LE VIE DEL RACCONTO
NINA MAROCCOLO – PREMIO 2009 DEL II CONCORSO DI LETTERATURA ON-LINE “LE RETI DI DEDALUS”
 

 

 

 

Mercoledì 10 giugno u.s., a Roma, presso la Sala Convegni del Museo Teatrale del Burcardo, l’Associazione Culturale Reprò, il Sindacato Nazionale Scrittori e la Siae hanno premiato la scrittrice e poliartista Nina Maroccolo, vincitrice del II Concorso di Letteratura on-line della rivista “Le Reti di Dedalus” con il racconto Malestremo.

 

Nel corso dell’incontro, sono intervenuti Rocco Cesareo, presidente dell’Associazione Reprò, Tiziana Colusso, dirigente del Sindacato Nazionale Scrittori e Marco Palladini, direttore delle Reti di Dedalus. Erano presenti, per la Siae, il dott. Filippo Gasparro, Direttore dell’Ufficio Organizzazione Eventi, con la dott.ssa Stefania Amodeo. Nina Maroccolo, assai applaudita e felicitata, ha trasformato la lettura del suo racconto in una performance meta-teatrale a sorpresa, coinvolgendo anche il pubblico presente.         

 

Ecco la motivazione del Premio:

 

Nei testi di Nina Maroccolo si rinviene la forte attitudine a mescidare prosa narrativa, poesia e teatro, abbattendo steccati formali e, in fondo, fittizi, aspirando ad una sorta di scrittura totale che pulsa e respira obbediendo a traiettorie espressive sempre originali che non si peritano di incrociare bagliori lirici e prospettive storiche e concettuali, mettendo in connessione ed interfaccia campi semantici anche assai diversi.

C’è, inoltre, nei suoi testi una viva coscienza civile e politica come si evidenzia in Annelies Marie Frank, composita opera scenica ispirata alla tragedia di Anna Frank, morta nel lager di Bergen-Belsen, o nel racconto Malestremo che ricama diacroniche visioni ed estrose congetture a partire dal mistero della scomparsa del fisico Ettore Majorana.

La circolarità della parola letteraria di Nina Maroccolo ci sembra, quindi, che rifletta bene il flusso ‘eternaneo’ (come avrebbe detto Gianni Toti) e i processi multi-link in atto e ‘in progress’ nelle ciber-scritture della Rete”.    

 

 

***




La performance di Nina Maroccolo nella Sala del Burcardo (ph. Franco Falasca)


Pubblichiamo qui di seguito, due nuovi racconti inediti di Nina Maroccolo.

 

 

 

IL GIORNO DELLA CONOSCENZA

 

 

Ossetia del Nord, Russia,

Settembre 2004

 

 

   I

   A quel tempo il futuro Buddha si reincarnò in un bambino. Si chiamava Sergej, aveva otto anni. 

   Quel mattino Sergej, lungo il marciapiede smerigliato di sole, costeggiò un muretto che separava il parco-giochi dalla via principale di Beslan. Passava sempre da lì per andare a scuola, e fu in quel tratto che gli fiorì un pensiero. Decise di chiuderlo a chiave in cantina, come si rinchiude un sogno oscuro: rantolo nella morsa d’una inavvertita tenaglia.

   Il cielo si fece basso per proteggere la terra in una stretta intima e silenziosa. Sergej guardava la sua mano bianchissima intrecciarsi a quella materna: pallide mani aurorali, fisiche emanazioni di Gioia.

   Sergej dondolò Gioia. Dondolò mani di cielo e mani di terra fino a quando il pensiero non mise parola. Mani di terra, a quel pensiero, non fece caso.

   Madre e figlio camminavano fianco a fianco. Arrivati all’edificio, il bambino la fissò negli occhi con chiarità d’intento:

   “Vieni a prendermi tardi, mamma. Molto tardi”.

 

   II

   Il mio nome è Anja, ho ventiquattro anni. Insegno nella scuola di Sergej.

   Lo chiamai Principio di Vita quel mattino a Beslan, che non ebbe a conoscere, sino allora, il tratto brevilineo dell’uomo, i suoi cavernosi avvallamenti. Il diritto alla contemporaneità si identificò nel pianoro rettangolare uso palestra, divenuto almanacco a breve scadenza; simbolo dei ribelli indipendentisti ceceni.

   Mi sentii piagata dal vento.

   Era il giorno della Conoscenza, il primo giorno di scuola. Per molti bambini il primo nutrimento.

   Trovarono l’avvenire: il pianto, la sete, il sangue. L’occhio ferreo che quando muori non nascondi, ma langue soltanto.

   Presagivo mausolei privati. Così sarebbe stato, perché mezza verità negasse l’altra mezza.

   Ci avrebbero fatti saltare in aria, probabilmente dopo un tentativo di liberazione da parte delle forze militari speciali. Con fare ineluttabile del Cremlino. 

 

   Nascosi l’intelletto. Sapevo che la perdita di ostaggi avrebbe rappresentato il male minore. Salvare il salvabile era un atto necessario, non sempre lecito.

   I nostri amorini alati… Troppa luce avrebbe addolorato se mancante di resurrezione. Il solo ed unico auspicio doveva confermare l’archiviazione della loro incolumità, la riconsegna alle famiglie, anche se quest’ultime rigettavano qualsiasi risoluzione armata. Tuttavia, l’irruzione dei soldati russi era pressoché certa.

   Divenni muta. La mia lingua, un tempo imbevuta d’etere, vagante tra profluvi di stelle, aveva il sapore del cloroformio.

   – Sempre con la bocca chiusa! – urlava mia madre.

   Dalla tua escono solo fiamme… Lingua incendiaria. –

   E gemevo con la voglia di essere dimenticata.

   Lei era stata uno zoccolo scalpitante della rivoluzione del ’17. Disgiunta dallo stalinismo, si lasciò invecchiare lustrando gli anni stupefacenti del comunismo più vero, ancora superba negli ideali, mai presa dal risucchio della Storia. Il suo intero sguardo volle armarsi di luce, come un’icona riparatrice. Urna memoriale della Russia traviata, quella dei versi spinati, del divenire imperfetto:

   Perché, saremmo noi gli indegni? Noi del popolo, con le nostre fiaccole proletarie?!

   Feudatari dei GULag, vergognatevi! –

   Prendevo le sue mani bianche, le serravo a ogiva:

   La rivolta in una preghiera, madre. –

– Nessuno è ospite della mia casa che non sia incarnato! –  

   Fiordi gelidi erano i postumi della fede. Si sarebbe aggiudicata un aldilà turgido.

 

   III

   Maestra… Non lo faccia…” disse Sergej.

   Fare cosa?” rimasi sorpresa. Cercavo di non capire la precisione sensorea di quella domanda.

   “Lo sa, maestra… Torneremo molto tardi, stasera…”

   Con ginocchia devote all’inchiostro mi strusciai verso i bagni. Con un cenno della mano chiesi il permesso a uno dei carcerieri. Avevo sete. Lo guardai per ricevere l’assenso.

   Avrei bevuto la mia stessa urina.

   Diventai fortezza in rovina, eguagliata solo ai drappi neri del lutto. Avida di vita, avida a vita, proprio come Madre Russia.

   Dichiarai di non esserne figlia: Perché tu mi guardasti solo con gli occhi, che non mi videro.

   Il denaro è la stazione del pianto. Osservo il gradimento nelle tasche altrui… Cerco l’avere per il dare, cerco il pane dell’uguaglianza. O sono beati solo coloro che mangiano con il ventre già pieno, perché lo fanno nel nome del Signore?!

   Mia madre, ladra nel nome di Lenin.

  Noi del popolo, noi illuminati, siamo la conoscenza della privazione, il rigore del nostro sangue! –

  Cavalcavo ossessioni, schienali adunchi. Vennero a generarmi, i dèmoni.

   Eppure taci, figlia, col tuo ceppo di grida! Nessuno veglia su di te, solo tua madre! –

  Mi sentii una valvola inceppata.

 

   IV

   Ci scucimmo. La nostra libertà non aveva sede di salvezza, né un perimetro consolatorio: ebbe solitudine da bisbigliare. Mentre il colonialismo – suolo capelluto affamato d’annessi cutanei, menzogna votata alle più sincere intenzioni – descrisse la Cecenia nucleo stellare morente. Poi, ininterrotto cinismo senza tempo né direzione.

   Fu quello scatto, il non-ritorno.

   Maestra… non lo faccia…” disse nuovamente Sergej.

Torneremo a casa, stai tranquillo piccolo mio…”

 

   Cielo plumbeo.

   I miei roditori stavano giocando d’astuzia. Rosicchiavano, e rosicchiavano, e rosicchiavano in moto perpetuo, circolare, febbrile; ormai volontà povera, questa mia. Uncinata e santa.

   Perdonami, Sergej, le sofferenze che non riesco a trattenere…” poi, il boato.

   L’universo sintetico equipaggiò scandali umani. C’era sempre un’occasione di peccato tra fenomeni compatibili.

   E impietrirono i giorni nostri, e i taccuini di stelle, le vertebre planetarie, gemettero come tragici sassi privi di parole e di spina. La morte levigata d’universo: simultaneità del divino o dell’umano?

   Maestra… non mi lasci…” disse Sergej, ferito.

   Sono molto, molto cattiva!”

   … non l’ha fatto, maestra… non l’ha fatto…”

   Dovevo suggellare effluvi per tacerli ai sensi, come residui della tua innocenza.

   “Molto cattiva…”

   “… io muoio per te…”

   Per salvare le Madri.

   Come ti chiami?” mi chiese un soldato russo.

   Il bambino, dov’è il bambino?!

   Disertai contro la mia santità. Vi rinunciai.

   Rinunciai a esplodermi.

   Respira! Respira!...” continuò il soldato.

 

… dov’è il bambino? Sergej…”

   Disertai contro la causa.

   “Non ce l’ha fatta!… Respira! Parlami!!!… Come ti chiami?, come ti chiami?!”

   … mi chiamo Grozny…”

 

   Conduce il sonno – l’assenza.

 

 

***




Nina Maroccolo (ph. Franco Falasca)


PERCEVAL 

racconto ispirato al poema di Chrétien de Troyes



 

 

Una madre remota s’inarcò duplicata e concepì l’espiazione.

Il figlio-vetturino s’incrostò di colpe Senzamorte.

Morto, il padre planetario.

 

Rintocchi generatori pronunciarono ore non accidentali:

avevano inventato Perceval.

Ogni cellula compromessa, perciò eccelsa, era pronta a fracassare l’orologio delle sue ossa.

Disorientate le giunture nel vaniloquio dell’ignoranza, il corpo-montacarichi – declivio della parola oziosa – risuonava d’una sagace volontà di concordia.

Perceval, volo lirico nel suolo abiurato, precipitò sciamanico.

Percorse lo zodiaco astrale avvolto nel cosmo disattivato. Prese la vanga, dissotterrò la matassa di terra muschiata, circondato da spettrali carcasse boschive, e osservò una litania in purità di calma e d’attenzione:

 

Cuore innocente, ascolta il ruggito propulsore che stimola la clessidra;

disinfetta ogni munifico granello di vita.

Cuore innocente, ascolta il ruggito propulsore che stimola la clessidra;

disinfetta ogni munifico granello di vita.

Cuore innocente, ascolta il ruggito propulsore che stimola la clessidra;

disinfetta ogni munifico granello di vita.

 

Secondo il patto di velocità, in quei tempi d’ignavia terribilmente umana, Perceval saziò l’informazione con granai bruciati dalla quotidiana cronaca medievale, resoconti iniziatici impoveriti dalla carestia; la funerea terra di un avveniristico, desolato Eliot. Mentre il chierico Chrétien de Troyes benedì con la penna la sventura e la redenzione, il peccato e il ritorno apollineo dei virtuosi, abituando il nostro vetturino alla fibra della pena.

Incompiuto Perceval delle Fiandre, poiché il buon Chrétien, l’Incrollabile, morì prima di narrare la fine della sua storia, prossima al sogno o alla magia così come parve agli uomini ordinari privi di purissima fede. In tempo, comunque, affinché il personaggio arturiano si scoprisse Cavaliere Vermiglio, lontano dalla tutela severa della madre: tiranna degli affetti.

 

Ella lo amò tra cicatrici di foglie, capelli d’alghe, steli fanciulleschi. Nel cumulo di perdite universali: due figli, lo sposo. Unitamente al proprio duolo purpureo.

 

Perceval la guardò accasciarsi sul ponte, quando si voltò prima di falcare la ventura, e pensò quanto assomigliasse quello sciogliersi al prodigio del ghiaccio nel ritornare acqua.

Non rammentò di bervi.

Proseguì, con il crepitio di quel dettaglio nel cuore. E lei morì.

Sola.

Remota.

Fa rumore la congettura del mattino: in quali profondità il traviamento insemina il margine, riassaporando manicaretti, vini a volontà;  brindando l’onore, ossa d’alberi invernali e nient’altro?

Quanta pedanteria può ostentare la radice della colpa?!

Presto, si serva dell’altro vino!

 

Tu, mia luna, ricorda:

Una madre remota s’inarcò duplicata e concepì l’espiazione.

Il figlio-vetturino s’incrostò di colpe Senzamorte.

Morto, il padre planetario.

 

Sopraffatto da malvago, Perceval vagolò randagio senza muoversi di un ciglio.

Sempre lì, eppur lontano…

Catapultò lunauta. Mistico pericoloso.

Inamovibile monaco nei panni della rinuncia.

Siddharta del Graal.

 

Infine, figlio.

 

 

* Il Senzamorte: uno dei numerosi nomi che indicano il Buddha.

** L’Incrollabile: ibidem.

 

 

 

 




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