commerciali. Siamo stati uniti nel dimostrare un intento unico: pace, spensieratezza e simpatia nelle grazie di Dio!”. E la folla urlava “Siii!”, accennava un applauso, ma subito si ridestava nel suo silenzio. “Questa sera, celebreremo il momento della resa dei conti. A quanti di voi la persona che mi giace incatenata alle spalle, ha mai rotto le scatole? A quanti di voi il fegato ha fatto male, per la sola presenza, esistenza d’un tale essere inutile e sbagliato, incorreggibile e cattivo? A quanti di voi, alzino le mani!”. “A me, a me” si sentiva in un eco di diecine di persone, e centinaia di paia di mani alzate si levavano al cielo, agitandosi come i palloncini d’un carosello da Luna Park, applaudendo di nuovo, per poi ricomporsi. “Chi ha creato quest’essere vacuo, il diavolo forse? Oh no, no signori miei, il diavolo è cattivo ma non fesso! Quest’essere ottuso, egocentrico, pieno di sé, intollerabile, incorreggibile, indiscutibile, insopportabile, questo coglione! Chi mai l’ha portato nella nostra comunità? Nessuno, egli ci è nato!”. “Ci è nato, ci è nato” ripetevano alcune signore, nella folla. Continuò il dottore: “Ma anche noi siamo nati qui, e sapete cos’è che fa di una comunità una piccola sfera di convivenza ed amicizia? La comunione, signori miei! La comunione di simpatie, discorsi, luoghi pubblici! La comunione di una tazza di caffè o di un posto in Chiesa, una comunione senza coglioni! E chi di voi vuole accomunare la sua esistenza con un tale essere meschino, chi? Alzi la mano!”. “Buuu! Buuu!”, “No, noi no!”, “Sssh”, canticchiò la folla. “Bene, compaesani, questa sera sono felice che voi siate tutti qui, per porre fine a questa insopportabile comunione, per cancellare il coglione dalla nostra comunità, anzi!, dalla faccia della terra tutta! Che la cerimonia abbia inizio!”, urlò più forte il dottore, e discese dal carro, per recarsi alle botti ove prima stava.

Le centinaia di persone, che circondavano il carretto col coglione come un esercito di formiche circonderebbe un pezzo di pane, cominciarono a sbraitare d’esultanza, e si vedevano coriandoli, palloncini ed applausi comporre un’unica e confusionaria sinfonia di gioia e tripudio. Alcune trombe da stadio dicevano la loro da qualche parte nella piazza, mentre i primi cellulari cominciarono a levarsi al cielo nel momento in cui gli uomini in cappuccio nero fecero ordine attorno al carro, e cominciarono a manipolare qualcosa nei pressi delle botti. “Coglione!” sentenziò ad altissima voce il dottore, “in nome del buonsenso e della dignità umana, io ti condanno a sparire dalla faccia di questa terra, nei tempi e nei metodi che a te sono più congeniali, così come la sapienza di Dio ci ha donato nelle veci della nostra intellettiva fantasia! Addio, coglione!”.

Ancora più baraonda da stadio nella folla, ancora più display di cellulari rivolti verso il centro della piazza, ancora più estasi di massa. La gente sorrideva, ed aveva al tempo stesso gli occhi del bambino che guarda I Puffi in tv, traballavano di curiosità, parevano tutti essere ad un istante dall’orgasmo della propria vita, un istante etereo e sospeso nei nervi del corpo. Accade che, mentre il coglione gridava “Lasciatemi stare, io vi denuncio! Vi denuncio, malfattori!”, due degli uomini del carrozzone sbucarono dallo schieramento di barili con due lunghe pompe di gomma, simili a quelle che s’utilizzano per annaffiare i giardini. I quattro barili erano collegati tra di loro tramite un sistema di condutture idrauliche, alimentate da un motore i cui marchingegni erano assai complessi, a dire il vero, per poter essere compresi bene dalla calca delle persone. Quando i due uomini salirono sul palchetto con le pompe in mano, un altro spuntò da dietro, ed afferrò il coglione per la gola con il proprio avambraccio, come volesse strangolarlo. In realtà, doveva semplicemente tenerlo ben fermo per la cerimonia.

La prima delle due pompe fu portata dal suo manipolatore nei pressi del deretano del coglione. Il quale naturalmente si agitava, ed il becco metallico della pompa, largo come il collo d’una bottiglia di vetro, s’avvicinava spostandosi un poco d’intorno alle sue natiche, come il naso d’un cagnolino che si ferma dopo aver seguito una pista invisibile. Poi l’uomo col cappuccio nero, con uno strattone deciso e forte, infilò la bocca della pompa nella concavità posteriore del coglione, il cui deretano era ora totalmente conficcato in presa diretta con quel biscione di gomma dura. Avreste dovuto sentire che grido che emise il coglione! Molti compaesani captarono, in quell’urlo di dolore ed incredulità, una sorta di benefizio celeste che risanasse delle ferite all’interno del proprio stomaco – tant’è che, tra i tanti, non pochi si toccarono la pancia con gusto, dopo la conficcata della pompa nel retro del coglione. “Finalmente anche lui l’ha presa nel culo!” esclamò qualcuno.

L’altro uomo col cappuccio nero, con l’aiuto del terzo assistente, avvicinò il becco della sua pompa alla bocca del coglione, il quale non aveva modo di agitarsi più di tanto, per il dolore posteriore. Mentre colui di dietro cavò dalle tasche una grossa benda di stoffa, l’altro con la pompa in mano imboccò il coglione nella sua cavità orale, e la manovra fu un tutt’uno con l’infilarsi in bocca ed il sigillarsi con un forte nodo. A stare vicini, in realtà, si poteva vedere parecchio sangue uscire dalle labbra del coglione, dato che la pompa era stata conficcata nelle profondità della gola, cosa che diede al coglione un dolore indescrivibile, che lo rese certamente incapace di urlare. I due uomini allora scesero dal palco, e da lì a molti metri si poteva vedere quella sagoma crocifissa in piedi, con le due condutture di gomma agganciate alle due cavità orali e anali. Sembrava un cellulare tenuto in carica ai suoi fili. Poi il dottore alzò le mani e fece segno di proseguire, come fanno i vigili nel traffico.

Gli altri uomini col cappuccio nero girarono delle valvole poste sulle botti superiori dei quattro barili, il motore del marchingegno si attivò, e le pompe cominciarono ad iniettare il loro contenuto. Il coglione mugugnava qualcosa di indecifrabile, detto più col naso che con la gola, ovviamente, mentre delle piccole gobbe si muovevano lungo i dorsi di gomma delle pompe, dai barili alle cavità del coglione incatenato. La gente urlava “Sì, avanti!”, poi un applauso spontaneo si sintonizzò su un ritmo tartassante, un unico colpo, “clap!”, “clap!”, che si ripeteva continuamente ad equidistanza l’uno dall’altro. Alcune stelle filanti si accesero tra i cellulari che si prendevano a spallate per avere il proprio campo. “Clap!”, “Clap!” emetteva la folla, ed il coglione perdeva forza, le pompe iniettavano dentro di lui, lentamente, ma senza mai fermarsi. “Clap!”, “Clap!”, ed il coglione strabuzzava gli occhi, fermava il suo respiro, il suo stomaco cominciava a muoversi come se una creatura gli stesse prendendo forma tra le sue viscere. “Clap!”, “Clap!”, ed ecco, cari lettori, che ora il coglione era totalmente rigonfio di bolle, sembrava un cadavere lasciato nel fondo del fiume per settimane, le persone in prima fila potevano vedere meglio, e somministravano positivamente l’impressione per la quale, pochi millimetri al secondo, il coglione si stesse gonfiando. “Clap!”, “Clap!” ed il coglione si gonfiava, allargava a dismisura la propria circonferenza come un palloncino in bocca ad una pistola ad aria. Da poche decine di metri, si poteva scorgere una palla fatta di pelle, collegata a due fili in due parti della sua sfera.

Il coglione ora era un ammasso di carne tonda, la testa spettinata s’era conficcata nel collo, il petto depilato era fuoriuscito come la camera d’aria d’un pallone squarciato, la sua pelle abbronzata al Sun Center riluceva ora nel gonfiore di quella notte di stelle ed orgasmi. Il coglione si gonfiava, era ormai al mite, la folla smise di applaudire, tutti gli occhi erano puntati sul coglione ripieno. Poi d’un tratto, come un tuono che proviene da lontano, il coglione scoppiò, dopo aver superato il limite della sua capienza fisica. Un rumore simile a quello di un enorme gavettone che centra il parabrezza di un’automobile in corsa accompagnò l’esplosione del coglione, ed un fiotto di sperma s’innalzò dal nucleo di quella esplosione, mista a ossa tritate e pezzi di carne. Litri e litri di sperma schizzarono dal posto ove un tempo c’era il coglione, e le persone giù in piazza lanciarono un grido selvaggio e forsennato, di quelli che si sentono negli stadi al momento del gol, e cominciarono a ballare sotto le gocce del loro sperma che ora ricadeva tutt’intorno al carro funebre del coglione, sangue e viscere e sperma che ti solleticavano il cranio, c’era chi a braccia aperte innalzava il volto verso l’alto dei Cieli per ringraziare un qualche Dio, tripudio e festa, meraviglioso lo sperma!, il coglione non c’era più, scomparso nell’aria come una bolla di sapone che termina il suo percorso.




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