TEATRICA
NUOVA SCENA

Giovani emergenti in un mondo
di solitudini


      
Si sono svolte lo scorso maggio nella capitale due meritorie rassegne - “Teatri di Vetro” al Palladium e “Teatri del Tempo Presente” al Valle - rivolte a far conoscere il lavoro delle compagnie dell’ultimissima generazione. Nel primo festival si sono distinti gli spettacoli di Vincenzo Schino (“Voilà”), Valerio Malorni (“Lo stato di saluto”) e Chiara Girolomini (“Il ragionevole ricordo”). Nel secondo hanno convinto la danzatrice Sonia Brunelli (“Barok”) e il già noto collettivo romano dei Santasangre.
      




      

di Chiara Pirri

 

 

Si sono svolti lo scorso maggio a Roma due interessanti festival teatrali, interamente dedicati alle giovani compagnie della scena nazionale: Teatri di Vetro e Teatri del Tempo Presente.

 

TEATRI DI VETRO

La rassegna ha avuto luogo dal 15 al 24 maggio, nel popolare quartiere della Garbatella, divisa tra il teatro Palladium e i lotti, cortili privati del quartiere-giardino. Il clima estivo, i luoghi accoglienti ed il pubblico numeroso hanno reso piacevole l’atmosfera. Ecco i nostri ‘personalissimi cartellini’ di alcuni degli spettacoli presentati.

 

Voilà di Vincenzo Schino (Officina Valdoca - Cesena).

Uno spettacolo che fuoriesce dai confini di Teatri di Vetro, rassegna di artisti e spettacoli giovani, uno lavoro maturo, da gran teatro.

Voilà è un allestimento che parla il linguaggio materiale e visionario della scena, che riafferma la teatralità per poi prendersene gioco. È un’encomiabile prova di regia di Vincenzo Schino, diplomatosi in arti visive, che dimostra infatti di avere un ricco immaginario e fenomenali doti di costruzione della scena, delle luci, dei costumi, intesi come opere d’arte. Uno spettacolo privo di testo e apparentemente privo di drammaturgia, un mondo popolato dai personaggi delle fiabe e del circo, su una scena che si svela alla caduta di sipari scuri che circoscrivono lo spazio visivo dello spettatore; sul fondale brilla il rosso vivo del Teatro (passione, mistero…), dal soffitto pendono rami secchi, l’azione è accompagnata da musica lirica-classica e dai brani eseguiti dal vivo da una bravissima violinista/cantante.




Voilà di Vincenzo Schino (2009)


Lo stato di saluto di e con Valerio Malorni.

Valerio Malorni è una giovane promessa della scena romana ed è stato presente a Teatri di Vetro nel corso di tre serate, sia da solo e sia in compagnia (con il Teatro delle Apparizioni e la Compagnia Giano).

Il suo è un teatro intimo e “popolare”, nel senso che coinvolge il pubblico (anche chiamandolo sulla scena) su temi personali che vorrebbero diventare problematiche sociali, benché restino poi, nella dimensione soggettiva, come nella performance in cui affronta il problema del “Saluto”. Con ironia e leggerezza richiama l’importanza del saluto non come atto di convenzione sociale, bensì per affermare uno stato di socialità, di amicizia o fratellanza (come comunanza di condizione).

Nonostante la recitazione spesso rivolta all’interno più che al pubblico, nonostante i temi intimisti, la sua performance non sfocia nel narcisismo. Come poggiasse su piedi di piuma, Valerio Malorni riesce a trovare un proprio equilibrio e a intrattenere piacevolmente.

 

Primo amore di Letizia Russo, con la regia di Luigi Saravo e l’interpretazione di Laura Nardi (diplomata all’Accademia di arte drammatica, ha lavorato tra gli altri con Ronconi e Nekrošius).

La storia narra di un uomo che fa ritorno nel paese della sua infanzia dove in un bar riconoscerà nel cameriere che lo serve il ragazzo che a quindici anni gli fece scoprire l’amore.

La storia ci porta di fronte al quel primo passo incandescente verso se stessi che è il Primo Amore e alle difficoltà che l’amore omosessuale trova ad essere accettato.

Le parole incalzano nel dialogo per voce sola  di Laura Nardi, che interpreta i due personaggi ed il pensiero narrante del protagonista, in un turbine di parole dal ritmo serrato e concitato tanto quanto il ritmo del sentimento amoroso e della rabbia.

Sebbene il tema dell’omosessualità sia oramai abusato, il testo è interessante poiché sotto l’argomento dominante giace, come un basso continuo, il paesaggio di ricordi del Primo Amore: il “Dio dei quindici anni” che il protagonista vorrebbe estrarre dal corpo del cameriere che ha di fronte, con la pancia gonfia e lo sguardo di chi ha deciso di arrendersi. Lo spettacolo racconta l’aspetto spirituale ed estremo che c’è in ogni Primo Amore, come una “preghiera carnale” diceva Grotowski.   

 

Il ragionevole ricordo di Chiara Girolomini, coreografa e performer (da Rimini) attenta all’aspetto plastico della scena.

Attraverso questa sua performance Chiara Girolomini in sostanza si chiede: può il ricordo essere ragionevole? In un paradossale tentativo di renderlo tale la danzatrice esegue bendata un percorso disegnato sul nero della scena ideata dall’artista Marco Bernardi, mentre risplendono le linee bianche, illuminate da tante lampadine poste ad un metro di altezza dal suolo, ma lei non può vederle eppure le percepisce con il corpo. Un ricordo che si fa invadente ed ingombrante, che grava sulla sua testa come le lampadine, che brilla come le linee bianche sul nero e che lei ha studiato talmente a fondo da riuscire a ripercorrerlo, anche se a volte sbaglia, perché resta comunque ad occhi bendati. E le linee sa riconoscerle perché le ha messe lì lei, proprio come i ricordi, creati dal soggetto, che non comprendono mai la visione dell’altro.

 

Il corpo fisico dell’uomo, le sue necessità conformi alle leggi e le sue possibilità di manifestazione di e con Stefano Taiuti (Zeitgeist, Roma).

È la performance di un bravo danzatore, ma che si ostina a gettare pezzi di carne a terra, per poi strusciarvisi sopra, a specchiarsi desiderando esprimere la difficile relazione tra l’io e il corpo.

 

 

TEATRI DEL TEMPO PRESENTE

È una rassegna svoltasi dal 15 al 30 maggio, distribuita tra il Teatro Valle e Palazzo Altemps, sede del Museo nazionale romano. “Dieci progetti per la nuova creatività” che hanno visto all’opera compagnie e singoli artisti, tutti presentati da realtà riconosciute nazionalmente per il loro rapporto con la scena contemporanea di ultima generazione. Drodesera-Centrale Fies, Socìetas Raffaello Sanzio, la compagnia Krypton, Romaeuropa festival, Primavera dei Teatri, Teatro della Tosse, Teatro Litta, Teatro delle Albe, lo Stabile dell’Umbria con “es.terni festival”, hanno così proposto giovani da loro addestrati, scoperti, sostenuti.

 

Contemporanea a Teatri di Vetro, la rassegna ha una veste di apparentemente maggiore autorità, se non altro istituzionale, essendo organizzata e promossa dall’Eti.

Gli spettacoli però hanno meno pubblico, probabilmente perché al contrario di TDV che si svolge al Palladium, ormai riconosciuto come luogo di ricerca scenica, Teatri del Tempo Presente si è svolta in spazi più ufficiali e paludati.

 

Lo spettacolo di Dewey Dell (Kin Keen King, ideato ed eseguito da Teodora Castellucci) è superlativo per quanto riguarda i costumi di scena che creano personaggi di una realtà arcaica e infantile: tute a cui sono applicati lunghissimi aculei di metallo che suonano al muoversi dei corpi. È inoltre originale la musica, creata da Demetrio Castellucci, ma lo spettacolo è povero dal punto di vista coreografico. La danza dei tre performer è priva di abilità e addestramento tecnico e, se anche ciò fosse una scelta per aderire al principio istintivo dei movimenti corporei, le prestazioni risultano essere prive di originalità.




Sonia Brunelli in Barok (2009)


Bisogna conoscere ciò che si decide di rifiutare, come dimostra Sonia Brunelli in Barok con efficaci risultati, per non rischiare di cadere nei cliché della danza.

Sonia Brunelli danza sul posto. Ricoperta da una tuta nera fino alla testa colorata di rosso, con i  piedi che  non si staccano mai da terra, eppure il  suo corpo si libera in movenze personalissime, che evidentemente nascono da una necessità interiore e travolgono ogni convenzione. Il suo è un incedere ritmico-spaziale che pulsa ossessivo nella visione, la sua danza a volte sembra il respiro affannato di chi è rincorso. La musica (di Leila Gharib) marca eccessivamente il ritmo dei gesti, infatti la sua danza è ritmata da una musica interna, tanto che potrebbe fare a meno dell’accompagnamento sonoro.

 

La compagnia Sineglossa racconta la storia mitica della divisione dei sessi, della nascita del pudore e della vanità, desiderando ritornare indietro grazie all’“Undo”, la freccia curva sulla barra degli strumenti del computer che permette di annullare i cambiamenti effettuati. Il ritorno per andare oltre, disobbedire alle leggi della natura: creare l’ermafrodito, luogo dell’eccezionale e del meraviglioso.

Lo spettacolo, diretto da Federico Bomba, è privo di testo, affronta temi abusati, ma interessante è la creazione visiva dell’ermafrodito che prende forma dalla sovrapposizione di immagini dei corpi dell’attore e dell’attrice create attraverso proiezioni di luce. La fragilità dell’immagine che si crea senza l’utilizzo di tecnologie, restituisce la natura sottile dell’ermafrodita.

 

In La cosa 1, la compagnia Teatro Sotterraneo lavora sulla rabbia, cercando di scuotere il pubblico. Il palcoscenico è spoglio, uscita di sicurezza e attrezzi di scena in vista, i quattro protagonisti vestiti in tuta e scarpe da ginnastica corrono veloci per tutta la durata dello spettacolo, fino alla sfinimento. Coinvolgono direttamente lo spettatore nella loro cruda comicità che aggredisce i nostri tempi di mediocrità e violenza. Lo spettacolo si compone di scenette dal riso amaro. In questo scenario la corsa appare come una forma di resistenza estrema, una scelta ideologica e morale prima della caduta.

 

L’ospite d’onore del festival è il gruppo romano Santasangre che porta in scena lo spettacolo Seigradi, una partitura in cui elementi visivi, uditivi e cinestetici si riuniscono in un unico segno, creando un’unica armonia polifonica. Per ottenere ciò hanno sperimentato una tecnologia che dà vita ad immagini proiettate che assumono la consistenza visiva di corpi, presentandosi come ologrammi. Creano una drammaturgia per immagini che ripercorre l’evoluzione di una specie vivente in un ecosistema allo sbaraglio. Affrontando il tema del surriscaldamento dell’ambiente, delle mutazioni che potrebbe portare, danno corpo ad una visione immaginaria, affidando alla sensorialità il compito di trascinare lo spettatore nel regno di un futuro possibile e temuto.

L’acqua (immagine olografica) è la protagonista della prima parte dello spettacolo, dall’acqua letteralmente “sorge” il corpo di Roberta Zanardi, cresce, muta, finchè un suono assordante annuncia il cataclisma, tutto verte verso il rosso, verso il fuoco.

La teoria dei “sei gradi” (secondo cui l’aumento di soli sei gradi della temperatura terrestre potrebbe causare la desertificazione e la scomparsa della vita) si è avverata. Della vita che la Zanardi personifica resta solo uno scheletro carbonizzato, che va dissolvendosi sotto l’immagine di un terreno arido.

 

La realtà artistica che il festival presenta non appare originale né innovativa, né nelle pratiche né nei temi affrontati, ad esclusione di Santasangre e Sonia Brunelli.

Risulta, così, difficile dare un giudizio complessivo sul panorama giovanile, perché mai come oggi forse coesistono pratiche teatrali tanto diverse e lontane. Mentre permane il modo tradizionale di fare teatro (nei temi e nelle forme), c’è chi si volge ad una ricerca ipertecnologica e chi, abbandonata la funzione sociale dell’arte, mette in scena la propria interiorità cercando di avvicinare l’altro a sé attraverso la pratica teatrale. Potrebbe essere questa una nuova tendenza in un mondo che rende difficili i legami e lo scambio tra simili?




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