| |
di Luca Succhiarelli
«L’Italia non lo sa», ma la pena
che i poeti come Mario Lunetta rischiano di subire, pur nella diversità (e
proprio perché) delle responsabilità che si contestano, assomiglia molto a
quella inflitta alle figlie di Dànao: le Danàidi infatti, per aver (secondo le
cronache mitologiche) ucciso i figli (loro cugini e sposi) di Egitto, sono condannate
– negli Inferi – a riempire d’acqua dei vasi forati, a veder quindi
perpetuamente incompiuto e disperso il proprio lavoro. La «penisola
mediterranea chiamata Italia», (precauzionalmente così l’appella, un attimo da
lontano, il nostro), crediamo noi (chi siano gli altri non lo so), lungi
dall’essere uno stivale, (e non perché fragile, ma in quanto puzzolente, cioè a
dire lordata) sembra più tosto un vaso. In questo non ci sarebbe nulla di
irrimediabile, se non fosse per Smarago ed Omodamo. Chi sono costoro? Lo
diremmo, se non corressimo or ora il rischio di vedere, all’istante, sparire il
foglio sotto la nostra penna («E l’onda pria sì limpida» – ci aiuti a dirlo
quella sciagurata Lucia di Lammermoor! – «Di sangue» rosseggiare). Vi sembra
giusto che pochi demonietti ridicoli, schifosi e dannosi, da soli possano,
intrufolandosi nelle fornaci, guastare il lavoro dei vasai? Vi par corretto che
un retto lavorante, per portare a termine la propria opera, debba sperare non
diciamo nel permesso, ma quantomeno in un cenno di assenso di simili demoniucci
che lo guardano – non visti – gioendosela torvamente dall’alto? Eppure, ci dice
Lunetta,
(…) il presente è solenne e sarcastico. È l’arroganza,
la protervia,
anzi la presunzione di ciò che è - e ti preme sul
costato
ti cuce la bocca, non si sposta di un millimetro, non
si sdoppia
nella sua ombra, non fa cenni di diniego, è assente
in uno spazio che non si vede.
Questo è esattamente lo stato
attuale delle cose e l’Italia – un Paese che merita il peggio – non lo sa:
gonfia senz’ossa, dilatata dalla falligione (di meglio in mancanza), “costipata
in se stessa” come i rospi poco prima di scoppiare – in certe sere umide e
piovose – sotto il peso delle automobili, “fallata” com’è (lo sanno il mare, la
terra e l’etra), consacrata (ma quanto distante dall’itifallico Mafarka-Min
marinettiano!) al fallo colonizzatore, al còlon-aizzatore di Stato ascendente,
traverso e discendente soprattutto (ad
libitum il “per cui” ed il “perché”), propinatrice della propìna in vagina
(contro la quale – sosteniamo un assurdo – neppure condannare alla castrazione
chimica i fantastici cazzofanti baroneschi potrebbe giovare), l’Italia continua
a non saperlo: ètte quindi, nulla, «Bottoms
up, ragazze mie, su con il culo / e con la vita!».
Mario Lunetta
(abbiam detto) e non a caso. Il poeta (e il narratore, il drammaturgo e il saggista)
romano, con il suo La forma dell’Italia.
Poema da compiere recentemente dato alle stampe – son parole sue (come
tutte quelle delle citazioni, se non diversamente indicato) – con una
«prosaccia buiaccàra» che deve tornar utile alla poesia (per evitare «che perfino
gli animali meno dotati / ci accusino / di ridicola arroganza lirica, di
supponenza / stupidamente febbricitante, in un momento che, / vero ragazzi,
meglio sarebbe forse chiudere la bocca»), ribalta l’endecasillabo del Foscolo
«Tu non altro che il canto avrai del figlio». Un corpo quindi, «un viaggio di
per sé», un continuum di lignaggio prosastico,
una trasvolata “rotta” (il «refrain sarcastico» todavía collabora non poco) da/con ininterrotte virate improvvise (è
la funzione del verso, vĕrsus da
vĕrtere, ‘volgere, girare’)
funzionali allo stile de-narrativo – o forma
fluens nostrana – qui spontaneo, ciascuna delle quali corrisponde ad una
scheggia dell’infausto vaso italico. È facile immaginare Lunetta indurre e
perdere, indurre e spendere questo poema ri-componendolo: ci sembra di vederlo,
con aria sconsolata e rabbia inconsolabile, inveendo contro Smarago e Omodamo
responsabili dell’asinità (e che la stupidità, se disprezzata, possa diventare
omicida già ce lo aveva fatto notare il Caligola di Camus), raccogliere da
terra i frammenti, posarli sul tavolo di lavoro e fare e sfare mnemonicamente il
punto della situazione, servendosi poi tanto di instantiae quanto di tavole
di presenza («fascino del paesaggio, bellezze artistiche, clima, gastronomia»
o il loro contraltare negativo) e di
assenza («antropologia, economia, politica, religione» o il loro
equivalente positivo) di baconiana memoria. Le cellule viventi (i tanti emblemata nell’emblema, intelligenti e ambigui, vivi, ciascuno con un’identità in
movimento), i “frammenti”, le crustae
– se vogliamo – che del (o col) poema condividono (e ne ricalcano al tempo
stesso) il corpo, rinnovandolo si muovono qui come tessere/«persone defunte che
non defungono», secondo una tecnica musiva (e non “ad intarsio”, giacché esse “non
corrispondono a”, non colmano un’architettura o uno spazio metrico imposto, ma
fanno, quindi “riempiono”, occupano [o sono occupate] semmai ciascuna [da] un
momento) che se per la diversa grandezza e le variegate forme delle stesse
ricorda l’opus sectile, più
precisamente – e proprio perché disposte in libertà nel vano tentativo di
afferrare la forma fluens dell’emblema Italia – rimanda alla varietà detta
opus vermiculatum.
Ogni frammento è un presente, ma inulto
e intesto con l’altrove della carta bianca (l’interstizio) che – senza
interromperlo, eppur facendolo vanire al confronto – lo sovrappone al seguente:
Quei
ragazzi in carrozzella
davanti
al Teatro di Marcello, oggetti smarriti
fronte
corrugata sugli occhi praticamente chiusi.
Quei ragazzi
che
maledicono il giorno in silenzio
e sembrano impiegati tristissimi
del banco dei pegni.
Quei ragazzi
lontani da tutto,
oggetti smarriti
mercanzia dimenticata, impiegati
tristissimi
privi di ogni mansione: neanche sfiorano
più
con lo sguardo mangiato dal desiderio
le belle pupe che
passano
ridendo, sorridendo, ridendo ancora
in un gioco tra lampi di sole
e solchi d’ombra, great snatchs immerse
nel presente
irriducibile.
Spesso una microtessera (o parola
che dir si voglia), accostandosi ad un’altra, per uno stranissimo gioco di
mucose e scambio di sostanze, la macchia producendo un curioso effetto
visivo/uditivo a catena (o meglio sarebbe dire “a domino”), una staffetta, un
anticorpo, «un sogno che si produce e si
disfa ad ogni istante» (scrive Lunetta altrove), un’aforma il cui scopo è
«negare la negazione» e che si “genera” all’interno della macrotessera (o
strofa) in tempi e secondo modalità di volta in volta differenti, tramite ossia
(chiamiamolo pure così) una sorta di “climax” libero e veloce («abbozzi,
schizzi, sbozzi», «casa casamatta» o «i cicloni, / i ciclisti, i ciclamini»),
con un “anticlimax” altrettanto rapido («brodo sbrodato», «soliloquio,
vaniloquio, turpiloquio», «bande e bandiere. Bandane. Banderillas / senza
banderilleros», «genuflessi, biconvessi, inespressi, inespressivi», «tempo
stempiato»), stentatamente («una botola, / ballando, ballando, traballando»,
«Oppure. Oppure.»), per mezzo di una invariabilità accecante («Lo spazio /
gioca a scacchi con se stesso, fuori dal mondo, / e non perde mai: non perde
mai / sé medémo e medesimo») o con repentini cambi di ritmo («quest’Italia
cadaverica impestata, teterrima, allegrona, / ridanciana, mafiosa, affatturata,
appaltata, magnacciona, / bidonista, amarcord americana impasticcata nerboruta
vile: / di quest’Italia italiota, gaglioffa, svergognata, truce, idiota.»).
Mario Lunetta, anticonformista e sperimentatore
consapevole più di tant’altri di quanta poca libertà ci sia nel saper scrivere
“bene” (ovvero secondo i canoni di una letteratura e di una grammatica
ministeriali stanche, statiche ed anche stitiche), tuttavia fiducioso nel
progetto di recupero del lettore stordito (lo dimostrano le note che chiudono
il volumetto), con questo poema offre un altro necessario bell’esempio di
quella che, con un accostamento di parole che rischia di sembrare un ossimoro,
è a tutti gli effetti un’avanguardia civile contra
il «Décerveler!» (come ricorda Francesco Muzzioli, citando Jarry, ne L’infinibile orrore della de-civilizzazione
italiana che introduce l’opera) e contro il rischio – che tutti corriamo –
di far «solo monologhi»: cosa accadrebbe se, ad esempio, i due profeti ai lati
della Maestà di Cimabue (oggi agli
Uffizi) non si accorgessero più dell’apparizione della Madonna o se la
narrativa di un’opera quale potrebbe essere l’Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano, d’improvviso, per lo
sformarsi del coronamento e il muoversi delle lunette, si negasse alla
decodifica? Cosa avverrebbe se i Magi della scena centrale non avessero più nulla
a che fare con quelli delle tre lunette? Come si potrebbe leggere “orizzontalmente”
l’opera se, anziché avere più momenti di una storia, si avessero più storie in
un momento? Cosa succederebbe se il cavallo che guarda avesse non una ma più
storie (una per occhio col «seme / della contraddizione»)? Quanti Magi e quante
città vedremmo? Non avremmo uno scomparto (un contenitore) per tanti corpi, ma
un corpo vivo in tanti scomparti, un vaso scoppiato, un poema come quello di
Mario Lunetta.
L’Italia, ovvero le disavventure della virtù, in balìa – Petrolini suggerisce
– del «danseur» di turno («Bello, non
ho niente nel cervello! / Raro, io mi faccio pagar caro: / specialmente alla
pensione»), abitata – va detto – per lo più da una «diletta ciurmaglia» togata
(ancor di petroliniana memoria) che quando «si abitua a dire che sei bravo,
pure che non fai gnente, sei sempre bravo!», da borghesi piccoli piccoli
ridotti «all’urtimo», assomiglia sempre più ad una Madonna frustrata della cui
apparizione nessuno si interessa (e che è pertanto costretta, di tanto in
tanto, a vanire per farsi notare), ad una forma
fluens evanescente della quale, tutto sommato, la cosa più rispettabile
resta la terra – l’intrauterina rupestre delle sepolture simìl fetali
eneolitiche, nella quale (proprio) accoccolarsi e chiudere gli occhi, e quella
ferita che, da bravi antropofagi, non cessiamo di mangiare – con tutti i suoi
derivati (dai semplici ed umili sassi all’alabastro, dalla breccia dorata al
porfido, fino al granito), come ricorda una poesia dello stesso Lunetta intitolata
Petrosa (in Mappamondo & altri luoghi infrequentabili, Campanotto Editore,
2006, p. 114):
Non disprezzare la pietra. Non farlo, specialmente
quando è vecchia e dissanguata, quand’è imporrita
e non ha più ossigeno, ma è solo
carica d’anni e d’ironia, dentro i suoi cretti,
le sue fessure sottili, le sue crepe notturne: in
questa luce romana
più strasparente dell’acquamarina, che si posa
sul tuo viso perlaceo e ne fa, contro la fronte della
chiesa
di Sant’Agostino con quel Caravaggio da straccioni, un
cammeo
tenero e caldo
fiorito nel vuoto, all’improvviso.
Non disprezzarla, ti ripeto: perché so
che non lo fai – e anzi l’ami, la pietra fatata e
spettrale
di questa città ch’è tutta un sospiro
e una dannazione. L’ami come si ama
un sogno che si produce e si disfa ad ogni istante
mentre gli istanti passano, a miliardi, nei nostri
occhi
e nella nostra mente confusa:
e allora sì, ascolta mentre mi guardi
coi tuoi occhi indocili e sapienti. Ascolta e ricorda,
pronunciato
dalla mia voce, il motto indistruttibile
del Merisi assassino: “Nessuna speranza. Nessuna
paura”.
(Con un bacio lunghissimo, nell’ombra).
Scarica in formato pdf
|
|