di Alberto Scarponi
Di recente ho ascoltato qualcuno che diceva: nel Novecento
la filosofia ha pensato il tempo senza la storia e la scienza la storia senza
il tempo. Lo diceva con l’aria di dire, almeno così mi è parso, che nel Duemila
è ora di riunificare… Cosa? Cos’è il tempo? Cos’è la storia? Agostino sosteneva
che lo sapeva, ma non sapeva dirlo e Wittgenstein ha ribadito che è proprio
così, per tutti, ancora oggi, anzi: non possiamo descrivere con le parole non
solo il tempo, ma anche altre cose, per esempio il colore. In ogni caso, sembra
che tale riunificazione non debba avvenire al modo di Michel Foucault. Come
l’ha fatta lui, la riunificazione, è stata un disastro.
Il filosofo tedesco Jan Rehmann ha scritto un libro per
dimostrarlo, I nietzscheani di sinistra. Deleuze,
Foucault e il postmodernismo: una decostruzione (traduzione e cura di
Stefano G. Azzarà, Roma, Odradek, 2009, pp. 245, € 20,00).
Il ricorso a Nietzsche nell’ambito della sinistra sembra
scaturire dal bisogno di consegnare ai fatti sovrastrutturali, soprattutto alla
sfera Cultura, una funzione attiva non soltanto nella conoscenza ma anche nel
governo e nella trasformazione della società. Stefano G. Azzarà nella sua
lucida prefazione ricorda – a meglio inquadrare il problema – che già negli
anni Trenta, nonostante Nietzsche venisse in quel momento risucchiato senza
residui nell’orizzonte nazista come filosofo della destra, della volontà di
potenza e del superuomo, tuttavia Ernst Bloch in un libro, Eredità del nostro tempo (1935), intese esplicitamente recuperare
alla propria prospettiva il Nietzsche dionisiaco, perché «stava dalla parte
dell’utopia». Un’idea che Bloch ribadirà poi in Principio speranza, sostenendo che «Dioniso è un dio liberatore» e
che nella dionisiaca «festa popolare… si anticipa la liberazione del popolo».
György Lukács, da Mosca – dove aveva scelto di stare dopo
la presa del potere di Hitler nel 1933 – recensì il libro di Bloch obiettando
che era «fatica vana cercare l’“oro” nelle ideologie dei contadini e dei piccolo-borghesi
arretrati. L’“oro” è contenuto per questi ceti negli istinti anticapitalistici
che scaturiscono dalla loro condizione sociale scissa» di oppressi dal
capitalismo monopolistico che però si sentono e vogliono sentirsi differenti,
distinti dagli operai.
La lettura della società borghese entro cui Ernst Bloch
poteva tuttavia impunemente accostarsi a Nietzsche era, diciamo, vicino-lontana
da quella che faceva da sfondo al contemporaneo discorso di Gramsci. Ma fa bene
Azzarà a fermare l’attenzione – seguendo Gianni Vattimo – principalmente sugli
anni Sessanta e Settanta, vale a dire su quel passaggio storico quando e dove
accadde «un vasto processo di maturazione della cultura e anche della coscienza
politica» in cui si videro insieme «fine della metafisica, rivoluzione delle
strutture socio-politiche e costruzione di una umanità qualitativamente nuova».
Infatti il postmodernismo analizzato nel libro da Rehmann, vale a dire la linea
Nietzsche-Deleuze-Foucault, ha importanza proprio in quanto va culturalmente a
costituire una delle anime (anime complicate, che s’allacciano tra loro in
viluppi complicati) della «contestazione» o «movimento» o «sessantottismo» che
dir si voglia.
Era inevitabile che il ri-uso di Nietsche e il
conseguente lavoro culturale di Deleuze e poi di Foucault, quale è criticato da
Jan Rehmann, attecchisse nella crescente impazienza soprattutto giovanile verso
una società non più compresa né accettata. A p. 49 Rehmann fa riassumere a
Deleuze stesso la propria lettura di Nietzsche: «Il “sì” di Nietzsche si
contrappone al “no” dialettico, l’affermazione si contrappone alla negazione dialettica,
la differenza alla contraddizione dialettica, la gioia e il godimento al lavoro
dialettico, la leggerezza e la danza alla pesantezza dialettica, la bella
irresponsabilità alle responsabilità dialettiche. La sensibilità empirica per
la differenza, per la gerarchia, è ciò che essenzialmente fa muovere il
concetto più efficacemente e più in profondità di qualsiasi pensiero della
contraddizione» (Gilles Deleuze, Nietzsche
e la filosofia e altri saggi, Einaudi 2002, p. 15). E commenta: «Possiamo
considerare questo passaggio come una prima testimonianza di un “lorianismo”
postmodernista che mette in scena se stesso come “società del divertimento” e
si prende gioco della fatica dialettica del concetto». Il richiamo al Gramsci
che criticava la frivola mancanza di responsabilità degli intellettuali
esemplati da Achille Loria tuttavia pare qui fuori registro. Il postmodernismo
è infatti una proposta culturale, non un semplice vizio, per quanto diffuso in
Italia.
E Rehmann lo sa benissimo. Un ventina di pagine prima
infatti ha assunto in proposito il noto atteggiamento di Fredric Jameson (in Postmodernismo ovvero la logica culturale
del tardo capitalismo), secondo cui quel termine «nel bene e nel male, non
possiamo non adoperarlo», anche se non è un «concetto analitico rigoroso». In
realtà con esso si usa indicare «una serie di spostamenti ideologici e
culturali», tra cui una concezione del tempo per cui l’attesa moderna del nuovo viene sostituita con quella dell’evento e della svolta, il rapporto con la realtà da teleologico diviene immediato quindi, da intellettivo si fa estetico, per cui acquisisce un segno
positivo il frammento nella
lacerazione delle catene di coerenza dei significanti (in riferimento alla
rappresentazione lacaniana della schizofrenia) di qui la perdita della
storicità compensata dalla tendenza alla spazializzazione,
alla facciata, al pastiche, alla citazione e, in un tempo che può essere chiamato «era
dell’indifferenza», alla intercambiabilità degli individui, dei riferimenti,
delle valutazioni e delle ideologie (pp. 27-28). Le ideologie, quelle che nel
postmoderno vengono definite grandi
narrazioni, scadono a discorsi legittimatori privi di consistenza che non
sia la propria volontà discorsiva.
Il merito di questa critica del postmodernismo è dunque
di non volerlo liquidare declassandolo genericamente a ultima figura ideologica
capitalistica oppure a faccenda culturale sostanzialmente irrilevante, a un
gaio evento estetico, per così dire a una performance
(assai decontestualizzante ça va sans dire,
almeno nel mondo bellettristico), un detournement
cui non dar troppo peso nel tempo invece dell’egemonia assoluta dell’Economico,
dove sta il nerbo dell’ideologia capitalistica attuale, mentre il Politico
sembra ormai più lost che altro.
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Un'immagine giovanile di Friedrich Nietzsche
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Il fatto però è che il confronto teorico e culturale qui
inclina a esaurirsi nel vizio filologico, erede del metodo «marxista» corrente
negli anni Settanta. A cosa porta dimostrare che l’anarchismo, se così si può
dire, di Nietzsche, è un «anarchismo da signore», come l’aveva definito a suo
tempo il socialdemocratico Eduard Bernstein? In fondo la vita opera à la Molière, che prendeva il buono dove lo trovava. Né – tanto
per tenersi un momento al filologico – Marx e Engels hanno mai buttato il
bambino con l’acqua sporca rifiutando le analisi della società solo perché
fatte da conservatori e reazionari.
Rehmann riporta ad esempio il contenuto di Al di là del bene e del male, la
conferenza agli studenti in cui Foucault nel novembre 1971, sotto un titolo che
ripete quello di Nietzsche, stende, in contradditorio con l’americano Noam
Chomsky, una sorta di programma anarchico: il popolo (lo studente) lotta non
mosso dalla fame ma dalla volontà di potere, volontà antagostica all’umanismo,
che è «tutto ciò attraverso cui in Occidente si è eliminato il desiderio del
potere». Occorre dunque liberare gli individui nella loro volontà di potere
distruggendo l’attuale cultura del soggetto, cioè sopprimendo i tabù sessuali,
praticando il comunitarismo e adottando una vita disinibita, sottraendo inoltre
gli individui al potere degli intellettuali e delle loro teorie generali e
inducendoli a vivere dentro l’esperienza, contro l’utopia e fuori dall’etica
della responsabilità verso l’intero della società.
Rehmann nota la debolezza della risposta di Chomsky,
secondo il quale invece la lotta contro la società è soltanto contro la società
borghese, perché umanamente ingiusta. I giovani ovviamente vogliono:
tutto e subito! E tuttavia – ecco la
critica di Rehmann – l’intendimento di Foucault di sottrarre alla forma
economica e politica la «nuda vita», informe e anarchica, autoproduttiva di
veracità, di terrestrità contro il cielo dei valori del potere, desinit in piscem, sfocia in sostanza
nel piccolo cabotaggio di un’alleanza con il neoliberalismo dello stato
leggero. Una critica invero assai poco costruttiva.
Né molto più costruttivo, produttivamente analitico, è
dimostrare con piglio filologico e dunque accademico che Nietzsche interpretato
da Deleuze e Foucault non è Nietzsche. A Rehmann che è «marxista» lo si può
dire: pare di assistere a un ritorno (non so se eterno), quello della critica
della critica critica di cui Marx diceva nella Sacra famiglia. Sia detto con le migliori intenzioni
(metodologiche): che i marxisti divengano marxiani.