SPAZIO LIBERO
LETTERA A GABRIELLA VALLI
Quasi un manifesto per un’Eumenide irriconciliata


      
Un mercuriale intervento di carattere epistolare indirizzato all’autrice del saggio “Maschio e femmina li creò…”. Note poetocritiche sui mai ricomposti conflitti tra i due sessi, invocando l’avvento di un’era matrilineare e una orgogliosa reazione all’attuale violenza mediatico-politica sul corpo delle donne. Pensando anche a due luminosi e ‘numinosi’ esempi di femminilità ribelle alla società patriarcale: la leader pakistana Benazir Bhutto e la scrittrice olandese di origine somala Ayaan Hirsi Ali.
      



      

di Nina Maroccolo

 

 

A Gabriella Valli,

per il suo saggio “Maschio e femmina li creò…” ¹

 

 

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Per il cuore di donna più possente

che mai conobbi, posso fare poco –

pure, il cuore di donna più possente

può anche esser trafitto da una freccia –

così, seguendo gli ordini del mio,

con maggior tenerezza a lei mi volgo.

 

EMILY DICKINSON

 

 

Trasmutazione

 

È arrivata l’ora della trasmutazione: l’èra matrilineare. Questo io ti dico, Gabriella.

Donna che non declina l’invito alla parola scomoda, pronta a scompaginarsi l’esistenza per incalzante, umanissima genesi di creatura indocile e indomita. E tu lo sai quanto me, amica cara: ai poeti si ruba il giorno, denunciava Pasolini; ma quant’orribile verità vi è pure nel depredarli dall’oltrenotte, unica a tutelarli da ogni turbolenza!… O turpiloquio?!

Destino, sorte, fato, karma, quello dei poeti che camminano a piedi scalzi sulla neve della loro afflizione: così intatto, immortale biancore. Abbagliante crepitare di una baionetta puntata al petto: non ti muovi, non la scansi.

A un centimentro dal cuore, non la scansi: questione di temperamento.

Anche l’orgoglio non si ritrae: troppo orgoglioso – quasi se ne stupisce.

  

E tu grida. Voglio ascoltare l’incanto di una donna che reclami la costola dalla quale nacque Adamo con il peccato impietrito: un povero serpentello come casus belli.

Ne coglierai il segno, il luogo, la parola irrevocabile.

Questo io ti dico, Gabriella. Un uomo, una donna, un giorno: “due ieri insieme”, poetava l’amata Emily, annidata nella sua solitudine così simile alla nostra. Magistra di scalpello e marmo dolente, di promettente digiuno per un nonnulla quotidiano fatto di sangue offeso. Perché “due ieri insieme”, due atomi d’amore possono giungere a non sopravvivere al proprio codice genetico-antropologico. Esattamente come l’opera d’arte quando raggiunge il suo stadio di perfezione e di bellezza. Immediatamente decreta una forma di lutto per sublime riuscita compiutezza.

Del resto, il nostro DNA contempla il desiderio, ma in fondo anche l’ignoranza dell’amore. Si ama, e all’apice abissale dell’amore avviene uno scarto, una perdita.

Quella donna e quell’uomo non si bastano più. Ciò che era perfetto diviene il sublime difettato. E il fattore disgregante ne contempla la morte.




Michela Moretti, Senza titolo, dalla mostra "Segrete prigioni", éstilegallery, Roma, 2009


La verità, vi prego, sull’amore

 

C’è chi resta neanche troppo imbarazzato del lascito umano, dell’abbandono causale, o  distrattamente casuale, infingimento nella diaspora del dare e dell’avere. L’altro si disperde infinitesimale, e di fronte all’orrore della separazione si aggiunge l’orrore della deriva familiare.

Famiglia, volti cari. Fauna filiale di padre e di madre.

L’unione non più concepibile. Inconcepito, doloroso amore.

Definire si può ciò che non argina tempeste, come l’invocare un risorgimento solitario per assurgere a quei pubblici aspetti d’identificazione chiamati “nesso di integrazione sociale”. Ma a te non basta: non si tratta di mera integrazione bensì di “riconoscimento” del valore di Eva nel suo ruolo triplice di donna, madre, sposa fiorente.

Un cuore d’amazzone nell’estetica del reale.

 

Si riconosca atto d’amore la costola ceduta per codesto amore, e non volermene amica mia, per la provocazione amaramente ludica.

L’erba calpestata perisce, ma se qualcuno l’ascolta, altrettanto potrà riviverla quale spirito ardente. Nell’ascendersi a un Dio benevolo, affinché tale costola ritrovi il senso del proprio perire e rinascere.

 

“La verità, vi prego, sull’amore”, domanda angustiato W. H. Auden. Troverà risposta?

 

Vige supremo Thànatos, sua guardia del corpo prediletta. Ovvero: che sia Morte ad anestetizzare Vita? Potrei rispondere: “è la repulsa della Colpa”, il dolore innocente, la non-felicità bulimica concessa dalla fine dell’asservimento nei confronti di chi si è amato, e in quanto amato – perduto.

Abbandonare lo stato della devozione, se vi si riesce.

Il sentimento di colpa Vita lo riconosce, anche se perseguitata da Morte – che non significa mortalità, né vita immortale, né morte vitale. Si farà genesi, incoronandosi testamentaria nell’espressione biblica In Principio fu la Luce… e la Luce fu.

 

 

Eumenide irriconciliata

 

Non temere di temere ancora. Falla oggettivamente fuori questa paura paralizzante, per ridurre l’ingombro degli eccessi devozionali.

Spurgare le cose guaste: concetto di riparazione. Stigma di femmina in realtà colma di forza, tesa alla padronanza del suo sé da ritrovare. Comunque Eumenide irriconciliata, biografa per tutte noi. Senza patetici femminismi che sanno di eresia in questi tempi, nell’odierno ammiccare ad un’errata emancipazione, quando si fa totalitarismo imposto dall’avvento mediatico.

La donna sta subendo un terrorismo psicologico paritetico a un patinato stupro di massa, un pogrom d’adulterio nativo tra pubblicità, telefiction, infingardi promotori di “reginette” per notti al tetrapak. Un fascismo nazional-popolare da magazine, da Canzoniere puttanesco del Terzo Millennio.

Ma nessuno si senta escluso. Siamo i primi a permetterlo: me compresa.

 

Mi trovo a intervenire sul libro di un’autrice profonda e intrigante come Gabriella Valli, ed eccomi sferrare un attacco violento, un quasi manifesto che sembra pullulare di discriminazioni nei  riguardi di donne a me limitrofe. Ed è questo confine con la sua restrizione a farsi per me limaccioso, livellato all’appiattimento, ai parametri conformisti che se le mangiano vive le donne –  oggi.

Le mie donne... Perché «mie»? Le sento, le odo, ascolto i loro desideri, il loro vuotissimo vuoto. I vuoti nudi, le profonde fragilità.

Sono audacemente donna, e ne soffro. Soffro nel guardare una simillima buttarsi via. Non voglio una sorella kleenex, impasto di muco virulento, con starnuto – talvolta – possentemente virile.

Non basta rinnegare la propria femminilità?

No. C’è di mezzo anche il potere, non meno acceso di quello maschile. Sicuramente, anzi, più scaltro, poiché albeggia sul concetto di “eliminazione”, “sopruso”, “mobbing” delle rivali; e tramonta passo passo col degrado etico, quello seriale e periferico. Pure industriale. Possibile nutrimento per le varie Thyssenkrupp, con volitivo materiale umano resistente – eppure perennemente a rischio.

 

 

Benazir e Ayaan

 

Allora penso a Benazir Bhutto, leader dell’opposizione pachistana, donna bellissima e di grande intelligenza, assassinata nel dicembre 2007 da un kamikaze dopo un comizio pre-elettorale tenutosi nella città di Rawalpindi. Una donna consapevole dei rischi che correva tornando nel suo paese dopo anni di esilio ed una storia familiare drammatica, che pagò ideali politici con un tributo di sangue terribile: l’uccisione del padre e di due fratelli da parte dei generali, il primo, e degli integralisti islamici, i secondi. Una storia lunghissima, quanto le traversie del suo amato Pakistan. E Benazir era tornata, esponendosi alle piazze, parlando alle donne, seguendo un programma politico democratico per quelle elezioni che dovevano avvenire l’8 gennaio del nuovo anno.

Lei non c’è più. Restano i talebani, Al Qaeda, e la tenebra dell’atomica.

 

Penso ad Ayaan Hirsi Ali, classe 1969, politica e scrittrice olandese di origine somala che si è sempre impegnata in favore dei diritti umani e delle donne. Schierata su posizioni anti-islamiche, è diventata successivamente atea, anche in seguito alla condizione della donna in submission nei paesi di maggioranza islamica. Nel 1992 ha ottenuto asilo politico in Olanda e si è laureata in Scienze Politiche; dopodidiché ha preso la cittadinanza ed è diventata parlamentare.

È proprio il film “Submission” (Sottomissione, tradotto letteralmente significa “Islam”), di cui è stata la sceneggiatrice, a causare il 2 novembre 2004 la morte per fatwa del regista del film Theo Van Gogh, assassinato da Mohammed Bouyeri. Da allora Hirsi Ali ha vissuto protetta da una scorta armata, pur lasciando l’Olanda nel 2006 per trasferirsi a Washington.

Ma ecco che nell’ottobre del 2007 il governo olandese decide di toglierle la scorta, poiché questa, secondo le normative vigenti nel territorio, è esclusivamente a disposizione dei cittadini residenti.

La Danimarca le offre subito protezione, sulla base di un programma atto a sostenere quegli scrittori minacciati di fatwa dai fanatici islamici.

Hirsi Ali ha comunque affermato di voler restare negli Stati Uniti.






Il femminino numinoso

 

Due donne. Due esempi della nostra Storia contemporanea.

Non sono le uniche. Quante donne si fanno portatrici di ideali, di denuncia, di azioni concrete per risoluzioni sociali e politiche; quante si curano con l’erudizione, la cultura; quante si confrontano con il mondo, con il proprio dolore, con l’agonia della simile accanto. Quante ne muoiono col palato appiccicato alla lingua, aids, vagina e bocca cucite. I bimbi in preda ai corvi.

Quante potenziali Benazir e Ayaan ci abitano. E non lo sappiamo.

Ma cerco anche il femminino numinoso, un arcaico primitivismo rivelatorio e medianico. Di Colei che sa, ancora prima di sapere. Di Colei che conosce, poiché volontà di conoscenza.

Siamo dannate, condannate dal seme dell’ignoranza; e non sempre tutto è perdonabile.

Delle donne vorrei vestire la sorellanza, il volto amabile, il dimorarmi come sodalizio istituzionale; non semplice ipotesi da varare con previsto commiato.

Già lo senti quell’addio restituito al mittente: è senza possibilità di ritorno.

 

 
Adamo dalla costola di Eva

 

“Lui non mi capisce!” lamenta una ventenne in metropolitana.

No, è lei che non comprende, inverto e immagino.

E non mi comprende la mia amica – penso, mentre la ragazza continua querula – la mia vicina di casa, mia figlia, mia madre. Tutta la genìa femminile non mi capisce, dunque parlo con Dio e la Natura. Il sublime che tiene.

Striscio da loro, dai miei prodigi. Non sapevo quanto fosse impegnativo andare di casa in casa in cerca di luce.

Tornare via? Può darsi. Ma solo per cercare altre anime simili alla mia.

La casa, la luce, un’anima: e maschio e femmina li ricreò. Malgrado tutto, Adamo dalla costola di Eva, nell’èra della trasmutazione. L’epopea inarrestabile, matrilineare, di un semplice cuore di donna.

Grazie Gabriella, perché mi riaccendi costantemente la difficoltà, la voglia di osservare il fulgore del nostro antico esistere, privilegiando quella straordinaria donna che per il figlio incarnato venne tacciata d’adultera: Maria.

A lei dobbiamo la rivelazione dogmatica, l’atto di fede. Credere o rimpiangere, nel rifiuto, il paradosso di piume alate, concepimento del viandante umano, il mistero che ora e sempre ci travolgerà.

“Signore, Adonái, la tua frase rivolta a nostra madre Eva: «In sforzo farai nascere figli», non mi spaventa. È giusta l’ora delle spinte in fuori, dello sforzo. Ce ne vorrà molto per staccarmi il bambino. Stiamo così bene in due in un corpo solo. Benedetto lo sforzo che ci imponi.” ²

 

Così ogni volta finisce, si riaccende –  richiamo l’amata Emily – “la fatica del giorno”.

 

 

 

 

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¹ Il volume di Gabriella Valli è uscito da Pagine nel 2008

 

² Da In nome della Madre di Erri De Luca, Feltrinelli 2006, pag. 31.




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