di Gualberto
Alvino
Acqua calda. «Non posso pensare il romanzo contemporaneo come la storia di uno che
va da qui a lì, e alla fine termina qualcosa che aveva cominciato all’inizio,
perché non posso pensare la vita così» (Daniele Del Giudice). Niente paura: il
romanzo contemporaneo è fatto esattamente così.
Poker face. Bagheria, 21 ottobre 2009. Convegno internazionale di studî su Antonio
Pizzuto. È il turno dell’estetologo Giuseppe Di Giacomo. Ammette onestamente di
non aver mai letto un rigo del prosatore palermitano; si cala a tutt’uomo nella
poetica del narrare opposto al raccontare sperticandosi in paragoni improbabili
ed equivalenze da far drizzare i capelli (Joyce Proust Musil Kafka…); si arena nelle
secche dei più vieti tòpoi sillogizzando
disinvotamente (due narratori che spruzzano i loro testi di filosofia non
possono non aver molto in comune; come dire che se un imbianchino usa lo stesso
pennello di un pittore, l’imbianchino è di certo un pittore); maschera il tutto
modulando sapientemente gesti e voce come si conviene ai bravi estetologi; insomma,
non pronunzia una sola sillaba documentata sensata condivisibile, eppure la
platea prorompe in un applauso scrosciante che strabilia lo stesso oratore
arrossandogli le gote. Potere incantatorio della parola!
Agenda. Col passare del tempo il birignao di Pasolini (poeta, prosatore,
regista) si fa sempre più intollerabile, quasi quanto l’enfasi di Gassman e le
svenevolezze di Chaplin. Significherà qualcosa?
Autoscoliaste
chiamo narranza lo scanto il bisbiglio
l’afrore di confessio summisso vertice mora
del tradire l’abbraccio istilo
umilissimo e rimesso no fly
zone fra terra e cielo nugae
nugellae assoluto
zero di finzione timore l’affabile
favolina fiorata tenerrima da dire
a fior di labbro come niente
affavolandoti magari accivettandoti
la sera giù nel patio tra le gazze
poco prima che i gomiti o il ciglio
giriamo disse
e ordinò alla cavalleria di
galoppare nella tormenta
Narranza. Ho dormito un paio d’ore, stomaco in subbuglio, bocca impastata, sogni
pochi e confusi, inutile prendere appunti. Il sarto sale le scale con una pezza
di cuoio sulla schiena, rantola schiacciato sotto un bue macellato di fresco,
scivola, si rompe i ginocchi sul granito, si rialza, cade di nuovo e dice cu
mult afect, afect, mentre le gemelle imboccano il vecchio scaricandogli in gola
schiere di tartarughe vive e bestemmiano i santi sottovoce, occhi al cielo; la
figlia del giornalaio sfonda il lucernario con la testa, sale in groppa alla
maga che esibisce boriosa tre fantastici seni da ragazza e dà un morso alla
bestia troncando la via crucis con un urlo, non ho bisogno di te, lèvati, ho
appena finito di sgozzare quel porco, non vedi? e il mio collo si spicca dal
tronco, ruota manovrato da un congegno, stringo le palpebre per non vedere,
perché so cosa vedrei, e i corvi le schiudono coi rostri, e il sarto le infila
con spille da balia per tenerle spalancate, e il giornalaio cola dall’intonaco
addensandosi sul piancito, nessuno vuole niente da te, stròzzati con le tue
pròtesi, e io metto tutto a posto allargando le braccia: sento ordine e armonia
penetrarmi a poco a poco, fioccare come neve su ogni cosa; poi l’oceano si
calma e il vento gonfia le vele. Al risveglio ho dato una scorsa al materiale
senza alzarmi dal letto, giocherellando coi soldi per vedere se erano veri. Niente
d’importante. Fata ha perso tutto, tranne il sorriso e le moine del cane. Orso
e Pantera si sono riempiti le tasche, poi le hanno chiesto dove possono trovarmi:
non la mandano giù. Una come lei ritorna, ha detto, ma fossi in voi starei bene
così. Pantera le ha dato uno schiaffo così forte che è caduta dalla sedia e ha
picchiato la fronte sulla sputacchiera; il cane gli ha azzannato un dito, quasi
lo staccava; Orso l’ha preso per le zampe e l’ha sbattuto al muro: si sentiva
lo scricchiolio delle ossa. Tutti hanno visto ma nessuno ha avuto il fegato di
girarsi. Fata l’ha raccolto con l’indice e il pollice, gli ha sorriso, l’ha
baciato in bocca e se l’è incastrato sotto l’ascella; poi ha pagato il rum con
gli ultimi spiccioli e ha salutato la brigata mostrando fiera la guancia
livida. Una regina. Il mutilato non staccava gli occhi dall’ingresso: aspettava
me. S’è chiuso in bagno, ha preso un santino e ha cominciato a pregare
graffiandosi il petto con un chiodo arrugginito: turgido, paonazzo, le pupille
iniettate di sangue, non puoi farmi questo, non puoi. Aveva ragione: ogni volta
che accettava lo scontro l’avversario scopriva un punto di poco superiore: full
di nove: di dieci; scala al fante: alla donna; coppia di re: d’assi; cinque
quadri: cuori; e se aveva fortuna gli altri buttavano le carte e la vincita
ammontava a pochi centesimi. Quelli come lui non dovrebbero giocare. Quelli
come lui dovrebbero sdraiarsi su un letto di dinamite e darsi fuoco. C’era
anche l’uomo della stanza: pimpante, azzimato, battuta sempre pronta, una certa
cultura, perfino Artaud e i concettuali, Heidegger, il Doganiere, svarioni
compensati da un umorismo ineffabile: stentavo a riconoscerlo. Quando ha
fermato lo sguardo sull’obiettivo ho temuto di svenire: ha finto tutto il
tempo, era sveglio, strapperà le cimici, le mostrerà a Pantera, verranno a
prendermi. Ma voleva solo schiacciare una zanzara gonfia di sangue sotto la
finestra. L’ha fatto, e ha preteso un applauso dalle sue vittime, alzando
l’orlo della giacca a mo’ d’inchino.
Solo questo. Gli laveremmo le camicie. Rammenderemmo i suoi calzini. Cucineremmo
per lui sette giorni alla settimana. Gli daremmo casa, libri, conto in banca,
tutto. Faremmo qualsiasi cosa per Roberto Saviano. Ma santo cielo, non chiamatelo
scrittore.
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Eleonora Chiesa, Bubble-Bubble (video, 2007)
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Autocastrazioni. Secondo un noto linguista (che d’ora in poi chiameremo X) io sarei un
purista, avrei una concezione statica della lingua e ogni cambiamento
linguistico costituirebbe per me «un turbamento dell’ordine costituito» (così egli
asserisce in una risposta, tuttora inedita, a un mio intervento in un forum
linguistico di «Repubblica», che ha avuto la buona grazia d’inviarmi). Al
tempo. Perché mai la mia rubrica semiseria Bloc
notes (non già «linguistica», come X afferma, ma di varia cultura) sarebbe
«purista»? Forse perché in essa scrivo che il filosofo Massimo Cacciari
dichiara in televisione che esse est
percipi significa «essere è percepire», oltre a dire «proseguio» e a
storpiare un verso celeberrimo di Dante («Ora
si porrà la sua nobilitade»)? O perché
rimprovero a un noto giornalista d’aver scritto «Costa sole 2 euro in più» o a uno scrittore come Niffoi di pronunciare
Paul Klee all’inglese? Sarebbero costoro «gli utenti di prestigio che fanno la
lingua»? Ma mi faccia il piacere, direbbe Totò. Se Roberto Calasso non si fosse
svegliato un mattino con la voglia di rimpinguare le casse dell’Adelphi pubblicando
uno scrivente da banco come Niffoi, oggi l’imbrattacarte sardo continuerebbe a
far parte – uso le parole di X – delle «classi subalterne non partecipi della
cultura nazionale». «Si ha purismo – avverte il Dizionario di linguistica diretto da G. L. Beccaria – quando si
prestabilisce l’ideale della lingua, riconoscendone i canoni, fissandone le
regole ed opponendosi all’ingresso di parole “barbare”, generalmente
identificate nei forestierismi e nei neologismi». Ora, lo stesso X riconosce
che usaiolo è un mio neologismo (lo
coniai – ovviamente sul modello di linguaiolo
– qualche anno fa a proposito dei prìncipi degli usaioli, i coniugi Lepschy), e
scrive: «per un purista come Gualberto Alvino mi sembra contraddittorio (ovvero
puristicamente “sbagliato”) adoperare l’etichetta “usaiolo”: decisamente un
“unicum” (neanche un es. in Internet!)». Rispondo che a) persino un bambino si
sarebbe accorto che l’ho forgiato io (anche perché era chiuso tra brave
virgolette); b) chi, come me, conia neologismi può forse essere un purista? Se X
avesse la bontà di leggermi con attenzione si accorgerebbe che i miei testi
poetici e narrativi pullulano di forestierismi, invenzioni lessicali, audacie
grammaticali, e saprebbe che mi occupo da oltre un terzo di secolo dei
cosiddetti “irregolari” della letteratura italiana, ossia degli autori che
hanno posto al centro della propria poetica la sperimentazione linguistica (Consolo,
Bufalino, D’Arrigo, Pizzuto, Balestrini, Sinigaglia…). Altro che «concezione
statica della lingua»! Un purista farebbe questo? Esorto dunque X ad esprimersi
cognita causa e a non lanciare accuse
prive d’ogni fondamento. Inoltre, il vocabolo pubenda (usato in televisione da Piero Ostellino) non esiste; esiste solo pudenda/e (dal lat. pudere
‘vergognarsi’); che se ne trovino due occorrenze nella pagina letteraria del
«Sole» («prestigiosissima»? giudizio affatto soggettivo, non condiviso dal
sottoscritto e da molti altri) non significa assolutamente nulla. Quanto al più infimo del semiologo Gianfranco
Marrone, così avverte s.v. il Grande
dizionario della lingua italiana: «Le forme del comparativo più infimo, del superl. relativo il più infimo e del superl. assoluto infimissimo, che non hanno riscontro nel
latino, sono da considerarsi iperboliche e fondamentalmente errate». Domanda:
chi concorda col GDLI e non col De Mauro
è automaticamente tacciabile di «egocentrismo e di intollerabile
soggettivismo»? Riguardo poi alle occorrenze in rete (di più infimo e degli altri casi da me citati), si tratta di blog (chiunque può aprirne uno in cinque
minuti), e tutti sanno che a scrivere nei blog
sono per lo più ragazzini sletterati e opinionisti dotati di licenza elementare
col minimo dei voti. La verità è che non si tratta, come crede X, di
consapevoli infrazioni della norma determinate da scelta culturale o stilistica
(naturalmente, l’incrocio pubenda
sarebbe perfetto nel macaronico Gadda), bensì di «infrazioni compiute
inavvertitamente da parte di chi tenta di adeguarsi al codice grammaticale ma
non riesce nel suo intento, e viene tradito dalla scarsa cultura, da abitudini
acquisite, da un sostrato dialettale, dall’analogia con altre forme
linguistiche» (Dizionario di linguistica
cit., s.v. errore linguistico). E
proprio ad analogia con termini medici come glicemico,
azotemico ecc. si deve il peregrino bulemico, usato non già da «illustri
giornalisti, critici e scrittori», ma – che mi consti – da un solo giornalista,
Aldo Grasso (gli esempî in rete non fanno testo per i motivi suddetti). Lo
stesso vale per «scena da mozzafiato». Il motivo dello svarione di Franco
Cordelli è semplicissimo: lo scrittore (mi si passi la parola grossa) s’è
confuso – sempre per analogia – con la locuzione avverbiale «a perdifiato», come
fanno spesso i miei studenti; tutto qui. Che non si tratti di scelta è provato
dal fatto che Cordelli, da me informato della cosa, ammise onestamente lo svarione.
Di più. Se avvertissi il mio dotto interlocutore che Vittorio Coletti, nei suoi
saggi linguistici einaudiani, scrive «gran uso» e «paranomasia» (sempre,
perfino nell’Indice delle cose notevoli)
e che qualche conduttore televisivo comincia a dire «gran uomo» e «gran
acquisto», egli sentenzierebbe che il linguista non può che prenderne atto,
giacché si tratta di forme pienamente comprensibili adoprate da «utenti di
prestigio che fanno la lingua». E se gli dicessi che qualcun altro di quegli
«utenti di prestigio» comincia a dire «azotomia» e «tonsillectemia», mi risponderebbe
che è vano, forsennato opporsi ai «cambiamenti linguistici» (scilicet, nella fattispecie, strafalcioni).
E sia. Ma domando: che deve fare un maestro di scuola? Insegnare che la forma
esatta è bulimia, azotemia, tonsillectomia, e che non c’è alcun motivo di dire più infimo come non c’è motivo di dire più ottimo e più migliore, o insegnare che, siccome i giornalisti Tizio e Caio
del «Sole 24 ore» usano quelle forme, quelle forme sono legittime? Infine, se
davvero X non si periterebbe di scrivere, come afferma, «i bambini
probabilmente acquisirebbero senza grandi difficoltà tale possibilità
comunicativa, se l’opposizione indicativo/congiuntivo era di ordine realmente semantico», fatti suoi. Lo avverto, però,
che se un simile sgorbio comparisse in un tema di maturità o in una prova
d’esame da giornalista pubblicista, il candidato sarebbe bocciato
(ingiustamente direbbe X; giustamente, dico io: non perché vi siano “errori”,
ma perché quella frase rispecchia l’approssimazione culturale, la rozzezza
espressiva e la piattezza mentale del suo estensore). Trombato, senz’ombra di
dubbio. Già, perché il mio stimatissimo amico discorre beatamente d’epoché e di descrittivismo, ma dimentica
che gli errori linguistici e le trascurataggini stilistico-formali possono
compromettere la carriera di uno studente o di un professionista. Non si vede
per quale motivo il linguista debba autocastrarsi, limitandosi a svolgere
funzioni notarili, quando aumenta sempre più il novero degli amanti della
lingua assetati di sapere, i quali chiedono insistentemente agli esperti lumi,
indicazioni, suggerimenti. X ricorda benissimo che il bollettino semestrale
fondato nel 1990 da Giovanni Nencioni «La Crusca per voi. Foglio dell’Accademia della
Crusca dedicato alle scuole e agli amatori della lingua» aveva come scopo
primario quello di aiutare i non specialisti «a orientarsi criticamente nella
soluzione dei problemi suggerendo loro il modo di porre nei giusti termini una
difficoltà o dubbio di lingua». Questo, secondo me, è uno dei compiti del linguista.
Sarò libero di concordare con un genio come Nencioni, senza tema d’esser
tacciato di superficialità e linguaiolismo?
Scempiaggini eccellenti. «Chi ama Tolstoj non può amare Dostoevskij,
chi ama Stendhal non può amare Proust, chi ama Dante non può amare Petrarca»
(Leonardo Sciascia).
Alle fonti. «Il racconto è il racconto del fatterello, Lu cuntu de li cunti è più che sufficiente come conclusione di
questo antico sistema, e balordo anche, di ridurre… Guarda anche, che so, nel Boccaccio:
le novelle più belle sono quelle nelle quali non è il fatto ad avere importanza
(Cisti, Chichibio, la prima della prima giornata…). Non è il fatto quello che
interessa, quindi il racconto non serve a niente. Non diciamo poi […] quelle
forme famose, che sono diventate modelli, nelle quali le digressioni
soverchiano in modo straordinario la realtà del fatto che si racconta». Stupefà
come la distinzione pizzutiana sia in tutto analoga a quella operata da
Francesco De Sanctis nel commento alla terzina «Ben se’ crudel, se tu già non
ti duoli» (Inferno, xxxiii 40-42): «Essa è un capolavoro
della maniera dantesca, che è la grande poesia, quel dipingere a larghi e
rapidi tocchi lasciando grandi ombre illuminate da qualche vivo sprazzo di
luce. Tutto è al di fuori; tutto è narrato anziché descritto o rappresentato,
ma narrato in modo che l’immaginazione, fatta attiva e veloce, riempie le
lacune e indovina il di dentro. Non è un quadro ma uno schizzo, tale però che
il lettore ti fa immediatamente il quadro. E questo avviene perché il quadro
esiste già nella mente del poeta, esiste, e si rivela in quello schizzo, così
chiaramente, ch’egli si sdegnerebbe, come Ugolino, se il lettore rimanga freddo
ed abbia aria di non capire. La grandezza dell’ingegno non è in quello che sa
dire, ma in quello che fa indovinare» (Saggi
critici).
«Fa parte degli elementi insoliti offerti da questi lavoretti [le Pagelle allora in composizione] qualche
riforma della punteggiatura, tanto nel negativo che in positivo. Vi sono
bandite le interpunzioni enfatiche, quali il punto ammirativo, i segni di reticenza,
i corsivi, gli accapo, e ridotti al minimo gli interrogativi» (Pizzuto in
un’intervista a Ruggero Jacobbi).
«Volevo domandarti di “stare, e
gerundio”, un modo che non so se abbia autorevoli esempi (che sovrabbondano per
“andare”), benché di uso comunissimo. Sto a fare, piace; sto facendo, a me
almeno, assolutamente no» (lettera di Pizzuto a Gianfranco Contini del 24
dicembre 1964).
Ed ecco Leopardi: «Che è questo
ingombro di lineette, di puntini, di spazietti, di punti ammirativi doppi e
tripli, che so io ? Sto a vedere [cfr. «Volevo domandarti di “stare e
gerundio”»] che torna alla moda la scrittura geroglifica, e i sentimenti e le
idee non si vogliono più scrivere ma rappresentare, e non sapendo significare
le cose colle parole, le vorremmo dipingere e significare con segni» (Zibaldone
di pensieri, 975, 2).
Vexata ac novissima quaestio. «Moravia si cura poco dello stile: la parola
vale per lui per quello che dice». Caro Ferroni, la parola letteraria vale solo
per come è detta, non per il suo contenuto semantico, che scaturisce dalla
struttura formale. Uno scrittore che «si cura poco dello stile» si cura poco
delle cose: ergo, seguendo il suo ragionamento, Moravia non sarebbe uno scrittore.
Giudizio – ça va sans dire – che approverei cordialissimamente (per me
l’autore della Noia è un campione
della letteratura – come diceva don Benedetto –d’intrattenimento, o di consumo,
come si dice oggi), ma le chiedo: lei era consapevole di questa conseguenza
logica scrivendo quelle parole?
Quesito. Sarà sconveniente trovar banale, rancido,
inutile, insopportabile, noioso, pesante e illeggibile Il giovane Holden?
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Sergio Zuccaro, Sottaciuti - "Stucchevoli", 2008 (ph. Maria Andreozzi)
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Narranza. Spiando il
generale ho dimenticato di accostare la tenda e lui mi ha visto. Non è servito
a niente starnutire piegando il cannocchiale sugli uliveti sparsi di stormi per
fingermi in vena di natura. Ha capito, forse lo sa da sempre e tace per non
ferirmi, come si fa coi matti. Mai successo prima. Colpa del caldo, che mi impedisce
perfino di pensare? È entrato nel bovindo, ha scritto una frase su un foglio e
l’ha sciorinato movendo rapidamente le labbra. Ho fatto sì con la testa e dopo
dieci secondi era da me: un lampo, con quei piedini da bambola, il fiato grosso
e le gambe a x piene di nodi, come tutte le persone sole. Ho aperto tremando:
faccino da capra, rassegnato al crucifige. Ma non era seccato, al contrario:
sembrava brillo, rideva a scatti e insinuava continuamente le dita fra i
capelli lunghi, sottilissimi, una lana. Non riusciva a trattenere la gioia,
lui, l’escluso, l’ecceomo, il facchino senza valigia. Ha trovato il motto, ho
pensato, e gli ho preparato una bibita più verde dei suoi ficus, su cui s’è
avventato avido pur senza sete. Ha inghiottito rumorosamente ruotando gli occhi
a spillo cerchiati di sonno e ha cominciato a parlare, scosso da un’eccitazione
incoercibile: per vedere le cose devi guardarle come se non avessero senso,
questione di distanza, prospettiva, quasi fossero sciarade, è lo stesso segreto
dell’arte, dell’eros, della filosofia, non so dove l’ho letto, ma non conta,
quel che conta è accomiatarsi con un teorema, chiaro, persuasivo, la chiusura
del cerchio, la quarta foglia, ma le parole non bastano, serve un’altra lingua,
vergine, univoca, sto sulla buona strada, succede di notte, il trucco? un pasto
solo, uno e smodato, consumato con foga la sera tardi, fiumi di rosso, il travaglio
gastrico genera incubi ma anche pensieri, se i filosofi sapessero, lo dico a te
perché sei fuori dall’economia, l’animale più antieconomico che conosca, sperpero
fatto carne, si vede da come cammini, persa, da come spii, niente fretta,
nessun ricavo, giorni interi in bilico sul crinale della pazzia. L’ha detto a
testa bassa, consapevole dell’enfasi, a braccia tese, credendo di respingere un
attacco. Invece gli ho preso le mani e l’ho tirato sul terrazzo, quasi a dire
ecco il teatro. Non ha capito. Si è sbottonata la camicia, ha piegato il busto
punteggiato di macchie violacee e ha mormorato tagliamo corto: a lei l’ora a me
il modo. E ha infilato la porta. Poco dopo ha attraversato la strada come un
automa. Lei dev’essere la morte. Ma
il modo? Che modo?
Imperdibili
Domenica Perrone, La memoria dilatata. Scritture del
contemporaneo, Acireale, Bonanno, 2006.
Pietro Trifone, Malalingua. L’italiano scorretto da Dante a
oggi, Bologna, Il Mulino, 2008.
Maurizio Dardano, Leggere i
romanzi. Lingua e strutture testuali da Verga a Veronesi, Roma, Carocci, 2008.
Cesare
Segre, Dai metodi ai testi. Varianti,
personaggi, narrazioni, Torino, Aragno, 2008.
Francesco Muzzioli, Quelli a cui non piace. Pamphlet
sull’esercizio della critica, Roma, Meltemi, 2008.
Mario Lunetta, La forma
dell’Italia. Poema da compiere,
Lecce, Manni, 2009.
Nanni Balestrini, Lo sventramento
della storia, Roma, Polìmata, 2009.
Paolo Guzzi, Sperduti
nello spazio, Lecce, Manni, 2009.
Perdibili
Alfonso
Berardinelli, La forma del saggio.
Definizione e attualità di un genere letterario, Venezia, Marsilio, 2008.
Edoardo Albinati, Guerra alla tristezza!, Roma, Fandango Libri, 2009.
Da perdere
Marco Lodoli, Cani e lupi, Torino, Einaudi, 2008.
Alda Merini, Padre mio, Milano, Frassinelli, 2009.
Sempreverdi. «Triste
mestiere del critico: che scrive per sé, per servire alla propria verità, come
tutti gli altri scrittori di questo mondo, e si vede scambiato per un servizio
pubblico: peggio ancora, per un servizio privato ad uso della vanità di chi
crea e del tornaconto di chi stampa» (Giacomo Debenedetti).
«Leggibile è un libro che si
percorre con una lettura, che non lascia dietro di sé alcun residuo. Un testo
leggibile non richiede – non
sopporta, direi – di essere segmentato
da una pluralità di letture, destrutturato e ricostruito con movimento ripetitivo,
di essere non mai cominciato e non mai finito. Un libro è essenzialmente
leggibile in quanto al termine della lettura non esiste più» (Giuliano
Gramigna).
«La realtà è terribilmente superiore a ogni storia, a ogni favola, a
ogni divinità, a ogni surrealtà» (Antonin Artaud).
«Noi non comunichiamo le cose che esistono, ma solo il linguaggio» (Gorgia).
«Ogni scrittore è costretto a farsi una sua lingua, come ogni
violinista è costretto a farsi un suo “suono”» (Marcel Proust).
Ahi, Italo! «Quando ho
finito il mio terzo romanzo, Treno di
panna, mi è sembrato di avere finalmente trovato una mia voce di scrittore,
così l’ho mandato ad alcuni editori, nessuno dei quali mi ha risposto. Dopo
qualche mese su consiglio di un amico l’ho mandato a Italo Calvino, che oltre a
essere un grande scrittore era uno dei principali consulenti della casa
editrice Einaudi. Il mio romanzo gli è piaciuto, e ha deciso di pubblicarlo,
scrivendo anche una bella quarta di copertina» (Andrea De Carlo).
«Tra i massimi poeti del
Novecento»?
Come scendeva fina
e giovane le scale Annina!
Com’erano alberati
e freschi i suoi pensieri!
Com’era acuto l’ago
e agile e fine l’estro!
Eppure, quanta mattina
il giorno ch’era partita
Annina!
E allora chi avrebbe detto
ch’era già minacciata? [Giorgio
Caproni]
Creature ferraresi. Anselma
Dell’Olio giudica Pranzo di ferragosto
di tal Gianni Di Gregorio un film «assolutamente da non perdere». Potevamo non
correre al cinema? Ed eccoci proiettati con tutte le scarpe nella più schifa
broda della peggior commediazza italiana Anni Cinquanta, che un canchero la
sughi. Un uomo di mezz’età, ovviamente con la faccia da oligofrenico, sussurra
a un suo coetaneo non più vispo di lui: «Tu me dovresti tene’ mi’ madre». Taglio.
Una vecchietta s’ingozza avidamente e lui le chiede: «Ma tutta la pasta al
forno te sei magnata?». Saprà la prode Anselma quel che si dice?
Maestri? Un
critico men che mediocre, reputato dall’imperante Mediocritas un portento d’acume esegetico, scrive: «Che cosa
essenzialmente possiamo intendere per poesia, non sono affatto sicuro di
saperlo». Caro Berardinelli, eviti i cibi nocivi, le distrazioni, le cattive
compagnie, si concentri nello studio e vedrà che prima o poi qualcosa riuscirà
a capire. Matematico.
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Claudio Spoletini, La rotta, 1994/2009, olio su tela, cm. 30x24x3,5
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Narranza. Stavolta dovrai
penare per leggermi, io stessa fatico a decifrare i miei sgorbî: sembrano
cuperose d’un avvinazzato, fulmini, sbreghi o cos’altro? Brutto segno, amica
mia. Non riesco a tener ferma la penna, scivola, mi scivola da ogni parte come
un pezzo di sapone bagnato. Dov’è la mia grafia da scoliaste? Il maestro
mandava sempre me alla lavagna, sei la migliore, ti sporchi, alza le maniche, e
passavo ore a copiare. Lo sforzo era tale che sudavo anche a gennaio. Tamponavo
le gocce col cancellino e nessuno rideva, malgrado il gesso mi chiazzasse
fronte guance capelli. L’esse maiuscola: tre minuti per farne una. Lunga,
sinuosa. Un lavoro, una missione, ne ero fiera. E tu pure lo eri: mi guardavi
con tanto d’occhi e dicevi alle altre la conosco, scappiamo ogni sabato, ci
mettiamo sui prati, prima o poi non torniamo più, sul merci e via. Tu sei la
migliore; ma adesso va’ al banco, ripòsati. Spiegava le guerre sfiorandomi la
spalla col ventre. Lo sentivo sorgere, indurirsi, guizzare nel fustagno ruvido,
niente mutande per estrarlo velocemente all’occasione, o per raggiungerlo dal
buco della tasca. Ne avvertivo l’odore: strutto rancido; la forma: un tubo di
coccoina. Lo vedevo a letto con la moglie azzoppata dalla polio, mammelle più
grandi della testa, un groppo di carni vecchie fra lini lavati di fresco, più
forte, angelo mio, fàmmi a pezzi. Spingevo il gomito e lui mostrava il bianco
degli occhi scambiando Annibale per Nelson, poi copriva la macchia col libro e
strisciava verso la cattedra a dire il Paradiso godendosi gli ultimi fremiti e
badandomi con la coda dell’occhio per vedere se anch’io. Mi sembrava
impossibile che fra tante scegliesse me, proprio me. Presto fui l’unica a poter
uscire senz’avvisare, l’unica che si presentasse col grembiule imbrattato e avesse
libero accesso al registro. La consegna era tassativa: dovevo sedermi al primo
banco vicino alla finestra, guardare fuori tenendo aperte le gambe, accarezzarmela
con la destra e intanto leccare il pollice della sinistra senza chiudere la
bocca, lasciando che la saliva colasse sul mento e sul collo fino a sparire fra
i seni che ancora non avevo. Ma i capezzoli sì: li succhiava come si fa con le
ostriche quando uscivate in cortile al suono della campana. Non sentivo niente,
ma sapevo cosa fare, l’avevo imparato dalle attrici del cinema, e quando
schiudevo le labbra fingendo il visibilio la sua lingua grumosa premeva la mia,
mulinava più veloce di una trottola, sui denti, sul palato, sulle gengive;
allora gl’infilavo la mano in tasca, lo stringevo più che potevo e la vena
cominciava a pulsare, finché, allentata la morsa, un grido rattenuto poneva
fine al furore un attimo prima del vostro rientro, tu in testa, l’occhio torvo
di chi si rifiuta di capire. Un lavoro. Era un lavoro anche quello. Ci voleva
tutta l’acqua del fiume per lavarmi. Tutti i profumi di mia madre per raschiare
l’odore. Tutta la forza della mia fantasia per assolvermi e far tabula rasa in
pochi secondi.
Senno del poi. «I lapsus sono estremamente contagiosi, come del resto la dimenticanza
dei nomi propri […]. Non sono in grado di spiegare questa tendenza al contagio
psichico» (Sigmund Freud, Psicopatologia
della vita quotidiana). Neuroni specchio?
Agenda. «Con Aracoeli la Morante torna in sostanza
allo stile alto (qui tragico e quasi violento) dei due primi romanzi» (Pier
Vincenzo Mengaldo). Stile alto? Il romanzo è infarcito di grossezze tali da
indurre il sospetto che l’autrice traduca da una lingua straniera appresa per
corrispondenza.
Svarioni e improprietà («stanze
corredate di un cesso», «territorio natale», «territorio nativo», «altitudine»
per statura, «affannante» per affannato, «fui tallonato dal sospetto»,
«in sua famiglia», «un attestato di vanto alla persona mia propria», «gli
mancava un dente proprio nel mezzo del davanti», «essa correva a mio padre», «si
postò al lato») accanto a goffaggini e intenzioni mimetiche della peggior lega
(«siccome mi vedeva che mangiavo»).
Paronomasie involontarie e
ripetizioni a distanza ravvicinata, frutto d’una rapidità esecutiva
impressionante: «le proposte mondane della zia Monda», «erompe […] da una feroce
eruzione interna».
Ampio ricorso ad espressioni
stereotipe: «vivere significa: l’esperienza della separazione», «calma
spettrale», «in verità io non volevo crescere».
Accumulo – in contesti incompatibili – di
negazioni («neanche la notizia della sua morte ormai non potrebbe toccarmi più»,
«né io né lei non ci siamo voltati»), preposizioni («di fra la folla») e interiezioni:
«Ah ti piacerebbe eh» (la prima non seguita da virgola, la seconda non
preceduta da virgola e orba di punto interrogativo).
Arcaismi, aulicismi e
poeticismi d’accatto: «fioco murmure d’addio», «ch’io», «in istrada», «essa»
per lei, «colui», «costei», «cotali»,
«indi», «diuturna», «Fra le tante ariette di Aracoeli, quest’una mi ha
frequentato spesso», «m’accoglie per un istante nel suo grembo luminoso», «in
un sùbito oblio di me», «desiata piaga», «beverle», «recusava», «avanti che lo
sapessi», «non ardii più d’insistere», «istituzione» per abitudine, «stazione» per sosta,
«vespertino» per serale, «offici» per
servizi domestici, «Io la guardavo
perplesso e intristito, nel dubbio di avere, forse, con qualche inavveduta mia
colpa, provocato io questo incongruo inasprimento dei suoi modi», «bugiava», «primieramente»,
«Ma chi t’ha avvezzato a questi comportamenti a tavola?», «aveva conchiuso la
propria sentenza», «poche piante sopravvissute intristivano verso l’agonia», «mi
dimisi dall’impresa» (di aiutare una vecchietta); perfino un accusativo alla
greca: «scoperti la testa canuta».
Insoffribili similitudini
barocche: «Rammento il sole radioso del giorno pieno, che irrompeva dalla
terrazza senza riguardi, come una squadra di sbirri venuti a perquisire».
Inversioni fino al limite della
sìnchisi: «qualche inavveduta mia colpa», «sempre era muta», «incapace di più
resistere».
Negligenza interpuntiva: «la
quale, a me sembra imitare, all’aspetto, una tenutaria», «non certo come un
maschio ama una femmina; ma come un tronco», «Già è vero» per Già, è vero, «Verso Aracoeli, aveva le
cure trepidanti», «l’una, miserabile, e l’altra, sinistra».
Errori tout court: «o’kay», «domanda consueta di [per in] simili occasioni», «tutti, al suo passaggio, scappano, come a
una disgrazia», «circa alla leggendaria statura di mio padre».
Stile alto?
Sure? «Un incipit è la
formula iniziale con cui si comincia una narrazione, una formula da cui
dipenderà il grado di attenzione del lettore»: così recita un precetto d’una
celebre scuola di scrittura. Fosse vero, nove decimi della narrativa mondiale sarebbero
da buttar via.
«Il crocifisso è il simbolo della civiltà
occidentale»?
di età d’anni ventidue partii
navicando
in zeffiro verso meridie a
cognoscere
li siti de li lochi vie
asprissime e pienne de spini
vanno del tucto nudi su lor
canove
di guardatura fisa e prompta
riccamente vestiti sopra belli
cavalli
una herba che in lingua
mesicana è detta tabacco
tirano il fiato a loro onde
quel fumo
va in bocca in gola e nella
testa
planitie piene di grandissime
selve
infinita canella gengiavo verde
e secco e molto pepe
e gherofani noci moscadi mace
muschio algalia
istorach bongiuì porcelane
cassia mastica
incenso mirra sandali rossi e
bianchi
legno aloè canfera ambracane
molta lacca
mumia anil tuzia opio aloè
patico
folio indico e molte altre
drogherie che sari’
cosa lunga al contalle
imbriacchi d’acqua di vita
abbruciano case
per il continovo moto della
nave
stemo in Meca sino adì 12 di
luglio
trovamo rose silvestre viole e
lilii
trapassammo loro il petto con
legni apuntati e i fianchi
mandesemo uno batello ben
fornito de boni cristiani
aciò li amaistrasse ne la fede
per lassar di nui doppo morte
fama alcuna
navicammo con buonissimo tempo
3 giorni
vedemmo infinitissima cosa di
uccelli
acti a ogni piacere di
venazione
cavriuoli e cerbi e dani e
lepre e conigli
animali domestici nesuno
omini di barba nessuna li quai
sanza requie
abundantissimamente in mille
mercatantie mercatantano
ammontellate sovra monti de
rancido pactume
color bigio o lionato
20 barchette venivano con varii
gridi intorno a la nave
in fronte d’un grandissimo rio
e lì nascono bonissimi frutti e
maxime bone uve
faciavamo di loro grandissima
mattanza
lance arcobugi spade targoni
e pigliammo plenissima
satisfazzione
de lor femine de tanta vagheza
e dilectevole guardatura
ànno le tete longue mezo brazo
io disegnai di rimettermi al
viagio
marti de nocte se ingolfassemo nel
Mare Oceanno
lassando detta terra con molto
dispiacere
in fine andammo a nostro
cammino
per le imondeze de la Europia