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di Sarah Panatta
Bianca Menna, alias Tomaso Binga
ha intrapreso la sua feconda e intensa attività artistica negli anni ’70,
imprimendo già attraverso lo spiazzante pseudonimo maschile un sigillo
evocativo, insieme promessa e sfida, nella sua arte, evolutasi negli anni in
forme diverse e interdipendenti, sempre attraversando con sottile pur se
talvolta feroce ironia, l’universo delle convenzioni sociali e dei privilegi da
queste accordate al sesso maschile.
Oscillando tra esperimenti arditi
di scrittura “iconica”, scrittura come gesto – pura “energia grafica” che
occupa spazialmente i vuoti del senso, debordando oltre i confini fisici della
pagina – e scrittura come annullamento, desemantizzazione, è approdata ad una
poesia verbo visiva e sonora che trova la sua verità, o meglio le sue
innumerevoli vivificanti possibilità di attuazione, nella performance
dell’artista, elemento-momento indispensabile che cattura e al contempo interpreta
e dilata le potenzialità del linguaggio.
Nell’ultima raccolta poetica, Valore vaginale, in cui sono accostati,
in una trama finanche tematica, componimenti che vanno dal 1980 al 2008, Binga
lega imprescindibilmente la propria femminilità[1] alla
creazione aggregante e disgregante della scrittura, che si annuncia sin
dall’apertura del testo – con la poesia omonima Valore Vaginale, V. V. [2]– atto
e simbolo di smascheramento dei costumi del mondo contemporaneo, delle sue
abitudini comportamentali deviate, delle sue maschere assurde, dei privilegi
(maschili) del potere.
Binga va oltre l’impresa
funambolica dell’artificio visivo-linguistico, pur presente nelle sue
sfolgoranti e stranianti rappresentazioni[3], ibridandole
anzi con la ricerca fonetica, rintracciando in quest’ultima (come ricorda Gillo
Dorfles nell’introduzione al volume), nelle sequenze ritmiche costruite su un
intreccio sapiente e travolgente di scomposizioni sillabiche e semantiche, il
senso immarcescibile della sua “autenticità” poetica.
La scrittrice si (ri)appropria
della cultura tradizionale, dei suoi maestri e dei suoi stereotipi retrivi, dei
frammenti impazziti della storia passata e coeva, assemblandone le scorie
apparentemente disarticolate in un cosmo volutamente dissestato, per inventare
un sogno di mondo tangibile e non privo di una recondita, reiterata speranza di
cambiamento.
Sembra quasi percorrere un doppio
binario che si avvolge e svolge, a volte impetuoso a volte tremolante, da una
parte sulle vie giocose del verso che schernisce disinvolto vetuste convenzioni
poetico-letterarie, dall’altra su quelle allusive, e dense di riferimenti, di
versi che cannibalizzano parole d’autori illustri (e vetusti) mescolandole con
immagini di attualità, sconvolta e sconvolgente, per raccontare visioni della
realtà contraddittoria. Quella di Binga è un’esplorazione del mondo polisegnica
e satura di memoria, divertita e sorpresa o crudele e amareggiata,
costantemente protesa a lanciare grida e sussurri nel caos della vita.
Nella sezione Ricordando i padri, in OC come sa di sale lo pane altrui[4] l’autrice prende a
pretesto-prestito le parole di Dante, “come sa di sale lo pane altrui”,
frantumandole nella morsa esplosiva del refrain “OC”, il quale trascina e
insieme incornicia-costringe come pausa-singhiozzo o respiro affannoso le
parole di Binga, che trattenute in questa sorta di incalzante prosimetro
attaccano veementi lo stato degenerato del mondo, la fame e la povertà fisica e
mentale che consuma le masse, prese in un vortice che “tutto tracima e
trascina”, acuendo le disparità tra i derelitti che bramano lo pane altrui e
gli imbecilli che non danno retta e si dimenano sulla cyclette “…# OC #
pedalando e ansimando # OC # per calare qualche grammo # OC # più importante
del disarmo # OC #…”.
Binga fantastica gioiosa di un
mondo che diventi da maschile femminile e che nel torrido cortile
dell’inciviltà risuoni una voce più “gentile”, oppure con sarcasmo a tratti
scherzoso e garbatamente graffiante, a tratti derisorio e irrefrenabile,
immagina di trasformare la realtà, come in Sono
Zopp[5]; qui nuovamente
l’autrice saccheggia il repertorio dei “padri”, rispolverando versi di
petrarchesca eco, decostruiti e ricontestualizzati in un testo che vagheggia perentorio
di trasmutare, riscaldare, risciacquare, rischiarare, risvegliare, concimare
“lo munno”, contemporaneamente, e ironicamente, considerando che le risorse
necessarie a tali scopi sono snaturate o inadeguate, elencandole in una serie dilagante
e spassosa di assonanze e scambi semantici ( per cui ogni concetto nega o
ribalta il precedente), notando infine quanto l’uomo sia bloccato-azzoppato dai
suoi limiti ridicoli, obbligato a restare incatenato nel suo “munno”, fermo sullo
“stop”.
In un simile cimitero di spoglie
mortali, inutili orpelli alla vita, vestigia stropicciate e consunte della
modernità, dove la “performatrice-scrittrice” transita tentando splendidi voli
d’angelo tra ali spezzate e incatramate, campeggia rigogliosa e divertita (la
favola de) La Lola[6], la “gran signora”
adorata dalle masse inebetite, metafora irrisoria dell’artificialità che gli esseri
umani si sono auto imposti: oggetto-idolo di grandi e piccini, la lola,
rispettata e venerata da tutti, un giorno scopre inaspettatamente che il pil,
suo alleato, ha perso consistenza, e non vuole credere alla propria imminente
sconfitta, finché la vita riprende a sgorgare, prima in un sommesso borbottio
poi in un urlo tremendamente fragoroso, fiera e festante dalla terra, “dopo
anni di agonia melmosa”, liberandosi dalla tirannia seducente della pil-lola.
All’invocazione frenetica e
scoppiettante di un mondo senza finzioni e turpi abomini si intreccia la
richiesta di “Par Condicio”[7] per
le donne, i deboli, gli emarginati, innominati nel trambusto contemporaneo,
affinché le ultime ruote del carro guidino il mondo putrescente percuotendolo e
disturbandolo a suon di lunghi silenzi e prolungati ascolti[8], per
guardare ascoltare annotare le infinite variazioni della vita e risvegliare gli
“esseri pensanti cancellati… senza luogo né loculo… con un clic trasferiti… dalle
file dei file nel cestino...”, per chiedersi “… questo è vita?...”[9], archiviata
nel torpore da un automatismo digitale senza alito né battito.
In un oceano di gare alla guerra
e teste senza senno, Binga invoca a gran voce, “senza fronzoli barocchi”, il
bisogno impellente di “altri colori” per significare il mondo, dove l’unico
sport possibile è navigare tra dubbi e rilanci sopra o sotto le increspature di
uno scompigliato, avvelenato, affollato mare.
Non è un “sogno fatto in fretta”[10] ma
voler cogliere nel segno “per chiarire e…colorire / per tradurre e…definire / i
messaggi già verbali” e infilzare (infilzarci) dentro gli occhi le tracce della
realtà, “per vedere per capire per sapere”[11].
[1] Il
titolo racchiude la metafora che permea nascosta molte delle composizioni della
raccolta. Il valore femminile, di denuncia e svelamento, intrinseco della sua performance è presente
con evidenza iconica e plastica nell’immagine scelta per la copertina, tratta
dalla serie Scrittura Vivente, 1977,
di Tomaso Binga, dove la body-artista usa il corpo quale mezzo di scrittura
“inscritta” tramite le sagome assunte dal corpo stesso, in qualità di figura e
segno.
[3] Ved. per
alcuni esempi V. V., p. 9, Stonetto p. 10, Porcon di ciò p. 78-79, Ardeatine
K p. 80-81, Silenzio p. 82-83.
[7] Porcon di ciò, pp. 78-79.
[8] Pp. 82-83, ved. nota 2.
[10] Oc come sa di sale lo pane altrui, p. 15.
[11] Poesia a doppio finale, p. 73.
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