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di Domenico Donatone
Avete voluto avere un
poeta in questo banco
lustrato dai calzoni di tanti poveri
cristi?
Va bene, godetevelo. La Giustizia
diventa cieca voce di rondini, agli
scioperi
della Poesia. E non perché, la Poesia, abbia diritto
di delirare su un po’ di azzurro, su un
misero sublime
giorno che nasce con la malinconia della
morte.
Ma perché la Poesia è Giustizia.
Giustizia che cresce
in libertà, nei secoli dell’anima, dove
si compiono
in pace le nascite dei giorni, le origini
e le fini
delle religioni, e gli atti di cultura
sono anche atti di barbarie,
e chi giudica è sempre innocente.
Pier Paolo Pasolini, «Pietro II», da Poesia in forma di rosa (1961-’64)
*
0.2
Dall’orripilante mattatoio Novecento
siamo trasecolati in un secolo ancora
peggiore
Quelli che ci scuciono le ferite
politiche
e crudi ci cuociono a fuoco lento
sapranno divorarci con impudenza
poiché ineffettuali sono le nostre mosse
eretiche
e il non-morto pur autocritico si accorge
che il tempo nuovo né risorge né insorge
al più si sporge… e cade nel vuoto
Marco Palladini, «Minusvalenze 0.8», da Iperfetazioni (la linea non c’è) 2009
*
Il polimorfismo di una
genetica implacabile
Per
capire concretamente la poesia bisogna immergersi totalmente nel suo
linguaggio, annegare in esso. È quello
che bisogna fare non solo per comprendere in generale la poesia, ma è quello
che va fatto quando ci si trova dinanzi a scrittori il cui corpo poetico è
interamente chiamato linguaggio. È accaduto, nel Novecento, a poeti come
Ungaretti, Pasolini, Pagliarani, Sanguineti, Luzi; e accade, oggi, a un poeta
che si chiama Marco Palladini. La linea d’ordine e di riferimento al linguaggio
è tale per cui ciò che ci appare sconosciuto, anacronistico, alieno o astruso,
è semplicemente non conosciuto. Come accade nell’Estetica, dove si sa vedere solo
ciò che si conosce, anche per la poesia il meccanismo è medesimo: si sa leggere
solo ciò che si conosce. Se manca lo strumento della decodifica si rischia di
non capire, soprattutto quando un poeta è interamente il corpo del suo
linguaggio, e può accadere, – il caso Pasolini ce lo ricorda costantemente –,
di non comprendere il senso delle cose pronunciate con alta significazione, come
quando lo scrittore di Ragazzi di vita
(1955) faceva riferimento alle “lucciole” o al “palazzo”. E la cosa vale tanto
per il passato quanto per il presente, per l’odierna attualità intrisa di
linguaggi informali, che vanno dagli sms alle chat-line, dai linguaggi
informatici a quelli generazionali, che minano la poesia come genere della
comunicazione; genere che è sempre stato in qualche modo lirico, certamente non
convenzionale, ma sicuramente non avveniristico o futuristico (si dovrebbe
meglio dire quest’anno!), da astrarsi così totalmente dal reale. Ci hanno
pensato le Avanguardie, sia storiche che moderne, a dare nuova tempra alla
poesia e tutti quei poeti che, sentendosi geneticamente anti-lirici, costruiscono
la loro poetica andando oltre il sistema dei generi. Marco Palladini è fieramente
uno di questi poeti: anti-lirico, anti-romantico e, soprattutto, anti-accademia,
quindi, autoformativo e autologico. Il poeta, per Palladini, si costruisce il
suo edificio stilistico, di genere, morale ed estetico, da solo, sfidando la
sorte prominente di chi gli sta intorno. Mi verrebbe da dire, subito, che Marco
Palladini è “il Santoro della poesia contemporanea”, un anchorman che conduce,
quindi pratica, una poesia genetica da
solo. Una poesia genetica come reportage oggettivo-solispistico che egli adopera
per smuovere continuamente le macerie del Postmoderno da cui far fuoriuscire la
polvere. Su quella polvere si costruiscono, e Palladini bene lo fa, nuovi
edifici. Edifici non si sa quanto duraturi, ma certamente edifici nuovi, in cui
anche un tradizionalista e assertore del lirismo sentimentale, anarchico o
difensivo del proprio “Io” può trovare la sua parte di giustizia.
Per
affrontare con senso la poesia di Marco Palladini, specialmente l’ultima sua
raccolta di versi dal titolo Iperfetazioni (la linea non c’è), edito per i tipi Zona editore, si deve
necessariamente affrontare la questione del linguaggio che, in questo caso, più
che in altri, è ben più dirimente le questioni che altrove sono questioni
spicciole di gnosi, semiotica e maieutica. In Palladini, invece, tutto è ben
determinato, e si fa riferimento alla portata quasi ipertrofica del suo
linguaggio. Anche Palladini può, a buon diritto, essere definito un corpo
poetico chiamato linguaggio, ricalcando la definizione che D’Elia coniò per
Pasolini. Il senso della stessa, però, è palesemente diversa e differente. Qui
non ci troviamo di fronte ad un poeta che, sia pur immerso nel coacervo dei
dissensi, delle polemiche e dei conflitti politici, socio-culturali ed economici,
aspira a fare di se stesso l’immagine del crisma sacrificale e carismatico, a
tal punto da essere l’unico assertore convinto della verità, della differenza e
della drammaticità che essa determina. Marco Palladini, sia pur sostenuto da
una eredità formativa e culturale incancellabile di gusto pasoliniano e
brechtiano, molto critico, capace di delineare le forme di una conclamata
alienazione, della vita, come noumeno e nucleo della conoscenza razionale e
passionale, intrisa di elementi socio-culturali, socio-politici e
socio-linguistici, oltre che storici, s’interessa intendendola come il flusso
eterogeneo di macromodelli e di macrosistemi, indicando tra questi un medesimo
filo conduttore senza erigere altari a vite specifiche o di estremo
particolare. Egli, in sintesi, scarnifica e amplifica i dettami denigratori, i
legami filantropici posticci e alimenta la verità di una realtà privata e
collettiva che giace sul fondo della ressa per accaparrarsi un posto d’onore nella
società del dissesto culturale, politico ed economico. Non è bene fare
confronti o cercare identità che per quanto possano essere vicine o affini, di
fatto, conservano ognuna la propria strategia comunicativa e di pensiero. Se
esiste, però, un’eredità pasoliniana, esiste anche, come ha scritto Francesco
Muzzioli, non solo il Brecht migliore del teatro didattico e degli immensi
drammi sociali in Palladini, ma «l’aspro dibattito, un confronto implacabile e
proprio verso gli esiti di sinistra e sedicenti rivoluzionari» che il
Novecento, col suo carattere pluridialogico e ultraconservatore (con
riferimento esplicito all’Italia), ha deciso di imprimere nel sistema dell’arte
e della letteratura. La proposta di Palladini è una proposta di poesia che
nasce sull’assunto brechtiano del “non potevamo essere gentili”: da lì scaturisce
la reificazione, in senso squisitamente marxista, di un sistema culturale e
sociale che non è riuscito a produrre nell’onda di tutte le possibili e
immaginabili rivoluzioni altro che il senso ultrapresente della lotta e non
dell’uguaglianza. Sul meccanismo della lotta si forma anche la poesia di Marco
Palladini, come rimprovero altresì di fallimenti politici, non giustificando di
conseguenza nessuna caduta, nessuna disfatta, nonostante i mezzi per attuare la
salvezza sociale fossero più o meno giusti, opinabili e inappropriati. Così il
sistema che Palladini mette in evidenza è un sistema a rovescio, rivolto a
testa in giù e con i piedi in su, il cammino di un uomo che si dondola e
saltella, facendo perno e resistenza su appoggi estinti e non più sicuri. Questa
critica amara, come scrive Muzzioli, non esclude tuttavia, per Palladini, il
senso di un ritorno al comunismo («ma i compagni nella nebbia li guardo e li
comprendo | se il loro cuore rosso ora batte in controtempo ||») e la necessità
di una istanza di mutamento e di giustizia che sia capace pur tuttavia di
attuare i suoi fini innanzitutto nei mezzi stessi («stavolta vorremmo davvero
provare a essere gentili»|). Per
Palladini lo sforzo costruttivo è il credo che dà senso ad una fede, anche se
solo ispirata e non sostanziata da approcci concreti e veritieri. Se pur vane
possono sembrare le assunzioni ideologiche in favore di un credo estinto,
Palladini persegue questo fine facendo di se stesso un materialista stoico.
Questo detto subito per placare gli animi, anche quelli più refrattari a questo
genere di flusso di pensiero e di logica disgiuntiva, fortemente critica. Questo
detto per far intendere, nuovamente, che tipo di carica esplosiva abbiamo di
fronte, senza alimentare il finto prototipo del rivoluzionario stanco e deluso
che crede ancora nel comunismo di stampo sovietico o gramsciano, bensì la vena fervida
e critica di un uomo che conosce bene il senso della storia che lo ha
attraversato e ancora lo attraversa. Si diceva, dunque, il linguaggio. Il
linguaggio è il punto nodale nella poetica di Palladini. Mantenendo una forte
carica di teatralità, ovvero tenendo alto quell’indice di straniamento che
impedisce al lettore, forse anche qui, nel caso di Iperfetazioni, di essere totalmente spettatore di ciò che il poeta
descrive, accadendo, di immedesimarsi con l’illusione di poter in tutto carpire
il senso del flusso tempestivo della realtà che si rovescia su di lui, il poeta
ha come fine quello di mantenere desta la capacità critica e di pestare, mi sia
passato il termine, il lettore, facendolo costantemente agitare, interrogare,
dimenare, sommuovere, in un terremoto lessicale e verbale (dove non sempre
l’uso del vocabolario riesce a chiarificare i concetti se non ci s’immerge
totalmente in un nuovo sistema logico della parola) da cui si esce segnati
profondamente dall’impresa comunicativa dello scrittore. Non è per tutti,
Palladini! Non è roba da leggere per rilassarsi, per ritrovare spazi incontaminati
e ricchi di sentimenti che, siano anch’essi puri, sono, di fatto, sentimenti
non schierati. In questo, d’altronde, le premesse erano già acute per avvertire
chiunque pensasse di essere alla pari col testo. No, in questo caso non c’è
parità col testo, il lettore va giù, annega, chiede aiuto ma non si salva se
non con gli strumenti saldi della conoscenza. Non si può leggere Palladini se
non si è letto Brecht, Pasolini, Emilio Villa, Gianni Toti, Nanni Balestrini, e
se non si conosce Jerzy Grotowski, Eugenio Barba, Peter Brook. Il lettore
rischia un’ipocrisia che s’ingenera nell’atto costitutivo della scrittura che
non lede il poeta ma solo ed esclusivamente lui, il lettore. È interessante
anche per questo Marco Palladini, perché è al lettore che rischia di far fare
una brutta figura, di farlo sentire ipocrita, spaesato, senza tendergli la mano
e senza favorire una biunivoca appartenenza al sentimento d’origine di tale
scissione, sia logico-semantico che liberal-sintattico, come se questa poesia fosse
anche il presupposto organico di un “sentire nuovo” un perno politico. La
dialettica è una dialettica della contraddizione, non c’è dubbio, ma il punto
nodale è quello di sapere che la contraddizione si riversa come un immancabile
terremoto, fiumana che tracima e travolge chiunque passi sul suo percorso. Il
poeta è fiero del suo passo e del suo cammino, ma è talmente attento a che non
si dica che va giù da solo, da travolgere chiunque senta il vento del suo
passaggio. Il passaggio di un linguaggio che si azzuffa con la realtà, che crea
in qualche modo una rissa costante: quello di Palladini è un linguaggio che
nutre una dialettica immersa in un traffico, in cui ci sono scontri continui di
parole, assimilazioni, calchi, incastri e crasi. Ovviamente c’è un ordine in
tutto ciò, il traffico lessicale e sintattico è ben armonizzato, i semafori ci
sono, bisogna, però, conoscerli. C’è un codice della strada che vale anche per
la lettura: un codice della scrittura. Francesco Muzzioli nella sua prefazione
al libro in questione ha messo in evidenza molto bene il senso della scrittura
e del linguaggio di Marco Palladini, al punto da potersi aggiungere solo poche
ed esigue questioni di contorno, che un critico, per di più molto giovane com’è
il mio caso, può cogliere con audacia e fermento con rimando all’insegnamento
ricevuto. Si possono distinguere tre livelli di procedura sintattica e
lessicale nel nostro poeta: 1) la paronomasia (il contagio del significante che
serve da molla compositiva del testo attraverso la sovrabbondanza e la
disseminazione del suono; 2) le neoformazioni lessicali, ricalchi di parole e
invenzioni delle stesse, che hanno l’obiettivo di assolutizzare il confronto
con il reale, far confluire nel verbo e nel sostantivo tutto lo scibile attuale
e conoscitivo: un impeto leonardesco, scientifico, che mostra la funzione
coalizzante e di “pangea terminologica” (più giustamente detta totema, da i termini coniati da Gianni
Toti, scrittore e giornalista ai più sconosciuto) ed esaustiva non tanto per
un’esigenza grammaticale ma emotiva; 3) il calembour, il parodismo delle frasi
fatte e dei titoli, in cui il ruolo del soggetto non è dato per acquisito ma
deve essere costantemente acquisito attraverso un continuo sforzo di
differenziazione. Questo fa di Marco Palladini un accanito avversario non solo
della poesia lirica, ma soprattutto del Postmoderno, che riutilizza termini e
sintagmi come imitazione di una luce più gloriosa, mentre «qui si tratta
appunto di spostamento e riconversione niente affatto innocenti». Proseguendo
man mano in questa poesia che molto spesso è reportage, è resoconto attivo di
storia e di vissuto, credo si possa approdare ad un significato genetico della
scrittura in Palladini. Lo ammette da sé il poeta stesso quando afferma che
«l’unica patria possibile è il linguaggio». Il libro, infatti, nella sua prima
parte, titolata «Ricognizioni private», persegue una profonda analisi del reale
inquadrato dal punto di vista, molto reiterato, dell’Io. Un Io del poeta che ha
la caratteristica non di aprire le porte del lirismo puro, ma di aizzare
un’anti-lirica fatta di rabbia ma soprattutto d’irritazione («L’Io irritante si
mostra nel silenzio come negromante | e sa bene che ovunque parliamo per sempre
ci neghiamo || L’Io irritante diventerà lui pure un io dissolto | dall’acido
del tempo, ma è per intanto il matador | e il toro infilzati assieme nella
corrida della vita || L’Io irritante mi pervade e mi perturba ostinato | e la
metamorfosi fa di me un soggetto idiosincratico | L’irritazione segna una linea
tra l’onfalo e il cuore | e l’Io è forse l’ipogeo, postremo spazio luminale |
dove combattere e abbuiare l’inerzia dell’orrore ||»). Qui si può avere ben
chiaro cosa comporta il concetto di poesia, non solo per Palladini: un concetto
così lontano, in questo caso, dalla restante poesia novecentesca, sia dal
lirismo simbolista che tende alla suggestione magica e ineffabile della parola,
sia dalle complesse costruzioni dell’avanguardia. È una poesia politicamente e
civilmente impegnata, che affronta nodi cruciali della storia del Novecento,
puntando molto per la sua riuscita su contenuti concettuali. È una poesia che
mira a colpire e a far riflettere criticamente, e può arrivare anche ad una
impostazione scopertamente didascalica, come accade nell’ultima sezione del
libro, dal titolo «Pubbliche escursioni». È interessante notare come ogni
esperienza del poeta sia un’esperienza estensiva, di fatto non riconducibile
solamente al soggetto scrivente, in quanto chi scrive non è diverso da chi
legge solamente e chi legge è figlio ideale di chi scrive. Palladini crea
corrispondenze extraletterarie, extrapoetiche, ed ambisce a edificare, benché
intriso di un entropico solipsismo, una simultanea corrispondenza del
sentimento privato, sulla base del collaudato tragico sarcasmo, con la fame
edace e collettiva, ma spesso avvilente, dell’immedesimazione. Marco Palladini
sicuramente, secondo questa fulgida e autonoma dialettica poetica, inverte i
fattori logici per scandire una marcia che andrebbe compiuta verso l’assunzione
di un nuovo sistema sociale – non importa se comunista, socialista o liberale –
sicuramente comunista per l’autore, ma comunque una svolta che può imprimersi
totalmente come sterzata coraggiosa verso un “partito della ragione”. Si può
parlare di assoluto genetismo della
scrittura di Marco Palladini, tenendo a mente proprio questi ultimi elementi
pragmatici, di una poesia che più che essere naturale, nella logica
riconosciuta, ovviamente, del suo significato, è genetica perché possiede in
sé, com’è accaduto anche in Pasolini, in Pagliarani e in Luzi, tutti gli
anticorpi e i germi (possibili) per la sua crescita, robustezza e declino. Il genetismo è intrinseco in quel modo di
espressione linguistica, e specifico, che non può non essere che il segnale
distintivo, questa volta sì, davvero marcante, un codice assolutistico e
anti-elusivo della parola, del tutto puro e originale, come accade in
pochissimi scrittori, ad esempio in Jolanda Insana o Mario Lunetta, da
determinare un sentimento che si fa destino, perché è proprio la genetica il
nostro imperscrutabile destino. È una poesia che, nonostante la reiterazione
forse finanche eccessiva dell’Io, è tutt’altro che lirica, bensì allocutiva, sia
pur priva dei suoi pronomi specifici, tale da indirizzare il senso della poetica
in maniera apodittica, perché ha come punto di riferimento logico sempre un
“tu” che è un “io” e un “io” che immancabilmente diventa un “noi”, perché nella
poetica di Palladini l’Io è innanzitutto lo specchio su cui, riflettendosi
velocemente il senso della dissoluzione sociale, sia sotto il profilo etico-morale
e sia sotto il profilo estetico, non può non esserci immediata corrispondenza
con un sentimento forte di critica che assomma malumori collettivi e ansie
diffuse e generalizzate. Tende, Palladini, ad elargire e offrire l’Io come
fosse un pane eucaristico utile a rafforzare non un credo, ma ad invogliare il
lettore ad una scelta. Dopo aver letto Iperfetazioni
non si può più stare tra le parti, ma si deve stare da quella parte, altrimenti
il senso stesso della missione poetica diventa vana. Poeta fazioso? Certamente,
ma è dagli uomini faziosi che proviene qualcosa di concreto, piuttosto che
dagli uomini rispettosi di stare al centro. Stare al centro significa non
prendere mai una posizione, ed è, fondamentalmente, la posizione servile
all’anti-lotta, alla buona rinuncia. Palladini induce il lettore a fare una
scelta, perché offre soprattutto gli elementi fondamentali per capire l’assetto
alogico del presente storico. Un’analisi viscerale dell’Io che si oggettivizza,
non cede di un passo al ripristino di un’armonia interiore e s’insinua con
fermezza nei gangli ardenti della storia e del quotidiano: «Inviato al confino
di me stesso | ho imparato col tempo ad apprezzare | questa scandalosa
solitudine || Cerco e non trovo i nuovi testi sacri | allora abbozzo un’opera
eccentrica ove si tratta | di apoftegmi e teoremi, anatemi e triremi || Mi
sveglio con la notizia che Christo è risorto | ma, poi, quando la sera torno a
dormire | vengo a sapere che Jèsus purtroppo è rimorto ||»; «Perché il mondo
non c’è | ovvero non c’è in sé | non c’è in essenza, c’è nell’evenienza di sé |
nell’avvenimento degli accadimenti | del mondo || Il mondo accade e non si
pensa, | si sente, si pre-sente tanto in absentia | quanto nel suo
presentificarsi, | al più, talora, lo si ascolta | come musica, ronzio,
fracasso, | silente pausa, ad occhi chiusi ||»; «Sono comunque e sempre fuori
luogo | atopico nel labirinto di me stesso | attirato da una insondabile
sacertà | mi concedo al tradimento come destino | celibe assalto a tempo perso
alla verticalità | esploro cieco i margini a un passo dalla fine | l’idea o
l’abisso è provare a superare il confine ||». Sono questi, della prima sezione
del libro, dal titolo, ripeto, «Ricognizioni private», esempi di come il poeta
intenda l’Io il sunto di una escavazione gnoseologica e di esondazione introspettiva
dell’esistente. Questa è la prima fondamentale traccia poetica che si può
incontrare nel libro. La seconda, ovvero la seconda sezione del libro, dal
titolo «Interzone», può sembrare, ad una prima lettura, una sorta di zona
franca tra l’Io della prima sezione e lo schema etico-politico della terza, dal
titolo «Pubbliche escursioni». Di fatto, a ben leggere, «Interzone» non è
affatto una zona franca, bensì il riassunto del dramma scortese del genere
umano.
I
temi di «Interzone» sono il risultato evidente di psico-eventi e di
real-asserzioni nella loro esternazione settoriale e di indagine amara della
melma politico-sociologica, frutto devastante della storia degli ultimi
otto/dieci anni di vita pubblica italiana. «Interzone» vuole essere un
cannocchiale poetico demoscopico, una breve ma intensa lente d’ingrandimento
sulla sociopolitica efferata e sulla psicologia malata di un sistema mendace e
simil-veritiero. In questa sezione, infatti, sono descritti, perché
materialmente accadono, degli psico-eventi (in testi come «Sogno o son testo»;
«Oltre Freud»; «Diario in libera uscita»; «Lavori in corso»; «Il Poesimista»;
«Quest»;), e delle topiche asserzioni opportunamente oculate e precise, vere e
proprie indagini luogoreali (in testi come «Dicerie nekropolitane»;
«Delocalizzati a Roma»; «Luci e ombre della città senza nome»;) che riassumono
la sensazione ormai allarmante di un futuro già sfuturato. La trama che
Palladini tesse, ben più frammentata, è sospesa tra l’onirico («Sono cose che vorrei non aver sognato | e
comunque cose che mi hanno segnato||»), come quando il poeta sogna il «ragazzo
con la canotta e il passamontagna che tiene in mano l’estintore rossofiamma e
che finisce supino ferito a morte sul selciato e che invoca la salvezza eterna
in un altro fotogramma relativo…», un chiaro riferimento al G8 di Genova e alla
vicenda umana di Carlo Giuliani, e la memorialistica: un indagare acuto sul recente
passato inteso unicamente come dimensione privata dei ricordi che, man mano che
procedono nel flusso inarrestabile della mente, come un fiume che s’ingrossa e
delira, i punti tormentati e focali dell’Io diventano il telaio rovente di un
breviario del caos, come accade in Albert Caraco. «Tutta la stupidità e la
crudeltà della mia giovinezza | condensate nell’idea che il mondo è un
postaccio da cui saltar giù, | da cui fuggir via in un altrove che non ho mai
trovato, | essendomi confitto e sconfitto nell’aldiqua | e mai stato capace di
trascendermi nell’aldilà || […] Penso alla verità come a un punto di tensione
intersoggettiva, | sempre instabile e in metamorfosi, senza cadere in una
dissoluta scepsi, ||». Il sentimento dell’Io riemerge come arca endemica nel
poeta, insieme di ansie che determinano la struttura portante dell’allegra
società post-comunista, post-futurista, post-coitale ma sempre pronta a morire
democristiana. Si assiste alla dimostrazione di veri e propri calchi sociali
elevati a codice di universale intendimento del reale («Teatreggiamo privi | di
una qualsiasi coerente idea di regia | perciò improvvisando positivi tormenti |
e rimuginamenti oppositivi che flettono | dal lato sbagliato (e smaccato),
capaci soltanto | di mostrare l’incapacità evidente | di affermare qualcosa di
definitivo»; oppure «È l’orrorismo il marchio chic epocale | bandito il passato
remoto | siamo tutti dentro il presente terremoto | incerti se dare retta alla
scienza dei numeri primi | ovvero alla metafisica delle anime seconde | ogni
affezione si rovescia in pandemia incurabile | ogni affetto ci affetta il kuore
indebolito | e non abbiamo neppure un muro del pianto | a cui appoggiare
sconsolati la testa | […]». La logica della vita è quella del teatro, fedele a
Grotowski, in cui si animano contorte prostitute africane, nuovi nazi e nuovi
fasci, un panorama evoluto di intolleranze, un agglomerato così sviluppato di
persone-personaggi da spingere Palladini a farci intuire apertamente che siamo
la società computerizzata del fallimento evoluto. Persone-personaggi e
personaggi-persone, in interscambiabile ruolo, che non versano sangue fecondo
ma solo dolore e alienazione straziante, diventa l’assunto del vivere moderno
che vede nella figura di Marco Pantani il mito demitizzato e restituito alla
coscienza collettiva nella sua profonda umanità mortale. Una smania impotente
di far chiarezza sull’altro Marco anima Palladini, corridore insieme al primo
di una corsa chiamata vita. Il poeta prende a modello la figura di Marco Pantani
per edificare una più sana morale, per scardinare i perni dell’illogica
sfortuna e mantenere desto il caso umano del ciclista vittima del suo stesso
stile, strizzando l’occhio a quella parabola pasoliniana per cui il successo è
l’altra faccia della persecuzione sociale («[…] ma il tradimento che Marco
imputava agli altri, il presunto complotto contro cui schiumava rabbia / era
innanzitutto il tradimento fatto a se medesimo che nascondeva il capo nella
sabbia / […] lui incapace come molti di sopravvivere al successo /»). Il fulcro
semantico di questa seconda sezione ruota sicuramente attorno all’immagine del
Poesimista: del poeta che, secondo logica ermeneutica, oltre a costituire un
imput linguistico di chiaro neologismo, indica una pluralità, un multimorfismo
della voce e del pensiero che, benché vario, ha un suo codice ben definito
nella ricerca spasmodica del linguaggio. Poesimista
come poeta misto, duro e crudele, che può far bene o male («datemi un
kalashnikov e vi cambierò | (o vi peggiorerò) il mondo | Ma chi è qui il
deuteragonista?»), sorprendentemente capace di criticare il pluralismo finto
partecipato, finto altruistico. Poesimista in quanto poeta che crede davvero in
sé. Palladini è un poeta che non fa sognare ma allarmare, c’è, infatti,
un’allarmante corrispondenza tra la realtà e la sua poesia, una simbiotica
partogenesi che riduce – ed è questo il significato più profondo di questo
libro e del suo titolo, «Iperfetazioni» – il senso del reale ad un oggettivo
messaggio e consuntivo del “proprio sé”. Troppe nascite (fetazioni, più il suffisso iper)
intese come troppe angosce, come troppi punti nevralgici e dolenti dello stare
al mondo. Più che nel linguaggio è nella lingua, quindi, intesa come struttura
omogenea del tutto, che in Palladini sembra esserci un “algol”, un sistema
programmatico di codici che deve risolvere i problemi di una società che non
riesce più a capire i sentimenti e le storture che l’attanagliano. La lingua di
Palladini è funzionale al sistema-mondo delle immagini e dei suoi percorsi
morali: tanto più il sistema va giù, tanto più la lingua graffiante di questa
poesia va in su. È sufficiente evidenziare il tratto semico nell’economia
dell’opera, valido anche per altri possibili esempi, come l’uso diacritico del
grafema “k”, che abbonda nella terminologia del nostro poeta (“kuore”; “scuotikazzo”;
“kakka”; “poetika”; “premiopolitika”; “kapitale”; ecc), posto in essere come
refuso sentimentale mandato assolto in premio all’avanguardia e alla
plurisemantica definizione del reale. Un tratto incisivo, fortificante
l’entropia del sistema-mondo. È interessante notare come in questa seconda
sezione del libro si materializzi una specie di paesaggio comportamentale delle
nuove generazioni, preciso, eteroclito, assolutamente normale nell’anormalità
che inquina l’emotivo slancio vitale, acuendo la forma di esso capace di
generare un gusto o un’ossessione, come quello per il sesso: «Attitudini “pink”
in discoteche punk | per adolescenti indemoniate femmine alla frutta | che
addentano panini con l’indivia e hanno | abiti choc(chi) color invidia
surreal-pop | e vengono reclutate dall’agenzia “No Figa No Party” | e imbucate
in villone cafone complete di “tronisti” | e rintronati soggetti multitasking
linkati | a periferiche squinzie decervellate nonché noiate | dalla band degli
headliners survoltati sul palco | che non azzeccano una cover manco per sbaglio
| Il motto di moda è “gossip is the life of the party” ma neppure la maldicenza
coatta rianima | una gioventù iperpiaciona e mai dispiaciuta | completamente
arresa allo strapeggio ke dilaga ||». Una poesia del tetro reportage
generazionale diagnosticato come un medico diagnostica un male. Sono testi che
vanno all’attacco di un comportamento che umilia il senso stesso della
giovinezza a cui, sicuramente, come scriveva Verlaine, “piace trionfare”, ma
trionfa da diversi anni sulle macerie del suo stesso orgoglio, sulle ragioni
della stessa vitalità, sulla stessa capacità di saper trionfare. Si deduce,
analizzando soprattutto il linguaggio poetico, – nuovo, veloce, multi dinamico
nella semantica e nella sintassi –, come ogni vicenda umana trovi il suo linguaggio
che la palesa al mondo, in cui si agita un “démos senza più la velleità di
sapere”. Una poesia segnata da una
profonda coscienza di cosa sia il genere umano anche nelle sue
declassificazioni e nei suoi orrori morali. Il concetto stesso di vedere
abitato, di conseguenza, un mondo da morti, da zombi, in città senza nome,
tutte uguali e tutte identiche, disvela scenari inquietanti sui quali sembra
stendersi uno spesso sudario di disincanto e disperazione. In questo Marco
Palladini assume una posizione analoga a quella del poeta francese Albert
Caraco, un raffinato e poco conosciuto scrittore che si è ucciso nel 1971, il
giorno dopo la morte di suo padre. Era nato a Costantinopoli, da una ricca
famiglia ebraica, nel 1919, e, tranne per le delusioni letterarie, la sua
infelicità che poteva sembrare una specie di retaggio di alcune pose
“maledette” di scrittori che hanno elevato la disperazione a cifra stilistica, è
in lui, invece, sentimento concreto e reale della vita: veritiera assunzione
dell’essere. Dal canto suo scriveva Caraco:
Le
città che abitiamo sono scuole di morte, perché sono disumane. Ognuna di esse è
diventata il ricettacolo del frastuono e del tanfo… ognuna è diventata un caos
di edifici dove ci ammassiamo a milioni, smarrendo le nostre ragioni di vita.
Sventurati senza scampo, sentiamo di essere cacciati, volenti o nolenti, nel
labirinto dell’assurdo, da cui non usciremo che morti, giacché il nostro
destino è di continuare a moltiplicarci unicamente per morire innumerevoli. A
ogni giro di ruota le città che abitiamo avanzano impercettibilmente una
incontro all’altra, aspirando a confondersi. È una corsa al caos assoluto, nel
frastuono e nel tanfo. […]
Dal canto suo, come in una spettrale
retrospettiva sul tema, Palladini scrive:
La
città è l’ingrommo di tutte le case, le vie, i tetti, i palazzi, | le ciminiere, i marciapiedi, le cloache, i
quartieri, i giardini | che reclamano una implacabile, implacata volontà di
mondo
Anonima
città di pietra calda sopra cui l’anima | tribola e si schianta, città di dura
pietra dov’è giocoforza | sui muri impassibili graffitare parole omicide,
pensieri indicibili
La
città è un vortice di corpi in lotta e in metastasi | anatomia di corpi
immaginati e immaginari | pura comunità di bellezza profanata da un’atroce
voluttà
Il
denaro che circola si gode la metropoli metrofaga | avidi complici
capitalizzano l’economico piacere trionfante | la ricchezza semina evidenti
ferite e bruciature invisibili
[…]
Città
di uomini e cani a spasso, dove la fatica di fingere | di esserci la soffi via,
la dissimuli semplicemente | e tra furtive ombre ti dilegui nel sonno
puntualmente
Il tema della città come non-luogo iperbolico
dell’esistenza imprime nell’uomo una delocalizzazione intesa non solo come il
risultato macroscopico di una pesante alienazione, uno spezzettamento enorme in
blocchi dell’emotività, ma è intesa anche come il canale etnico-geografico che
entra in conflitto con le frequenze abitative degli spazi urbani, ultraconservatori
e radicali, che non servono ad innescare proficui confronti ma deprimenti
scontri:
[…]
L’utopia che non c’è più è oggi
l’atopia
di corpi-cose desideranti
e
putrescenti, conflitti di cittadinanza
e
autoperfezionamenti nella sudditanza
Gli iper-non-luoghi di controllo ed
hedoné
rimandano
per deiezione ed elezione
alle
biopolitiche che si surpotenziano
per
mera produzione di decostruzione
[…]
I fedeli al vecchio pi-ci-i oggi li
ritrovo
praticamente
tutti devoti al pi-ci
nella
rete cyber la solitaria moltitudine
esaurisce
il sogno d’una comune libidine
È un démos senza più la velleità di
sapere
ai
poteri è impossibile oramai credere
cerchiamo
ancora gli spiriti capaci di vedere
ma
se poi ci osserviamo ci viene da sorridere
In tutto questo marasma di logiche e di
comportamenti, di certezze morali avverse, cresciute smaniose sui divelti
terreni originari della civiltà e dell’armonia nell’uomo, Palladini decide di
addentrarsi in quella che egli stesso definisce in «Pubbliche escursioni» la
“distopia totale”, dando in questo modo senso alla terza parte del libro. In
questa terza parte, conclusiva, si assiste ad una estremista sintesi del peggio
socio-politico e socio-economico che è accaduto, volgendo la memoria dagli anni
Settanta, anni di formazione del poeta, fino a quelli attuali del crac delle
banche europee. Si può dire subito che in «Pubbliche escursioni» c’è il miglior
Palladini, il Palladini politico che analizza il mondo nella sua struttura
morale e nella sua odierna dimensione filosofica sciatta, attraverso un preciso
meccanismo ecdotico e culturale, di sinistra, che vede la sua mano critica
ghermire un anacronistico dualismo sempre attuale, figlio del genere umano più
che del tempo, di forti contro deboli, di ricchi contro poveri, di «sacrosanta
rabbia e lurida miseria», di «islamofilia e cristosofia». Il sistema-mondo è
tutto bene esposto nelle sue problematiche politiche, storiche, economiche e
sociali: cose che s’iniziano con timida coscienza ad evidenziare e a capire, ma
che Palladini cavalca forsennatamente senza temere le critiche più ovvie e le
contestazioni più iperboliche e faziose. La critica diventa il modo migliore di
piegare gli analogismi e i moralismi più beceri, le politiche più
inconcludenti, affinché un ritmo assertivo di questo genere diventi l’uncino
incalzante la ricostruzione sociale. In questa sezione il poeta cerca, suo
malgrado, di trovare una soluzione all’avvenuta disfatta. Una disfatta civile,
morale e anche di costume, evidente nella marcia storica del secondo Novecento,
realizzatasi come il prodotto inossidabile di un conclamato approccio alla
diversità e alla difficoltà esistenziale che Pasolini aveva definito come l’avvento
della Nuova Preistoria: il dilagante tornare indietro allarmante e spietato.
Premesse di rivolta galleggiano
inespresse
e
le parole d’ordine non sono più le stesse
ché
proprio non ce la fa
la
Plastic
(Playstation) Generation
a
trasformare il sapere refrattario al kapitale
in
una chance reale di cambiamento materiale
Il
mondo senza se e senza ma
ti
mette le mani addosso, ti violenta
fa
guerra permanente alla tua acedia
ed
è vano rivendicare la propria xenitéia
[…]
Il
merito, va detto molto schiettamente, che va riconosciuto a Marco Palladini e ad
altri pochi poeti che fanno non solo una poesia di analisi sociale, di protesta
e di escavazione, che agisce a livello quasi endemico sulla ragione della già
nota storicità contemporanea che, dopo la lezione di Pasolini, diventa spazio
per una squisita poesia civile o dialettica, come suggerisce Mario Lunetta, è
quello di contrastare la caduta delle illusioni, leopardiane e non, e di
aprirsi alle nuove generazioni. Palladini, di fatto, in questa ultima sezione
del suo libro di versi, fa i conti non solo con se stesso, con la sua storia
formativa e politica («Chissà come facevamo da ragazzi | a stare sempre a giro
a fare danni | a sputtanare dissennati | i nostri euforici vent’anni | a
collezionare amori, corpi, | le tenebre del sesso più eccitanti | e ad uscirne
miracolosamente indenni»; oppure «il comunismo che doveva essere facile e
ragionevole | è stato ragione cieca ovvero complicata distruzione ||»), ma fa i
conti con un sistema che ha avvilito le nuove generazioni e a cui ha rubato la
speranza e il futuro, gettandoli, i più sani e più puri giovani, nella
disperazione più allucinante: «Giunge dalla Germania la sapida notizia | che
crescono le fila dei disoccupati & felici | I senza lavoro fanno oggi l’elogio
dell’ozio | che non è più il padre di ogni vizio | bensì un piacevole fratello
al servizio | dell’uomo estraniato dal giogo dell’impiego e del salario | […]
Il non lavorare appare, così, sacro principio e frutto | di una provvidenza
socialdemocratica | che accomuna al presente l’ex-operaio | e la già detestata
aristocrazia antica || […]». Tende la mano ai giovani Palladini e, forse, più
di loro, riesce a comunicargli il presente storico in cui si ritrovano a vivere,
tutti, nell’“ipocrisia di un sistema | che sempre più spesso crea finti posti
di lavoro | per aderire a un astratto e politico teorema ||”. Ci si trova
dinanzi a quello che Paul Ginsborg aveva definito il «rapporto deformato del
cittadino con lo Stato». I
testi di questa terza sezione del libro, alcuni molto incisivi, fanno ripensare
all’aria che si respira in alcune “pagine civili” scritte da Cesare Garboli. In
un testo come «Degeneris humani» ho potuto rintracciare con la stessa intensità
espressiva quello che Garboli scrive nei suoi Racconti tristi e civili (Einaudi - Gli Struzzi, Torino, 2001)
quando il critico e saggista affronta i mali del secondo Novecento italiano,
evidenziando il radicalismo anticomunista come lo strumento storico, politico e
giornalistico, che ha alimentato il ritorno del fascismo, «un fascismo che non
si è mai sentito sconfitto». Scrive Cesare Garboli:
«La
sopravvivenza del fascismo non è stata una sopravvivenza, un relitto del
passato o un insulto di rivendicazione che trovava sfogo in qualche canale
melmoso e silenzioso della Dc, o nel parlamentarismo del Msi. Era una forza
sommersa, che ha messo fuori la testa negli anni Sessanta e si è manifestata
con violenza interminabile dalla strage di piazza Fontana fino a oggi.
Nell’ultimo trentennio del secolo, l’Italia ha vissuto in uno stato di guerra
insieme manifesto e latente. Di questa guerra con morti e feriti, condotta
attraverso strategie incomprensibili, per vie sotterranee e incrociate, abbiamo
visto proiettati davanti a noi spettatori, a noi cittadini direttamente
interessati a quelle visioni che passavano e sparivano sullo schermo come se
appartenessero al filmato di un altro paese, dei frammenti lacunosi e
incompleti, dei flashes senza relazione e senza coerenza, simili a un’immagine
anamorfica che non può dirci nulla se non conosciamo i segreti della sua
deformazione.» (da
Ricordi tristi e civili, di C.
Garboli, Einaudi, p. xx, Torino, 2001)
Ed ecco come Marco Palladini traduce questa
pagina civile di Cesare Garboli:
Il
fascismo vecchio o nuovo
si
conserva da sempre tanathofilo
è
nota la sua determinazione ab ovo
ad
alimentare il diverso
a
cantare la gloria dell’ecatombe
a
esaltare l’igiene dell’eccidio
ciò
che irresistibilmente lo ha attratto
verso
il buco nero del suicidio
ad
imboccare senza esitazione
la
via diretta all’autodistruzione
[…]
Ad
essere messi sotto i riflettori di un’efficace analisi socio-poetica sono il Potere,
ovvero la «Nemocrazia»; la politica e gli ideali, in «Replicando a Brecht
(fuori tempo massimo)» e l’etica sociale in «Couvre-feux».
Il
potere è vissuto come assenza di esso, come sua totale incapacità organizzativa
tradotta in nemesi ferale nei confronti dei giovani. “I giovani ci vanno di
mezzo!”, come spesso si dice, è la verità, perché i giovani non solo ci vanno
di mezzo, ma ci stanno già in mezzo al pantano politico-amministrativo e
socio-economico-culturale. Il senso della disfatta è qui evidente nella crisi
tra il potere e il popolo, nel prosieguo ideale di quella democrazia che
costringe a mettere “croci” su simboli che non hanno più senso. In tal modo
l’atto stesso della votazione diventa la parabola della sconfitta democratica e
politica. Ma c’è di più! Ovvero c’è un attacco che Palladini fa al sistema e
che rivela il punto centrale del suo pensiero politico-culturale: l’avvento
della demokritica.
Nemocrazia
Non scopriremo infine essere la
democrazia
nient’altro
che una opaca nemocrazia?
Il governo di tutti alla resa dei conti
non
si dimostra in effetti il governo di nessuno?
Del
resto il popolo al governo chi l’ha mai visto?
[…]
Opporre un’alternativa sembra così pura
pazzia
perché
comandano i grandi poteri economici
i
complessi militari-industriali, le doviziose èlites
Ma i vecchi àristoi sono defunti, non ci
sono più
al
loro posto boriosi arricchiti, predaci insuperbiti
infoiati
borghesi tali & squali come tiranni virtuali
Generosa invenzione o nido di vespe la
democrazia
l’hanno
subito svuotata in una serie di regole formali
e
l’iniquità in nome del popolo si chiama demagogia
Perciò continuate, se volete, a reputarmi
democratico
purché
sia chiaro che sono innanzitutto un demokritico
Una
poesia efficace quanto «La democrazia in trenta lezioni» di
Giovanni Sartori. Il significato di democrazia
si riduce ad una sterile accozzaglia di poteri, che si annullano a vicenda col
presupposto ilare che ogni potere propone un bene maggiore dell’altro, e in
tutto ciò si annienta il potere vergine del popolo, di chi dovrebbe, in qualche
modo, corrispondere a quel potere. Palladini inizia così a tessere una trama
critico-ideologica dal forte impatto dialettico, ad aprire una conversazione di
cui fornisce i temi necessari alla sterzata da compiere indirizzata con favore
alle nuove generazioni. Nel testo dal titolo emblematico «Replicando a Brecht
(fuori tempo massimo)», il poeta non scrive più una poesia ma una lettera: una
lettera carica di luce storica, di asserzione politica e di documentato senso
civico e umanistico. Il perno su cui poggia il testo sono i due versi in cui
Palladini scrive: «persiste la necessità che l’illusione di una cosa | ci
sottragga all’orrore e riempia i giorni di futuro». Sembra Leopardi. Un
Leopardi che asserisce che l’illusione è il motore del mondo, della vita e
delle idee, e il Leopardi che stimola la vitalità, suo malgrado ferma nelle
ossa, nel corpo, ma non nella mente, quando afferma che «scopo della
contemporanea poesia è di accrescere la vitalità». In questo circuito di verità
interviene anche il sentimento della rottura, della caduta, della “strage”
delle stesse illusioni, che non riescono
più a mettere in moto il mondo quando è ormai palese che il mondo stesso cade
sotto il peso enorme delle sue aspirazioni, delle sue velleità. Sotto accusa è
il Comunismo, ovvero “la filosofia della prassi impraticabile”, come sostiene
Palladini, che, nei presupposti brechtiani di gentilezza, quindi, di pacata
affermazione coi giusti mezzi della perequazione sociale, nei suoi migliori
diritti e nei suoi migliori doveri, spinge il poeta all’amara riflessione che
l’impeto comunista nelle sue giuste intenzioni non è riuscito a garantire lo
scopo che si era proposto, ed è caduto nei dogmi e nel comando totalitario:
«no, non abbiamo potuto essere gentili | perché la gentilezza non s’è mai
coniugata | con la lotta politica, e poi sinceramente | nessuno di noi avrebbe
realmente voluto vivere | nei luoghi finiti sotto il comando dei partiti
comunisti | perché quando il comunismo come orizzonte ideale | si rovescia in
atroce e obbligante incubo ideologico | il dogma è uno sconcio e un mondo che
si regge sul terrore | non è un infortunio politico, ma un errore logico ||». Partendo
dall’assunto brechtiano, il senso del fallimento del Comunismo e della sua
degenerazione in dittatura o in movimento sotterraneo dell’uguaglianza,
trasformatosi in caccia sempre più evidente al potere padronale, ipotizzando così
la possibilità di poter realizzare un mondo diverso, più equo e più giusto, si
sostanzia nel fatto esplicito di inadeguatezza economica-ideologica, in quanto
«se l’anima non s’incontra con la libertà materiale | vincerà sempre la
barbarie in forma di tregenda ||». Allora Palladini riconosce l’errore, lo
sbaglio, ma non nega che qualcosa di proficuo non si possa trarre dagli stessi
errori compiuti dal Comunismo per sollecitare davvero quello che era il suo
presupposto fondamentale per garantire equità sociale:
[…]
va
bene, non abbiamo potuto essere gentili
e
il capitalismo più lo critichi e più si trasforma
rimanendo
immutabile, ergo incriticabile
il
capitalismo che ha intriso di sé e fatto ammalare
il
corpo del pianeta e non è la cura per guarire
così,
se non puoi più chiamarla comunista
persiste
la necessità che l’illusione di una cosa
ci
sottragga all’orrore e riempia i giorni di futuro
ci
serve un altro vocabolo per nominare un altro mondo
ci
serve come un vagito nella culla
ci
serve per non rassegnarci a morire per nulla
sì,
caro Brecht, non abbiamo potuto essere gentili
però
se l’oltrecomunismo ha ancora una giustificazione
è
quella che, deposta la speranza di scoprirci felici,
ammainate
le bandiere delle trascorse utopie inutili,
stavolta
vorremmo davvero provare ad essere gentili
Palladini
è chiaro, crede in una possibilità storica che riabilita il Comunismo a nuova
forma d’integrazione sociale e di salvezza economica. In questo modo egli
scrive la trama dell’oggi e non vuole che si dica ricchezza e bontà laddove c’è
invece cattiveria e povertà. In questo ordito poetico logico-materialistico-ideologico
si scorge un segnale quasi escatologico del sistema-mondo, del sistema-paese,
dell’Itaglia, scritto con il digramma “gl” per essere meglio rappresentata «sgangherata
e gaglioffa»,
che deve necessariamente ritrovare spazi nuovi ma soprattutto avere gente
nuova, un démos nuovo, capace di criticare per sapere e di saper criticare per invertire
l’andamento incivile verso una logica civile. Bisogna evitare il peggio, che già
c’è, quindi evitare che il peggio prosegua nel peggio della crisi economica,
civile e morale, evitare che «se il guru del silenzio qui non può che tacere |
per mera etica dell’irresponsabilità sgovernano i lestofanti ||», evitare i
consigli fatti da imbonitori esiziali, evitare per impedire che la fogna
trabocchi nel pieno delle sue facoltà oltranzistiche. Il senso escatologico è
vivo nel materialismo delle cose, in quella ragione che nega l’indicibile e che
si scorge come sistema auto generativo delle coscienze che si allineano al
sentimento della protesta come dichiarazione onesta della verità che non deve
essere più sottoposta al caos della dittatura dell’opinione programmata («les hors-la-loi dans la rue accusano le
immarcescibili menzogne di civiltà sedicente superiore… i marginali scatenati
smascherano i margini illusori e marpioni di sopravvivenza di un sistema
deteriore… la liturgia democratica è una repellente ignominia e senza onore…
l’orizzonte multiculturale è, poi, la favola o il sogno riformatore di una cosa
mai nata… ma la domanda cruciale e avvelenata è: la lingua dei ghetti del XXI
secolo è tout-court post-politica o
veicola, invece, l’inedito codice biopolitico di un’energia salvifica e
depurata ?...»). Dinanzi a questa domanda-prospettiva del “futuro reale” s’incrementa
il ritmo della ragione per aprirsi ad un mistero che immancabilmente torna ad
essere un mistero poetico, fatto di assoluta e strategica stratificazione del
vero e della storia. In mano non all’ovvietà, bensì alla cattura di una realtà
storico-culturale del sistema-paese, Marco Palladini si affida ad una vita che
continua, insieme stupida e stupenda, nonostante non ci sia una linea direttiva
nel relativismo dilagante. Tutta l’evidenza didascalica ed emotiva di una
certezza esistenziale dell’uomo deve essere sveglia e non cadere nei tranelli
della inadempienza politica ed essere piuttosto capace di rigenerare il senso
dell’essere come dimensione culturale che morde la quotidianità e la sua disfatta:
essere un costante misirizzi! Il poeta lo dice molto chiaramente che «il peggio
è arrendersi alla certezza di sé fasulla | il meglio è ricominciare sulla
sponda del nulla ||».
Iperfetazioni è un libro denso di
contenuti e di significati, tanto morali quanto linguistici, propri di una
nuova parola che non si legge sicuramente con facilità, ma è proprio questa la
caratteristica fondativa del libro, ovvero la capacità di sfidare il lettore su
un terreno comune, quello del linguaggio, per interpretare al meglio il reale,
l’onirico e il materialismo storico, nella sua accezione sia lirico-oggettiva e
sia pluridissacratoria e plurievolutiva. I dati immanenti del reale, tanto
filosofico-esistenzialistici quanto storico-politici, sono multiformi e
plurisemici, da trovare in Iperfetazioni
– e mai titolo ha avuto così esemplare attinenza al senso logico dell’opera –
una sistemica collocazione di merito e di significato nuovo e prolifico. Una
raccolta poetica densa che è quasi romanzo, non per sussistenza di genere,
bensì per straordinaria e allocutiva dissertazione sul reale, sul presente
storico già astorico e alogico. Ogni testo poetico di Palladini meriterebbe
un’ora d’amore: il suo linguaggio cattura, colpisce, pesta, anche per quanto è
plurisemico e multi funzionante; non teme storture in tutto il marasma del
distorto che ghermisce e cattura. È questa una poetica innanzitutto del
linguaggio a cui il contenuto che segue determina un prodigio dell’espressione
sintattica immersa nella iperfetazione del suo orgoglio e del suo vissuto.
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