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di Stefano Petrelli
Un’autoarcheologia dinamica
Volendo dare una definizione di Reperto 74, il racconto che dà il titolo all’ultimo libro di Franco Buffoni,
si potrebbe tentare di catalogarlo come un memoriale, o come una confessione
molto sui generis. Scritto quando l’autore aveva 26 anni, il racconto è rimasto
al lungo nel dimenticatoio, prima di essere dato alle stampe quest’anno,
insieme ad altri 5 racconti che fanno ugualmente riferimento al periodo degli
anni ’60 e ’70. Una confessione si diceva, in cui l’infanzia e l’adolescenza
del protagonista vengono raccontate in maniera violenta, come se i ricordi,
venissero fissati sulla carta dopo essere stati strappati con un colpo secco
dalla memoria, perché ancora troppo dolorosi per l’autore. Non a caso,
sintatticamente predomina la paratassi, ed i periodi sono per la maggior parte
molto brevi. Si veda ad esempio l’incipit: “Franco, Franchino, Coccio per il
suo papà. È bello e biondo. Ha gli occhi azzurri. È nato nove mesi e tre giorni
dopo che mamma e papà si sono sposati”. Con questa scelta stilistica, Franco Buffoni,
a mio avviso, è riuscito a rappresentare, in
illo tempore, la sofferenza, la rabbia che provava, oltre che la paura e
l’imbarazzo inizialmente suscitati dalla scoperta della sua omosessualità.
Il racconto descrive un percorso doloroso verso
l’accettazione che il protagonista fa della propria condizione: “è cresciuto, ha imparato a razionalizzare, a calcolare. E
calcolerà sempre ogni parola, ogni persona”. Fra la fine del penultimo
capitolo, da cui è tratto il passo citato, e la fine del racconto (in tutto 4
pagine) il termine razionalizzare ricorre con una certa insistenza, per
l’esattezza per 6 volte, ed anche i periodi si fanno più distesi rispetto al
resto del racconto. In Reperto 74 colpisce l’onnipresenza del tema del
rapporto con i genitori che ritorna quasi in ogni pagina. Costantemente il
protagonista misura e contrappone le sue convinzioni a quelle del padre, odiato
e temuto, e valuta le sue azioni in relazione all’effetto che sortiscono sulla
sua famiglia. Così facendo, a mio parere, Buffoni muove una forte critica
all’istituzione famigliare, che probabilmente giustifica in parte la genesi dell’opera.
Originariamente, infatti, Reperto 74 comprendeva anche un capitolo
iniziale, in cui Buffoni aveva stipato “tutte le sue conoscenze sulla cultura
omosessuale”, che precedevano una disquisizione d’intonazione psicologistica
considerata dall’autore una sorta di chiave per comprendere il libro, il cui
titolo originale era Come fare di
vostro figlio un omossessuale.
“Allora si cercavano le cause”, ce lo dice
Buffoni stesso nella prefazione. Il fragile equilibrio raggiunto dai genitori,
costruito sulla rabbiosa autorità del padre e sulla timorosa condiscendenza
della madre, sono lo sfondo di un quadro dove la virilità era imporre regole
senza appello, dalle quali il protagonista trova rifugio solo nella
madre-vittima e nella nonna-testimone. Per quel che riguarda gli altri racconti
che compongono l’opera vale la pena riportare brevemente le tematiche trattate
per dar conto della particolarità dei questi testi, in
cui Buffoni intreccia il racconto della sua vita con la poesia, la critica, la
cultura (vale la pena ricordare che Franco Buffoni è poeta, docente
universitario, traduttore e giornalista pubblicista). In Guinizelli, ad esempio, l’autore rievoca la sua formazione
scolastica attraverso il libro di letteratura del secondo anno delle superiori.
La maturazione intellettuale del protagonista si fonde con il recupero del suo
stato emotivo in quel periodo. Dagli appunti sul libro, infatti, Buffoni riesce
a risalire ad un vecchio amore, una dichiarazione nascosta fra le pagine del
libro, testimonianza di un’età in cui l’autore non aveva ancora coraggio di
dichiarare al mondo i suoi pensieri e le sue emozioni. L’intreccio fra vissuto,
critica, poesia e cultura, trova, a mio avviso, la sua miglior realizzazione ne La collina dell’Aloisianum, che recupera un lasso di tempo che corrisponde
all’epoca in cui il protagonista frequentava l’università. La narrazione è qui
improntata sul contrasto fra le conoscenze acquisite e l’esperienza vissuta,
che in questo racconto si riflette nel sentimento provato dall’autore nei
confronti dei Gesuiti. Si formano due poli tra i quali oscilla l’autore, due
poli evocati immediatamente, in apertura, quando Buffoni, giocando con il
significante di alcuni toponimi (è il caso di “Aloisianum”, che l’autore da
bambino percepisce “alla Luisianum”) istituisce una dialettica fra quello che è
il vissuto e quello che una persona apprende durante la sua formazione. Qui, ad
esempio, nonostante l’ordine dei Gesuiti non venga sicuramente valutato in
maniera positiva da Buffoni, c’è la rievocazione di una sorta di “attrazione” che,
in quel periodo, l’autore provava nei loro confronti, poiché avevano
rappresentato una parte importante della sua crescita, a partire dall’infanzia.
L’ordine religioso, e il contatto che l’autore ebbe con esso nel periodo
rievocato, costituisce un vero e proprio punto di raccordo cui fanno
riferimento tutte le vicende narrate. Ad esempio, al racconto della sua
esperienza Buffoni intreccia la storia della Compagnia di Gesù. Inoltre, istituisce
un parallelo fra le proteste del ’68 e la “congiura delle polveri”, ordita dai
gesuiti contro il parlamento inglese nel 1605. Ancora, nella rievocazione del
periodo in cui l’autore preparava la sua tesi di laurea sul Portrait of the Artist as a Young Man,
iniziata a scrivere nel giardino dei Gesuiti sulla collina dell’Aloisianum,
viene dato risalto all’educazione nel collegio gesuita di Clongowes ricevuta
dal protagonista Stephen Dedalus. Infine, il ritorno nella casa dell’infanzia,
e il ritrovarsi a confronto con i libri di poesie, lette e tradotte dall’autore
nel periodo rievocato, si alterna al racconto alla vita e alla travagliata vicenda
critica di Gerald Hopkins, poeta inglese del secondo Ottocento che fece parte
della Compagnia.
In PPP e la
sua inchiesta, invece, la narrazione prende l’abbrivio da una poesia
omonima di Buffoni, scritta nel 1975. Da qui parte l’autore per rievocare la
figura di Pasolini, in particolare il Pasolini notturno, quello raccontato da
suoi presunti partner. Dopo aver confrontato il proprio modo di vivere l’omosessualità
in quel periodo con quello del poeta bolognese, Buffoni si inserisce nel
dibattito degli intellettuali sull’omicidio di Pasolini e racconta l’evoluzione
della sua idea su questo avvenimento, che è stata fortemente segnata dal
confronto con Petrolio e dalla vista
delle foto del cadavere nell’estate del 2005 che lo hanno portato a sostenere
che Pasolini sia stato ucciso perché stava indagando sul caso Mattei.
In Epifanie
del lavoro, invece, al racconto della sua esperienza di insegnante all’università
di Cassino, e del suo trasferimento a Roma, sono intrecciate la rievocazione
della distruzione di Fregellae (che sorgeva nei pressi di Ceprano, nel
frusinate) e una riflessione sulla condizione del migrante moderno che da un
lato conserva ancora qualcosa delle caratteristiche dei popoli che abitavano in
antichità il mediterraneo, mentre dall’altro comincia a perdere tali
caratteristiche distintive, cedendo agli usi e talvolta anche ai vizi (non a
caso Buffoni porta l’esempio del bere) della nostra società. Vissuto e
meditazione in questo caso culminano nella poesia: sia la vista delle rovine di
Fregellae, sia quella di un immigrato ubriaco, sono vere e proprie “epifanie”
che ispirano Buffoni.
Sul fil di lama o di lana?, infine, racchiude una disquisizione sul concetto di felicità. Si parte dal
verso di Montale sulla “fragilità della felicità” per poi recuperare i
precursori di questo concetto. A questo si aggiunge anche la storia
dell’evoluzione della concezione che l’autore ha della felicità, che, in
giovane età, aveva i suoi capisaldi in Orazio e Freud, per poi passare ad
un’idea fortemente influenzata da Petrarca, Montaigne e Rousseau, fino ad
arrivare alla scoperta, fatta al tempo dei suoi studi in Gran Bretagna, della
distinzione fra ragione e ragionevolezza. Il racconto, e con esso il libro, si
conclude con una sfida lanciata alla “spiritualità laica”, che dovrebbe essere
capace di “costruire una prospettiva di ragionevole dialogo con il patrimonio
di idee che la tradizione occidentale ci offre attorno il
concetto di felicità”.
Il risultato di questo intreccio di cultura,
poesia, critica e vissuto, di cui ho cercato di dare conto con questa breve
rassegna dei racconti, è un magma in cui esperienza, ispirazione e meditazione
diventano una cosa sola e inscindibile. C’è di più, a mio parere infatti, i racconti costituiscono anche una sorta di
cornice in cui, Buffoni ci racconta il se stesso di quel periodo e l’Italia in
cui è cresciuto, non a caso ogni racconto ritrae Buffoni in un’età sempre diversa
dal racconto precedente. All’interno di questa “cornice” si inserisce Reperto 74, che oltre a
raccontare la vicenda dell’autore dalla sua infanzia fino alla soglia dei 20
anni, è anche testimonianza diretta di quel mondo, una voce che dall’interno
racconta di quegli anni, di come si vivevano le diverse sessualità. Resta da
sottolineare che, sia in Reperto 74, sia nei racconti seguenti, si può rintracciare
un divenire continuo delle posizioni, le idee e i sentimenti narrati, che
vengono sempre descritti a partire dalla dinamica che li ha generati. È
sicuramente questa la cifra più interessante del lavoro di Buffoni, che
dimostra una grande maestria nella rielaborazione del vissuto, che viene
sottoposto ad un processo di “scomposizione”. Attraverso questa scomposizione,
realizzata attraverso la rifrazione che su di esso attuano la poesia, la
cultura e la critica, Buffoni permette al lettore di penetrare più a fondo e di
comprendere meglio la sua storia, permettendogli di immergersi in questa particolarissima
autoarcheologia.
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