LETTURE
MARIO LUNETTA
      

 

 

La forma dell’Italia

 

Manni, Lecce 2009, pp. 76, € 10,00

 

 

    

      


di Luca Succhiarelli

 

 

«L’Italia non lo sa», ma la pena che i poeti come Mario Lunetta rischiano di subire, pur nella diversità (e proprio perché) delle responsabilità che si contestano, assomiglia molto a quella inflitta alle figlie di Dànao: le Danàidi infatti, per aver (secondo le cronache mitologiche) ucciso i figli (loro cugini e sposi) di Egitto, sono condannate – negli Inferi – a riempire d’acqua dei vasi forati, a veder quindi perpetuamente incompiuto e disperso il proprio lavoro. La «penisola mediterranea chiamata Italia», (precauzionalmente così l’appella, un attimo da lontano, il nostro), crediamo noi (chi siano gli altri non lo so), lungi dall’essere uno stivale, (e non perché fragile, ma in quanto puzzolente, cioè a dire lordata) sembra più tosto un vaso. In questo non ci sarebbe nulla di irrimediabile, se non fosse per Smarago ed Omodamo. Chi sono costoro? Lo diremmo, se non corressimo or ora il rischio di vedere, all’istante, sparire il foglio sotto la nostra penna («E l’onda pria sì limpida» – ci aiuti a dirlo quella sciagurata Lucia di Lammermoor! – «Di sangue» rosseggiare). Vi sembra giusto che pochi demonietti ridicoli, schifosi e dannosi, da soli possano, intrufolandosi nelle fornaci, guastare il lavoro dei vasai? Vi par corretto che un retto lavorante, per portare a termine la propria opera, debba sperare non diciamo nel permesso, ma quantomeno in un cenno di assenso di simili demoniucci che lo guardano – non visti – gioendosela torvamente dall’alto? Eppure, ci dice Lunetta,

 

(…) il presente è solenne e sarcastico. È l’arroganza, la protervia,

anzi la presunzione di ciò che è  - e ti preme sul costato

ti cuce la bocca, non si sposta di un millimetro, non si sdoppia

nella sua ombra, non fa cenni di diniego, è assente

                     in uno spazio che non si vede.

 

Questo è esattamente lo stato attuale delle cose e l’Italia – un Paese che merita il peggio – non lo sa: gonfia senz’ossa, dilatata dalla falligione (di meglio in mancanza), “costipata in se stessa” come i rospi poco prima di scoppiare – in certe sere umide e piovose – sotto il peso delle automobili, “fallata” com’è (lo sanno il mare, la terra e l’etra), consacrata (ma quanto distante dall’itifallico Mafarka-Min marinettiano!) al fallo colonizzatore, al còlon-aizzatore di Stato ascendente, traverso e discendente soprattutto (ad libitum il “per cui” ed il “perché”), propinatrice della propìna in vagina (contro la quale – sosteniamo un assurdo – neppure condannare alla castrazione chimica i fantastici cazzofanti baroneschi potrebbe giovare), l’Italia continua a non saperlo: ètte quindi, nulla, «Bottoms up, ragazze mie, su con il culo / e con la vita!».

Mario Lunetta (abbiam detto) e non a caso. Il poeta (e il narratore, il drammaturgo e il saggista) romano, con il suo La forma dell’Italia. Poema da compiere recentemente dato alle stampe – son parole sue (come tutte quelle delle citazioni, se non diversamente indicato) – con una «prosaccia buiaccàra» che deve tornar utile alla poesia (per evitare «che perfino gli animali meno dotati / ci accusino / di ridicola arroganza lirica, di supponenza / stupidamente febbricitante, in un momento che, / vero ragazzi, meglio sarebbe forse chiudere la bocca»), ribalta l’endecasillabo del Foscolo «Tu non altro che il canto avrai del figlio». Un corpo quindi, «un viaggio di per sé», un continuum di lignaggio prosastico, una trasvolata “rotta” (il «refrain sarcastico» todavía collabora non poco) da/con ininterrotte virate improvvise (è la funzione del verso, vĕrsus da vĕrtere, ‘volgere, girare’) funzionali allo stile de-narrativo – o forma fluens nostrana – qui spontaneo, ciascuna delle quali corrisponde ad una scheggia dell’infausto vaso italico. È facile immaginare Lunetta indurre e perdere, indurre e spendere questo poema ri-componendolo: ci sembra di vederlo, con aria sconsolata e rabbia inconsolabile, inveendo contro Smarago e Omodamo responsabili dell’asinità (e che la stupidità, se disprezzata, possa diventare omicida già ce lo aveva fatto notare il Caligola di Camus), raccogliere da terra i frammenti, posarli sul tavolo di lavoro e fare e sfare mnemonicamente il punto della situazione, servendosi poi tanto di instantiae quanto di tavole di presenza («fascino del paesaggio, bellezze artistiche, clima, gastronomia» o il loro contraltare negativo) e di assenza («antropologia, economia, politica, religione» o il loro equivalente positivo) di baconiana memoria. Le cellule viventi (i tanti emblemata nell’emblema, intelligenti e ambigui, vivi, ciascuno con un’identità in movimento), i “frammenti”, le crustae – se vogliamo – che del (o col) poema condividono (e ne ricalcano al tempo stesso) il corpo, rinnovandolo si muovono qui come tessere/«persone defunte che non defungono», secondo una tecnica musiva (e non “ad intarsio”, giacché esse “non corrispondono a”, non colmano un’architettura o uno spazio metrico imposto, ma fanno, quindi “riempiono”, occupano [o sono occupate] semmai ciascuna [da] un momento) che se per la diversa grandezza e le variegate forme delle stesse ricorda l’opus sectile, più precisamente – e proprio perché disposte in libertà nel vano tentativo di afferrare la forma fluens dell’emblema Italia – rimanda alla varietà detta opus vermiculatum.

Ogni frammento è un presente, ma inulto e intesto con l’altrove della carta bianca (l’interstizio) che – senza interromperlo, eppur facendolo vanire al confronto – lo sovrappone al seguente:

 

                                         Quei ragazzi in carrozzella

                        davanti al Teatro di Marcello, oggetti smarriti

                        fronte corrugata sugli occhi praticamente chiusi.

 

                                               Quei ragazzi

                        che maledicono il giorno in silenzio

e sembrano impiegati tristissimi

                                  del banco dei pegni.

 

                                               Quei ragazzi

lontani da tutto, oggetti smarriti

mercanzia dimenticata, impiegati tristissimi

privi di ogni mansione: neanche sfiorano più

con lo sguardo mangiato dal desiderio

                                   le belle pupe che passano

ridendo, sorridendo, ridendo ancora

in un gioco tra lampi di sole

e solchi d’ombra, great snatchs immerse nel presente

irriducibile.

 

Spesso una microtessera (o parola che dir si voglia), accostandosi ad un’altra, per uno stranissimo gioco di mucose e scambio di sostanze, la macchia producendo un curioso effetto visivo/uditivo a catena (o meglio sarebbe dire “a domino”), una staffetta, un anticorpo, «un sogno che si produce e si disfa ad ogni istante» (scrive Lunetta altrove), un’aforma il cui scopo è «negare la negazione» e che si “genera” all’interno della macrotessera (o strofa) in tempi e secondo modalità di volta in volta differenti, tramite ossia (chiamiamolo pure così) una sorta di “climax” libero e veloce («abbozzi, schizzi, sbozzi», «casa casamatta» o «i cicloni, / i ciclisti, i ciclamini»), con un “anticlimax” altrettanto rapido («brodo sbrodato», «soliloquio, vaniloquio, turpiloquio», «bande e bandiere. Bandane. Banderillas / senza banderilleros», «genuflessi, biconvessi, inespressi, inespressivi», «tempo stempiato»), stentatamente («una botola, / ballando, ballando, traballando», «Oppure. Oppure.»), per mezzo di una invariabilità accecante («Lo spazio / gioca a scacchi con se stesso, fuori dal mondo, / e non perde mai: non perde mai / sé medémo e medesimo») o con repentini cambi di ritmo («quest’Italia cadaverica impestata, teterrima, allegrona, / ridanciana, mafiosa, affatturata, appaltata, magnacciona, / bidonista, amarcord americana impasticcata nerboruta vile: / di quest’Italia italiota, gaglioffa, svergognata, truce, idiota.»).

Mario Lunetta, anticonformista e sperimentatore consapevole più di tant’altri di quanta poca libertà ci sia nel saper scrivere “bene” (ovvero secondo i canoni di una letteratura e di una grammatica ministeriali stanche, statiche ed anche stitiche), tuttavia fiducioso nel progetto di recupero del lettore stordito (lo dimostrano le note che chiudono il volumetto), con questo poema offre un altro necessario bell’esempio di quella che, con un accostamento di parole che rischia di sembrare un ossimoro, è a tutti gli effetti un’avanguardia civile contra il «Décerveler!» (come ricorda Francesco Muzzioli, citando Jarry, ne L’infinibile orrore della de-civilizzazione italiana che introduce l’opera) e contro il rischio – che tutti corriamo – di far «solo monologhi»: cosa accadrebbe se, ad esempio, i due profeti ai lati della Maestà di Cimabue (oggi agli Uffizi) non si accorgessero più dell’apparizione della Madonna o se la narrativa di un’opera quale potrebbe essere l’Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano, d’improvviso, per lo sformarsi del coronamento e il muoversi delle lunette, si negasse alla decodifica? Cosa avverrebbe se i Magi della scena centrale non avessero più nulla a che fare con quelli delle tre lunette? Come si potrebbe leggere “orizzontalmente” l’opera se, anziché avere più momenti di una storia, si avessero più storie in un momento? Cosa succederebbe se il cavallo che guarda avesse non una ma più storie (una per occhio col «seme / della contraddizione»)? Quanti Magi e quante città vedremmo? Non avremmo uno scomparto (un contenitore) per tanti corpi, ma un corpo vivo in tanti scomparti, un vaso scoppiato, un poema come quello di Mario Lunetta.

L’Italia, ovvero le disavventure della virtù, in balìa – Petrolini suggerisce – del «danseur» di turno («Bello, non ho niente nel cervello! / Raro, io mi faccio pagar caro: / specialmente alla pensione»), abitata – va detto – per lo più da una «diletta ciurmaglia» togata (ancor di petroliniana memoria) che quando «si abitua a dire che sei bravo, pure che non fai gnente, sei sempre bravo!», da borghesi piccoli piccoli ridotti «all’urtimo», assomiglia sempre più ad una Madonna frustrata della cui apparizione nessuno si interessa (e che è pertanto costretta, di tanto in tanto, a vanire per farsi notare), ad una forma fluens evanescente della quale, tutto sommato, la cosa più rispettabile resta la terra – l’intrauterina rupestre delle sepolture simìl fetali eneolitiche, nella quale (proprio) accoccolarsi e chiudere gli occhi, e quella ferita che, da bravi antropofagi, non cessiamo di mangiare – con tutti i suoi derivati (dai semplici ed umili sassi all’alabastro, dalla breccia dorata al porfido, fino al granito), come ricorda una poesia dello stesso Lunetta intitolata Petrosa (in Mappamondo & altri luoghi infrequentabili, Campanotto Editore, 2006, p. 114):

 

Non disprezzare la pietra. Non farlo, specialmente

quando è vecchia e dissanguata, quand’è imporrita

e non ha più ossigeno, ma è solo

carica d’anni e d’ironia, dentro i suoi cretti,

le sue fessure sottili, le sue crepe notturne: in questa luce romana

più strasparente dell’acquamarina, che si posa

sul tuo viso perlaceo e ne fa, contro la fronte della chiesa

di Sant’Agostino con quel Caravaggio da straccioni, un cammeo

tenero e caldo

fiorito nel vuoto, all’improvviso.

 

 

Non disprezzarla, ti ripeto: perché so

che non lo fai – e anzi l’ami, la pietra fatata e spettrale

di questa città ch’è tutta un sospiro

e una dannazione. L’ami come si ama

un sogno che si produce e si disfa ad ogni istante

mentre gli istanti passano, a miliardi, nei nostri occhi

e nella nostra mente confusa:

 

 

e allora sì, ascolta mentre mi guardi

coi tuoi occhi indocili e sapienti. Ascolta e ricorda, pronunciato

dalla mia voce, il motto indistruttibile

del Merisi assassino: “Nessuna speranza. Nessuna paura”.

(Con un bacio lunghissimo, nell’ombra).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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