LUOGO COMUNE
VITO RIVIELLO - UN’INTERVISTA
Dobbiamo oggi dirci ‘attori
di poesia’


      
In omaggio al poeta potentino da poco scomparso, ripubblichiamo un colloquio originariamente uscito nel febbraio del 1983 sulle pagine culturali del quotidiano “L’Umanità”, in occasione della manifestazione “Paso Doble” al Lavatoio Contumaciale di Roma, da lui ideata e diretta. Nelle sue considerazioni sottolineava la necessità di una dimensione spettacolare delle letture in versi e propugnava una lotta contro l’oralità appiattita, omogeneizzata dei mass-media a favore di una oralità diversa, sperimentale, capace di trasformare ed arricchire il testo scritto.
      



      

di Marco Palladini

 

da “L’Umanità” – 10 febbraio 1983

 

Con Giorgio Bassani che ha letto versi dalla sua raccolta omnia In rime e senza, si è conclusa l’altra sera presso il Lavatoio Contumaciale di Roma la manifestazione poetica Paso Doble. Detto che questa seconda edizione ha registrato delle vive punte di partecipazione da parte di un pubblico attento e interessato, abbiamo voluto rivolgere alcune domande a Vito Riviello l’ideatore di tale rassegna, imperniata su una intelligente formula di abbinamento tra poesia contemporanea e poesia del passato. Riviello, lucano, 49 anni, scoperto in sostanza dal suo conterraneo Leonardo Sinisgalli, collaboratore a vari programmi culturali della Rai, ha al suo attivo quattro libri e ha pubblicato versi su numerose riviste tra cui “Carte Segrete”, “Nuovi Argomenti” e “Letteratura”. Per la sua vena ironico-giocosa dietro cui, però, come avverte Giovanni Raboni, si cela una spinta “… profondamente seria, anzi disperata… vagamente beckettiana…”, oltreché per le sue doti di entertainer spigliato e brillante, Rivello è uno dei più assidui frequentatori e sostenitori delle serate di lettura. Con lui abbiamo quindi pensato di allargare la riflessione a tutto quanto suggerisce l’attuale rapporto tra la poesia scritta e quella declamata.

 

Cominciamo dal Paso Doble: rispetto alle finalità della proposta originaria che senso ti pare abbia avuto in concreto questa iniziativa?

 

“Ci siamo collocati in un’area di poesia spettacolare che se, da un lato, rifiuta l’uscita dallo specifico letterario, dall’altro lato si concentra sulle modalità di esibizione. La pura e semplice lettura è insufficiente, il pubblico desidera altri mezzi di verifica, si deve dunque mutare strategia e procedere a una dichiarazione di poetica.”

 

Gli autori del passato vengono perciò usati in qualche misura in funzione esplicativa degli autori viventi?

 

“Si tratta di un modo di legarsi al passato per far comprendere che esistono nuove forme di presentare la poesia. Mi rendo conto che tale confronto è arbitrario, dettato a volte da scelte di simpatia e a volte da esigenze di attualità, ma proprio a causa di ciò Paso Doble diventa allora un azzardo, un gioco, una provocazione. In questo c’è continuità e rottura con i poeti antichi, loro credevano alla compiutezza del testo, noi invece lo trasgrediamo.”

 

Non sarà anche per tale motivo che la gente sembra così refrattaria alla lettura diretta dei testi?

 

“E appunto questa è un’occasione per avvicinare la gente ai libri, per riuscire a fare intendere che un testo contemporaneo lo si può apprezzare pur con tutta la sua provvisorietà, che anzi si può, si deve essere co-autori del testo. Per questo lavoro di interazione col pubblico io credo che i poeti debbano oggi essere definiti ‘attori di poesia’. Pur senza artifici scenici, le letture si vanno spettacolarizzando nel momento in cui noi rappresentiamo e parliamo dei versi che scriviamo.”




Vito Riviello in un disegno di Luca Celano (1985)


Nel più generale contesto della Società dello Spettacolo che significato ha una simile scelta?

 

“Significa lottare contro l’oralità appiattita, omogeneizzata dei mass-media a favore di una oralità diversa, sperimentale, che vada a intaccare il testo. E sarebbe ora che all’interno della scuola e delle università si riconoscesse uflicialmente questo ruolo di servizio, di spettacolo dei poeti al di là del trito schema che li vuole o burocrati d’accademia o bohémiennes emarginati. Basterebbe pensare alla tradizione russa con in testa Esenin per comprendere ciò che voglio dire.”

 

Dopo la stagione degli Assessori abbiamo, insomma, quella della poesia gestita in prima persona dai poeti?

 

“Non ho mai creduto sinceramente alla lettura improvvisata. Il pubblico deve sapere dove va e quale situazione troverà. I festival sulla spiaggia, le aggregazioni di massa eccetera, sono esperienze utopistiche. Forse fra trent’anni saranno normali, ma oggi bisogna ancora puntare sui piccoli spazi.”

 

Cionondimeno, anche qui il consenso va principalmente al filone comico-burlesco, e inoltre mi sembra che gli ascoltatori respingano i linguaggi non tradizionali.

 

“C’è evidentemente una questione di scarsa preparazione da parte del pubblico che non mi sogno di sottovalutare. D’altro canto vorrei far notare che le avanguardie sono sempre state una ristretta minoranza, è un dato di fatto. Per quanto concerne la poesia comico-burlesca mi pare indubbio che, come dice Giuliani, essa rappresenti una tendenza irreversibile dei nostri tempi in cui c’entra sicuramente quel contenuto popolar-carnevalesco, rabelaisiano del quale ha parlato Bachtin. Se riflettiamo che in ogni occasione di incontro pubblico c’è un elemento di festa nel senso di rito liberatorio, si può comprendere il perché questo filone poetico risulti il più aderente alle aspettative dei fruitori.”

 

Resta, comunque, che la poesia italiana odierna, letta o scritta che sia, appare singolarmente lontana dalla tumultuosa realtà di conflitti socio-politici in cui viviamo. È un’Arcadia. E ciò è strano se si pensa che il nostro sommo poeta, Dante, insieme a molte altre cose, è stato anche un grande poeta civile.

 

“Sì, ma Dante è stato il poeta dell’unità. Aveva un ideale unitario, nella congiuntura storica in cui visse egli incarnò la difesa dell’integrità dei valori dell’Occidente. Noi al contrario facciamo i conti con una società dispersa in mille rivoli, scissioni, contraddizioni, manca assolutamente un cemento unitario, una compattezza di fondo, su tutto prevale l’ideologia individualistica. Così, quel poco di poesia civile che viene fatta, è fatta male (vedasi Quasimodo). Scotellaro è confinato nella dimensione del poeta contadino. Forse il vero appuntamento perduto sotto questo profilo è stato nel dopoguerra col neorealismo. Ci sono stati, sì, Fortini e poi Pasolini che hanno tentato di procedere in quel solco, ma sono rimasti esempi isolati. senza seguito. Del resto, io credo che nella comicità pure vi sia sempre una intenzionalità epica. La realtà può filtrare anche attraverso il momento carnevalesco. Guai, anzi, se la spettacolarizzazione fosse fine a se stessa e rappresentasse, quindi, l’effimero e il vuoto, e non invece un fatto educativo. Perché poi in una società letteraria di origine burocratico-accademica, seriosa come quella italiana, una poesia che costituisca una trasgressione permanente ai linguaggi e alle istituzioni codificati è un fatto altamente educativo, non dimentichiamolo. Oggi che finalmente si è dischiusa una breccia nel muro del potere editorial-universitario, occorre stare dalla parte della poesia e non dalla parte dei programmi autoritari.”




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