Rachele e il Minotauro
Il primo è
sparito la vigilia di Natale, a Vorvis, nel nord. Era andato a portar fuori il
cane, sì un giro di mezz’ora ai giardini pubblici, poi passava al bar per un
aperitivo e sarebbe tornato a casa giusto all’una ha spiegato la moglie agli
inquirenti. Era un uomo metodico e non si perdeva mai il telegiornale, a parte
quel giorno però, per quel che so io almeno, perché da allora non l’ho più
visto. E non si sarebbe fatto vivo né a Capodanno né all’Epifania e in nessuna delle altre feste comandate: Pasqua,
Ferragosto, i Santi. Svanito così nel nulla, senza lasciare una mail, un sms,
un sospetto, che so io un conto in banca in rosso vistoso, un’amante
abbandonata, un marito geloso o un’inconfessabile perversione sessuale. Niente,
una vita qualunque, impiegato in un’azienda elettrica, trent’anni di carriera
senza sussulti, matrimonio con una collega, nessun figlio, appartamento
residenzial-periferico pagato con mutuo ventennale appena estinto, vacanze in
campagna nella casa, ristrutturata, dei nonni paterni, vizi quasi zero, appunto
l’aperitivo i giorni di festa, passione unica il calcio. Ma allo stadio non ci
andava perché c’era troppa violenza e allora non aveva nemmeno senso indagare
nel torbido mondo degli ultras.
Il secondo è scomparso il giorno di
Santo Stefano, questa volta a Statut, una stazione sciistica sul versante
orientale della Grande Cordigliera. Sceso in cantina a controllare la caldaia
dell’immenso condominio dove abitava, sì era l’amministratore e si occupava un
po’ di tutto, non era più risalito. Sarà passata una mezz’ora quando la sorella
convivente, era vedovo e la figlia era andata dai futuri suoceri per le
vacanze, si è insospettita, capirà erano le due del mattino e dove poteva mai
essersi infilato mio fratello? Per un po’ la polizia si è fatta viva tutti i
giorni, ma solo all’inizio che dopo hanno scalato a una visita settimanale, poi
mensile ma era già una finta, e alla fine basta, tanto perché mai dobbiamo
indagare su uno che molla tutto e se ne va via in pigiama, ciabatte e berretto
da notte e che per di più non ha nemici, hobby, tresche, colleghi neanche visto
che è in pensione, anzi a dire il vero non ha nemmeno abitudini e l’unico svago
che si concede a parte la televisione sono le riunioni di condominio? Insomma
un semivegetale che per qualche sua misteriosa ragione aveva deciso di
trapiantarsi altrove, grazie alla funzione motoria che quella almeno gli era
rimasta in ordine.
Nei giorni seguenti, a Fortan,
Cadibiase, Algodon, Neatopia, Armafugata, Xetrun, e Aristopoli, come si vede in
tutte le regioni del paese, dal bassopiano pedemontano fino alle fasce
costiere, lungo le rive del grande fiume come nella regione dei laghi, in
bacini industriali pulsanti di attività manifatturiere ma anche in aree
narcotizzate da quella mortifera atmosfera che si crea quando al sottosviluppo
si affianca lo stato assistenziale, prima decine e poi centinaia di cittadini
sono spariti così in momenti qualsiasi di vite qualunque. Nessuna traccia
lasciarono, e pochissimi rimasero a ricordarsi di loro. Non sono arrivate
richieste di riscatto né rivendicazioni terroristiche o lettere d’addio, del
tipo mi dispiace ma ho deciso di dare una svolta alla mia vita, o anche è
venuto per me il momento di prendere congedo da un mondo che mi appare ogni
giorno sempre meno interessante, zero assoluto, e mai che si sia fatto vivo un
attento osservatore a dire che si era appena imbattuto in una sconosciuta
somigliantissima alla casalinga scomparsa a Neatopia o in un adolescente tale e
quale al ragazzo svanito da oltre un mese a Xetrun. Svogliate indagini rituali
si accatastano in fascicoli che l’archivio centrale di polizia seppellisce
nella sezione “Scomparsi”.
Lo
stillicidio è continuato per mesi. Sono spariti nuovi poveri, supericchi,
poveri classici, medio, piccolo e alto borghesi, insomma cittadini di ogni
classe sociale e mestiere: mendicanti, dirigenti d’azienda, calderari,
cardatori, camerieri, top model, pittori, ebanisti, prostitute, palombari,
enologi, cassieri di banca, veline, suore, vescovi, maestri d’arrampicata
sportiva e pranoterapisti. Se il più vecchio aveva ottantott’anni, era
ricoverato nel gerontocomio di Xetrun e l’operatrice sanitaria che gli porta la
prima colazione la mattina trova un letto intatto e vuoto, il più giovane ne
contava solo sette, disperso durante una gita scolastica all’acquario di
Getrulia.
A
qualsiasi ora del giorno e della notte, da soli o in compagnia, durante il
funerale di un parente o giocando a calcetto con gli amici, allo stadio e in
discoteca, in palestra e dallo psicanalista le persone scomparivano. C’è stato
un tizio che colto da un bisogno improvviso proprio quando si stava sposando si
è allontanato un attimo e non ha fatto più ritorno davanti al sindaco. Ma una
novità è apparsa verso metà agosto quando accanto alle semplici sparizioni
hanno cominciato ad verificarsi veri e propri sequestri. Alla luce del sole e
sempre in luoghi pubblici, squadre di tre o quattro uomini, solo in apparenza
disarmati visti gli evidenti rigonfi che esibivano sotto le ascelle, si
avvicinavano a ignari cittadini, li invitavano a seguirli fino ad automobili
parcheggiate poco lontano, ripartivano sgommando. D’ogni tanto crepitavano
brevi fucilerie che lasciavano sul selciato uno o più corpi sanguinanti, ma ai pochi
e reticenti testimoni appariva chiaro come le vittime non avessero opposto
nessuna resistenza e fossero state oggetto di brutali e non provocati
mitragliamenti.
Il giovane
cronista di nera che si occupava del rapimento del sindaco di Centralia, un trauma
cittadino di difficile elaborazione pensi che in pieno consiglio comunale si
sono presentati quattro energumeni in tuta adidas, l’hanno sollevato di peso,
trascinato fuori e infilato in una Cherokee metallizzata che è partita al volo
fra fischi di gomme e raffiche di AK 47 sparate all’altezza dei primi piani a
intimidire chiunque si immaginasse di fare l’eroe, quel giornalista a inizio
carriera, dicevo, è stato l’unico a chiedersi se quello che stava succedendo in
città, già una dozzina di concittadini mancavano da tempo alla conta, non
stesse per caso accadendo anche in altre località del paese. Già perché fino a
quel momento sia le vittime che i testimoni, ma anche i tipi qualunque come voi
e me, si erano limitati ad osservare quanto accadeva nel loro particolare e
avevano registrato che so io il ratto del giornalaio all’angolo o
l’inesplicabile assenza dal lavoro della guardia giurata della locale cassa di
risparmio senza chiedersi se si erano verificati altri casi consimili, questo a
livello personale si capisce, mentre su un piano più elevato, dove si
collocavano giusto i giornalisti che il polso della situazione, almeno su scala
cittadina, quello ce l’avevano, anche lì non ce n’era stato uno che si fosse
chiesto se al di là della Cordigliera o solo venti miglia a valle lungo il
grande fiume, d’ogni tanto ignoti mazzieri non si stessero per caso portando
via camerieri, infermiere, postini, gente qualunque senza nemici o carichi
pendenti, di cui poi nessuno avrebbe saputo assolutamente più niente, azzerati
nel vuoto. Ma quel redattore della Gazzetta di Centralia, assunto da soli tre
mesi con contratto annuale di difficile rinnovo, lui sì che se l’era posta la
domanda, ed era un interrogativo elementare, anche se si apriva su
imprevedibili conseguenze. Sì perché la domanda nella sua banalità non era
altro che un “E se?”, e se non è solo qui che la gente sparisce, e se ci sono
altri poveri cristi che mancano da mesi da casa senza che uno straccio di
notizia sia arrivata alle famiglie, che detto così non significa niente, non
alle famiglie bisognerebbe pensare ma al fratello che guarda un letto vuoto, al
ragazzino che va alla partita da solo, al cuscino intatto la mattina, all’amico
che continua a ordinare due Negroni, e se allora dei disgraziati così non ci
sono solo a Centralia ma anche nelle altre città della nazione, se questo
dolore non ha toccato una decina di miei concittadini, che sarebbe già uno
scandalo, ma centinaia forse migliaia di gente qualsiasi che gli è toccata la
disgrazia di vivere in questo paese, se insomma un crimine, come si dice, di
massa si sta perpetrando sotto i nostri, anzi miei, occhi da mesi? E rimaneva
lì in sospensione perché lo sapeva bene qual era l’apodosi che in necessità
matematica si agganciava a quella catena di protasi, cosa ci faccio io, questa
era la proposizione principale, cosa diavolo combino se le cose stanno così?
Che poi si trattava in realtà di un puro prender tempo, anzi no di una
questione retorica, perché solo a farsela una domanda del genere, a chiedersi se
le cose andavano davvero così, lui lo sapeva che questo significava averlo già
capito, esserne sicuri e basta, che ai quattro angoli della nazione, in
quell’esatto momento lì che lui si leggeva il rapporto giornaliero della
questura, mani di ignoti gliela stavano davvero portando via la vita a dei
perfetti sconosciuti, tipi qualunque con l’unica imbarazzante qualità che
proprio in quanto totali nessuno finivano per essere tali e quali a lui, esseri
umani in possesso di un tot di ricordi rimpianti e sogni, per i più fortunati
condivisi da un network di amichevoli solidarietà. Così, tanto per
ricapitolare, aveva compreso in maniera tutto sommato piuttosto rapida quando
non addirittura fulminea che un’ingiuria brutale era stata lanciata contro, già
contro chi, l’umanità no retoricissimo, la nuda vita suggestivo ma come sopra e
poi quando mai la vita era stata vestita, la fratellanza universale, l’idea
sarebbe fascinosa però non esiste e stop, allora beh diciamo che è stato offeso
il diritto di spararsi due aperitivi in amicizia, di tornarsene la sera a casa,
di vedere i figli crescere e di far compagnia ai genitori che invecchiano.
Tutto sommato un bel pacchetto di principi inalienabili pensava mentre apriva
Word, creava un documento e subito si incartava, non sul titolo no, a quello ci
avrebbe pensato solo alla fine, ma sulla prima riga anzi parola dell’articolo
che doveva rispondere al che diavolo ci faccio ora che lo so, a quella domanda
lì che non c’era verso di mandarla non dico a dormire ma almeno a schiacciarsi
una pisa di un paio d’ore.
L’idea originaria era stata di
scrivere un lettera aperta al Ministro dell’Interno, un documento alto per
nobiltà di intenti e tensione stilistica, dove in rapida sintesi avrebbe
dapprima presentato l’inoppugnabile realtà dei 3457 cittadini sequestrati negli
ultimi nove mesi, dato questo che avrebbe supportato con la citazione delle
fonti documentarie da cui aveva ricavato la cifra in questione, per poi
chiedersi, in preda a profondo travaglio interiore, se i pubblici poteri erano
a conoscenza degli sconcertanti numeri che aveva appena elencato e se, qualora
lo fossero, non li considerassero come turbativi della sicurezza della
cittadinanza e gravemente lesivi dell’immagine del paese all’interno della
comunità internazionale. L’ovvia conclusione sarebbe stata un’accorata
richiesta volta a far sì che l’autorevole voce del Ministro si levasse a
tranquillizzare la pubblica opinione, smentire quanto di tendenzioso potesse
esistere nei fatti appena menzionati e garantire soprattutto uno scatto in
avanti delle indagini che seppure di per sé non in grado di assicurare i
colpevoli alla giustizia servisse almeno come deterrente alla continuazione del
delitto. Si era baloccato per un po’ col sogno di mettere tanta eloquenza al
servizio di uno scopo così alto, di riuscire in un colpo solo a inchiodare il
potere alle sue responsabilità e risvegliare la coscienza popolare, ma in un
sussulto di raziocinio immediata gli si era presentata alla riflessione la
verità incontrovertibile che mai il direttore della Gazzetta si sarebbe
azzardato a deviare anche solo di un millimetro da quella linea di prudenza nel
trattamento degli affari pubblici che da sempre aveva caratterizzato la
condotta del giornale, sia per l’innato senso della misura che ne aveva fin
dalla fondazione caratterizzato il corpo redazionale sia per l’intima
vigliaccheria che sempre finisce per attanagliare chi è abituato come per
propria seconda natura a chiedersi se quello che fa per vivere, pubblicare
notizie in questo caso, possa o meno essere visto con fastidio lassù. E se per
un miracolo quella chilometrica deviazione del giornale dalla linea di
responsabile cautela in materia di cosa pubblica fosse stata autorizzata, meno
che mai la si sarebbe affidata ad un imberbe redattore della cronaca locale.
La settimana seguente l’ha passata a
ruminare propositi e a controllare con diligenza le notizie di nera uscite
negli ultimi nove mesi non solo sui grandi quotidiani nazionali ma anche sui
fogli locali pubblicati nelle più remote province. Di giorno in giorno la
ferita si è fatta più dolorosa perché la stima tracciata al momento di pensarsi
la nobile lettera al signor ministro si rivelava paurosamente sbagliata per
difetto, con il numero delle scomparse che ad ogni verifica schizzava sempre
più in alto. E così si spiegava anche il mutamento di tattica verificatosi ad
agosto quando i ratti silenziosi avevano lasciato il campo ai vistosi
sequestri: oberati di lavoro e non più in grado di far inghiottire le loro
vittime da ingegnose trappole, i rapitori avevano sostituito l’esibizione della
forza bruta alla minuziosa esecuzione di perfettamente programmati disegni. Ma
se in un crescendo di ferocia e spavalderia il crimine aveva smesso di
nascondersi, non tanto per impossibilità tecnica ma soprattutto per cosciente
ricerca dell’enfasi, dell’intimidazione più sfacciata che solo poteva venire
dall’agire alla luce del sole, se dunque si era al punto che per numero e
modalità i rapimenti si configuravano ormai come un’offesa non ad una massa, seppur
numerosa, di individui, ma contro l’universale, allora chi? Responsabile non
poteva certo essere, come subito aveva pensato, una delle tante mafie che
scorazzavano per il paese, intenta a sfruttare, secondo modalità e tempi
incomprensibili dall’esterno, la forza contrattuale che le giungeva dal
detenere un numero tanto consistente di ostaggi. No, nessuna organizzazione
criminale disponeva di personale che per numero e qualità di addestramento
fosse in grado di reggere quasi un anno di una continua mobilitazione sul
campo, per di più sempre condotta sul filo di una perfezione tecnica che
sembrava ignorare le inevitabili sbavature connesse con l’imperfezione umana. E
le strutture logistiche? Chi poteva agire in contemporanea in decine di luoghi
diversi, non solo in grandi città ma persino in villaggi di poche anime, dove
la clandestinità e il segreto che contraddistinguono le movenze del crimine
organizzato non trovano le condizioni per realizzarsi? e chi possedeva case,
appartamenti, masserie in quantità tale da alloggiarvi decine di migliaia, fra
prigionieri e carcerieri, di individui in fuga dalla legge? Nessuno, nessun
criminale cioè.
Non ha scritto articoli di denuncia.
Ha in tutta semplicità raccontato le ultime di nera a Centralia, compreso
l’inevitabile paio di sequestri di persona. Ma nella conclusione ha inserito un
violento attacco a non meglio specificate voci giornalistiche, com’è ovvio
estranee a questa testata, che senza produrre alcun riscontro oggettivo hanno
letto in alcune sporadiche sparizioni di concittadini, singoli eventi
delittuosi che pur deplorabili rappresentano gli inevitabili output delle
fisiologiche differenze fra ceti che contraddistinguono le società aperte, il
risultato di una trama di vasto respiro volta a privare della libertà personale
decine se non centinaia di innocenti cittadini. Chi si giova della tribuna
della libera stampa per ingigantire le dimensioni di pochi fatti di cronaca
così da accreditare l’esistenza di un articolato e lucido disegno criminoso,
aggiungeva, non fa giornalismo ma propaganda. Soprattutto è un irresponsabile
che insinua nell’opinione pubblica l’idea che una logora leggenda
metropolitana, il crimine come byproduct dell’azione del governo, possa
assurgere allo status di verità.
Beh, mica male
come stroncatura si è detto il giorno dopo mentre rimirava l’implacabile catena
di argomenti fasulli stampata in buona evidenza nella cronaca locale e ancora
meglio il fatto che sia passata indenne dalla riunione della redazione e abbia
superato la censura del direttore. A metà mattina il giornale era già esaurito,
con gli edicolanti che telefonavano alla distribuzione per sollecitare un
secondo giro di consegne. Nella riunione pomeridiana un’euforica redazione
aveva deciso di ristampare in fretta e furia il supplemento di cucina regionale
allegato quel giorno al quotidiano e di unirlo in via straordinaria al numero
del venerdì, anche a costo di stravolgere una più che decennale tradizione
nella successione degli inserti settimanali, nella certezza che alla gastronomia
fosse da attribuire l’inesplicabile fortuna riscontrata al mattino in edicola.
Nei giorni seguenti, mentre le copie vendute si riassestavano sui livelli di
sempre, un fatto sconvolgente era venuto a turbare la comunità giornalistica di
Centralia, il contemporaneo rapimento di quattro cronisti, ma non della
Gazzetta, nessuna rappresaglia allora per la velata denuncia apparsa pochi
giorni prima, bensì delle altre due testate operanti nella metropoli. Le cui
redazioni corrono a confrontare gli ultimi numeri dei propri quotidiani con
quelli dei fogli concorrenti per scoprire che in tutto il materiale pubblicato
in una settimana la sola differenza sono proprio quelle dieci righe aggiunte
chissà perché sulla Gazzetta per suggerire, smentendola, la fantasiosa ipotesi
di un’unica trama criminale intenta a infliggere all’intero paese e non solo
alla nostra città il tormento di centinaia di rapimenti: se sequestri di
redattori ci sono stati dove quel suggerimento non è uscito, questo il
sillogismo degli ansiosi giornalisti, i rapimenti sono stati una specie di
castigo per omessa pubblicazione.
Il
giorno dopo appaiono due pezzi coraggiosi che si fanno carico dell’inquietudine
dell’opinione pubblica e rivolgono un accorato appello al governo perché ne
dissipi la comprensibile angoscia
smentendo una volta per tutte la voce di un’ondata di sequestri in corso
da mesi su scala nazionale. I consigli di amministrazione dei due giornali
registrano con soddisfazione il picco storico delle vendite in edicola, ma con
angoscia devono anche informare i lettori del rapimento di altri quattro dei
loro più abili corrispondenti. In ovvia intenzione di rispondere alla mossa
della concorrenza e dimostrare la presunta intangibilità del proprio corpo
redazionale la Direzione
della Gazzetta ha chiesto al giovane giornalista un nuovo articolo in cui
ritornasse, con la solita prudenza per carità, a criticare gli irresponsabili
che davano in pasto all’opinione pubblica la voce, del tutto infondata, di
un’epidemia di rapimenti sparsi un po’ dovunque per il paese e addirittura
ascrivibili ad un’unica ed occulta regia. Le edicole avranno aperto sì e no da
mezz’ora e la Gazzetta
col nuovo articolo del giovane cronista stava andando a ruba quando assaltatori
armati fino ai denti sfondano la porta di un appartamento in viale dei
Giardini, irrompono urlando all’interno, invadono la camera da letto, strappano
il padrone di casa dall’abbraccio disperato del partner, lo trascinano in
strada dove lo rinchiudono nel baule di una BMW canna di fucile e ripartono
sparacchiando tiri intimidatori in direzione dei vicini affacciati alle
finestre. Quando si diffonde la notizia che il sequestrato è la firma di punta
proprio della Gazzetta di Centralia appare chiaro al giovane giornalista come
il messaggio degli spietati rapitori sia noi facciamo quello che ci pare e
piace al punto che non rispondiamo nemmeno alla logica, tantomeno a quella di
voi vittime, e così sequestriamo chi crede di essere al sicuro perché non ci
provoca come chi ci provoca perché si crede al sicuro, e soprattutto noi non vi
puniamo né premiamo perché se agissimo così questo vorrebbe dire che ciò che
voi fate può influenzare le nostre decisioni.
La riunione della redazione tenutasi
nel primo pomeriggio in un’atmosfera plumbea affida al vicedirettore, uomo
d’esperienza, l’incarico di sintetizzare in un articolo di spalla la posizione
del giornale: preoccupazione per la circolazione di voci incontrollabili e
perciò in grado di turbare la popolazione, smentita immediata, senza mai
specificarle sia chiaro, delle stesse, solidarietà al collega in difficoltà,
diniego di ogni seppur minima relazione tra l’assenza della sua ben nota firma
nei prossimi numeri del giornale e i recenti presunti allontanamenti di alcuni
cittadini dalle proprie abitazioni, richiesta al governo di mano ferma nei
confronti dei facinorosi e difesa intransigente del diritto di fare
opposizione, impegno solenne di fornire ai lettori un’informazione completa,
veritiera e accurata di tutto quanto accade nel paese e allo stesso tempo
promessa di una rafforzata vigilanza per evitare che notizie dalla forte carica
emotiva arrivino a turbare la tranquillità del pubblico. Nelle settimane
seguenti mentre nessun altro rapimento colpiva più il corpo redazionale della
Gazzetta di Centralia un autentico stillicidio di scomparse veniva invece ad
accanirsi contro i giornalisti delle altre testate sia nazionali che locali.
Uno dopo l’altro tutti i quotidiani si sono affrettati a pubblicare articoli
ossimorici sul modello di quello firmato per primo dal vicedirettore della
Gazzetta di Centralia. Con effetto pressoché immediato, via via che i giornali
si allineavano alla nuova tendenza i rapimenti di reporter diminuivano fino a
cessare del tutto. Il fatto fece schizzare in alto il valore di mercato degli
ossimoristi, una figura professionale affatto nuova nel mondo della carta
stampata, redattori specializzati non tanto nel dare, secondo una logora
immagine, un colpo al cerchio e uno alla botte, quanto nel riuscire a negare un
concetto nel momento stesso in cui lo affermavano, o anche viceversa, benché
tale descrizione non colga la complessità del processo che si fondava in realtà
sul superamento delle nozioni stesse di negazione ed affermazione nel nome di
un continuo rispecchiamento dei contrari e della loro dissoluzione nel flusso
di un pensiero finalmente positivo.
Il primo è
tornato il giorno di Santo Stefano. Tranquillo, ben rasato, ha aperto la porta
di casa, appeso all’attaccapanni il loden verde oliva che indossava il giorno
del rapimento e una volta in cucina, tirati fuori dalla credenza la moka e il
barattolo della miscela Lavazza, si è preparato una tazzina di caffè come Dio
comandava. Due ore dopo lo travolgevano gli abbracci della moglie e delle
figlie, rientrate a casa dopo un pranzo dagli zii non si aspettavano di
trovarlo lì, in un’onda piena di emozione saggiamente mantenuta all’interno
delle mura domestiche. Come se nessuna brutale violenza l’avesse mai
interrotta, la vita ha ripreso il suo trantran il giorno dopo: lavoro, pausa pranzo,
lavoro, ritorno a casa, cena, televisione, riposo notturno, sveglia. Una
discretissima azione di polizia ha ridotto le indagini all’espletamento di una
serie di pratiche burocratiche, mentre dal canto loro sia i vicini che i
colleghi, e persino i compagni di scuola delle ragazze, riducevano al minimo le
domande come in un tacito accordo a tenere basso il profilo di quel ritorno. O
forse perché non c’era proprio niente da chiedere e tutti lo sapevano e basta
cos’era successo.
Pian piano anche gli altri sono
tornati. Seguendo lo stile del primo tutti si sono comportati con grande
sobrietà, in questo seguiti dalle famiglie e dagli amici. Nessuna gioia
esagerata, ridotto al minimo il contatto coi media, peraltro essi stessi
alquanto misurati nel dare risalto alla vicenda, del tutto assente,
soprattutto, il desiderio di indagare, e nel caso rivendicare e ottenere
giustizia. Sia come sia dopo due anni da quand’era cominiciata, con il ritorno
a casa degli ultimi sequestrati qualche giorno prima di Natale, quella tragica
storia poteva dirsi se non risolta, perché troppi misteri rimanevano insoluti,
per lo meno conclusa.
Ma non per tutti. Verso la metà di
febbraio tre redattori di quegli stessi quotidiani di Centralia che tanto si
erano battuti per l’accertamento della verità e avevano pagato un certo prezzo,
no di sangue no, ma certo di angoscia e paura, hanno ricevuto la lettera di una
certa Rachele, che è un nome d’arte che ho scelto per garantire l’anonimato
dell’autrice della missiva. Scriveva Rachele che suo fratello mancava da casa
da un anno e mezzo, era al lavoro, l’officina comunale per lo smaltimento dei
rifiuti tossici, e lì erano venuti a prelevarlo tre tipacci mal rasati in
giacca di pelle e guanti neri. Lei si era subito data da fare. Aveva chiesto
aiuto in parrocchia, al sindacato dei dipendenti comunali, ad un noto avvocato
da sempre impegnato in coraggiose battaglie civili, e aveva anche iniziato
discrete indagini ascoltando i discorsi per strada e in autobus o leggendo le
incontrollabili teorie dei bloggers sul web. E non ci aveva messo molto a
capire che non c’era nulla da fare, alle prese con una forza muta tanto più
potente di lei, non le rimaneva che tenere in ordine la camera del fratello,
spolverare i mobili, spazzolargli i vestiti, spazzare il pavimento, qualche
volta persino rifargli il letto, ed aspettare. E il tempo se n’era andato così,
con lei che teneva orecchie e occhi sempre ben aperti finché come tutti si era
resa conto che qualcuno degli assenti era di nuovo al suo posto, che certe
facce tese che prima incontrava in metro si aprivano ora in larghi sorrisi, che
insomma era questione di far passare qualche settimana, un mese forse o al
massimo due e avrebbe sentito la chiave del fratello girare nella serratura
della porta di casa. Di tempo ne era passato molto di più, scriveva, e qualcosa
non tornava. Non poteva esserne certa perché lei le sue notizie le raccoglieva,
come aveva detto, o per strada o su internet, ma sospettava che la pratica dei
sequestri fosse finita da tempo e la gran parte dei prigionieri fosse ormai
rientrata in famiglia. Questa appunto era la ragione della sua lettera,
concludeva Rachele, voi che per mestiere diffondete informazione per favore
confermate o smentite quel che sto per dirvi, no non desidero conoscere nessun
dettaglio che possa compromettere la vostra sicurezza o quella delle vostre
fonti, cerco solo uno cenno d’assenso o di smentita, ma è vero che i
sequestrati sono stati in gran maggioranza, o addirittura tutti come si sente
dire liberati? Uno dei giornalisti interpellati da Rachele era proprio quel
giovane redattore della Gazzetta di Centralia che una volta si era posto tutte
quelle domande etiche e aveva deciso che se non si metteva alla tastiera a
comporre un pezzo di prudente denuncia, allora l’idea che si era fatta del giornalismo e in fondo
anche un po’ di sé stesso non avrebbe avuto più senso. Non ha risposto
naturalmente, come non l’hanno fatto i suoi due colleghi dei giornali
concorrenti, e Rachele che se lo aspettava ha deciso di uscire allo scoperto.
La piazza principale di Centralia è
un rettangolo lungo circa duecento metri con in mezzo una grandiosa fontana
circolare che la notte è illuminata dai fasci di luce convergenti di quattro
riflettori. Il lato nord è dominato dall’imponente palazzo del Governo, un
compatto parallelepipedo di quattro piani sulla cui facciata in marmo bianco si
aprono due serie di sei finestroni, poste ai lati di un triplice portone
protetto da guardie armate fino ai denti. Sul lato opposto si slancia verso il
cielo la cattedrale, con i suoi tre portali gotici sovrastati da una facciata
romanica a strisce orizzontali in marmo e ardesia; al centro spicca un gran
rosone con vetrata istoriata raffigurante il Battista, mentre al di sopra della
porta di destra, per chi guardi dalla piazza, svetta l’unica torre campanaria.
Per una lunga tradizione i cittadini di Centralia al momento di darsi un
appuntamento dicevano ci vediamo dal Governo o dalla Chiesa, con questo volendo
indicare il lato della piazza dove si sarebbero incontrati.
Rachele ha deciso che per saperne di
più di quel fratello che continuava a mancarle da casa la cosa più opportuna
era andare dalla Chiesa verso le sei di sera, era già aprile e le giornate si
erano intiepidite, e percorrere più volte, pensava di metterci in tutto più o
meno un’oretta, come un gran triangolo isoscele i cui due vertici di base
sarebbero stati i portali laterali della cattedrale e quello in alto il bordo
del marciapiede circolare che faceva da corona alla fontana centrale. Giorno dopo
giorno, questo era il progetto, avrebbe spostato in avanti la punta del
triangolo, fino ad oltrepassare la fontana ed avvicinarsi così pian piano al
Governo. Alla fine ne sarebbe venuta fuori come una freccia che partendo dalla
zona più popolata della piazza, gelatai, mangiafuoco, bambini in bicicletta di
istinto si piazzavano dal lato Chiesa così che l’altra metà rimaneva di solito
deserta, avrebbe puntato dritta verso le soglie del potere. Avrebbe portato
bene in vista una foto del fratello, no non vi avrebbe scritto sotto nessun
sottotitolo del tipo scomparso o chi l’ha visto, tanto la gente l’avrebbe
capito subito di cosa si trattava. Non aveva ancora terminato il primo
triangolo e sarà stata ad una decina di metri dalla cattedrale, quando un
sacerdote in clergyman appena fuori dal portale di destra con grandi segni
della mano l’ha invitata ad avvicinarsi, le ha chiesto di riporre la foto e
l’ha pregata di seguirla all’interno. L’ha guidata lungo la navata laterale
fino alla porta della sacrestia da dove, prima attraverso un usciolino a fianco
della sala dei paramenti e poi per uno stretto corridoio, le ha fatto strada
fino ad una specie di cella arredata con un minuscolo scrittoio, due sedie ed
un inginocchiatoio sormontato da un’immagine della Madonna dell’Assunta. Vede
cara sorella, ha cominciato, la chiesa comprende il motivo della sua
sofferenza, ma la supplica di non coinvolgerla in una protesta che è estranea
alla sua missione. Sì è vero che nessuna delle sue azioni di oggi sembra
comprometterci direttamente ma la prego di considerare da dove è iniziata la
sua dimostrazione, dai gradini che portano alla casa di Dio, un luogo sacro da
cui non si lanciano campagne che le ripeto non hanno niente a che fare con i
compiti della Chiesa nel mondo. Il suo dolore? certo che ci appartiene come
quello di tutti i nostri fratelli e sorelle, ma vede noi siamo impegnati in una
partita più difficile, non lenire le sofferenze individuali che sono
connaturate alla condizione umana, ma la salvezza delle anime, di tutte, è la
posta a cui puntiamo. A volte ci sono tragedie immani che vanno accettate
perché sono parte di un disegno più vasto, sia Lassù che quaggiù. No, non dica
rassegnarsi con quel tono, la rassegnazione è un dovere che abbiamo verso noi
stessi, ci insegna ad attendere la vera felicità, quella che è estranea a
questo mondo, e poi mi ascolti, quando è il caso, il cristiano sa assumersi con
coraggio la propria individuale sofferenza se questo serve a far sì che la
coesione sociale resti integra. Cosa può fare allora? non permetta a nessuno di
strumentalizzare il suo personale cammino di dolore e se camminare in compagnia
della foto di suo fratello la fa sentire, come dire, prossima al suo congiunto,
continui a farlo, niente glielo impedisce, purché non comprometta la santità
del luogo che ci ospita in questo momento, e sì ha capito benissimo quel che
intendo dire, c’è tutto un enorme spazio, metà della piazza almeno, ma certo
che è quella al di là della fontana, che si presta per questo genere di
manifestazioni, perché se ho ben capito
non è alla Chiesa che lei imputa la sua disgrazia, non è vero?
No
di certo Padre, ah bene mi fa piacere che lo riconosca e che in fondo, anche se
di soppiatto, si sia rivolta a noi nell’ora del dolore, ma certo che la
decisione di aspettare è per lei la più saggia in questo frangente, e pregare
naturalmente, si affidi a chi sta più in alto di tutti noi, non si faccia
ingannare dalla maestà dei palazzi, tutti si muteranno prima o poi in rovine,
sapere almeno, lei dice, se è un vivo o un morto che dovrà attendere, sì
potremmo, accertare con sicurezza no quello no, ma esplorare, spendere una
parola giusta nel momento opportuno con chi forse è a conoscenza del destino di
suo fratello questo sì, non posso impegnarmi sull’esito naturalmente, ma un
passo nella giusta direzione le garantisco che lo farò personalmente, no non mi
chieda una data, mi metterò io in contatto con lei al momento giusto, e
continui pure la sue manifestazioni la prego, solo non qui, questo non è il
palazzo di Cesare mi permetto di ricordarglielo, sì sono uno dei canonici del
Capitolo ma non è il caso che venga a cercarmi, gliel’ho detto che mi farò vivo
io, ora devo andare, sono atteso per il Vespro, ma lei sappia pazientare,
rinunci all’orgoglio e mi raccomando stia serena.
E aspettare è quello che Rachele ha
fatto, fedele ai consigli del canonico, almeno in parte, perché marciare
solitaria dal Governo, abbandonare l’abbraccio, no non esageriamo e nemmeno la
compagnia è chiaro, ma almeno la vicinanza quella sì della gente che oziava
dalla Chiesa e affrontare tutta sola la lunga distesa di mattonelle bianche che
dalla fontana portava al triplice portone del Palazzo, no quell’idea non
l’attraeva proprio e infatti se n’è rimasta a casa a guardare dei DVD. Più o
meno dopo una settimana una mail del canonico l’aveva informata che c’erano
novità, così si è presentata la sera in sacrestia e dopo il solito rituale
della porticina e del corridoio si è ritrovata nella stessa cella dell’altro
giorno davanti all’inginocchiatoio con la Madonna dell’Assunta. La persona a cui lei tanto
tiene sta bene, ha attaccato il prete, e anzi vuole che lei non si preoccupi,
che rimanga fiduciosa… vede che le cose stanno andando come avevo previsto io?
Accogliere con serenità il proprio carico di dolore quasi sempre conduce l’uomo
se non a quella felicità che non ci spetta quaggiù per lo meno a una visione
meno angosciata della vita, e badi che spesso quando lo sguardo si fa più
tranquillo riesce ad afferrare particolari, a intravvedere soluzioni, che
nell’ora del turbamento non aveva colto, preso com’era dall’affanno e dalla
disperazione. Ma mi consenta però di dirle che lei ha scambiato l’accettazione
del suo posto nel mondo con la passività, mi aspettavo di vederla apparire sul
lato nord della piazza, se ho controllato? sì tutti i giorni, certo che lei mi
sta a cuore, è una creatura che il Signore mi ha affidato, è vero che lo ha
fatto senza che io né lei lo sapessimo, ma Lui fa così sa? non deve mica
avvisarci, spetta a noi capire la strada che ci indica e la mia adesso è al suo
fianco, ma tocca a lei lasciarsi guidare, avere fiducia anche per le questioni
terrene, se sono un uomo di Dio? certo da più di trent’anni ma vede noi
sacerdoti è la storia che ci ha costretto ad apprendere anche le vie del mondo,
cosa vuol dire? ma come fa a non capire, se a noi due è stato dato di
incontrarci è perché lei ha bisogno di una guida, quel suo andare in cerchio,
no guardi veramente era un triangolo, non sottilizzi la prego non si affidi ad
un razionalismo capzioso, quel suo camminare senza una meta, le dicevo, non era
già testimonianza di confusione?
Mettiamola
pure così se proprio ci tiene, ha fatto la Rachele, ma mi sembra che ci sia qualcosa che lei
mi vuol dire col suo discorso lacrimoso proprio da prete, che sembra sempre che
facciate le cose per forza, perché una chiamata dall’alto ve lo ordina se no vi
dedichereste a dell’altro, e insomma lasci stare tutti questi giri di parole e
me lo dica cosa dovrei fare nelle vie del mondo come le chiamate voi. Tornare
là fuori con la foto di mio fratello? e perché mai, so che è vivo ed è già
tanto, non vorrà mica farmi credere che me lo restituiranno solo perché batto
il marciapiede, non usi questo linguaggio nella casa del Signore e solo mi
ascolti per un attimo, non sia presuntuosa e stia a sentire chi ha più
esperienza di lei, se solo uscendo allo scoperto per pochi minuti ha già
ottenuto di sapere che suo fratello è vivo perché non continuare, ma con più
audacia, non solo la foto esibisca del suo caro, aggiunga un messaggio
esplicito, dica che lo vuole libero subito e lo scriva che chi lo tiene
prigioniero deve stare in quel palazzo là, ha detto il canonico un po’ agitato
adesso col dito puntato verso la sede del governo, ma era una cosa di
immaginazione perché in quella cella non c’erano finestre e così sembrava che
l’indice dell’uomo di Dio ce l’avesse con la Madonna dell’Assunta. Lo ha guardato dal basso
all’alto la Rachele
e se proprio ne è così sicuro io posso anche provarci, ma solo per un paio di
sere e senza impegno gli ha detto, perché non è che ci creda molto sa a quello
che lei mi propone, e non capisco nemmeno poi perché questa storia sia tanto
importante per lei, si va bene ho capito che la sua missione le impone di
camminare a fianco degli oppressi però guardi io ora devo andare al
Policlinico, no sto benissimo non si preoccupi solo che faccio l’infermiera e
fra un po’ inizia il mio turno e anche quello è un dovere sa, non sarà
importante come il suo ma ha i suoi obblighi, l’orologio, il cartellino, l’uniforme,
comunque le farò sapere la mia decisione fra qualche giorno, anzi non c’è
nemmeno bisogno che la chiami se mi vede in piazza vuol dire che avrò seguito
suoi consigli se no sarà il contrario.
Si guardò bene
naturalmente la Rachele
dal mettere in pratica i suggerimenti del canonico che glielo avevano mandato
tra i piedi apposta appena si era arrischiata a uscire fuori dal gregge, altro
che le imperscrutabili vie del Signore, gliel’avevano detto che era vivo questo
sì, ma intanto non c’era modo di sapere se la notizia era vera e poi è chiaro
che quel prete ha giocato sporco, prima si è fatto bello dell’informazione
segretissima che la sapevano solo lui e la divina provvidenza e poi ha cercato
di montarmi addosso, per modo di dire anche se con quelli lì non si sa mai, e
fare il boss, ma chissà poi perché
vogliono che torni sulla piazza e che lo dica chiaro che è il Governo che l’ha
preso mio fratello, che lo sappiamo tutti da quando è cominciata questa storia chi
è che li ha fatti sparire e se li è tenuti per un bel po’ prima di mollarli,
anche se uno di loro manca ancora e se solo capissi perché è proprio Ismaele,
un altro nome d’arte devo aggiungere io che scrivo questa storia, uno che non
glien’è importato mai nient’altro che di farsi qualche canna, vedere la partita
con gli amici, mettersi i soldi da parte per le vacanze e d’estate andarsene a
Ibiza o Mikonos, insomma in quei posti là dove si rifaceva la vista dopo un
anno di rifiuti tossici. Ma proprio perché vogliono che io mi esibisca con foto,
nome, cognome e indignata denuncia dei responsabili, allora è meglio tapparsi
in casa e uscire solo per andare in ospedale e al supermercato, per il resto
internet e DVD, ho tutta la serie della nouvelle vague cominciamo dai 400 colpi
quando sarò a metà di Truffaut vedrai che il canonico mi manda un sms, vie
signore infnte venga ke parliamo.
È successo due
giorni dopo quando ha finito di vedere Jules et Jim che si erano già fatte le
sette e ha pensato bene di dare un’occhiata al telegiornale intanto che si
preparava un’insalata. Era la prima notizia della serata, subito un campo lungo
sulla piazza principale di Centralia poi la ripresa ravvicinata di un
capannello di gente, un nucleo, ma vorticoso, di individui che si spingevano
roteavano sembravano sul punto di fare a cazzotti poi la telecamera si
avvicinava ancora di più e allora si vedeva che quella specie di polipo non era
fatto di tentacoli ma di braccia tese verso un punto centrale che doveva essere
importantissimo perché le mani dove quelle braccia terminavano stringevano
microfoni, registratorini, cellulari, videocamere, iPhones, tutti puntati verso
un’indistinta figura che ora di colpo appariva nitida perché la piovra lasciava
all’improvviso la presa per permettere a quelli del telegiornale di farsi
avanti e inquadrarla in primo piano quella donna sulla trentina vestita
esattamente come lei una settimana prima, ballerine, jeans, felpa blu di UCLA e
un cartello da uomo-sandwich al collo con su una foto di Ismaele ad Ibiza, ora chiarissima per via della
zumata che permetteva anche di leggere una scritta in stampatello, deve aver
usato un pennarello ha pensato, liberate Ismaele da quasi due anni nelle mani
del governo, poi la ripresa si allontanava bruscamente e tornava al campo lungo
della piazza con la voice over del giornalista che ripeteva praticamente parola
per parola la storia che lei aveva raccontato al Canonico, sì diceva proprio
così, che quella donna lì Rachele XX, cioè io si è detta la vera Rachele quella
che aveva appena visto Jules et Jim e non stava in piazza ma a casa sua,
reclamava la libertà di Ismaele sequestrato com’è noto quasi due anni fa da
agenti del governo.
Ci è rimasta
proprio di sale la Rachele
a fissare la foto del fratello che non avrebbe rivisto mai più, perché adesso
lo capiva che tutta quella specie di gioco a rapire e liberare serviva a
inchiodargli ad ognuno in testa chi è che era il più forte e quanto lo era, e
che alla fine c’era bisogno di qualcuno che facesse praticamente come da
ostaggio, sì uno che se lo tenevano solo per ricordare, ma allora non era più
un’operazione segreta che guai a parlarne anzi diventava una cosa sfacciata che
bisognava farla vedere in televisione con nome e cognome, per ricordare a tutti
quanti dicevo che quello ch’era accaduto una volta sarebbe successo ancora.