SPAZIO LIBERO
LETTERA APERTA
A VIRA FABRA
Ricercando nella memoria i ‘resti dell’amore’


      
Un’epistola critico-sentimentale alla consorte scomparsa, che si srotola anche come una vita ipotetica o immaginaria tra il Maggio ’68 parigino a braccetto con Jean-Paul Sartre e il milieu artistico e intellettuale siciliano tra ‘singlossie’ e scritture poetico-oniriche da trasferire tattilmente sulla superficie di pietre come sui muri di casa oppure su tovaglie, tovaglioli, lenzuoli, federe di cuscini o camicie.
      



      

di Ignazio Apolloni

 

           

Gentile Signora,

                            forse mi sbaglierò, la confondo con un’altra altrettanto bella donna confusa tra la folla (come in un autentico fotoromanzo). Fu alla stazione di Torino, verso la fine del 1952. Vi ero arrivato con un copione in mano e al seguito un fotografo dalle miti pretese (la nostra era una società di produzione; quella che avrebbe dovuto editare il romanzo, con qualche pretesa in più ma non molte). Mi aggirai da un binario al successivo e, ancora dopo, su e giù non so quante volte scrutando in faccia questa o quella femmina – è noto che nei fotoromanzi, contrariamente a quelli che sarebbero divenuti teleromanzi – si guardava più e si pretendeva la femmina, la carne, gli effluvi della donna prossima ad entrare in calore che non la bellezza; le fattezze; il sorriso; la dentatura di un bianco smagliante alla quale ci avrebbero abituati in seguito gli americani.

Ricordo che lei fu un tantino infastidita dal mio venirle dietro: non proprio pronto a farle la proposta perché appunto non era il tipo che cercavo. Cercò più volte di seminarmi chiudendosi a riccio e nascondendosi dietro pastrani e pellicce, a seconda di chi dovesse salire in terza o prima classe. Da ultimo la vidi salire in una vettura di prima, destinazione Palermo. Colto da un raptus e dimentico delle ragioni per cui mi trovavo a Torino, salii anch’io e mi sedetti – sfrontatamente, devo dire – di fronte a lei: l’unico posto libero rimasto. Pochi istanti dopo il treno si mosse ed ebbe inizio l’altalena di sguardi che vanno da me a lei, subito ricambiati con un quid pluris scambiato per una freccia prossima a scoccare (secondo l’etica dell’epoca molto prossima al pudore e talvolta alla pudicizia). Ovvio che a terra era rimasto il mio fotoreporter: è il caso di dire con tanto di naso.

La prima fermata fu Vercelli (mi pare), giusto il tempo di scambiarsi gli indirizzi e solo quelli stante che tutti e due, sopratutto io, eravamo in parziale bolletta sicché niente telefono: né col filo né senza filo. Entrambi però in quel momento, almeno supponevo, avevamo intenzione di dar vita a una storia d’amore durevole; diciamo dunque che quella in corso prefigurava un flirt, una sorta di blind date: l’amore è appunto cieco. Successe perciò il prevedibile, l’inevitabile.

 

Dopo quindici anni circa, nel maggio ’68 – il maggio francese – recatomi a Parigi, per seguire gli avvenimenti della rivoluzione studentesca, la scoprii tra la folla gridare L’imagination au pouvoir. Mi riconobbe; la riconobbi; la riconobbe pure il mio fotoreporter: quello stesso di Torino, rimasto quella volta in panne perché io mi ero lasciato prendere non proprio dalla foia ma da un improvviso sentimento di amore per la bellezza. Non ho ancora detto che a causa del mancato rispetto dell’impegno mi ritrovai in una selva oscura nel senso che fui, di ritorno da Vercelli, licenziato in tronco.

Questa seconda volta invece mi è andata meglio: la foto che la inquadra col vessillo in mano dell’Università di Nantes, in prima fila con quelli della Sorbona e al braccio di Sartre (sempre lui), fece il giro del mondo. Non potevo perdermi l’occasione di rivederla la sera stessa. Seguii il corteo. Ebbi qualche spintone e una manganellata sulla schiena di cui tuttora porto il segno. Quando ebbi a chiederle perché a Parigi e non a Siena a seguire le evoluzioni dei cavalli e cavalieri che si contendono il Palio mi rispose con un sorrisetto tra il birichino e il sornione. Quindi aggiunse:

“Avevo sei anni allorquando mio padre mi condusse per la prima volta a Parigi spiegandomi ‘Questo sarà il tuo futuro, considerata la tua abitudine a vedere rivoluzionati i costumi a partire da quelli espressi da occhiatine e occhiatacce lanciate da uomini con baffi e senza baffi a qualsiasi donna che porti i pantaloni o un gonnellino alla Mary Quant’”.






Volle farmi sapere subito (non può negarlo) di avere appena pubblicato con un certo editore Gastaldi un romanzo il cui titolo, se ben ricordo, era I resti dell’amore. “Resti perché”? le chiesi; e lei – dopo avere a lungo tergiversato – mi fece intuire che a ben pensarci, forse ero anch’io uno dei resti. Lasciammo nel vago l’argomento salvo riprenderlo nel tempo, con apparente indifferenza. Fu un’intera serata di schermaglie alimentata dal ricordo che lei doveva ancora avere di possibili storie d’amore iniziate e mai finite. Ebbi un qualche rimorso, a cominciare da quel casuale incontro alla stazione Porta Nuova di Torino conclusosi con il mio licenziamento. Ma come avrei potuto cercarla se ero rimasto con solo le speranze alle quali è abituato un qualsiasi disperato e con nemmeno una semplice bozza di contratto da firmare?

Non le confidai quel che mi era successo: avrebbe fatto peraltro contrasto con ciò che adesso ero: un giornalista di successo; corrispondente della Reuter, insomma sulla cresta dell’onda. Né mai più evocammo quel nostro passato perduto; svanito; frutto di immaginazione più che reale; serbatoio di memorie dolorose; arcano; perfino fatto di sogni. Finché lei non ebbe a scrivere romanzi brevi, o saggi, in cui aleggiano quella e tante altre tematiche di eguale dignità.

Me ne mandò copia (ma come seppe dove abitavo? un autentico rebus). Li lessi. Li centellinai. A margine di alcune pagine un giorno ci troverà le mie chiose. Li trovai tendenzialmente portati alla duplice riflessione sull’essere e sul divenire – con particolare tendenza all’analisi dei sentimenti tra cui la paura. Doveva averne provata tanta durante la guerra: le tradotte; i travestimenti per sfuggire a fascisti e nazisti (si legge nei libri che suo nonno con quel nome, Abramo, doveva avere destato qualche sospetto); persino l’U.N.P.A. impegnata a scavare tra le macerie per salvare vite o recuperare resti. Sentiva e ne scrisse che le era stata negata una parte della giovinezza con l’averla costretta, da giovane universitaria, ad assistere a Torino, da infermiera – o frequentando corsi di sopravvivenza – feriti di ritorno dal fronte offrendo loro un brandello della sua camicetta in mancanza di garze. La riconoscenza dei feriti – chi sa perché tutti ufficiali – si trasformò presto in corte; le fecero proposte per dopo che fossero ritornati al fronte e tornati – fortunosamente – vivi. Forse le chiesero un pegno d’amore: sdegnosamente – ma con qualche pentimento successivo, ritengo – del tutto rifiutato. Qualcosa del genere è possibile leggere tra le righe della sua produzione narrativa, velatamente però, com’era nello stile della prosa d’arte. Poi si dedicò a ben altro, presa dalla temperie degli eventi politico-letterari seguiti al ’68. Ancora dopo si versò sul nuovo costituito dalla scienza senza tuttavia mai dimenticare le sue affinità con il pensiero cogente e sopratutto la filosofia: traendone spunti per interrogazioni e riflessioni sulle quali non ho ancora finito di indagare.

Vuole saperne qualcuna? È sufficientemente curiosa, oppure preferisce un mio monologo non sollecitato da domande? Se è così passo subito a manifestarle la mia empatia per tutto ciò di cui discutemmo per anni – senza alcun risultato apprezzabile, ovviamente – attraverso lettere o biglietti autografi lasciati da me nelle più svariate sedi nelle quali andava a rinchiudersi per vivere liberamente i suoi stati di estasi. In particolare prediligeva un appartamentino a mezza montagna; ampia veduta sulla campagna acerba, abbandonata, e perciò casette e masserie le quali lentamente andavano integrandosi con il colore della paglia, dopo secoli di coltivazione a grano; oppure del colore del muschio se i relativi agenti – in verità non proprio patogeni – si erano impadroniti di muri e travi di legno. Mi fece allora, una sola volta, il nome del paesino: mi pare si chiamasse Isnello dove pare abbia passato intere estati e molti week-end a macerarsi e vedersi spalancare scenari in cui a sopravvivere non siano solo le tombe dei faraoni o i trattati sull’imbalsamazione bensì anche il prodotto dell’ingegno umano: compreso quello trasfuso nelle opere letterarie o saggistiche. Per darmi contezza delle sue elucubrazioni, accompagnate da speranze nella virtù divinatoria della scrittura, mi mandava pile di carta dattiloscritta con l’ausilio di una presumibile Olivetti 22: dai caratteri ormai del tutto o quasi illeggibili in quanto il piombo di cui erano fatti aveva perso la propria consistenza.

Con una pazienza che non mi conoscevo – e nel nome di un ipotetico amore sorto nel ’52; rinfocolatosi nel ’68 a Parigi dove aveva esibito tutta la sua capacità di performer (coadiuvata però dallo sguardo strabico, smarrito, di Jean-Paul Sartre) – lessi; rilessi; tradussi in cinetico ciò che sembrava essere nato da persona ipercinetica: riuscendo a capirci quanto basta. Per anni glieli ho rimandati, quei testi, in bella grafia e pronti per l’uso. Ho saputo soltanto di recente della loro pubblicazione su una rivista diciamo cult, dal titolo francesizzante (forse in onore di quella sua esperienza francese). Il titolo della rivista mi pare fosse Écriture et Singlossie.

Mi ringraziava ogni volta, sempre garbatamente. Nessuna cedevolezza ai languori; quasi un rito da consumare in palcoscenico: altro che nella vita. Le avevo accennato al mio essere rimasto solo, in compagnia di fantasmi, fantasma io stesso, con la speranza di intenerirla. Non ne venne fuori nulla malgrado la tentassi con le ultime ricerche in campo biologico ad opera di certo Craig Venter in materia di genoma umano, codice genetico, un mix di vita naturale arricchito da vita artificiale in grado di conservare e trasmettere quanto di utile abbiano prodotto i nostri neuroni. Lei però sembrava più attratta dalla filosofia che non dai microscopi; pretendeva il soccorso dell’amato Socrate (lui sì davvero amato, e che io sappia nessun altro oltre a Cartesio); non andava al di là di Galileo; appena sfiorato il grande Newton; attenzione costante comunque al concetto di verità (mi confidò quale sarebbe stato l’argomento prossimo di un nuovo saggio: La verità da Aristotele a Tarski). Per edulcorare comunque il nostro rapporto epistolare – che altrimenti sarebbe finito col diventare arido – intervallava la spedizione dei saggi con qualche commento critico sulle mie opere, laddove traspariva facilmente il suo quasi nessun interesse per la visione del mondo che io ho nel prossimo futuro, finendo col salvare soltanto le favole.

Convengo. Ho sempre apprezzato la sua franchezza. Non c’è molto da prendere in quella prosa se non la speranza nella sopravvivenza della specie umana, depurata però di malvagi. Ricordo che ne discutemmo: quale la parte marcia del genoma e quale quella buona. Nessuno dei due capace di dare la risposta. Frattanto però lei se n’è andata. Leggerà comunque nelle cronache del nostro tempo i risultati degli sforzi costanti che si fanno non solo per allungare la vita – alla quale teneva pure lei purché lucida e produttiva di ulteriore pensiero – ma nientemeno per riuscire a sfiorare l’immortalità con il bloccare il processo di decadimento delle cellule, a partire dai neuroni: secondo le previsioni del premio Nobel Blackburn.




Ultimi tattili ai margini della memoria: un audiovisivo (1983) di Vira Fabra


Ci dicemmo queste cose da ieri al ’68 (capovolgendo il tempo)? o tra il ’68 e il ’52 (sempre nello stesso orizzonte temporale posto alle spalle piuttosto che davanti a noi: e non dovrebbe essere una pura ipotesi fantascientifica)? Non saprei; non ricordo; dovrei andare a rileggermi le sue considerazioni – solo raramente influenzate da me – su Essere e Tempo: questioni di ordine filosofico alle quali era rimasta legata come un qualsiasi bambino al suo ciucciotto. Ci si macerava; scriveva e buttava via il superfluo provando quindi a far quadrare il cerchio, o viceversa. Mi sovviene pure della sua attività manuale, quando venivo a trovarla a Palermo in Via Trinacria 52, alle prese con colori e pennelli per trasfondere sulla superficie di pietre; sui muri di casa e non solo (già nel ‘68, dai fatti di Ustica); su tovaglie; tovaglioli; lenzuoli; federe di cuscini o camicie (nella parte frontale se di marca cinese o sul retro) brani di poesie o poesie intere. Quale lo scopo se non quello di rendere imperituro il linguaggio poetico-onirico sussunto come viatico contro l’inesorabilità del tempo. Ma non era solo questo a guidarla, nel silenzio in cui operava, perché nutriva un sacro rispetto per l’ospite una volta invitato a pranzo o cena. Per rendere confortevole, conviviale, la sua presenza a tavola stendeva una delle sue tovaglie fittamente carica di segni alfabetici costringendo l’ospite a una lettura ammirata non solo del testo bensì anche della forma geometrica – perfetta nella sua estensione – della narrazione trasfusa sulla tela.

Le si poteva leggere negli occhi la gioia di vedere quelli degli altri posarsi sulla sua abilità di scrittrice di segni e solo secondariamente sulla bontà letteraria o filosofica del testo. Si cimentò anche nel riprodurre su supporti analoghi – massimamente asciugamani di lino – un profilo di donna corredato da numeri e formule matematiche di difficile interpretazione ma tutte attinenti alle varie civiltà susseguitesi, e con riferimento al genere femminile: un tempo castrato nelle sue aspettative e di nuovo minacciato. Produsse nell’83 gli Ultimi tattili ai margini della memoria di cui è andata fiera: orgogliosa di avere posto in essere il primo tentativo di una intellettuale nell’usare un mezzo tecnologicamente avanzato, almeno in quel tempo, per documentare e riflettere su tematiche che vanno dalla paura in tutti i sensi, alle crociate; dalle guerre alla Rivoluzione francese; da Egina alle Colonne d’Ercole per finire con Campo de’ fiori quanto alle tematiche di fondo. Mi parlò quasi beata, perché in perfetta sintonia con lei, di un certo Francesco Carbone, critico d’arte, artista; teorico e quasi teologo della Singlossia: la nuova scienza che aveva ispirato il suo audiovisivo. Parlava quindi sempre più spesso, ovviamente contagiandoci, di tale Rossana Apicella, semiologo di Brescia che stava spandendo a piene mani su tutto il territorio nazionale il concetto e i postulati di quella scienza nata in contrapposizione e come superamento della poesia visiva.

Cos’è rimasto di lei e della sua opera oltre che delle sue riflessioni sull’Essere e il Divenire? Molto, mi creda.

Se è vero che Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma scoprirà (sotto mentite spoglie?) come il meglio delle sue elucubrazioni renderà più veloce, più durevole, la fiducia dell’uomo nei suoi mezzi: e parlo ovviamente sopratutto del pensiero cogente, attivo nel suo fare (il poiein), ivi compreso il progresso della scienza). So bene quanto lei ci abbia scommesso. Mi creda allora se le dico: Vedrà! Sarà ripagata! le basti questo.

Se dovessi incontrarla un giorno in uno dei viali di Parigi, diciamo in una sorta di flash back, le proverò quanto avesse ragione nel credere in un futuro più bello, più roseo, meno condizionato dalla paura, votato a impadronirsi, tutti quanti gli esseri pensanti, delle leggi della natura: per modificarle; per piegarle ai desideri degli uomini, primo fra tutti il sopravvivere a se stessi attraverso le opere cui essi danno vita. Sarà sopratutto eccitante parlarne in uno dei luoghi da lei più frequentati – quel bar di Avenue de l’Opera dove andava a fare colazione a base di brioche e caffè, ricordandomi come Parigi fosse la città nella quale già due volte nella Storia si è fin qui parlato, gridato, creduto fermamente e definitivamente nell’utopia.

 




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