di Nina Maroccolo
A Gabriella Valli,
per il suo saggio “Maschio e femmina li creò…” ¹
309
Per il cuore di donna più possente
che mai conobbi, posso fare poco –
pure, il cuore di donna più possente
può anche esser trafitto da una freccia –
così, seguendo gli ordini del mio,
con maggior tenerezza a lei mi volgo.
EMILY DICKINSON
Trasmutazione
È arrivata l’ora della trasmutazione: l’èra matrilineare. Questo io ti
dico, Gabriella.
Donna che non
declina l’invito alla parola scomoda, pronta a scompaginarsi l’esistenza per
incalzante, umanissima genesi di creatura indocile e indomita. E tu lo sai
quanto me, amica cara: ai poeti si ruba il giorno, denunciava Pasolini; ma
quant’orribile verità vi è pure nel depredarli dall’oltrenotte, unica a
tutelarli da ogni turbolenza!… O turpiloquio?!
Destino, sorte,
fato, karma, quello dei poeti che camminano a piedi scalzi sulla neve della
loro afflizione: così intatto, immortale biancore. Abbagliante crepitare di una
baionetta puntata al petto: non ti muovi, non la scansi.
A un centimentro
dal cuore, non la scansi: questione di temperamento.
Anche l’orgoglio non
si ritrae: troppo orgoglioso – quasi se ne stupisce.
E tu grida. Voglio ascoltare l’incanto di una donna
che reclami la costola dalla quale nacque Adamo con il peccato impietrito: un
povero serpentello come casus belli.
Ne coglierai il segno, il luogo, la parola
irrevocabile.
Questo io ti dico, Gabriella. Un uomo, una donna, un giorno: “due
ieri insieme”, poetava l’amata Emily, annidata nella sua solitudine così simile
alla nostra. Magistra di scalpello e marmo dolente, di promettente digiuno per
un nonnulla quotidiano fatto di sangue offeso. Perché “due ieri insieme”, due
atomi d’amore possono giungere a non sopravvivere al proprio codice
genetico-antropologico. Esattamente come l’opera d’arte quando raggiunge il suo
stadio di perfezione e di bellezza. Immediatamente decreta una forma di lutto
per sublime riuscita compiutezza.
Del resto, il nostro DNA contempla il desiderio, ma
in fondo anche l’ignoranza dell’amore. Si ama, e all’apice abissale dell’amore
avviene uno scarto, una perdita.
Quella donna e quell’uomo non si bastano più. Ciò
che era perfetto diviene il sublime difettato. E il fattore disgregante ne
contempla la morte.
|
|
Michela Moretti, Senza titolo, dalla mostra "Segrete prigioni", éstilegallery, Roma, 2009
|
La verità, vi prego, sull’amore
C’è chi resta
neanche troppo imbarazzato del lascito umano, dell’abbandono causale, o distrattamente casuale, infingimento nella diaspora del dare e dell’avere. L’altro si disperde infinitesimale, e di fronte all’orrore della
separazione si aggiunge l’orrore della
deriva familiare.
Famiglia, volti cari. Fauna filiale di padre e di madre.
L’unione non più concepibile. Inconcepito, doloroso amore.
Definire
si può ciò che non argina tempeste, come l’invocare un risorgimento solitario
per assurgere a quei pubblici aspetti d’identificazione chiamati “nesso di
integrazione sociale”. Ma a te non basta: non si tratta di mera integrazione
bensì di “riconoscimento” del valore di
Eva nel suo ruolo triplice di donna, madre, sposa
fiorente.
Un cuore d’amazzone nell’estetica del reale.
Si riconosca atto d’amore la costola ceduta per
codesto amore, e non volermene amica mia, per
la provocazione amaramente ludica.
L’erba calpestata perisce, ma se qualcuno l’ascolta,
altrettanto potrà riviverla quale spirito ardente. Nell’ascendersi a un Dio
benevolo, affinché tale costola ritrovi il senso del proprio perire e
rinascere.
“La
verità, vi prego, sull’amore”, domanda
angustiato W. H. Auden. Troverà risposta?
Vige
supremo Thànatos, sua guardia del corpo prediletta. Ovvero: che sia Morte ad
anestetizzare Vita? Potrei rispondere: “è la repulsa della Colpa”, il dolore
innocente, la non-felicità bulimica concessa dalla fine dell’asservimento nei
confronti di chi si è amato, e in quanto amato – perduto.
Abbandonare lo stato della devozione, se
vi si riesce.
Il
sentimento di colpa Vita lo riconosce, anche se perseguitata da Morte – che non
significa mortalità, né vita immortale, né morte vitale. Si farà genesi,
incoronandosi testamentaria nell’espressione biblica In Principio fu la Luce…
e la Luce fu.
Eumenide irriconciliata
Non temere di temere ancora. Falla oggettivamente
fuori questa paura paralizzante, per ridurre l’ingombro degli eccessi
devozionali.
Spurgare le cose guaste: concetto di riparazione.
Stigma di femmina in realtà colma di forza, tesa alla padronanza del suo sé da
ritrovare. Comunque Eumenide irriconciliata, biografa per tutte noi. Senza patetici femminismi
che sanno di eresia in questi tempi, nell’odierno ammiccare ad un’errata
emancipazione, quando si fa totalitarismo imposto dall’avvento mediatico.
La
donna sta subendo un terrorismo psicologico paritetico a un patinato stupro di
massa, un pogrom d’adulterio nativo tra pubblicità, telefiction,
infingardi promotori di “reginette” per notti al tetrapak. Un fascismo
nazional-popolare da magazine, da
Canzoniere puttanesco del Terzo Millennio.
Ma
nessuno si senta escluso. Siamo i primi a permetterlo: me compresa.
Mi
trovo a intervenire sul libro di un’autrice profonda e intrigante come
Gabriella Valli, ed eccomi sferrare un attacco violento, un quasi
manifesto che sembra pullulare di discriminazioni nei riguardi di donne a me limitrofe. Ed è questo
confine con la sua restrizione a farsi per me limaccioso, livellato
all’appiattimento, ai parametri conformisti che se le mangiano vive le donne – oggi.
Le mie donne...
Perché «mie»? Le
sento, le odo, ascolto i loro desideri, il loro vuotissimo vuoto. I vuoti nudi,
le profonde fragilità.
Sono audacemente donna, e ne soffro. Soffro nel guardare una simillima buttarsi via. Non voglio
una sorella kleenex, impasto di muco virulento, con starnuto – talvolta –
possentemente virile.
Non basta rinnegare la propria femminilità?
No.
C’è di mezzo anche il potere, non meno acceso di quello maschile. Sicuramente,
anzi, più scaltro, poiché albeggia sul concetto di “eliminazione”, “sopruso”,
“mobbing” delle rivali; e tramonta passo passo col degrado etico, quello
seriale e periferico. Pure industriale. Possibile nutrimento per le varie
Thyssenkrupp, con volitivo
materiale umano resistente – eppure perennemente a rischio.
Benazir e Ayaan
Allora
penso a Benazir Bhutto, leader dell’opposizione pachistana, donna bellissima e
di grande intelligenza, assassinata nel dicembre 2007 da un kamikaze dopo un
comizio pre-elettorale tenutosi nella città di Rawalpindi. Una donna
consapevole dei rischi che correva tornando nel suo paese dopo anni di esilio
ed una storia familiare drammatica, che pagò ideali politici con un tributo di
sangue terribile: l’uccisione del padre e di due fratelli da parte dei
generali, il primo, e degli integralisti islamici, i secondi. Una storia
lunghissima, quanto le traversie del suo amato Pakistan. E Benazir era tornata,
esponendosi alle piazze, parlando alle donne, seguendo un programma politico
democratico per quelle elezioni che dovevano avvenire l’8 gennaio del nuovo
anno.
Lei
non c’è più. Restano i talebani, Al Qaeda, e la tenebra dell’atomica.
Penso
ad Ayaan Hirsi Ali, classe 1969, politica e scrittrice olandese di origine somala
che si è sempre impegnata in favore dei diritti umani
e delle donne. Schierata su posizioni anti-islamiche,
è diventata successivamente atea, anche in seguito alla condizione della donna
in submission nei paesi di maggioranza islamica. Nel 1992 ha ottenuto asilo politico
in Olanda
e si è laureata in Scienze Politiche; dopodidiché ha preso la
cittadinanza ed è diventata parlamentare.
È
proprio il film “Submission” (Sottomissione, tradotto letteralmente
significa “Islam”), di cui è stata la sceneggiatrice, a causare il 2 novembre
2004 la morte per fatwa del regista del film Theo Van Gogh, assassinato da Mohammed Bouyeri.
Da allora Hirsi Ali ha vissuto protetta da una scorta armata, pur lasciando
l’Olanda nel 2006 per trasferirsi a Washington.
Ma
ecco che nell’ottobre del 2007 il governo olandese decide di toglierle la
scorta, poiché questa, secondo le normative vigenti nel territorio, è
esclusivamente a disposizione dei cittadini residenti.
La Danimarca le offre subito protezione, sulla base
di un programma atto a sostenere quegli scrittori minacciati di fatwa dai
fanatici islamici.
Hirsi
Ali ha comunque affermato di voler restare negli Stati Uniti.
Il femminino numinoso
Due
donne. Due esempi della nostra Storia contemporanea.
Non
sono le uniche. Quante donne si fanno portatrici di ideali, di denuncia, di
azioni concrete per risoluzioni sociali e politiche; quante si curano con
l’erudizione, la cultura; quante si
confrontano con il mondo, con il proprio dolore, con l’agonia della simile
accanto. Quante ne muoiono col palato appiccicato alla lingua, aids, vagina e
bocca cucite. I bimbi in preda ai corvi.
Quante
potenziali Benazir e Ayaan ci abitano. E non lo sappiamo.
Ma cerco anche il femminino numinoso, un arcaico
primitivismo rivelatorio e medianico. Di Colei che sa, ancora prima di sapere.
Di Colei che conosce, poiché volontà di conoscenza.
Siamo dannate, condannate dal seme dell’ignoranza; e
non sempre tutto è perdonabile.
Delle donne vorrei vestire la sorellanza, il volto amabile, il dimorarmi come sodalizio
istituzionale; non semplice ipotesi da varare con previsto commiato.
Già lo
senti quell’addio restituito al mittente: è senza possibilità di ritorno.
Adamo dalla costola di Eva
“Lui
non mi capisce!” lamenta una ventenne in metropolitana.
No, è
lei che non comprende, inverto e immagino.
E non
mi comprende la mia amica – penso, mentre la ragazza continua querula – la mia
vicina di casa, mia figlia, mia madre. Tutta la genìa femminile non mi capisce,
dunque parlo con Dio e la Natura. Il sublime che
tiene.
Striscio da loro, dai miei prodigi. Non
sapevo quanto fosse impegnativo andare di casa in casa in cerca di luce.
Tornare via? Può darsi. Ma solo per cercare altre anime simili
alla mia.
La casa, la luce, un’anima: e maschio e
femmina li ricreò. Malgrado tutto, Adamo dalla costola di Eva, nell’èra della
trasmutazione. L’epopea inarrestabile, matrilineare, di un semplice cuore di
donna.
Grazie Gabriella, perché mi riaccendi costantemente la
difficoltà, la voglia di osservare il fulgore del nostro antico esistere,
privilegiando quella straordinaria donna che per il figlio incarnato venne
tacciata d’adultera: Maria.
A lei dobbiamo la rivelazione dogmatica, l’atto di
fede. Credere o rimpiangere, nel rifiuto, il paradosso di piume alate,
concepimento del viandante umano, il mistero che ora e sempre ci travolgerà.
“Signore,
Adonái, la tua frase rivolta a nostra madre Eva: «In sforzo farai nascere
figli», non mi spaventa. È giusta l’ora delle spinte in fuori, dello sforzo. Ce
ne vorrà molto per staccarmi il bambino. Stiamo così bene in due in un corpo
solo. Benedetto lo sforzo che ci imponi.” ²
Così
ogni volta finisce, si riaccende –
richiamo l’amata Emily – “la fatica del giorno”.
_____________________________________
¹ Il volume di Gabriella Valli è uscito da Pagine nel 2008
² Da In nome della Madre di Erri De Luca, Feltrinelli 2006,
pag. 31.
Scarica in formato pdf
|