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di Luca Fusari *
A differenza
del basket, del baseball o del football, giochi che ripartono da zero dopo ogni
azione, il calcio si sviluppa in maniera fluida e continua. Per capire com’è
stato segnato un gol devi ripercorrere l’azione all’indietro, lungo la sequenza
di passaggi e decisioni, seguire il movimento dei giocatori che si
allontanano per riapparire a sorpresa in
uno spazio vuoto, a creare o sprecare opportunità, fino al primo tocco.
E come nel raccontare un’azione o una tattica
vincente, occorre un lavoro di ricostruzione paziente e preciso anche soltanto
per rendere conto al pubblico della storia di una cittadina come Clarkston,
hinterland di Atlanta, Georgia, che vista con gli occhi del nostro decennio è
un esempio lampante e forse nemmeno troppo anomalo di coesistenza e confronto
quotidiano fra etnie diverse, ma la cui storia, srotolata all’indietro anche
soltanto per un paio di decenni, mostra quanto veloce e repentino sia stato il
passaggio dallo status di “tranquillo borgo del Sud” a inconsapevole laboratorio
culturale in fieri: negli anni
Settanta la venuta dei membri della classe lavoratrice bianca attirati dalle opportunità di lavoro presso l’aeroporto di
Atlanta in espansione; nel decennio successivo la fuga di quegli stessi bianchi
verso opportunità economiche migliori o la stessa grande città, e una seconda
ondata di migrazione interna perlopiù nera; infine, a partire dall’inizio degli
anni Novanta, l’affermarsi della zona di Atlanta – proprio grazie alla presenza
dell’hub aeroportuale più importante
del sud-est degli Stati Uniti – come sede dell’attività di agenzie
istituzionali e non governative dedite all’assistenza di profughi da tutto il
mondo, oltre che al loro smistamento nel territorio americano, a trasformare
luoghi come Clarkston nella prima fermata del viaggio nel Nuovo Mondo di
rifugiati delle etnie e nazionalità più disparate.
Succede così che da “cittadina sonnacchiosa” a maggioranza
– schiacciante – bianca, Clarkston si ritrovi ad avere un liceo al quale sono
iscritti ragazzi di cinquanta nazionalità diverse, oppure che ristoranti e i
negozi fieramente americani vengano soppiantati da drogherie specializzate in
spezie mediorientali o asiatiche, oppure da ristoranti africani. Succede anche
che nei parcheggi e negli spiazzi abbandonati di Clarkston si inizi a giocare a
calcio, e che il calcio diventi il grimaldello grazie al quale la comunità dei
profughi e dei rifugiati riesce a confrontarsi con l’America.
Warren St. John – cronista del New York Times già piuttosto affermato negli Stati Uniti grazie
alla pubblicazione di Rammer Jammer
Yellow Hammer, lungo reportage sul tifo organizzato delle squadre
universitarie di football – si è imbattuto quasi per caso nella storia dei
Fugees, i giovani calciatori “rifugiati” di Clarkston, e dopo una vera e
propria immersione nel microcosmo della cittadina ne ha scritto in tre lunghi
articoli, apparsi sul nyt e successivamente estesi
in forma di libro. Di nuovo, si è trattato di “ripercorrere l’azione
all’indietro” con un paziente atto di immersione non soltanto nella vita
quotidiana dei giocatori e della loro allenatrice, ma anche nelle vicende degli
abitanti di Clarkston, vecchi e nuovi: da una parte i discendenti dei fondatori,
bianchi e tradizionalisti, dall’altra i giovanissimi eredi di famiglie africane (oppure mediorientali, asiatiche,
balcaniche) sfuggite a carestie, guerre civili e campi profughi, reinsediate in
un mondo nuovo e sconosciuto e impazienti di farlo proprio.
Come si è detto, in tutto questo il calcio è chiave di
lettura e grimaldello che consente l’apertura di nuovi spazi e il confronto con
chi li occupava o custodiva: Luma Mufleh, la
creatrice-allenatrice-organizzatrice dei Fugees (così si chiamano i refugees calciatori) scorge in una
partita di calcio improvvisata in un parcheggio l’accesso a un mondo che
considerava perduto, dopo aver tagliato i ponti con la propria famiglia in
Giordania per restare a vivere negli usa;
i ragazzi che militano nelle rappresentative under 13, 15 o 17 imparano – volenti o nolenti, perché
per Luma disciplina e regole sono tutto, in campo e fuori – il confronto non
soltanto con “l’altro” americano, ma con compagni di squadra giunti da terre
lontane e figli di culture diverse; i giovani statunitensi (esclusa la
nutritissima comunità latinoamericana, negli Stati Uniti il calcio è affare
soprattutto della middle class bianca)
si ritrovano davanti a un modo di intendere il calcio e lo sport piuttosto
lontano dal loro (le partite improvvisate nei parcheggi o nei prati da una
parte, dall’altra i genitori che accompagnano i figli ad allenarsi in suv o che organizzano grandi
scampagnate in occasione delle trasferte); le stesse istituzioni fronteggiano
problemi prima impensabili (vedi la contesa per l’assegnazione di un terreno di
gioco e allenamento ai Fugees, questione spinosissima perché l’unico sport
tollerato dal sindaco di Clarkston sarebbe il baseball).
E il confronto, talvolta lo scontro, quotidiano
prosegue anche dopo l’interesse scatenato nei media dal libro-reportage. Luma
Mufleh continua a gestire i Fugees – oggi trasformatisi nella Fugees Family, una vera e propria
fondazione che si occupa in pianta stabile anche di corsi di alfabetizzazione e
sostegno scolastico, oltre che delle squadre di calcio – e a giocare, vincere,
pareggiare e perdere: non c’è un lieto fine nel libro (e speriamo che il
probabile adattamento cinematografico della storia non lo imponga), perché si
tratta non di finzione ma di un reportage approfondito e appassionato come il giornalismo
più lucido sa essere, raccontato con estrema chiarezza e buon ritmo, con la
curiosità di chi cerca di spiegare il presente senza mai dimenticare quando e
perché è stato dato il calcio d’inizio.
* Rifugiati
Football Club, Warren St. John, Neri
Pozza, 2009, traduzione di Luca Fusari.
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