LETTURE
TOMASO BINGA
      

Valore vaginale

 

Edizioni Tracce, Pescara 2009, pp. 94, € 12,00

 

 

    

      


 

di Sarah Panatta

 

 

Bianca Menna, alias Tomaso Binga ha intrapreso la sua feconda e intensa attività artistica negli anni ’70, imprimendo già attraverso lo spiazzante pseudonimo maschile un sigillo evocativo, insieme promessa e sfida, nella sua arte, evolutasi negli anni in forme diverse e interdipendenti, sempre attraversando con sottile pur se talvolta feroce ironia, l’universo delle convenzioni sociali e dei privilegi da queste accordate al sesso maschile.

Oscillando tra esperimenti arditi di scrittura “iconica”, scrittura come gesto – pura “energia grafica” che occupa spazialmente i vuoti del senso, debordando oltre i confini fisici della pagina – e scrittura come annullamento, desemantizzazione, è approdata ad una poesia verbo visiva e sonora che trova la sua verità, o meglio le sue innumerevoli vivificanti possibilità di attuazione, nella performance dell’artista, elemento-momento indispensabile che cattura e al contempo interpreta e dilata le potenzialità del linguaggio.

Nell’ultima raccolta poetica, Valore vaginale, in cui sono accostati, in una trama finanche tematica, componimenti che vanno dal 1980 al 2008, Binga lega imprescindibilmente la propria femminilità[1] alla creazione aggregante e disgregante della scrittura, che si annuncia sin dall’apertura del testo – con la poesia omonima Valore Vaginale, V. V. [2]– atto e simbolo di smascheramento dei costumi del mondo contemporaneo, delle sue abitudini comportamentali deviate, delle sue maschere assurde, dei privilegi (maschili) del potere.

Binga va oltre l’impresa funambolica dell’artificio visivo-linguistico, pur presente nelle sue sfolgoranti e stranianti rappresentazioni[3], ibridandole anzi con la ricerca fonetica, rintracciando in quest’ultima (come ricorda Gillo Dorfles nell’introduzione al volume), nelle sequenze ritmiche costruite su un intreccio sapiente e travolgente di scomposizioni sillabiche e semantiche, il senso immarcescibile della sua “autenticità” poetica.

La scrittrice si (ri)appropria della cultura tradizionale, dei suoi maestri e dei suoi stereotipi retrivi, dei frammenti impazziti della storia passata e coeva, assemblandone le scorie apparentemente disarticolate in un cosmo volutamente dissestato, per inventare un sogno di mondo tangibile e non privo di una recondita, reiterata speranza di cambiamento.

Sembra quasi percorrere un doppio binario che si avvolge e svolge, a volte impetuoso a volte tremolante, da una parte sulle vie giocose del verso che schernisce disinvolto vetuste convenzioni poetico-letterarie, dall’altra su quelle allusive, e dense di riferimenti, di versi che cannibalizzano parole d’autori illustri (e vetusti) mescolandole con immagini di attualità, sconvolta e sconvolgente, per raccontare visioni della realtà contraddittoria. Quella di Binga è un’esplorazione del mondo polisegnica e satura di memoria, divertita e sorpresa o crudele e amareggiata, costantemente protesa a lanciare grida e sussurri nel caos della vita.

Nella sezione Ricordando i padri, in OC come sa di sale lo pane altrui[4] l’autrice prende a pretesto-prestito le parole di Dante, “come sa di sale lo pane altrui”, frantumandole nella morsa esplosiva del refrain “OC”, il quale trascina e insieme incornicia-costringe come pausa-singhiozzo o respiro affannoso le parole di Binga, che trattenute in questa sorta di incalzante prosimetro attaccano veementi lo stato degenerato del mondo, la fame e la povertà fisica e mentale che consuma le masse, prese in un vortice che “tutto tracima e trascina”, acuendo le disparità tra i derelitti che bramano lo pane altrui e gli imbecilli che non danno retta e si dimenano sulla cyclette “…# OC # pedalando e ansimando # OC # per calare qualche grammo # OC # più importante del disarmo # OC #…”.

Binga fantastica gioiosa di un mondo che diventi da maschile femminile e che nel torrido cortile dell’inciviltà risuoni una voce più “gentile”, oppure con sarcasmo a tratti scherzoso e garbatamente graffiante, a tratti derisorio e irrefrenabile, immagina di trasformare la realtà, come in Sono  Zopp[5]; qui nuovamente l’autrice saccheggia il repertorio dei “padri”, rispolverando versi di petrarchesca eco, decostruiti e ricontestualizzati in un testo che vagheggia perentorio di trasmutare, riscaldare, risciacquare, rischiarare, risvegliare, concimare “lo munno”, contemporaneamente, e ironicamente, considerando che le risorse necessarie a tali scopi sono snaturate o inadeguate, elencandole in una serie dilagante e spassosa di assonanze e scambi semantici ( per cui ogni concetto nega o ribalta il precedente), notando infine quanto l’uomo sia bloccato-azzoppato dai suoi limiti ridicoli, obbligato a restare incatenato nel suo “munno”, fermo sullo “stop”.

In un simile cimitero di spoglie mortali, inutili orpelli alla vita, vestigia stropicciate e consunte della modernità, dove la “performatrice-scrittrice” transita tentando splendidi voli d’angelo tra ali spezzate e incatramate, campeggia rigogliosa e divertita (la favola de) La  Lola[6], la “gran signora” adorata dalle masse inebetite, metafora irrisoria dell’artificialità che gli esseri umani si sono auto imposti: oggetto-idolo di grandi e piccini, la lola, rispettata e venerata da tutti, un giorno scopre inaspettatamente che il pil, suo alleato, ha perso consistenza, e non vuole credere alla propria imminente sconfitta, finché la vita riprende a sgorgare, prima in un sommesso borbottio poi in un urlo tremendamente fragoroso, fiera e festante dalla terra, “dopo anni di agonia melmosa”, liberandosi dalla tirannia seducente della pil-lola.

All’invocazione frenetica e scoppiettante di un mondo senza finzioni e turpi abomini si intreccia la richiesta di “Par Condicio”[7] per le donne, i deboli, gli emarginati, innominati nel trambusto contemporaneo, affinché le ultime ruote del carro guidino il mondo putrescente percuotendolo e disturbandolo a suon di lunghi silenzi e prolungati ascolti[8], per guardare ascoltare annotare le infinite variazioni della vita e risvegliare gli “esseri pensanti cancellati… senza luogo né loculo… con un clic trasferiti… dalle file dei file nel cestino...”, per chiedersi “… questo è vita?...”[9], archiviata nel torpore da un automatismo digitale senza alito né battito.

In un oceano di gare alla guerra e teste senza senno, Binga invoca a gran voce, “senza fronzoli barocchi”, il bisogno impellente di “altri colori” per significare il mondo, dove l’unico sport possibile è navigare tra dubbi e rilanci sopra o sotto le increspature di uno scompigliato, avvelenato, affollato mare.

Non è un “sogno fatto in fretta”[10] ma voler cogliere nel segno “per chiarire e…colorire / per tradurre e…definire / i messaggi già verbali” e infilzare (infilzarci) dentro gli occhi le tracce della realtà, “per vedere per capire per sapere”[11].

 



[1] Il titolo racchiude la metafora che permea nascosta molte delle composizioni della raccolta. Il valore femminile, di denuncia e svelamento,  intrinseco della sua performance è presente con evidenza iconica e plastica nell’immagine scelta per la copertina, tratta dalla serie Scrittura Vivente, 1977, di Tomaso Binga, dove la body-artista usa il corpo quale mezzo di scrittura “inscritta” tramite le sagome assunte dal corpo stesso, in qualità di figura e segno.

 

[2] Pp. 8-9.

 

[3] Ved. per alcuni esempi V. V., p. 9, Stonetto p. 10, Porcon di ciò p. 78-79, Ardeatine K p. 80-81, Silenzio p. 82-83.

 

[4] Pp. 14-15.

 

[5] Pp. 46-47.

 

[6] Pp. 60-61.

 

[7] Porcon di ciò, pp. 78-79.

 

[8] Pp. 82-83, ved. nota 2.

 

[9] Ibidem.

 

[10] Oc come sa di sale lo pane altrui, p. 15.

 

[11] Poesia a doppio finale, p. 73.




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