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di Luca Brunelli
Precarietà e morti bianche: scrittori
a lavoro
“Il mondo può essere descritto e rappresentato a patto
che si descriva e rappresenti come
un mondo che può essere cambiato.”
BERTOLT BRECHT
“Il lavoro. Ti ha in pugno. È tutto intorno a te,
come una gelatina permanente che ti circon-da, ti
assorbe. E quando ci sei dentro, guardi la vita attraverso una lente
deformante.”
IRVINE WELSH, Il
lercio
L’Italia è una Repubblica
democratica fondata sul lavoro, un diritto universale ed inalienabile per ogni
cittadino, fonte d’indipendenza e di libertà, frutto di lotte e di sacrifici. È
il lavoro, lo recita anche il motto, l’atto che nobilita più l’uomo, che lo
rende dignitoso e degno di esser riconosciuto e tutelato all’interno della
nostra società civile. Retorica costituzionale e proverbiale, forse. Semplici assiomi
inoppugnabili. Ma se è davvero così (e bisogna vivamente credere sia così),
allora cosa succede quando questi principii vengono meno, quando ci si accorge
che qualcuno (le istituzioni, le grandi aziende, chi?) ci ha sottratto quanto i
nostri avi hanno conquistato attraverso il sudore e le battaglie sindacali? Che
cosa succede quando il lavoro non nobilita più chi lo svolge, semmai lo debilita,
lo frusta, lo deforma? Per qualcuno il problema è che il lavoro stia
semplicemente cambiando. “Verrà il giorno in cui il lavoro come lo conosciamo
sarà una cosa del passato”, profetizza Tullio Avoledo nel suo racconto. “Una
roba da musei, insomma.” Se
così fosse (e riteniamo pure attendibile la possibilità che il futuro si riveli
tale), le soluzioni da prendere, a quel punto, sarebbero due: una scelta alla
Rosso Malpelo, ovvero rassegnarsi ed accettare l’idea di essere parte
integrante di uno sgretolato e degradante stato d’incertezza, dove l’approccio
a parole come “flessibilità”, “mobilità”, “precarietà” e “lavoro interinale”
diverrà esperienza quotidiana, normale routine; oppure combattere, opporsi a
questa condizione a cui sembreremmo altrimenti destinati. La seconda ipotesi,
quella della ribellione, della rivalsa, della riappropriazione di quel che ci
spetta, appare senza dubbio la più affascinante, la scelta più romantica che, da
sempre, fa sentire vivo chi la compie o chi, soltanto, la immagina.
Insorgere, dunque, se non con lo
scontro fisico, attraverso una lotta intellettuale, fatta di dibattiti, di
scritti, di testimonianze. Un’azione massiccia che, tuttavia, almeno
all’interno dei nostri confini statali, stenta ancora a prendere corpo. “La
letteratura dei nostri giorni, del nostro paese”, come asserisce anche Viviana
Rosi nella postfazione al libro Lavoro da
morire, “parla di lavoro non tanto e non troppo, spesso solo
tangenzialmente rispetto a temi sentiti più stringenti, più umanamente
necessari, più raccontabili forse.” Nell’anonimato
dell’odierna denuncia al mondo lavorativo nazionale, occorre assolutamente
procacciare quegli autori che sappiano raccontare storie di sfruttamento
quotidiano, di discriminazioni, di ineguaglianze e sopraffazioni che colpiscono
duramente una sempre più ampia categoria di lavoratori e lavoratrici,
dipendenti e non. Un bisogno ormai impellente (con l’augurio che non sia, in
realtà, soprattutto una mera esigenza di mercato) di smascherare la faccia più
spudorata di questa crisi attuale, di uscire dall’emergenza di fenomeni
peculiari dei nostri giorni, per tendere l’occhio (o l’orecchio) a storie di
vita ed esperienze professionali di uomini e donne che hanno lavorato, lavorano
o vorrebbero farlo, che avrebbero da narrare piccole vicende di ordinario
sopruso, di quotidiana fatica spesa a difendere diritti che con grande facilità
finiscono invece calpestati.
Ed ecco allora che trovano luce
antologie-simbolo (e sintomo) di questo delicato periodo storico. Sono come tu mi vuoi e Lavoro da morire sono i primi due esperimenti,
due raccolte di testi costruiti con diversi metodi e tecniche di trasformazione
narrativa: dalla presa diretta alla testimonianza raccolta, dall’intervista
alla messinscena di una testimonianza elaborata. Un primordiale (e un po’
confuso) tentativo di reperire, dunque, tra le tante, delle forme adeguate di
rappresentazione e di linguaggio. Il risultato finale è ciò che i curatori
stessi hanno definito una non fiction
novel, un reportage narrativo, per definizione, più vicino al mondo del
giornalismo (ma che i giornali non usano più adottare per motivi di spazio, di
tempo, di interessi, etc.) rispetto a quello della letteratura. Sottolineare
quest’aspetto è importante, anzi fondamentale per scovare, tra le righe dei
diversi racconti, uno spirito di servizio comune, capace di veicolare stili e
sensibilità personali che, sempre in bilico tra pietas e denuncia, hanno saputo accogliere storie di vita vissuta,
utili a tracciare una mappa più o meno fedele dell’attuale mondo lavorativo
italiano.
Nella prima antologia, Sono come tu mi vuoi, nata dall’attività
della rivista mensile Il malepeggio e
adottata in seguito dall’Assessorato al Lavoro della Regione Lazio, pagina dopo
pagina, ci si imbatte in un campionario di professioni e situazioni che molti
giovani conoscono, ma di cui intere generazioni ignorano pure l’esistenza. Si passa,
ad esempio, dal precariato nell’organizzazione culturale, raccontato da Nicola
Lagioia in Un milione di euro, alle
notti insonne trascorse a scaricare e catalogare capi per un negozio di
abbigliamento in Tutte le donne di Zara
di Sara Ventroni; dai due venditori ambulanti nigeriani de Il cliente va conquistato di Stefano Liberti a chi si propone di
dare nuove siringhe ai tossici in Riduzione
del danno di Emanuele Trevi. Una miriade di
lavoretti atipici che stanno trasformando dall’interno le nostre esistenze in
forme di vita singolari, surreali, tragicomiche o talvolta soltanto tragiche,
fantastiche, incredibili comunque difficili da comprendere e rappresentare,
poiché molto spesso del tutto sconosciute ed inedite.

Nell’antologia einaudiana, lo
spunto è stato dato invece dalla volontà dell’Inail e, in specifico, della sue
sede regionale di Aosta, intenzionata a promuovere una campagna di
sensibilizzazione sulla sicurezza nei contesti professionali, perché la salute
e l’incolumità di chi lavora risulti tutelata o comunque tutelabile in presenza
di un mercato del lavoro che rispetti norme e regole, che di quest’ultime
condividi senso e finalità. C’è chi, tra gli scrittori partecipanti al
progetto, non ha voluto che le proprie parole si sovrapponessero e
cancellassero quelle dei testimoni ed intorno ad esse ha intessuto riflessioni,
come Antonio Pascale in Trasformare il
trauma in dolore (“perché davanti al trauma si tende a colmare il vuoto di
conoscenza con la retorica, poi però ci si ferma”), o chi
ha creato contesti vagamente fantascientifici, come Tullio Avoledo ne Il pesce grande mangia il pesce piccolo.
C’è chi, come Dacia Maraini, ha preferito introdurre un’intervista ad una tra
le innumerevoli badanti, lasciando spazio all’immediatezza delle sue parole,
sebbene, con ogni probabilità, correggendone le sgrammaticature. C’è poi chi ha
usato i referti per provare a spiegare l’inspiegabile di una morte sul lavoro,
come Andrea Bajani (“Morire d’altra parte si muore sempre per sbaglio, e le
cose succedono anche quando si è nell’esercizio delle proprie funzioni”), chi
ha parlato di mobbing, come nel caso di Giuliana Oliviero in Sottigliezze o di Michela Murgia in Alla pari (“È una malattia telepatica, il mobbing, sono
gli altri a decidere quando fartela venire”) e chi
fa sprofondare il lettore nel mondo duro e senza tutele degli stranieri, come
Giorgio Falco in Liberazione di una
superficie o Matteo B. Bianchi in Pietro
in diretta.
Queste due antologie sembrano insomma
arrivare nelle nostre librerie con la speranza di trasformarsi in utili
appendici per riflettere sul tema “lavoro” in un particolare momento di forte
crisi come questo. Ripartire dalle storie individuali, dunque, per ripercorrere
una strada che porti davvero ad un senso, che spieghi il significato stesso del
lavoro attraverso pensieri e parole di narratori giovani e meno giovani, che il
problema lo vivono da vicino o magari in prima persona. Un primo (e ancora un
po’ goffo) passo per confrontarsi con la realtà di chi svolge le proprie
mansioni male e con pochi diritti, per riscattare finalmente il destino di chi
è anonimamente inserito nella deprimente categoria delle “risorse umane”, per
ridare valore, in sintesi, a quel primo principio, che fa da incipit alla
nostra Costituzione.
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