di Alessandra Paolini
Basta dare un’occhiata in giro per capire
che il mondo dell’editoria e, in maniera più lenta ma visibile, anche quello
della letteratura sta cambiando.
Le
nuove tecnologie da tempo dividono il mondo tra entusiastici sostenitori e
irriducibili ostici e lo fanno a maggior ragione in un campo come quello delle
lettere che, da sempre, fa della tradizione e dell’estraneità alle mode, un
valore e un vanto.
Negli
Stati Uniti, qualunque sia la vostra opinione al riguardo, i dati parlano da
sé: il mercato dell’e-book è aumentato del 155% tra il primo trimestre
2008 e il primo 2009. Si tratta dell’ormai noto libro elettronico che
consentirebbe un’esperienza di lettura il più possibile vicina a quella
tradizionale, con in più alcuni vantaggi tipici del computer (ad es. la
funzione “trova”) e l’indubbia comodità di potersi portare dietro un’intera
biblioteca virtuale in modo pratico e leggero. Alcuni dubbi tuttavia si
affollano subito nella mente: che ne è della sensazione tattile di sfogliare le
pagine, dell’odore della carta, del piacere di sottolineare o mettere note
personali ai margini delle frasi che più ci appassionano? Insomma scompare
totalmente il legame “fisico” tra il lettore e il libro, per non parlare dell’immaginabile
difficoltà di leggere su uno schermo!
L’altra
novità che si profila all’orizzonte è l’audiolibro: realtà più che
consolidata nell’industria culturale americana e anglosassone, boom in
Germania, tiepido interessamento delle case editrici anche in Italia; “è come
avere vicino a sé l’autore stesso, come possedere un libro autografato”,
sostengono i più ottimisti.
Ma
la vera rivoluzione è altrove: parliamo del vook
(neologismo nato dalla fusione delle parole “video” e “book”) che si prefigge
l’ambizioso obiettivo di integrare media diversi (e a prima vista anche poco
collegati) come il libro, internet, i social network e i cellulari. Scrittori e
intellettuali di mezzo mondo inorridiscono, ma la portata dell’innovazione e i
risultati già raggiunti sono di dimensione troppo ampia per poter essere
snobbati con una semplice scrollata di spalle.
L’apripista
è stato Anthony E. Zuicker, creatore di “CSI”, che con il suo romanzo digitale
dal titolo Level 26, uscito negli Stati Uniti l’8 settembre (e in Italia
il 22) ha già raggiunto il 31esimo posto nella classifica del “New York Times”.
Si tratta di un digi-thriller che, attraverso password disseminate nel
libro cartaceo, permette l’accesso a brevi fiction sul sito dedicato, così che
il lettore/spettatore può assistere alle riprese del delitto o alle riunioni
dell’FBI a caccia di indizi risolutivi, crearsi un’identità e interagire con
gli altri utenti nel social-network collegato e addirittura ricevere telefonate
o e-mail direttamente dal killer.
La
corsa al vook è subito scattata: la casa editrice Simon§Shuster ne ha già
pubblicati quattro (due manuali e due romanzi) e diversi altri vook sono
consigliati nientemeno che dal “New York Times” ai suoi affezionati lettori.
Accanto
alle voci entusiaste che vedono già il pubblico dei vook allargarsi a
macchia d’olio col conseguente positivo effetto di avvicinare alla lettura i
meno abituati e addirittura i semianalfabeti, si innalzano molte voci
autorevoli contro l’innovativo “mix”, come quella del narratore afroamericano
Walter Mosley che ricorda come “le nostre capacità intellettive diminuiscano
quando guardiamo la televisione o pasticciamo al computer”, motivo per cui, da
scrittore, non accetterà mai di mescolare un video ai suoi testi oppure quella
di Robert Darnton, direttore della biblioteca dell’Università di Harvard , che
osserva come “quello che abbiamo sotto gli occhi giustifica grande
preoccupazione per la perdita di un certo tipo di lettura sostenuta”.
E
come dargli torto se si guarda ad un’altra novità che arriva questa volta dal
Giappone: nientemeno che i romanzi per telefonino. Si tratta di brevi
testi (lunghi all’incirca 40 righe) inviati a puntate ai lettori iscritti,
sottoforma di sms.
Al
di là dell’iniziale ilarità che la notizia può suscitare, vale la pena
riflettere sul fatto che questi keitai shosetzu (come sono chiamati in
giapponese) laggiù entrano ormai da anni nelle classifiche dei best-seller e
muovono un giro d’affari milionario.
Così,
raccogliendo la sfida che arriva dall’oriente, per risanare il mercato libraio
spagnolo in forte crisi, lo scrittore Juan Josè Millàs ha accettato di
collaborare col gestore di telefonia Movistar, per il lancio dell’articuento:
un ibrido tra articolo e racconto specificamente ideato per essere fruito tramite
sms. Si spera per le sorti dell’editoria ispanica che l’esperimento funzioni,
ma nel frattempo non si può fare a meno di interrogarsi su ciò che significhi
per il futuro della letteratura: costringere il pensiero nell’esiguo
contenitore di un messaggio elettronico non umilierà le aspirazioni alte che
esso si pone? Non toglierà obbligatoriamente spazio alla riflessione sui temi
profondi dell’uomo e della vita, che dopotutto dovrebbe essere l’essenza stessa
della letteratura?
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I "keitai shosetzu" ovvero i romanzi per telefonino sono ormai in Giappone dei veri best-seller
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Nel
frattempo anche l’Italia, sempre fanalino di coda nelle innovazioni, comincia a
muoversi ed è ragionevole aspettarsi che in una decina d’anni, il panorama che
si sta imponendo negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, diventi all’ordine
del giorno anche da noi.
Le
case editrici si accostano timidamente all’audiobook: sono già sul mercato
oltre 400 titoli e molti classici della letteratura sono scaricabili tramite
file mp3; sono disponibili in formato sonoro anche opere contemporanee (il
maggior successo è al momento l’audiolibro di Gomorra, letto dallo stesso Saviano, che ha venduto 15 mila copie).
Si moltiplicano inoltre i libri elettronici in salsa nostrana e i
festival di “editoria ed innovazione” volti a far conoscere tanto agli
operatori quanto al pubblico le tendenze che arrivano dall’estero e le
prospettive possibili nel nostro paese.
Resta
il dubbio di fondo su quanto alcune operazioni siano lecite, efficaci,
interessanti; sicuramente cambiare è il segreto che l’industria libraia dovrà
far suo per non soccombere; si spera solamente che la grande letteratura non ne
esca sminuita e frustrata!
“Assai
prima che esistesse l’oggetto libro, i cantastorie trasmettevano di generazione
in generazione nozioni fondamentali in forma narrativa: l’Odissea per
esempio… Il linguaggio scritto è una tecnologia recente nella lunga storia
della nostra specie… circa cinquecento anni fa l’invenzione dei caratteri
mobili sfociò nella riforma protestante, nell’illuminismo, nella rivoluzione
scientifica e industriale… Le tecnologie elettroniche modificheranno
radicalmente il modo in cui si trasmettono le informazioni, si leggono le
storie, si formano le culture. Le tecnologie cambiano il modo ma la natura
umana resta sempre la stessa. Altrimenti, bestseller come l’Iliade o Beowulf
sarebbero per noi, oggi, inintelligibili... L’industria del libro come l’ho
conosciuta io è già obsoleta, ma l’arte umana del narrare, che dell’umanità è
definizione, sopravviverà all’evoluzione delle culture… come ha sempre fatto… L’invenzione
della stampa a caratteri mobili creò per gli scrittori opportunità impossibili
da prevedere ai tempi di Gutemberg. Le opportunità che attendono gli scrittori
e i lettori nel prossimo futuro sono incommensurabilmente maggiori.”
E
se a fare tale previsione è Jason Epstein, storico editor che ha segnato
le scelte editoriali di case editrici come Doubleday e Randomhouse, che ha
vissuto il passaggio dai tempi eroici dell’editoria americana (quando i “mostri
sacri” del Novecento si sedevano a parlare con i giovani redattori)
all’industria editoriale, non resta che fidarci!
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