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di Ignazio Apolloni
Gentile Signora,
forse mi sbaglierò,
la confondo con un’altra altrettanto bella donna confusa tra la folla (come in
un autentico fotoromanzo). Fu alla stazione di Torino, verso la fine del 1952.
Vi ero arrivato con un copione in mano e al seguito un fotografo dalle miti
pretese (la nostra era una società di produzione; quella che avrebbe dovuto
editare il romanzo, con qualche pretesa in più ma non molte). Mi aggirai da un
binario al successivo e, ancora dopo, su e giù non so quante volte scrutando in
faccia questa o quella femmina – è noto che nei fotoromanzi, contrariamente a
quelli che sarebbero divenuti teleromanzi – si guardava più e si pretendeva la
femmina, la carne, gli effluvi della donna prossima ad entrare in calore che
non la bellezza; le fattezze; il sorriso; la dentatura di un bianco smagliante
alla quale ci avrebbero abituati in seguito gli americani.
Ricordo che
lei fu un tantino infastidita dal mio venirle dietro: non proprio pronto a
farle la proposta perché appunto non era il tipo che cercavo. Cercò più volte
di seminarmi chiudendosi a riccio e nascondendosi dietro pastrani e pellicce, a
seconda di chi dovesse salire in terza o prima classe. Da ultimo la vidi salire
in una vettura di prima, destinazione Palermo. Colto da un raptus e dimentico
delle ragioni per cui mi trovavo a Torino, salii anch’io e mi sedetti –
sfrontatamente, devo dire – di fronte a lei: l’unico posto libero rimasto.
Pochi istanti dopo il treno si mosse ed ebbe inizio l’altalena di sguardi che
vanno da me a lei, subito ricambiati con un quid pluris scambiato per una
freccia prossima a scoccare (secondo l’etica dell’epoca molto prossima al pudore
e talvolta alla pudicizia). Ovvio che a terra era rimasto il mio fotoreporter:
è il caso di dire con tanto di naso.
La prima
fermata fu Vercelli (mi pare), giusto il tempo di scambiarsi gli indirizzi e
solo quelli stante che tutti e due, sopratutto io, eravamo in parziale bolletta
sicché niente telefono: né col filo né senza filo. Entrambi però in quel
momento, almeno supponevo, avevamo intenzione di dar vita a una storia d’amore
durevole; diciamo dunque che quella in corso prefigurava un flirt, una sorta di
blind date: l’amore è appunto cieco.
Successe perciò il prevedibile, l’inevitabile.
Dopo
quindici anni circa, nel maggio ’68 – il maggio francese – recatomi a Parigi,
per seguire gli avvenimenti della rivoluzione studentesca, la scoprii tra la
folla gridare L’imagination au pouvoir.
Mi riconobbe; la riconobbi; la riconobbe pure il mio fotoreporter: quello
stesso di Torino, rimasto quella volta in panne perché io mi ero lasciato
prendere non proprio dalla foia ma da un improvviso sentimento di amore per la
bellezza. Non ho ancora detto che a causa del mancato rispetto dell’impegno mi
ritrovai in una selva oscura nel senso che fui, di ritorno da Vercelli,
licenziato in tronco.
Questa
seconda volta invece mi è andata meglio: la foto che la inquadra col vessillo
in mano dell’Università di Nantes, in prima fila con quelli della Sorbona e al
braccio di Sartre (sempre lui), fece il giro del mondo. Non potevo perdermi
l’occasione di rivederla la sera stessa. Seguii il corteo. Ebbi qualche
spintone e una manganellata sulla schiena di cui tuttora porto il segno. Quando
ebbi a chiederle perché a Parigi e non a Siena a seguire le evoluzioni dei
cavalli e cavalieri che si contendono il Palio mi rispose con un sorrisetto tra
il birichino e il sornione. Quindi aggiunse:
“Avevo sei
anni allorquando mio padre mi condusse per la prima volta a Parigi spiegandomi
‘Questo sarà il tuo futuro, considerata la tua abitudine a vedere rivoluzionati
i costumi a partire da quelli espressi da occhiatine e occhiatacce lanciate da
uomini con baffi e senza baffi a qualsiasi donna che porti i pantaloni o un
gonnellino alla Mary Quant’”.
Volle farmi
sapere subito (non può negarlo) di avere appena pubblicato con un certo editore
Gastaldi un romanzo il cui titolo, se ben ricordo, era I resti dell’amore. “Resti perché”? le chiesi; e lei – dopo avere a
lungo tergiversato – mi fece intuire che a ben pensarci, forse ero anch’io uno
dei resti. Lasciammo nel vago l’argomento salvo riprenderlo nel tempo, con
apparente indifferenza. Fu un’intera serata di schermaglie alimentata dal
ricordo che lei doveva ancora avere di possibili storie d’amore iniziate e mai
finite. Ebbi un qualche rimorso, a cominciare da quel casuale incontro alla
stazione Porta Nuova di Torino conclusosi con il mio licenziamento. Ma come
avrei potuto cercarla se ero rimasto con solo le speranze alle quali è abituato
un qualsiasi disperato e con nemmeno una semplice bozza di contratto da
firmare?
Non le
confidai quel che mi era successo: avrebbe fatto peraltro contrasto con ciò che
adesso ero: un giornalista di successo; corrispondente della Reuter, insomma
sulla cresta dell’onda. Né mai più evocammo quel nostro passato perduto;
svanito; frutto di immaginazione più che reale; serbatoio di memorie dolorose;
arcano; perfino fatto di sogni. Finché lei non ebbe a scrivere romanzi brevi, o
saggi, in cui aleggiano quella e tante altre tematiche di eguale dignità.
Me ne mandò
copia (ma come seppe dove abitavo? un autentico rebus). Li lessi. Li
centellinai. A margine di alcune pagine un giorno ci troverà le mie chiose. Li
trovai tendenzialmente portati alla duplice riflessione sull’essere e sul
divenire – con particolare tendenza all’analisi dei sentimenti tra cui la
paura. Doveva averne provata tanta durante la guerra: le tradotte; i travestimenti
per sfuggire a fascisti e nazisti (si legge nei libri che suo nonno con quel
nome, Abramo, doveva avere destato qualche sospetto); persino l’U.N.P.A.
impegnata a scavare tra le macerie per salvare vite o recuperare resti. Sentiva
e ne scrisse che le era stata negata una parte della giovinezza con l’averla
costretta, da giovane universitaria, ad assistere a Torino, da infermiera – o
frequentando corsi di sopravvivenza – feriti di ritorno dal fronte offrendo
loro un brandello della sua camicetta in mancanza di garze. La riconoscenza dei
feriti – chi sa perché tutti ufficiali – si trasformò presto in corte; le
fecero proposte per dopo che fossero ritornati al fronte e tornati – fortunosamente
– vivi. Forse le chiesero un pegno d’amore: sdegnosamente – ma con qualche
pentimento successivo, ritengo – del tutto rifiutato. Qualcosa del genere è
possibile leggere tra le righe della sua produzione narrativa, velatamente
però, com’era nello stile della prosa d’arte. Poi si dedicò a ben altro, presa
dalla temperie degli eventi politico-letterari seguiti al ’68. Ancora dopo si
versò sul nuovo costituito dalla scienza senza tuttavia mai dimenticare le sue
affinità con il pensiero cogente e sopratutto la filosofia: traendone spunti
per interrogazioni e riflessioni sulle quali non ho ancora finito di indagare.
Vuole
saperne qualcuna? È sufficientemente curiosa, oppure preferisce un mio monologo
non sollecitato da domande? Se è così passo subito a manifestarle la mia
empatia per tutto ciò di cui discutemmo per anni – senza alcun risultato
apprezzabile, ovviamente – attraverso lettere o biglietti autografi lasciati da
me nelle più svariate sedi nelle quali andava a rinchiudersi per vivere
liberamente i suoi stati di estasi. In particolare prediligeva un
appartamentino a mezza montagna; ampia veduta sulla campagna acerba,
abbandonata, e perciò casette e masserie le quali lentamente andavano
integrandosi con il colore della paglia, dopo secoli di coltivazione a grano;
oppure del colore del muschio se i relativi agenti – in verità non proprio
patogeni – si erano impadroniti di muri e travi di legno. Mi fece allora, una
sola volta, il nome del paesino: mi pare si chiamasse Isnello dove pare abbia
passato intere estati e molti week-end a macerarsi e vedersi spalancare scenari
in cui a sopravvivere non siano solo le tombe dei faraoni o i trattati
sull’imbalsamazione bensì anche il prodotto dell’ingegno umano: compreso quello
trasfuso nelle opere letterarie o saggistiche. Per darmi contezza delle sue
elucubrazioni, accompagnate da speranze nella virtù divinatoria della
scrittura, mi mandava pile di carta dattiloscritta con l’ausilio di una
presumibile Olivetti 22: dai caratteri ormai del tutto o quasi illeggibili in
quanto il piombo di cui erano fatti aveva perso la propria consistenza.
Con una
pazienza che non mi conoscevo – e nel nome di un ipotetico amore sorto nel ’52;
rinfocolatosi nel ’68 a Parigi dove aveva esibito tutta la sua capacità di
performer (coadiuvata però dallo sguardo strabico, smarrito, di Jean-Paul
Sartre) – lessi; rilessi; tradussi in cinetico ciò che sembrava essere nato da
persona ipercinetica: riuscendo a capirci quanto basta. Per anni glieli ho
rimandati, quei testi, in bella grafia e pronti per l’uso. Ho saputo soltanto
di recente della loro pubblicazione su una rivista diciamo cult, dal titolo francesizzante
(forse in onore di quella sua esperienza francese). Il titolo della rivista mi
pare fosse Écriture et Singlossie.
Mi
ringraziava ogni volta, sempre garbatamente. Nessuna cedevolezza ai languori;
quasi un rito da consumare in palcoscenico: altro che nella vita. Le avevo
accennato al mio essere rimasto solo, in compagnia di fantasmi, fantasma io
stesso, con la speranza di intenerirla. Non ne venne fuori nulla malgrado la
tentassi con le ultime ricerche in campo biologico ad opera di certo Craig
Venter in materia di genoma umano, codice genetico, un mix di vita naturale
arricchito da vita artificiale in grado di conservare e trasmettere quanto di
utile abbiano prodotto i nostri neuroni. Lei però sembrava più attratta dalla
filosofia che non dai microscopi; pretendeva il soccorso dell’amato Socrate
(lui sì davvero amato, e che io sappia nessun altro oltre a Cartesio); non
andava al di là di Galileo; appena sfiorato il grande Newton; attenzione
costante comunque al concetto di verità (mi confidò quale sarebbe stato
l’argomento prossimo di un nuovo saggio: La
verità da Aristotele a Tarski). Per edulcorare comunque il nostro rapporto
epistolare – che altrimenti sarebbe finito col diventare arido – intervallava
la spedizione dei saggi con qualche commento critico sulle mie opere, laddove
traspariva facilmente il suo quasi nessun interesse per la visione del mondo che
io ho nel prossimo futuro, finendo col salvare soltanto le favole.
Convengo. Ho
sempre apprezzato la sua franchezza. Non c’è molto da prendere in quella prosa
se non la speranza nella sopravvivenza della specie umana, depurata però di
malvagi. Ricordo che ne discutemmo: quale la parte marcia del genoma e quale
quella buona. Nessuno dei due capace di dare la risposta. Frattanto però lei se
n’è andata. Leggerà comunque nelle cronache del nostro tempo i risultati degli
sforzi costanti che si fanno non solo per allungare la vita – alla quale teneva
pure lei purché lucida e produttiva di ulteriore pensiero – ma nientemeno per
riuscire a sfiorare l’immortalità con il bloccare il processo di decadimento
delle cellule, a partire dai neuroni: secondo le previsioni del premio Nobel
Blackburn.
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Ultimi tattili ai margini della memoria: un audiovisivo (1983) di Vira Fabra
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Ci dicemmo
queste cose da ieri al ’68 (capovolgendo il tempo)? o tra il ’68 e il ’52
(sempre nello stesso orizzonte temporale posto alle spalle piuttosto che
davanti a noi: e non dovrebbe essere una pura ipotesi fantascientifica)? Non
saprei; non ricordo; dovrei andare a rileggermi le sue considerazioni – solo raramente
influenzate da me – su Essere e Tempo: questioni di ordine filosofico alle
quali era rimasta legata come un qualsiasi bambino al suo ciucciotto. Ci si
macerava; scriveva e buttava via il superfluo provando quindi a far quadrare il
cerchio, o viceversa. Mi sovviene pure della sua attività manuale, quando
venivo a trovarla a Palermo in Via Trinacria 52, alle prese con colori e
pennelli per trasfondere sulla superficie di pietre; sui muri di casa e non
solo (già nel ‘68, dai fatti di Ustica); su tovaglie; tovaglioli; lenzuoli; federe
di cuscini o camicie (nella parte frontale se di marca cinese o sul retro)
brani di poesie o poesie intere. Quale lo scopo se non quello di rendere
imperituro il linguaggio poetico-onirico sussunto come viatico contro
l’inesorabilità del tempo. Ma non era solo questo a guidarla, nel silenzio in
cui operava, perché nutriva un sacro rispetto per l’ospite una volta invitato a
pranzo o cena. Per rendere confortevole, conviviale, la sua presenza a tavola
stendeva una delle sue tovaglie fittamente carica di segni alfabetici
costringendo l’ospite a una lettura ammirata non solo del testo bensì anche
della forma geometrica – perfetta nella sua estensione – della narrazione
trasfusa sulla tela.
Le si poteva
leggere negli occhi la gioia di vedere quelli degli altri posarsi sulla sua
abilità di scrittrice di segni e solo secondariamente sulla bontà letteraria o
filosofica del testo. Si cimentò anche nel riprodurre su supporti analoghi –
massimamente asciugamani di lino – un profilo di donna corredato da numeri e
formule matematiche di difficile interpretazione ma tutte attinenti alle varie
civiltà susseguitesi, e con riferimento al genere femminile: un tempo castrato
nelle sue aspettative e di nuovo minacciato. Produsse nell’83 gli Ultimi
tattili ai margini della memoria di cui è andata fiera: orgogliosa di
avere posto in essere il primo tentativo di una intellettuale nell’usare un
mezzo tecnologicamente avanzato, almeno in quel tempo, per documentare e
riflettere su tematiche che vanno dalla paura in tutti i sensi, alle crociate;
dalle guerre alla Rivoluzione francese; da Egina alle Colonne d’Ercole per
finire con Campo de’ fiori quanto alle tematiche di fondo. Mi parlò quasi beata,
perché in perfetta sintonia con lei, di un certo Francesco Carbone, critico
d’arte, artista; teorico e quasi teologo della Singlossia: la nuova scienza che
aveva ispirato il suo audiovisivo. Parlava quindi sempre più spesso, ovviamente
contagiandoci, di tale Rossana Apicella, semiologo di Brescia che stava
spandendo a piene mani su tutto il territorio nazionale il concetto e i
postulati di quella scienza nata in contrapposizione e come superamento della
poesia visiva.
Cos’è rimasto
di lei e della sua opera oltre che delle sue riflessioni sull’Essere e il
Divenire? Molto, mi creda.
Se è vero
che Nulla
si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma scoprirà (sotto mentite
spoglie?) come il meglio delle sue elucubrazioni renderà più veloce, più
durevole, la fiducia dell’uomo nei suoi mezzi: e parlo ovviamente sopratutto
del pensiero cogente, attivo nel suo fare (il poiein), ivi compreso il
progresso della scienza). So bene quanto lei ci abbia scommesso. Mi creda
allora se le dico: Vedrà! Sarà ripagata! le basti questo.
Se dovessi
incontrarla un giorno in uno dei viali di Parigi, diciamo in una sorta di flash
back, le proverò quanto avesse ragione nel credere in un futuro più bello, più
roseo, meno condizionato dalla paura, votato a impadronirsi, tutti quanti gli
esseri pensanti, delle leggi della natura: per modificarle; per piegarle ai
desideri degli uomini, primo fra tutti il sopravvivere a se stessi attraverso
le opere cui essi danno vita. Sarà sopratutto eccitante parlarne in uno dei
luoghi da lei più frequentati – quel bar di Avenue
de l’Opera dove andava a fare colazione a base di brioche e caffè, ricordandomi
come Parigi fosse la città nella quale già due volte nella Storia si è fin qui
parlato, gridato, creduto fermamente e definitivamente nell’utopia.
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