di Simone Lenzi e Simone Marchesi
Accade, a volte, che traducendo –
vale a dire, nel significato piu letterale del termine, portando una cosa (nel
nostro caso un grappolo di parole) da una parte all’altra – ci troviamo, in
mezzo al viaggio, di fronte a inciampi come questo:
Ground-cherry bushes grow along
the furrows,
The fruit red under
its papery, moth-shaped sheath.
Grasshoppers tumble along the
vines, as large
As dragons in the
crumbs of pale dry earth.
I cespi di
lanterne lungo i solchi, stanno coi frutti rossi
In un incarto d’ali di falena.
Grilli che rissano tra i tralci, grandi
come dei draghi,
in briciole di
terra inaridita.
Il primo problema, più evidente
per il traduttore, è che non esiste una parola italiana per ground-cherry, visto che da noi ground-cherries non ce ne sono mai state. Questa phisalis pruinosa, così si chiama nella
lingua franca della classificazione, è una solanacea che in Italia non ha nome,
dacché nessuno ha mai dovuto chiamarla. (O, almeno, a noi pare così; per
quanto, dovesse risultare il contrario, saremmo disposti volentieri ad
accodarci a quella tradizione leopardiana che sbaglia i passeri e mischia rose
e viole fuori stagione.) Esiste comunque un nome francese, lanterne chinoise, da cui abbiamo mutuato questo nostro cespi di lanterne, contentandoci di
introdurre un lemma in luogo di un correlato botanico che potesse restituirci,
pur nell’esattezza della sua inesistenza, qualcosa dell’immagine evocata. Perché
ci siamo chiesti che
cosa stesse dicendo davvero Robert Pinsky in questa sezione di An explanation of America. E ci è parso
che stesse evocando una visione, mettendo in relazione alcune immagini
fortemente evocative e frammentarie. Meglio: ci è sembrato che ci chiedesse di
collaborare con lui alla costruzione di un’immagine, la “Bildung di una Bild’,
se volete passarci il gioco di parole.
Imagine a child
from Virginia or New Hampshire
alone on the prairie
eighty years ago
or more …
Immagina un bambino di Virginia o New
Hampshire,
da solo, un
pomeriggio di un’ottantina d’anni fa, o prima ...
E dunque abbiamo preso alla
lettera l’imperativo, il veicolo sintattico delle dimostrazioni di geometria
mentale, e abbiamo immaginato questo bambino, da solo, in una prateria i cui
confini coincidono con l’evanescenza della luce pomeridiana. Immaginandolo, in
senso radicalmente transitivo, abbiamo cercato di intuire quale possa essere la
relazione necessaria che passa fra questo paesaggio
(ma, ancora una volta, andrebbe pensato il termine landscape, in tutta la sua allusività a una fuga senza prospettiva
definibile) e la formazione etico-estetica di un bambino che lo osserva:
The bubble of the child’s
heart melts a little,
because the quiet of that
air and earth
is like the shadow of
a peaceful death –
limitless and potential, a
kind of space
where one dissolves to
become a part of something
entire ... whether of sun
and air, or goodness
and knowledge, it does
not matter to the child.
Si
scioglie un poco
la bolla del
suo cuore di bambino,
perché la quiete di
quell’aria e terra
è come l’ombra
di una buona morte –
illimitata e
potenziale, un ordine di spazio
in cui ci si
disperde a farsi parte
di qualche cosa
intera ... che siano sole o aria,
bontà o conoscenza
non gli importa.
Viene di qui, dall’intuizione
ricercata di quella relazione, il sostrato di allusioni autoctone (Leopardi,
Penna, Montale) su cui si regge il nostro primo tentativo di far allignare da
noi quelle impossibili lanterne. Vengono da qui la dialettica tra quiete e
voce, l’escludersi reciproco dello spazio della visione esterna ed interiore,
la dissoluzione – ‘dispersione’ in atomi, resa nei
termini dell’antica, e grande, poesia di scienza – che aspetta chi prenda sul
serio l’infinito, dei cui segnali abbiamo costellato il testo. Di qui anche l’ondeggiare
tra luce e opacità, l’immobilità di nuovo geometrica
di alcuni cromatismi della natura su cui si fissa l’occhio – il rosso, segreto
e acceso di quei frutti. Di qui lo sgretolarsi del terreno in gruppi
consonantici insistiti e l’affollata bagarre di insetti meridiani.

Andrew Wyeth, Turkey Pond, 1944, tempera on panel.
Collection of the Farnsworth Art Museum.
Ma questo non era ancora tutto. C’era ancora un’altra cosa da immaginare, seguendo le indicazioni
di Pinsky: i personaggi che troveremo più avanti, nella stessa prateria:
Imagine, then, that
on that same wide prairie
some people are
threshing in the terrible heat
with horses and
machines, cutting bands
and shoveling amid the
clatter of the threshers…
E adesso
immagina che in quella valle
Delle persone stiano trebbiando, nel
calore insostenibile,
con macchine e
cavalli, e taglino i lacci dei covoni
con i forconi
nel frastuono delle macchine per la trebbia.
Presi nel caos del lavoro o colti
in un attimo di riposo all’ombra di gigantesche trebbiatrici americane, sono
immigrati del nord Europa di prima generazione: tedeschi, svedesi. Appartengono
a quel flusso migratorio che è andato a inurbarsi in città come Milwaukee per
produrre birra e a tentare (persino con qualche successo) di importare il
socialismo. O che è andato a perdersi nelle infinite pianure agricole in cerca
di terre da coltivare. Tutti sono, comunque, figli di un’Europa ancora povera
che, nell’esaurimento della propria frontiera, ne cerca una nuova oltreoceano
o, peggio, si arrischia a inventarsene di esotiche in improbabili e velleitarie
avventure neo-coloniali.
Lo sforzo immaginativo cui siamo
chiamati come traduttori ha trovato, allora, un altro punto d’appoggio su cui
far leva. Una notazione di tempo, stavolta, e non di spazio: eighty years ago or more. Se An
explanation of America è della metà degli anni Settanta, il bambino che immaginiamo
si affaccia – lontano da tutti e impreparato dalla poca vita vissuta nei
paesaggi più ristretti di Virginia o New Hampshire – sulla silenziosa e sconfinata America rurale di fine Ottocento. La
puntualizzazione storica ha valore vincolante, per noi che vorremmo tradurre
una visione così lontana dai nostri occhi.
Allora il punto su cui far leva per
legare le due dissoluzioni – quella del solipsismo nella natura e quella nell’ingluvie
della macchina sociale, che hanno per teatro lo stesso immenso piano – diventa
fatalmente, per noi traduttori italiani, quella poesia che ritrovò nella
minuzia fenomenica delle cose piccole della natura la familiarità che la
modernità urbana aveva straniato: mentre la
grande proletaria si muoveva, la bolla del cuore del fanciullino
si tendeva stupita nell’osservazione di un microcosmo. Fosse esso quello
della campagna di Castelvecchio o, poco dopo, quello del giardino borghese
delle disperate cetonie capovolte; si
trattava in ogni caso di osservare il dettaglio mentre il grande quadro
d’insieme sfuggiva alla comprensione. Le due serie di esperimenti mentali che
il testo ci imponeva – ce ne rendiamo conto solo a posteriori – erano già
legate qui da noi.
Ma ancora una volta, e come ogni
volta, la difficoltà di cogliere l’immaginario americano, per noi italiani,
consiste proprio nel dover tradurre lo spazio nel tempo, nel dover barattare
continuamente la storia con la
geografia. Nel dover flettere la lontananza di un cielo piatto e altissimo
nell’avvolgenza cupoliforme del nostro cielo. Nell’inevitabile fallimento di
questa operazione che sconfina nell’impossibile, diviene forse possibile
mostrare, attraverso gli squarci, un brandello della verità degli altri che
possiamo condividere.
Tradurre allora significa rendere
familiare qualcosa di estraneo, accennare a un’aria di famiglia fra due cose
che non si appartengono se non per molti gradi di separazione. Significa anche,
ma si tratterebbe di aprire una parentesi debordante, prestare attenzione a
quelle varianti diatopiche ineludibili che, se da una parte ci hanno imposto, in
molti altri luoghi, di tradurre prairie
con prateria, dall’altra ci hanno
chiesto, con altrettanta perentorietà, di delimitare qui uno spazio che
l’immaginazione europea ha riempito di miti di seconda mano. Insomma, quello che c’era una volta in America possiamo e dobbiamo, ogni volta, inventarcelo
di nuovo.
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* Simone Lenzi: poeta e autore di testi
di canzoni per la band Virginiana Miller, con cui ha realizzato quattro dischi,
e per altre formazioni musicali. Di recente, sono usciti due suoi interventi su
Flavio Giurato e Nick Drake.
* Simone Marchesi: insegna lingua e
letteratura italiana all’Università di Princeton, in New Jersey. Ha pubblicato
su Dante, Boccaccio, Petrarca e su argomenti di cultura italiana contemporanea.
Medievalista di formazione, ha lavorato come traduttore per volumi monografici
e saggi accademici a cavallo tra Italia e America.
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