LETTURE
FRANCO BUFFONI
      

Franco Buffoni

Reperto 74 e altri racconti

Zona Editore, Arezzo 2008, pp. 112, € 10,00

 

    

      


di Stefano Petrelli

 

Un’autoarcheologia dinamica

Volendo dare una definizione di Reperto 74, il racconto che dà il titolo all’ultimo libro di Franco Buffoni, si potrebbe tentare di catalogarlo come un memoriale, o come una confessione molto sui generis. Scritto quando l’autore aveva 26 anni, il racconto è rimasto al lungo nel dimenticatoio, prima di essere dato alle stampe quest’anno, insieme ad altri 5 racconti che fanno ugualmente riferimento al periodo degli anni ’60 e ’70. Una confessione si diceva, in cui l’infanzia e l’adolescenza del protagonista vengono raccontate in maniera violenta, come se i ricordi, venissero fissati sulla carta dopo essere stati strappati con un colpo secco dalla memoria, perché ancora troppo dolorosi per l’autore. Non a caso, sintatticamente predomina la paratassi, ed i periodi sono per la maggior parte molto brevi. Si veda ad esempio l’incipit: “Franco, Franchino, Coccio per il suo papà. È bello e biondo. Ha gli occhi azzurri. È nato nove mesi e tre giorni dopo che mamma e papà si sono sposati”. Con questa scelta stilistica, Franco Buffoni, a mio avviso, è riuscito a rappresentare, in illo tempore, la sofferenza, la rabbia che provava, oltre che la paura e l’imbarazzo inizialmente suscitati dalla scoperta della sua omosessualità.

Il racconto descrive un percorso doloroso verso l’accettazione che il protagonista fa della propria condizione: “è cresciuto, ha imparato a razionalizzare, a calcolare. E calcolerà sempre ogni parola, ogni persona”. Fra la fine del penultimo capitolo, da cui è tratto il passo citato, e la fine del racconto (in tutto 4 pagine) il termine razionalizzare ricorre con una certa insistenza, per l’esattezza per 6 volte, ed anche i periodi si fanno più distesi rispetto al resto del racconto. In Reperto 74 colpisce l’onnipresenza del tema del rapporto con i genitori che ritorna quasi in ogni pagina. Costantemente il protagonista misura e contrappone le sue convinzioni a quelle del padre, odiato e temuto, e valuta le sue azioni in relazione all’effetto che sortiscono sulla sua famiglia. Così facendo, a mio parere, Buffoni muove una forte critica all’istituzione famigliare, che probabilmente giustifica in parte la genesi dell’opera. Originariamente, infatti, Reperto 74 comprendeva anche un capitolo iniziale, in cui Buffoni aveva stipato “tutte le sue conoscenze sulla cultura omosessuale”, che precedevano una disquisizione d’intonazione psicologistica considerata dall’autore una sorta di chiave per comprendere il libro, il cui titolo originale era Come fare di vostro figlio un omossessuale.

“Allora si cercavano le cause”, ce lo dice Buffoni stesso nella prefazione. Il fragile equilibrio raggiunto dai genitori, costruito sulla rabbiosa autorità del padre e sulla timorosa condiscendenza della madre, sono lo sfondo di un quadro dove la virilità era imporre regole senza appello, dalle quali il protagonista trova rifugio solo nella madre-vittima e nella nonna-testimone. Per quel che riguarda gli altri racconti che compongono l’opera vale la pena riportare brevemente le tematiche trattate per dar conto della particolarità dei questi testi, in cui Buffoni intreccia il racconto della sua vita con la poesia, la critica, la cultura (vale la pena ricordare che Franco Buffoni è poeta, docente universitario, traduttore e giornalista pubblicista). In Guinizelli, ad esempio, l’autore rievoca la sua formazione scolastica attraverso il libro di letteratura del secondo anno delle superiori. La maturazione intellettuale del protagonista si fonde con il recupero del suo stato emotivo in quel periodo. Dagli appunti sul libro, infatti, Buffoni riesce a risalire ad un vecchio amore, una dichiarazione nascosta fra le pagine del libro, testimonianza di un’età in cui l’autore non aveva ancora coraggio di dichiarare al mondo i suoi pensieri e le sue emozioni. L’intreccio fra vissuto, critica, poesia e cultura, trova, a mio avviso, la sua miglior realizzazione ne La collina dell’Aloisianum, che recupera un lasso di tempo che corrisponde all’epoca in cui il protagonista frequentava l’università. La narrazione è qui improntata sul contrasto fra le conoscenze acquisite e l’esperienza vissuta, che in questo racconto si riflette nel sentimento provato dall’autore nei confronti dei Gesuiti. Si formano due poli tra i quali oscilla l’autore, due poli evocati immediatamente, in apertura, quando Buffoni, giocando con il significante di alcuni toponimi (è il caso di “Aloisianum”, che l’autore da bambino percepisce “alla Luisianum”) istituisce una dialettica fra quello che è il vissuto e quello che una persona apprende durante la sua formazione. Qui, ad esempio, nonostante l’ordine dei Gesuiti non venga sicuramente valutato in maniera positiva da Buffoni, c’è la rievocazione di una sorta di “attrazione” che, in quel periodo, l’autore provava nei loro confronti, poiché avevano rappresentato una parte importante della sua crescita, a partire dall’infanzia. L’ordine religioso, e il contatto che l’autore ebbe con esso nel periodo rievocato, costituisce un vero e proprio punto di raccordo cui fanno riferimento tutte le vicende narrate. Ad esempio, al racconto della sua esperienza Buffoni intreccia la storia della Compagnia di Gesù. Inoltre, istituisce un parallelo fra le proteste del ’68 e la “congiura delle polveri”, ordita dai gesuiti contro il parlamento inglese nel 1605. Ancora, nella rievocazione del periodo in cui l’autore preparava la sua tesi di laurea sul Portrait of the Artist as a Young Man, iniziata a scrivere nel giardino dei Gesuiti sulla collina dell’Aloisianum, viene dato risalto all’educazione nel collegio gesuita di Clongowes ricevuta dal protagonista Stephen Dedalus. Infine, il ritorno nella casa dell’infanzia, e il ritrovarsi a confronto con i libri di poesie, lette e tradotte dall’autore nel periodo rievocato, si alterna al racconto alla vita e alla travagliata vicenda critica di Gerald Hopkins, poeta inglese del secondo Ottocento che fece parte della Compagnia.

In PPP e la sua inchiesta, invece, la narrazione prende l’abbrivio da una poesia omonima di Buffoni, scritta nel 1975. Da qui parte l’autore per rievocare la figura di Pasolini, in particolare il Pasolini notturno, quello raccontato da suoi presunti partner. Dopo aver confrontato il proprio modo di vivere l’omosessualità in quel periodo con quello del poeta bolognese, Buffoni si inserisce nel dibattito degli intellettuali sull’omicidio di Pasolini e racconta l’evoluzione della sua idea su questo avvenimento, che è stata fortemente segnata dal confronto con Petrolio e dalla vista delle foto del cadavere nell’estate del 2005 che lo hanno portato a sostenere che Pasolini sia stato ucciso perché stava indagando sul caso Mattei.

In Epifanie del lavoro, invece, al racconto della sua esperienza di insegnante all’università di Cassino, e del suo trasferimento a Roma, sono intrecciate la rievocazione della distruzione di Fregellae (che sorgeva nei pressi di Ceprano, nel frusinate) e una riflessione sulla condizione del migrante moderno che da un lato conserva ancora qualcosa delle caratteristiche dei popoli che abitavano in antichità il mediterraneo, mentre dall’altro comincia a perdere tali caratteristiche distintive, cedendo agli usi e talvolta anche ai vizi (non a caso Buffoni porta l’esempio del bere) della nostra società. Vissuto e meditazione in questo caso culminano nella poesia: sia la vista delle rovine di Fregellae, sia quella di un immigrato ubriaco, sono vere e proprie “epifanie” che ispirano Buffoni. 

Sul fil di lama o di lana?, infine, racchiude una disquisizione sul concetto di felicità. Si parte dal verso di Montale sulla “fragilità della felicità” per poi recuperare i precursori di questo concetto. A questo si aggiunge anche la storia dell’evoluzione della concezione che l’autore ha della felicità, che, in giovane età, aveva i suoi capisaldi in Orazio e Freud, per poi passare ad un’idea fortemente influenzata da Petrarca, Montaigne e Rousseau, fino ad arrivare alla scoperta, fatta al tempo dei suoi studi in Gran Bretagna, della distinzione fra ragione e ragionevolezza. Il racconto, e con esso il libro, si conclude con una sfida lanciata alla “spiritualità laica”, che dovrebbe essere capace di “costruire una prospettiva di ragionevole dialogo con il patrimonio di idee che la tradizione occidentale ci offre attorno il concetto di felicità”.

Il risultato di questo intreccio di cultura, poesia, critica e vissuto, di cui ho cercato di dare conto con questa breve rassegna dei racconti, è un magma in cui esperienza, ispirazione e meditazione diventano una cosa sola e inscindibile. C’è di più, a mio parere infatti, i racconti costituiscono anche una sorta di cornice in cui, Buffoni ci racconta il se stesso di quel periodo e l’Italia in cui è cresciuto, non a caso ogni racconto ritrae Buffoni in un’età sempre diversa dal racconto precedente. All’interno di questa “cornice”  si inserisce Reperto 74, che oltre a raccontare la vicenda dell’autore dalla sua infanzia fino alla soglia dei 20 anni, è anche testimonianza diretta di quel mondo, una voce che dall’interno racconta di quegli anni, di come si vivevano le diverse sessualità. Resta da sottolineare che, sia in Reperto 74, sia nei racconti seguenti, si può rintracciare un divenire continuo delle posizioni, le idee e i sentimenti narrati, che vengono sempre descritti a partire dalla dinamica che li ha generati. È sicuramente questa la cifra più interessante del lavoro di Buffoni, che dimostra una grande maestria nella rielaborazione del vissuto, che viene sottoposto ad un processo di “scomposizione”. Attraverso questa scomposizione, realizzata attraverso la rifrazione che su di esso attuano la poesia, la cultura e la critica, Buffoni permette al lettore di penetrare più a fondo e di comprendere meglio la sua storia, permettendogli di immergersi in questa particolarissima autoarcheologia.

 




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