CHECKPOINT POETRY
MARCELLO MARCIANI
 

 

 

Da Caccia alla lepre (1995):

 

 

L’avenida Francisco Solano Lopez

è un rubizzo flusso di insegne voci

terrazze e clacson e vizi e palme lasche.

Ma al Bosque Sans-Souci è carezza l’antèla

nel patio d’ombra, l’attesa sciolta a guizzi:

non visto, di lato, porte infilo già

l’androne taglio, salgo, lascio che frullo

fuori la trottola del giorno perché

mi nazzeca da lì, per ombra e rampe

la culla che pedino in questi versi,

ne tento il fiato – di pane cotto e braca -

fra lo scavezzo da cuffia, il vagito

                                                        a eco.

L’avenida Lopez è il suono liquido

del sogno di una grotta: via lattea

di te neonata, via sul retro per me.

È battuta di notte, dietro pappe

caccole e dande del tuo es chiquito.

Risale, scivola nel tempo-imbuto

che la passa: a succhi gocce di nomi se

la lingua è blesa e cantarella da che

in te la scimmiotto, fino a qua me la

schiocchi, la lanci a via!

per lapparci questo boh natale

per rollare nel tuo regreso – sì nel

mio regresso – i miei stupori...

                                                  se

in che alvino juke-box

somos un sueo imposible insiste

quel suo fuso bolero, di fumo di fratta

di fame accostata: di seno, di

                                                seme.

 

*

 

 

Troppa pioggia di chiacchiere ci bagna

ci scarna a doccia quest’acquetta acida.

Che sguaire di bande elettorali

che sorrisi e garriti regalano

i mammocci di carta dai muri!

Che sviolinate che oplà da vele

trasformiste, che specialisti tir

in sequestri e diluvi, che fondi doppi

perluccicano i vicoli cattolici!

Si cionca il mappamondo, è un portobello

di tarantole, un blitz di ospedali

in appalto, un artritico spot.

Inutilmente accorrono dame a.v.o.

Supinamente si spappola quest’evo

a un diluvio di blabla.

 

Voglio asciugarmi al secco del tuo incanto

all’impresenza l’imparola tue...

essere l’ebbro cocciuto stilita

che risetaccia tra i miraggi un segno.

 

*

 

 

Perdute lucciole – dixit Pasolini.

Ma perdura un lampeggio nella fratta

che abito da che un lino candido

d’agosto si è sgarrato a pezzettini.

 

Pedino quell’oro a spizzichi quel faro

labile che questa pagina brucia.

A che alterne scintille tu mi vizi

in che allucinazioni ti dichiaro.

 

*

 

 

Finché nel tuo senza io mi avvito

e giaculo a te come a un messia se

carne mi maceri in cima a un lungo

burrone, un’invitta eresia

 

come faccio a posarmi nel mondo

che si caglia in banche e scherani si

spalma sulle croste di un ordine

rancido, per mute di cani.

 

*

 

 

Sulle colonne bollono titoli

becchetta il picchio dal Quirinale

nel campo sciamano mastini muli

e il mare rantola l’aria non va

 

a rinverdir l’aiuola mia lepre

a spararmi sul tuo fulmine oltre

questa sodaglia di sangue e benzina

questo buco agitato da starne

 

questo insonne silenzio ripieno

di tutti i zurli che impenni e ti rubo

dal buio: in che botole: a sillabe

che solletico e busso alle tue vene.

 

*

 

 

Vorrei augurarti almeno Buon Natale

attaccarti questa tenerezza in panne

da una piazzetta a ciuffi d’angeli e alberi

nani: adescamenti e scippi lungo gli usci

bottegai. La folla ingoia banderuole

inzuccherate, in pelli obese arrotola

la gallotta betlemme, si accalca a orci

farciti, abbagli, accatti e baciamani

alla coscienza, giustacuori d’ovatta:

annunci acciacca di guerre vicine

e li sputa coi chicchi del torrone.

Euforica la folla si telefona

e si sfrappa, offre lasciti, versi

di pasta frolla al Buon Natale, le piace

regalarsi nastri magici da vite

andate, surgelate in videofreezer

per bambolare in un presente immobile o

per quale incetta e su che grascia di oblìo...

Potessi farlo srotolare io il film

della tua festa nel video di Natale:

forse sì la finirei di gnagnarmelo

a mente, montarlo pastrugnarlo macché

non c’è macchina che mi ti accorpi, mente

persa luccicanza di un’epifania.

Vorrei augurartelo almeno Buon Natale

ma a me rimbalza il tuo interdetto recapito.

La folla strazia, mangia Dio. Precipito? 

 

 

***

 

 

Da Per sensi e tempi (2003):

 

 

PROCURA

Ma sì ti scrivo alla maniera antica

voglio strusciartele queste parole

sulla bocca sul collo sulla nuca

avventartele al ventre come dita

 

voglio che un giorno è stato qua tu dica

qua che la sua indolenza ha acceso vita

in questo tiro al verso che mi buca

le vene il sesso eppure sono suole

 

per scalpicciare l’aria queste frasi

per tiptapare il passo e la natura

di vite scritte a orecchio a stralci a invasi

 

eppure campo tramite procura

se mi ti invento e cerco a naso o quasi

toccami tu qua sulla scrittura.

 

 

GUSTO

 

È quasi una nonbirra la Polàr

la sciampagnina umile che canta

leggera nella mente per celarsi

pastosa poi già greve nella mente.

 

L’ultima volta a un’osteria di Gràssina

l’ho sciacquata con te che ci intingevi

clinici tempi antidoti e salassi

del male mastro che ti riaffilava.

 

Da che non sei chi mai l’ha più assaggiata:

per troppi pub caffè chioschi bazar

stive e mescite sperse han prosciugato

 

quell’acqua che inseguivo come un valico

di tuffi per far spuma ancòra all’epoca

delle tue estati-barche che mi navigano

 

dall’allegria convulsa del momento

a un retrogusto acre, indeglutibile.

 

 

TATTO

 

                       ad Anna, per Chiara che nasce

 

Ecco che scalcia rovistando assorta

nel rosa arancio della panciamondo

la ragnettella che mi beve e naviga

la luce che mi bussa all’ecoschermo.

 

Ha un tocco lieve ma deciso, afferma

la sua autonoma vita in me avvolta

come un organo fresco che mi sradica

come un battito doppio che s’affonda

 

qua nella carne mia me la trasfonde

nell’ombelico nelle palme termiche

nel morso a pulce d’angelo che incàlica

i suoi salti nell’acqua che è travolta

 

da un clamore di gioia che si apparta

al tatto di un velluto che mi supera.

 

UDITO

 

Cuscì mò steme parapatt’e pace: *

ride volando dal diretto in corsa

la voce del commilitone emersa

fra annunci e scatarrare di motrice

 

mentre la radio quaglia l’inno audace

del passo d’oca stretto in una morsa

e per l’ultima volta in quella tersa

Pasqua di guerra il suo dialetto ha voce.

 

Pressappoco così racconta e trancia

foglie e altri suoni sparsi nella pipa

il caporalmaggiore lungo i fischi

 

di una memoria che risale ripida

per le volute dell’orecchio e lancia

sul sordo gioco d’oggi la sua briscola.

 

 

*  Detto popolare lancianese: “Così ora stiamo a patti pari e in pace”.

 

 

SESTO SENSO

 

Sì che l’ho sentito, era qua, presente.

Gli ho annusato persino il sudore

L’alito suo melograno e mentine-

Mi ha sfiorato la guancia con le ciglia.

 

Non dirmi che il cervello si attorciglia.

Che sono fritta, frollata, veggente.

Che gracchia strascicando le puntine

il vecchio disco vedovo d’amore.

 

C’era. L’ho sentito sì l’invasore

che i giorni lindi e stinti mi scompiglia

che con il sangue e il fiele fa palline

di cerbottana per tornar presente

 

in questa mente scossa da un tremore

di spine, in questa tesa meraviglia.

 

 

 

IL NONNO AL NIPOTE NEL CAPODANNO 2001

 

Sul millennio che nasce sale apatico

Shihab che conta in pieno quattrocento.

Del millennio che muore lecca attento

gli avanzi il cane Shelley per un viatico.

 

Non misurarlo con calende e astri

pensalo arcobaleno che ci abbraccia

camera d’aria per pompar la faccia

al mondo e ai suoi festini il tempo: è nastro

 

di cassetta il tempo che ci s’inscatola

si aggira in film forati dalla lampada

dell’occhio suo bovino che ci rosola.

 

Pensalo avanzo: è il brivido che salva

la cometa travalicata in postumi

di luce...  o pensa a me a questa valvola

 

di tenerezza che ti lascio stretta

fra geni e impasti, e gli attimi che restano.

 

 

***

 

 

Da Nel mare della stanza (2006):

 

 

Ti sogno all’alba e dici: ma che scrivi

in che porti segreti te ne vai

perché alludi e ti perdi in una calca

di accordi risciacquati lungo il verso.

 

Ma capiscimi è tutto il tuo sommerso

che mi scianna nel sonno di una barca

è questo maremadre che non fai

ballare così a fondo finché vivi.

 

Barcollo su risucchi di parole

attracco fra le boe che mi hai lasciato

la tua corrente all’alba pare gelida.

 

E tento di scaldarmela col fiato

nuotarci dentro fino a che il tuo sale

mi impasti come un tuo reperto sapido.

 

*

 

Splende l’ombra ma questa stanza è opaca.

Non trova più il tuo sguardo che la tiene.

È scarso il mio e sgrana messe a fuoco.

Non hanno senso autonomo le cose.

 

Si avvolgono le cose a questo spago

di anni che ci acciacca pelle e vene.

Il tempo di intrecciarle è tanto poco

che senza noi già cascano e s’apposano.

 

Comò specchi vestaglia sono fossili

stirati dentro massi di memoria:

non gusta più il tuo pieno questa stanza.

 

Splende l’ombra se fa brillare l’osso

del dolore che scheggia in sparatorie

mute, a spolvero della tua abbondanza.

 

 

***

 

 

Oh senti mamma dacci un taglio piantala

di visitarmi in sonno o mentre mangio

magari quelle fragole al limone

che mi rifanno giugno e l’agonìa

 

lo sai da sempre che la vita è mia

non posso riattaccarla al tuo cordone

ombreggiarmela ancora in una frangia

di svilimenti e spasimi sì smantala

 

dalla trapunta buona che rinfoderi

quando il freddo finisce e per la casa

si spande la cottura delle pupe

 

il dolce che stordisce non si supera

perciò stai calma non tornare a casa

al forno al grembo al laccio delle federe.

 

 

***

 

 

È come dormir sodo in una stiva

zeppa di borse e pacchi d’altra era

mentre la nave a mare incerto è ferma

mentre la tela al boccaporto è fredda

 

mentre il miraggio tuo tocca una vela

affusolata in pizzo a una spola

è come un sogno steso nella  tana

sentirti in fondo a un pozzo che rintrona.

 

 

***

 

 

Quando ho comprato l’auto nuova hai scosso il capo:

quanto mi dispiace non farti compagnìa

non posso nemmeno affacciarmi per mirarmela

andrà a finire che non la ingegnerò mai.

 

Sbando e lancio l’auto se t’avverto daccapo:

non posso nemmeno la cintura allentartela

farà patire ma non la mollerò mai

tanto mi piace scarrozzarti in altra via.

 

Perché diventa un’altra l’auto che ti porta:

domando dove vado? e giri indietro il capo

cerco un’area di sosta e arranco e inchiodo al centro

 

di un labirinto che si ramifica in capo

perché a ritroso ingrano le tue marce e in cento

specchietti d’auto ti moltiplichi scomposta.

 

 

 

*  Marcello Marciani, nato e residente a Lanciano, svolge da anni un’intensa attività per la diffusione della poesia con letture, performances, presentazione di libri, laboratori di scrittura. Nel 1997 ha tenuto una serie di readings in diverse università americane. Dal 1988 è segretario-organizzatore del Premio Nazionale “Lanciano-Mario Sansone” di Poesia in Dialetto. Ha partecipato come autore e attore a due spettacoli allestiti dal Centro di Ricerca Teatrale e Musicale “Il Tesoro di Tatua”: Mar’addó’, nel 1998 (interamente basato su suoi testi in dialetto frentano) e  Santa Oliva della Passione, nel 2000 (opera scritta insieme a Pina Allegrini e Gabriele Tinari, con musiche di Carlo Pellicciaro). Ha pubblicato sei libri di poesia: Silenzio e frenesia (Quaderni di “Rivista Abruzzese, Lanciano 1974); L’aria al confino (Messapo, Roma-Siena 1983); Body movements, con traduzione inglese a fronte di Amelia Rosselli (Gradiva Publications, Stony Brook-New York 1988); Caccia alla lepre (MobyDick, Faenza 1995); Per sensi e tempi (Book Edit., Castelmaggiore 2003); Nel mare della stanza (LietoColle, Faloppio 2006). È presente in riviste e antologie italiane e statunitensi con testi in lingua e in dialetto frentano, ma la sua scrittura dialettale è tuttora inedita in volume. Ha ricevuto numerosi premi, fra i quali il “Pandolfo”, “Messapo”, “Matacotta”, “Penne”, “Pagine”, “San Vito al Tagliamento”, “Nelle terre dei Pallavicino”, “Giacomo Noventa-Romano Pascutto”.




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