Mercoledì 10 giugno u.s., a Roma,
presso la Sala Convegni
del Museo Teatrale del Burcardo, l’Associazione Culturale Reprò, il Sindacato
Nazionale Scrittori e la Siae
hanno premiato la scrittrice e poliartista Nina Maroccolo,
vincitrice del II Concorso di Letteratura on-line della rivista “Le Reti di
Dedalus” con il racconto Malestremo.
Nel corso dell’incontro, sono
intervenuti Rocco Cesareo, presidente dell’Associazione Reprò, Tiziana Colusso,
dirigente del Sindacato Nazionale Scrittori e Marco Palladini, direttore
delle Reti di Dedalus. Erano presenti, per la Siae, il dott. Filippo Gasparro, Direttore dell’Ufficio Organizzazione Eventi, con la
dott.ssa Stefania Amodeo. Nina Maroccolo, assai applaudita e
felicitata, ha trasformato la lettura del suo racconto in una performance
meta-teatrale a sorpresa, coinvolgendo anche il pubblico
presente.
Ecco la motivazione del Premio:
“Nei testi di Nina Maroccolo si rinviene la
forte attitudine a mescidare prosa narrativa, poesia e teatro, abbattendo
steccati formali e, in fondo, fittizi, aspirando ad una sorta di scrittura
totale che pulsa e respira obbediendo a traiettorie espressive sempre originali
che non si peritano di incrociare bagliori lirici e prospettive storiche e
concettuali, mettendo in connessione ed interfaccia campi semantici anche assai
diversi.
C’è, inoltre, nei suoi testi una viva coscienza civile e politica come si
evidenzia in Annelies Marie Frank,
composita opera scenica ispirata alla tragedia di Anna Frank, morta nel lager
di Bergen-Belsen, o nel racconto Malestremo che ricama diacroniche visioni ed estrose congetture a partire dal
mistero della scomparsa del fisico Ettore Majorana.
La circolarità della parola letteraria di Nina Maroccolo ci sembra,
quindi, che rifletta bene il flusso ‘eternaneo’ (come avrebbe detto Gianni
Toti) e i processi multi-link in atto e ‘in progress’ nelle ciber-scritture della
Rete”.
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La performance di Nina Maroccolo nella Sala del Burcardo (ph. Franco Falasca)
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Pubblichiamo qui di seguito,
due nuovi racconti inediti di Nina
Maroccolo.
IL GIORNO DELLA
CONOSCENZA
Ossetia del Nord, Russia,
Settembre 2004
I
A quel tempo il futuro Buddha si reincarnò
in un bambino. Si chiamava Sergej, aveva otto anni.
Quel mattino Sergej, lungo il marciapiede
smerigliato di sole, costeggiò un muretto che separava il parco-giochi dalla
via principale di Beslan. Passava sempre da lì per andare a scuola, e fu in
quel tratto che gli fiorì un pensiero. Decise di chiuderlo a chiave in cantina,
come si rinchiude un sogno oscuro: rantolo nella morsa d’una inavvertita
tenaglia.
Il cielo si fece basso per proteggere la
terra in una stretta intima e silenziosa. Sergej guardava la sua mano
bianchissima intrecciarsi a quella materna: pallide mani aurorali, fisiche
emanazioni di Gioia.
Sergej dondolò Gioia. Dondolò mani di cielo e mani di
terra fino a quando il pensiero non mise parola. Mani di terra, a quel
pensiero, non fece caso.
Madre e figlio camminavano fianco a fianco.
Arrivati all’edificio, il bambino la fissò negli occhi con chiarità d’intento:
“Vieni a prendermi tardi, mamma. Molto
tardi”.
II
Il mio nome è Anja, ho ventiquattro anni.
Insegno nella scuola di Sergej.
Lo chiamai Principio di Vita quel mattino a
Beslan, che non ebbe a conoscere, sino allora, il tratto brevilineo dell’uomo,
i suoi cavernosi avvallamenti. Il diritto alla contemporaneità si identificò
nel pianoro rettangolare uso palestra, divenuto almanacco a breve scadenza;
simbolo dei ribelli indipendentisti ceceni.
Mi sentii piagata dal vento.
Era il giorno della Conoscenza, il primo
giorno di scuola. Per molti bambini il primo nutrimento.
Trovarono l’avvenire: il pianto, la sete, il
sangue. L’occhio ferreo che quando muori non nascondi, ma langue soltanto.
Presagivo mausolei privati. Così sarebbe
stato, perché mezza verità negasse l’altra mezza.
Ci avrebbero fatti saltare in aria,
probabilmente dopo un tentativo di liberazione da parte delle forze militari
speciali. Con fare ineluttabile del Cremlino.
Nascosi l’intelletto. Sapevo che la perdita
di ostaggi avrebbe rappresentato il male minore.
Salvare il salvabile era un atto necessario, non
sempre lecito.
I nostri amorini alati… Troppa
luce avrebbe addolorato se mancante di resurrezione. Il
solo ed unico auspicio doveva confermare l’archiviazione della loro incolumità,
la riconsegna alle famiglie, anche se quest’ultime rigettavano qualsiasi
risoluzione armata. Tuttavia, l’irruzione dei soldati russi era pressoché
certa.
Divenni muta. La mia lingua, un tempo imbevuta d’etere, vagante tra profluvi di stelle,
aveva il sapore del cloroformio.
– Sempre con la bocca chiusa! – urlava mia madre.
– Dalla
tua escono solo fiamme… Lingua incendiaria. –
E gemevo con la voglia di essere
dimenticata.
Lei era stata uno zoccolo scalpitante della
rivoluzione del ’17. Disgiunta dallo stalinismo, si lasciò invecchiare
lustrando gli anni stupefacenti del comunismo più vero, ancora superba negli
ideali, mai presa dal risucchio della Storia. Il suo intero sguardo volle
armarsi di luce, come un’icona riparatrice. Urna memoriale della Russia
traviata, quella dei versi spinati, del divenire imperfetto:
– Perché,
saremmo noi gli indegni? Noi del popolo, con le nostre fiaccole proletarie?!
Feudatari dei GULag, vergognatevi! –
Prendevo le sue mani bianche, le serravo a
ogiva:
– La
rivolta in una preghiera, madre. –
–
Nessuno è ospite della mia casa che non sia incarnato! –
Fiordi gelidi erano i postumi della fede. Si
sarebbe aggiudicata un aldilà turgido.
III
“Maestra… Non
lo faccia…” disse Sergej.
“Fare cosa?”
rimasi sorpresa. Cercavo di non capire la precisione sensorea di quella
domanda.
“Lo sa, maestra…
Torneremo molto tardi, stasera…”
Con ginocchia devote all’inchiostro mi
strusciai verso i bagni. Con un cenno della mano chiesi il permesso a uno dei
carcerieri. Avevo sete. Lo guardai per ricevere l’assenso.
Avrei bevuto la mia stessa urina.
Diventai fortezza in rovina, eguagliata solo
ai drappi neri del lutto. Avida di vita, avida a vita, proprio come Madre
Russia.
Dichiarai di non esserne figlia: Perché
tu mi guardasti solo con gli occhi, che non mi videro.
– Il denaro è la
stazione del pianto. Osservo il gradimento nelle tasche altrui… Cerco l’avere
per il dare, cerco il pane dell’uguaglianza. O sono beati solo coloro che
mangiano con il ventre già pieno, perché lo fanno nel nome del Signore?! –
Mia madre, ladra nel nome di Lenin.
– Noi
del popolo, noi illuminati, siamo la conoscenza della privazione, il rigore del
nostro sangue! –
Cavalcavo ossessioni, schienali adunchi.
Vennero a generarmi, i dèmoni.
– Eppure
taci, figlia, col tuo ceppo di grida! Nessuno veglia su di te, solo tua madre!
–
Mi sentii una valvola
inceppata.
IV
Ci scucimmo. La nostra libertà non aveva
sede di salvezza, né un perimetro consolatorio: ebbe solitudine da bisbigliare.
Mentre il colonialismo – suolo capelluto affamato d’annessi cutanei, menzogna
votata alle più sincere intenzioni – descrisse la Cecenia nucleo stellare
morente. Poi, ininterrotto cinismo senza tempo né direzione.
Fu quello scatto, il non-ritorno.
“Maestra… non
lo faccia…” disse nuovamente Sergej.
“Torneremo a
casa, stai tranquillo piccolo mio…”
Cielo plumbeo.
I miei roditori stavano giocando d’astuzia.
Rosicchiavano, e rosicchiavano, e rosicchiavano in moto perpetuo, circolare,
febbrile; ormai volontà povera, questa mia.
Uncinata e santa.
“Perdonami, Sergej, le sofferenze che non riesco a
trattenere…” poi, il boato.
L’universo sintetico equipaggiò scandali
umani. C’era sempre un’occasione di peccato tra fenomeni compatibili.
E impietrirono i giorni nostri, e i taccuini
di stelle, le vertebre planetarie, gemettero come tragici sassi privi di parole
e di spina. La morte levigata d’universo: simultaneità del divino o dell’umano?
“Maestra…
non mi lasci…” disse Sergej, ferito.
“Sono
molto, molto cattiva!”
“ … non
l’ha fatto, maestra… non l’ha fatto…”
Dovevo suggellare effluvi per tacerli ai sensi, come residui della tua
innocenza.
“Molto cattiva…”
“… io muoio per te…”
Per salvare le Madri.
“Come ti chiami?” mi chiese un soldato russo.
“Il
bambino, dov’è il bambino?!”
Disertai contro la mia santità. Vi
rinunciai.
Rinunciai a esplodermi.
“Respira!
Respira!...” continuò il soldato.
“ … dov’è
il bambino? Sergej…”
Disertai contro la causa.
“Non ce l’ha fatta!… Respira! Parlami!!!… Come ti chiami?, come ti chiami?!”
“ … mi
chiamo Grozny…”
Conduce il sonno – l’assenza.
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Nina Maroccolo (ph. Franco Falasca)
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PERCEVAL
racconto ispirato al poema di Chrétien de Troyes

Una madre remota
s’inarcò duplicata e concepì l’espiazione.
Il
figlio-vetturino s’incrostò di colpe Senzamorte.
Morto, il padre
planetario.
Rintocchi
generatori pronunciarono ore non accidentali:
avevano inventato Perceval.
Ogni cellula
compromessa, perciò eccelsa, era pronta a fracassare l’orologio delle sue ossa.
Disorientate le
giunture nel vaniloquio dell’ignoranza, il corpo-montacarichi – declivio della
parola oziosa – risuonava d’una sagace volontà di concordia.
Perceval, volo
lirico nel suolo abiurato, precipitò sciamanico.
Percorse lo
zodiaco astrale avvolto nel cosmo disattivato. Prese la vanga, dissotterrò la
matassa di terra muschiata, circondato da spettrali carcasse boschive, e
osservò una litania in purità di calma e d’attenzione:
Cuore
innocente, ascolta il ruggito propulsore che stimola la clessidra;
disinfetta ogni munifico granello di vita.
Cuore
innocente, ascolta il ruggito propulsore che stimola la clessidra;
disinfetta ogni munifico granello di vita.
Cuore
innocente, ascolta il ruggito propulsore che stimola la clessidra;
disinfetta ogni munifico granello di vita.
Secondo il patto
di velocità, in quei tempi d’ignavia terribilmente umana, Perceval saziò
l’informazione con granai bruciati dalla quotidiana cronaca medievale,
resoconti iniziatici impoveriti dalla carestia; la funerea terra di un
avveniristico, desolato Eliot. Mentre il chierico Chrétien de Troyes benedì con
la penna la sventura e la redenzione, il peccato e il ritorno apollineo dei
virtuosi, abituando il nostro vetturino alla fibra della pena.
Incompiuto
Perceval delle Fiandre, poiché il buon Chrétien, l’Incrollabile, morì prima di
narrare la fine della sua storia, prossima al sogno o alla magia così come
parve agli uomini ordinari privi di purissima fede. In tempo, comunque,
affinché il personaggio arturiano si scoprisse Cavaliere Vermiglio, lontano
dalla tutela severa della madre: tiranna degli affetti.
Ella lo amò tra
cicatrici di foglie, capelli d’alghe, steli fanciulleschi. Nel cumulo di
perdite universali: due figli, lo sposo. Unitamente al proprio duolo purpureo.
Perceval la
guardò accasciarsi sul ponte, quando si voltò prima di falcare la ventura, e
pensò quanto assomigliasse quello sciogliersi al prodigio del ghiaccio
nel ritornare acqua.
Non rammentò di
bervi.
Proseguì, con il
crepitio di quel dettaglio nel cuore. E lei morì.
Sola.
Remota.
Fa rumore la
congettura del mattino: in quali profondità il traviamento insemina il margine,
riassaporando manicaretti, vini a volontà; brindando l’onore, ossa d’alberi
invernali e nient’altro?
Quanta
pedanteria può ostentare la radice della colpa?!
Presto, si serva
dell’altro vino!
Tu, mia luna,
ricorda:
Una madre remota
s’inarcò duplicata e concepì l’espiazione.
Il
figlio-vetturino s’incrostò di colpe Senzamorte.
Morto, il padre
planetario.
Sopraffatto da
malvago, Perceval vagolò randagio senza muoversi di un ciglio.
Sempre lì, eppur
lontano…
Catapultò
lunauta. Mistico pericoloso.
Inamovibile
monaco nei panni della rinuncia.
Siddharta del
Graal.
Infine, figlio.
* Il
Senzamorte: uno dei numerosi nomi che indicano il Buddha.
** L’Incrollabile: ibidem.