LETTURE
AA.VV.
      

Sono come tu mi vuoi – Storie di lavori

Laterza «Contromano», Bari 2009, pp. 162,
€ 10,00



Lavoro da morire

Einaudi «Super ET», Torino 2009, pp. 132,
€ 14,50

    

      


di Luca Brunelli

 

 

Precarietà e morti bianche: scrittori a lavoro

 

 

“Il mondo può essere descritto e rappresentato a patto che si descriva e rappresenti come

un mondo che può essere cambiato.”

 

BERTOLT BRECHT

 

 

“Il lavoro. Ti ha in pugno. È tutto intorno a te,

come una gelatina permanente che ti circon-da, ti assorbe. E quando ci sei dentro, guardi la vita attraverso una lente deformante.”

 

IRVINE WELSH, Il lercio

 

 

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, un diritto universale ed inalienabile per ogni cittadino, fonte d’indipendenza e di libertà, frutto di lotte e di sacrifici. È il lavoro, lo recita anche il motto, l’atto che nobilita più l’uomo, che lo rende dignitoso e degno di esser riconosciuto e tutelato all’interno della nostra società civile. Retorica costituzionale e proverbiale, forse. Semplici assiomi inoppugnabili. Ma se è davvero così (e bisogna vivamente credere sia così), allora cosa succede quando questi principii vengono meno, quando ci si accorge che qualcuno (le istituzioni, le grandi aziende, chi?) ci ha sottratto quanto i nostri avi hanno conquistato attraverso il sudore e le battaglie sindacali? Che cosa succede quando il lavoro non nobilita più chi lo svolge, semmai lo debilita, lo frusta, lo deforma? Per qualcuno il problema è che il lavoro stia semplicemente cambiando. “Verrà il giorno in cui il lavoro come lo conosciamo sarà una cosa del passato”, profetizza Tullio Avoledo nel suo racconto. “Una roba da musei, insomma.”[1] Se così fosse (e riteniamo pure attendibile la possibilità che il futuro si riveli tale), le soluzioni da prendere, a quel punto, sarebbero due: una scelta alla Rosso Malpelo, ovvero rassegnarsi ed accettare l’idea di essere parte integrante di uno sgretolato e degradante stato d’incertezza, dove l’approccio a parole come “flessibilità”, “mobilità”, “precarietà” e “lavoro interinale” diverrà esperienza quotidiana, normale routine; oppure combattere, opporsi a questa condizione a cui sembreremmo altrimenti destinati. La seconda ipotesi, quella della ribellione, della rivalsa, della riappropriazione di quel che ci spetta, appare senza dubbio la più affascinante, la scelta più romantica che, da sempre, fa sentire vivo chi la compie o chi, soltanto, la immagina.

 

Insorgere, dunque, se non con lo scontro fisico, attraverso una lotta intellettuale, fatta di dibattiti, di scritti, di testimonianze. Un’azione massiccia che, tuttavia, almeno all’interno dei nostri confini statali, stenta ancora a prendere corpo. “La letteratura dei nostri giorni, del nostro paese”, come asserisce anche Viviana Rosi nella postfazione al libro Lavoro da morire, “parla di lavoro non tanto e non troppo, spesso solo tangenzialmente rispetto a temi sentiti più stringenti, più umanamente necessari, più raccontabili forse.”[2] Nell’anonimato dell’odierna denuncia al mondo lavorativo nazionale, occorre assolutamente procacciare quegli autori che sappiano raccontare storie di sfruttamento quotidiano, di discriminazioni, di ineguaglianze e sopraffazioni che colpiscono duramente una sempre più ampia categoria di lavoratori e lavoratrici, dipendenti e non. Un bisogno ormai impellente (con l’augurio che non sia, in realtà, soprattutto una mera esigenza di mercato) di smascherare la faccia più spudorata di questa crisi attuale, di uscire dall’emergenza di fenomeni peculiari dei nostri giorni, per tendere l’occhio (o l’orecchio) a storie di vita ed esperienze professionali di uomini e donne che hanno lavorato, lavorano o vorrebbero farlo, che avrebbero da narrare piccole vicende di ordinario sopruso, di quotidiana fatica spesa a difendere diritti che con grande facilità finiscono invece calpestati.

 

Ed ecco allora che trovano luce antologie-simbolo (e sintomo) di questo delicato periodo storico. Sono come tu mi vuoi e Lavoro da morire sono i primi due esperimenti, due raccolte di testi costruiti con diversi metodi e tecniche di trasformazione narrativa: dalla presa diretta alla testimonianza raccolta, dall’intervista alla messinscena di una testimonianza elaborata. Un primordiale (e un po’ confuso) tentativo di reperire, dunque, tra le tante, delle forme adeguate di rappresentazione e di linguaggio. Il risultato finale è ciò che i curatori stessi hanno definito una non fiction novel, un reportage narrativo, per definizione, più vicino al mondo del giornalismo (ma che i giornali non usano più adottare per motivi di spazio, di tempo, di interessi, etc.) rispetto a quello della letteratura. Sottolineare quest’aspetto è importante, anzi fondamentale per scovare, tra le righe dei diversi racconti, uno spirito di servizio comune, capace di veicolare stili e sensibilità personali che, sempre in bilico tra pietas e denuncia, hanno saputo accogliere storie di vita vissuta, utili a tracciare una mappa più o meno fedele dell’attuale mondo lavorativo italiano.

 

Nella prima antologia, Sono come tu mi vuoi, nata dall’attività della rivista mensile Il malepeggio e adottata in seguito dall’Assessorato al Lavoro della Regione Lazio, pagina dopo pagina, ci si imbatte in un campionario di professioni e situazioni che molti giovani conoscono, ma di cui intere generazioni ignorano pure l’esistenza. Si passa, ad esempio, dal precariato nell’organizzazione culturale, raccontato da Nicola Lagioia in Un milione di euro, alle notti insonne trascorse a scaricare e catalogare capi per un negozio di abbigliamento in Tutte le donne di Zara di Sara Ventroni; dai due venditori ambulanti nigeriani de Il cliente va conquistato di Stefano Liberti a chi si propone di dare nuove siringhe ai tossici in Riduzione del danno di Emanuele Trevi. Una miriade di lavoretti atipici che stanno trasformando dall’interno le nostre esistenze in forme di vita singolari, surreali, tragicomiche o talvolta soltanto tragiche, fantastiche, incredibili comunque difficili da comprendere e rappresentare, poiché molto spesso del tutto sconosciute ed inedite.

 

 

 

 

 

 

 

Nell’antologia einaudiana, lo spunto è stato dato invece dalla volontà dell’Inail e, in specifico, della sue sede regionale di Aosta, intenzionata a promuovere una campagna di sensibilizzazione sulla sicurezza nei contesti professionali, perché la salute e l’incolumità di chi lavora risulti tutelata o comunque tutelabile in presenza di un mercato del lavoro che rispetti norme e regole, che di quest’ultime condividi senso e finalità. C’è chi, tra gli scrittori partecipanti al progetto, non ha voluto che le proprie parole si sovrapponessero e cancellassero quelle dei testimoni ed intorno ad esse ha intessuto riflessioni, come Antonio Pascale in Trasformare il trauma in dolore (“perché davanti al trauma si tende a colmare il vuoto di conoscenza con la retorica, poi però ci si ferma”)[3], o chi ha creato contesti vagamente fantascientifici, come Tullio Avoledo ne Il pesce grande mangia il pesce piccolo. C’è chi, come Dacia Maraini, ha preferito introdurre un’intervista ad una tra le innumerevoli badanti, lasciando spazio all’immediatezza delle sue parole, sebbene, con ogni probabilità, correggendone le sgrammaticature. C’è poi chi ha usato i referti per provare a spiegare l’inspiegabile di una morte sul lavoro, come Andrea Bajani (“Morire d’altra parte si muore sempre per sbaglio, e le cose succedono anche quando si è nell’esercizio delle proprie funzioni”)[4], chi ha parlato di mobbing, come nel caso di Giuliana Oliviero in Sottigliezze o di Michela Murgia in Alla pari  (“È una malattia telepatica, il mobbing, sono gli altri a decidere quando fartela venire”)[5] e chi fa sprofondare il lettore nel mondo duro e senza tutele degli stranieri, come Giorgio Falco in Liberazione di una superficie o Matteo B. Bianchi in Pietro in diretta.

 

Queste due antologie sembrano insomma arrivare nelle nostre librerie con la speranza di trasformarsi in utili appendici per riflettere sul tema “lavoro” in un particolare momento di forte crisi come questo. Ripartire dalle storie individuali, dunque, per ripercorrere una strada che porti davvero ad un senso, che spieghi il significato stesso del lavoro attraverso pensieri e parole di narratori giovani e meno giovani, che il problema lo vivono da vicino o magari in prima persona. Un primo (e ancora un po’ goffo) passo per confrontarsi con la realtà di chi svolge le proprie mansioni male e con pochi diritti, per riscattare finalmente il destino di chi è anonimamente inserito nella deprimente categoria delle “risorse umane”, per ridare valore, in sintesi, a quel primo principio, che fa da incipit alla nostra Costituzione.



[1] Avoledo T., Il pesce grande mangia il pesce piccolo, in Lavoro da morire, Einaudi, Torino 2009, p. 3.

 

[2] Rosi V., Postfazione in Lavoro da morire, Einaudi, Torino 2009, p. 117.

[3] Pascale A., Trasformare il trauma in dolore, in Lavoro da morire, Einaudi, Torino 2009, p. 105.

 

[4] Bajani A., Tanto si doveva, in Lavoro da morire, Einaudi, Torino 2009, p. 21.

 

[5] Murgia M., Alla pari, in Lavoro da morire, Einaudi, Torino 2009, p. 87.




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