PRIMO PIANO
DIARIO D'AUTORE (10)
Quelli che trattano la lingua nel modo “più infimo”


      
Pungente catalogo di errori, svarioni, strafalcioni, improprietà, solecismi involontari, approssimazioni, rozzezze, superficialità e banalità che contraddistinguono il panorama letterario e culturale italico. Dall’estetologo che sproloquia attorno a scrittori che non conosce al linguista che polemizza senza realmente sapere chi ha di fronte. E tra una ‘narranza’ e l’altra, sferzanti appunti che non risparmiano Moravia e Sciascia, la Morante e Caproni, Calvino e Berardinelli. Dietro l’habitus del professore il gusto dell’enfant gâté.
      



      

 

 

di Gualberto Alvino

 

 

Acqua calda. «Non posso pensare il romanzo contemporaneo come la storia di uno che va da qui a lì, e alla fine termina qualcosa che aveva cominciato all’inizio, perché non posso pensare la vita così» (Daniele Del Giudice). Niente paura: il romanzo contemporaneo è fatto esattamente così.

 

 

 

Poker face. Bagheria, 21 ottobre 2009. Convegno internazionale di studî su Antonio Pizzuto. È il turno dell’estetologo Giuseppe Di Giacomo. Ammette onestamente di non aver mai letto un rigo del prosatore palermitano; si cala a tutt’uomo nella poetica del narrare opposto al raccontare sperticandosi in paragoni improbabili ed equivalenze da far drizzare i capelli (Joyce Proust Musil Kafka…); si arena nelle secche dei più vieti tòpoi sillogizzando disinvotamente (due narratori che spruzzano i loro testi di filosofia non possono non aver molto in comune; come dire che se un imbianchino usa lo stesso pennello di un pittore, l’imbianchino è di certo un pittore); maschera il tutto modulando sapientemente gesti e voce come si conviene ai bravi estetologi; insomma, non pronunzia una sola sillaba documentata sensata condivisibile, eppure la platea prorompe in un applauso scrosciante che strabilia lo stesso oratore arrossandogli le gote. Potere incantatorio della parola!

 

 

 

Agenda. Col passare del tempo il birignao di Pasolini (poeta, prosatore, regista) si fa sempre più intollerabile, quasi quanto l’enfasi di Gassman e le svenevolezze di Chaplin. Significherà qualcosa?

 

 

 

Autoscoliaste

chiamo narranza lo scanto il bisbiglio

l’afrore di confessio summisso vertice mora

del tradire l’abbraccio istilo

umilissimo e rimesso no fly

zone fra terra e cielo nugae

nugellae assoluto

zero di finzione timore l’affabile

favolina fiorata tenerrima da dire

a fior di labbro come niente

affavolandoti magari accivettandoti

la sera giù nel patio tra le gazze

poco prima che i gomiti o il ciglio

giriamo disse

e ordinò alla cavalleria di galoppare nella tormenta

 

 

 

Narranza. Ho dormito un paio d’ore, stomaco in subbuglio, bocca impastata, sogni pochi e confusi, inutile prendere appunti. Il sarto sale le scale con una pezza di cuoio sulla schiena, rantola schiacciato sotto un bue macellato di fresco, scivola, si rompe i ginocchi sul granito, si rialza, cade di nuovo e dice cu mult afect, afect, mentre le gemelle imboccano il vecchio scaricandogli in gola schiere di tartarughe vive e bestemmiano i santi sottovoce, occhi al cielo; la figlia del giornalaio sfonda il lucernario con la testa, sale in groppa alla maga che esibisce boriosa tre fantastici seni da ragazza e dà un morso alla bestia troncando la via crucis con un urlo, non ho bisogno di te, lèvati, ho appena finito di sgozzare quel porco, non vedi? e il mio collo si spicca dal tronco, ruota manovrato da un congegno, stringo le palpebre per non vedere, perché so cosa vedrei, e i corvi le schiudono coi rostri, e il sarto le infila con spille da balia per tenerle spalancate, e il giornalaio cola dall’intonaco addensandosi sul piancito, nessuno vuole niente da te, stròzzati con le tue pròtesi, e io metto tutto a posto allargando le braccia: sento ordine e armonia penetrarmi a poco a poco, fioccare come neve su ogni cosa; poi l’oceano si calma e il vento gonfia le vele. Al risveglio ho dato una scorsa al materiale senza alzarmi dal letto, giocherellando coi soldi per vedere se erano veri. Niente d’importante. Fata ha perso tutto, tranne il sorriso e le moine del cane. Orso e Pantera si sono riempiti le tasche, poi le hanno chiesto dove possono trovarmi: non la mandano giù. Una come lei ritorna, ha detto, ma fossi in voi starei bene così. Pantera le ha dato uno schiaffo così forte che è caduta dalla sedia e ha picchiato la fronte sulla sputacchiera; il cane gli ha azzannato un dito, quasi lo staccava; Orso l’ha preso per le zampe e l’ha sbattuto al muro: si sentiva lo scricchiolio delle ossa. Tutti hanno visto ma nessuno ha avuto il fegato di girarsi. Fata l’ha raccolto con l’indice e il pollice, gli ha sorriso, l’ha baciato in bocca e se l’è incastrato sotto l’ascella; poi ha pagato il rum con gli ultimi spiccioli e ha salutato la brigata mostrando fiera la guancia livida. Una regina. Il mutilato non staccava gli occhi dall’ingresso: aspettava me. S’è chiuso in bagno, ha preso un santino e ha cominciato a pregare graffiandosi il petto con un chiodo arrugginito: turgido, paonazzo, le pupille iniettate di sangue, non puoi farmi questo, non puoi. Aveva ragione: ogni volta che accettava lo scontro l’avversario scopriva un punto di poco superiore: full di nove: di dieci; scala al fante: alla donna; coppia di re: d’assi; cinque quadri: cuori; e se aveva fortuna gli altri buttavano le carte e la vincita ammontava a pochi centesimi. Quelli come lui non dovrebbero giocare. Quelli come lui dovrebbero sdraiarsi su un letto di dinamite e darsi fuoco. C’era anche l’uomo della stanza: pimpante, azzimato, battuta sempre pronta, una certa cultura, perfino Artaud e i concettuali, Heidegger, il Doganiere, svarioni compensati da un umorismo ineffabile: stentavo a riconoscerlo. Quando ha fermato lo sguardo sull’obiettivo ho temuto di svenire: ha finto tutto il tempo, era sveglio, strapperà le cimici, le mostrerà a Pantera, verranno a prendermi. Ma voleva solo schiacciare una zanzara gonfia di sangue sotto la finestra. L’ha fatto, e ha preteso un applauso dalle sue vittime, alzando l’orlo della giacca a mo’ d’inchino.

 

 

 

Solo questo. Gli laveremmo le camicie. Rammenderemmo i suoi calzini. Cucineremmo per lui sette giorni alla settimana. Gli daremmo casa, libri, conto in banca, tutto. Faremmo qualsiasi cosa per Roberto Saviano. Ma santo cielo, non chiamatelo scrittore.




Eleonora Chiesa, Bubble-Bubble (video, 2007)


Autocastrazioni. Secondo un noto linguista (che d’ora in poi chiameremo X) io sarei un purista, avrei una concezione statica della lingua e ogni cambiamento linguistico costituirebbe per me «un turbamento dell’ordine costituito» (così egli asserisce in una risposta, tuttora inedita, a un mio intervento in un forum linguistico di «Repubblica», che ha avuto la buona grazia d’inviarmi). Al tempo. Perché mai la mia rubrica semiseria Bloc notes (non già «linguistica», come X afferma, ma di varia cultura) sarebbe «purista»? Forse perché in essa scrivo che il filosofo Massimo Cacciari dichiara in televisione che esse est percipi significa «essere è percepire», oltre a dire «proseguio» e a storpiare un verso celeberrimo di Dante («Ora si porrà la sua nobilitade»)? O perché rimprovero a un noto giornalista d’aver scritto «Costa sole 2 euro in più» o a uno scrittore come Niffoi di pronunciare Paul Klee all’inglese? Sarebbero costoro «gli utenti di prestigio che fanno la lingua»? Ma mi faccia il piacere, direbbe Totò. Se Roberto Calasso non si fosse svegliato un mattino con la voglia di rimpinguare le casse dell’Adelphi pubblicando uno scrivente da banco come Niffoi, oggi l’imbrattacarte sardo continuerebbe a far parte – uso le parole di X – delle «classi subalterne non partecipi della cultura nazionale». «Si ha purismo – avverte il Dizionario di linguistica diretto da G. L. Beccaria – quando si prestabilisce l’ideale della lingua, riconoscendone i canoni, fissandone le regole ed opponendosi all’ingresso di parole “barbare”, generalmente identificate nei forestierismi e nei neologismi». Ora, lo stesso X riconosce che usaiolo è un mio neologismo (lo coniai – ovviamente sul modello di linguaiolo – qualche anno fa a proposito dei prìncipi degli usaioli, i coniugi Lepschy), e scrive: «per un purista come Gualberto Alvino mi sembra contraddittorio (ovvero puristicamente “sbagliato”) adoperare l’etichetta “usaiolo”: decisamente un “unicum” (neanche un es. in Internet!)». Rispondo che a) persino un bambino si sarebbe accorto che l’ho forgiato io (anche perché era chiuso tra brave virgolette); b) chi, come me, conia neologismi può forse essere un purista? Se X avesse la bontà di leggermi con attenzione si accorgerebbe che i miei testi poetici e narrativi pullulano di forestierismi, invenzioni lessicali, audacie grammaticali, e saprebbe che mi occupo da oltre un terzo di secolo dei cosiddetti “irregolari” della letteratura italiana, ossia degli autori che hanno posto al centro della propria poetica la sperimentazione linguistica (Consolo, Bufalino, D’Arrigo, Pizzuto, Balestrini, Sinigaglia…). Altro che «concezione statica della lingua»! Un purista farebbe questo? Esorto dunque X ad esprimersi cognita causa e a non lanciare accuse prive d’ogni fondamento. Inoltre, il vocabolo pubenda (usato in televisione da Piero Ostellino) non esiste; esiste solo pudenda/e (dal lat. pudere ‘vergognarsi’); che se ne trovino due occorrenze nella pagina letteraria del «Sole» («prestigiosissima»? giudizio affatto soggettivo, non condiviso dal sottoscritto e da molti altri) non significa assolutamente nulla. Quanto al più infimo del semiologo Gianfranco Marrone, così avverte s.v. il Grande dizionario della lingua italiana: «Le forme del comparativo più infimo, del superl. relativo il più infimo e del superl. assoluto infimissimo, che non hanno riscontro nel latino, sono da considerarsi iperboliche e fondamentalmente errate». Domanda: chi concorda col GDLI e non col De Mauro è automaticamente tacciabile di «egocentrismo e di intollerabile soggettivismo»? Riguardo poi alle occorrenze in rete (di più infimo e degli altri casi da me citati), si tratta di blog (chiunque può aprirne uno in cinque minuti), e tutti sanno che a scrivere nei blog sono per lo più ragazzini sletterati e opinionisti dotati di licenza elementare col minimo dei voti. La verità è che non si tratta, come crede X, di consapevoli infrazioni della norma determinate da scelta culturale o stilistica (naturalmente, l’incrocio pubenda sarebbe perfetto nel macaronico Gadda), bensì di «infrazioni compiute inavvertitamente da parte di chi tenta di adeguarsi al codice grammaticale ma non riesce nel suo intento, e viene tradito dalla scarsa cultura, da abitudini acquisite, da un sostrato dialettale, dall’analogia con altre forme linguistiche» (Dizionario di linguistica cit., s.v. errore linguistico). E proprio ad analogia con termini medici come glicemico, azotemico ecc. si deve il peregrino bulemico, usato non già da «illustri giornalisti, critici e scrittori», ma – che mi consti – da un solo giornalista, Aldo Grasso (gli esempî in rete non fanno testo per i motivi suddetti). Lo stesso vale per «scena da mozzafiato». Il motivo dello svarione di Franco Cordelli è semplicissimo: lo scrittore (mi si passi la parola grossa) s’è confuso – sempre per analogia – con la locuzione avverbiale «a perdifiato», come fanno spesso i miei studenti; tutto qui. Che non si tratti di scelta è provato dal fatto che Cordelli, da me informato della cosa, ammise onestamente lo svarione. Di più. Se avvertissi il mio dotto interlocutore che Vittorio Coletti, nei suoi saggi linguistici einaudiani, scrive «gran uso» e «paranomasia» (sempre, perfino nell’Indice delle cose notevoli) e che qualche conduttore televisivo comincia a dire «gran uomo» e «gran acquisto», egli sentenzierebbe che il linguista non può che prenderne atto, giacché si tratta di forme pienamente comprensibili adoprate da «utenti di prestigio che fanno la lingua». E se gli dicessi che qualcun altro di quegli «utenti di prestigio» comincia a dire «azotomia» e «tonsillectemia», mi risponderebbe che è vano, forsennato opporsi ai «cambiamenti linguistici» (scilicet, nella fattispecie, strafalcioni). E sia. Ma domando: che deve fare un maestro di scuola? Insegnare che la forma esatta è bulimia, azotemia, tonsillectomia, e che non c’è alcun motivo di dire più infimo come non c’è motivo di dire più ottimo e più migliore, o insegnare che, siccome i giornalisti Tizio e Caio del «Sole 24 ore» usano quelle forme, quelle forme sono legittime? Infine, se davvero X non si periterebbe di scrivere, come afferma, «i bambini probabilmente acquisirebbero senza grandi difficoltà tale possibilità comunicativa, se l’opposizione indicativo/congiuntivo era di ordine realmente semantico», fatti suoi. Lo avverto, però, che se un simile sgorbio comparisse in un tema di maturità o in una prova d’esame da giornalista pubblicista, il candidato sarebbe bocciato (ingiustamente direbbe X; giustamente, dico io: non perché vi siano “errori”, ma perché quella frase rispecchia l’approssimazione culturale, la rozzezza espressiva e la piattezza mentale del suo estensore). Trombato, senz’ombra di dubbio. Già, perché il mio stimatissimo amico discorre beatamente d’epoché e di descrittivismo, ma dimentica che gli errori linguistici e le trascurataggini stilistico-formali possono compromettere la carriera di uno studente o di un professionista. Non si vede per quale motivo il linguista debba autocastrarsi, limitandosi a svolgere funzioni notarili, quando aumenta sempre più il novero degli amanti della lingua assetati di sapere, i quali chiedono insistentemente agli esperti lumi, indicazioni, suggerimenti. X ricorda benissimo che il bollettino semestrale fondato nel 1990 da Giovanni Nencioni «La Crusca per voi. Foglio dell’Accademia della Crusca dedicato alle scuole e agli amatori della lingua» aveva come scopo primario quello di aiutare i non specialisti «a orientarsi criticamente nella soluzione dei problemi suggerendo loro il modo di porre nei giusti termini una difficoltà o dubbio di lingua». Questo, secondo me, è uno dei compiti del linguista. Sarò libero di concordare con un genio come Nencioni, senza tema d’esser tacciato di superficialità e linguaiolismo?

 

 

 

Scempiaggini eccellenti. «Chi ama Tolstoj non può amare Dostoevskij, chi ama Stendhal non può amare Proust, chi ama Dante non può amare Petrarca» (Leonardo Sciascia).

 

 

 

Alle fonti. «Il racconto è il racconto del fatterello, Lu cuntu de li cunti è più che sufficiente come conclusione di questo antico sistema, e balordo anche, di ridurre… Guarda anche, che so, nel Boccaccio: le novelle più belle sono quelle nelle quali non è il fatto ad avere importanza (Cisti, Chichibio, la prima della prima giornata…). Non è il fatto quello che interessa, quindi il racconto non serve a niente. Non diciamo poi […] quelle forme famose, che sono diventate modelli, nelle quali le digressioni soverchiano in modo straordinario la realtà del fatto che si racconta». Stupefà come la distinzione pizzutiana sia in tutto analoga a quella operata da Francesco De Sanctis nel commento alla terzina «Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli» (Inferno, xxxiii 40-42): «Essa è un capolavoro della maniera dantesca, che è la grande poesia, quel dipingere a larghi e rapidi tocchi lasciando grandi ombre illuminate da qualche vivo sprazzo di luce. Tutto è al di fuori; tutto è narrato anziché descritto o rappresentato, ma narrato in modo che l’immaginazione, fatta attiva e veloce, riempie le lacune e indovina il di dentro. Non è un quadro ma uno schizzo, tale però che il lettore ti fa immediatamente il quadro. E questo avviene perché il quadro esiste già nella mente del poeta, esiste, e si rivela in quello schizzo, così chiaramente, ch’egli si sdegnerebbe, come Ugolino, se il lettore rimanga freddo ed abbia aria di non capire. La grandezza dell’ingegno non è in quello che sa dire, ma in quello che fa indovinare» (Saggi critici).

 

«Fa parte degli elementi insoliti offerti da questi lavoretti [le Pagelle allora in composizione] qualche riforma della punteggiatura, tanto nel negativo che in positivo. Vi sono bandite le interpunzioni enfatiche, quali il punto ammirativo, i segni di reticenza, i corsivi, gli accapo, e ridotti al minimo gli interrogativi» (Pizzuto in un’intervista a Ruggero Jacobbi).

«Volevo domandarti di “stare, e gerundio”, un modo che non so se abbia autorevoli esempi (che sovrabbondano per “andare”), benché di uso comunissimo. Sto a fare, piace; sto facendo, a me almeno, assolutamente no» (lettera di Pizzuto a Gianfranco Contini del 24 dicembre 1964).

Ed ecco Leopardi: «Che è questo ingombro di lineette, di puntini, di spazietti, di punti ammirativi doppi e tripli, che so io ? Sto a vedere [cfr. «Volevo domandarti di “stare e gerundio”»] che torna alla moda la scrittura geroglifica, e i sentimenti e le idee non si vogliono più scrivere ma rappresentare, e non sapendo significare le cose colle parole, le vorremmo dipingere e significare con segni» (Zibaldone di pensieri, 975, 2).

 

 

 

Vexata ac novissima quaestio. «Moravia si cura poco dello stile: la parola vale per lui per quello che dice». Caro Ferroni, la parola letteraria vale solo per come è detta, non per il suo contenuto semantico, che scaturisce dalla struttura formale. Uno scrittore che «si cura poco dello stile» si cura poco delle cose: ergo, seguendo il suo ragionamento, Moravia non sarebbe uno scrittore. Giudizio – ça va sans dire – che approverei cordialissimamente (per me l’autore della Noia è un campione della letteratura – come diceva don Benedetto –d’intrattenimento, o di consumo, come si dice oggi), ma le chiedo: lei era consapevole di questa conseguenza logica scrivendo quelle parole?

 

 

 

Quesito. Sarà sconveniente trovar banale, rancido, inutile, insopportabile, noioso, pesante e illeggibile Il giovane Holden?




Sergio Zuccaro, Sottaciuti - "Stucchevoli", 2008 (ph. Maria Andreozzi)


Narranza. Spiando il generale ho dimenticato di accostare la tenda e lui mi ha visto. Non è servito a niente starnutire piegando il cannocchiale sugli uliveti sparsi di stormi per fingermi in vena di natura. Ha capito, forse lo sa da sempre e tace per non ferirmi, come si fa coi matti. Mai successo prima. Colpa del caldo, che mi impedisce perfino di pensare? È entrato nel bovindo, ha scritto una frase su un foglio e l’ha sciorinato movendo rapidamente le labbra. Ho fatto sì con la testa e dopo dieci secondi era da me: un lampo, con quei piedini da bambola, il fiato grosso e le gambe a x piene di nodi, come tutte le persone sole. Ho aperto tremando: faccino da capra, rassegnato al crucifige. Ma non era seccato, al contrario: sembrava brillo, rideva a scatti e insinuava continuamente le dita fra i capelli lunghi, sottilissimi, una lana. Non riusciva a trattenere la gioia, lui, l’escluso, l’ecceomo, il facchino senza valigia. Ha trovato il motto, ho pensato, e gli ho preparato una bibita più verde dei suoi ficus, su cui s’è avventato avido pur senza sete. Ha inghiottito rumorosamente ruotando gli occhi a spillo cerchiati di sonno e ha cominciato a parlare, scosso da un’eccitazione incoercibile: per vedere le cose devi guardarle come se non avessero senso, questione di distanza, prospettiva, quasi fossero sciarade, è lo stesso segreto dell’arte, dell’eros, della filosofia, non so dove l’ho letto, ma non conta, quel che conta è accomiatarsi con un teorema, chiaro, persuasivo, la chiusura del cerchio, la quarta foglia, ma le parole non bastano, serve un’altra lingua, vergine, univoca, sto sulla buona strada, succede di notte, il trucco? un pasto solo, uno e smodato, consumato con foga la sera tardi, fiumi di rosso, il travaglio gastrico genera incubi ma anche pensieri, se i filosofi sapessero, lo dico a te perché sei fuori dall’economia, l’animale più antieconomico che conosca, sperpero fatto carne, si vede da come cammini, persa, da come spii, niente fretta, nessun ricavo, giorni interi in bilico sul crinale della pazzia. L’ha detto a testa bassa, consapevole dell’enfasi, a braccia tese, credendo di respingere un attacco. Invece gli ho preso le mani e l’ho tirato sul terrazzo, quasi a dire ecco il teatro. Non ha capito. Si è sbottonata la camicia, ha piegato il busto punteggiato di macchie violacee e ha mormorato tagliamo corto: a lei l’ora a me il modo. E ha infilato la porta. Poco dopo ha attraversato la strada come un automa. Lei dev’essere la morte. Ma il modo? Che modo?

 

 

 

Imperdibili

Domenica Perrone, La memoria dilatata. Scritture del contemporaneo, Acireale, Bonanno, 2006.

Pietro Trifone, Malalingua. L’italiano scorretto da Dante a oggi, Bologna, Il Mulino, 2008.

Maurizio Dardano, Leggere i romanzi. Lingua e strutture testuali da Verga a Veronesi, Roma, Carocci, 2008.

Cesare Segre, Dai metodi ai testi. Varianti, personaggi, narrazioni, Torino, Aragno, 2008.

Francesco Muzzioli, Quelli a cui non piace. Pamphlet sull’esercizio della critica, Roma, Meltemi, 2008.

Mario Lunetta, La forma dell’Italia. Poema da compiere, Lecce, Manni, 2009.

Nanni Balestrini, Lo sventramento della storia, Roma, Polìmata, 2009.

Paolo Guzzi, Sperduti nello spazio, Lecce, Manni, 2009.

Perdibili

Alfonso Berardinelli, La forma del saggio. Definizione e attualità di un genere letterario, Venezia, Marsilio, 2008.

Edoardo Albinati, Guerra alla tristezza!, Roma, Fandango Libri, 2009.

Da perdere

Marco Lodoli, Cani e lupi, Torino, Einaudi, 2008.

Alda Merini, Padre mio, Milano, Frassinelli, 2009.

 

 

 

Sempreverdi. «Triste mestiere del critico: che scrive per sé, per servire alla propria verità, come tutti gli altri scrittori di questo mondo, e si vede scambiato per un servizio pubblico: peggio ancora, per un servizio privato ad uso della vanità di chi crea e del tornaconto di chi stampa» (Giacomo Debenedetti).

«Leggibile è un libro che si percorre con una lettura, che non lascia dietro di sé alcun residuo. Un testo leggibile non richiede non sopporta, direi di essere segmentato da una pluralità di letture, destrutturato e ricostruito con movimento ripetitivo, di essere non mai cominciato e non mai finito. Un libro è essenzialmente leggibile in quanto al termine della lettura non esiste più» (Giuliano Gramigna).

«La realtà è terribilmente superiore a ogni storia, a ogni favola, a ogni divinità, a ogni surrealtà» (Antonin Artaud).

«Noi non comunichiamo le cose che esistono, ma solo il linguaggio» (Gorgia).

«Ogni scrittore è costretto a farsi una sua lingua, come ogni violinista è costretto a farsi un suo “suono”» (Marcel Proust).

 

 

 

Ahi, Italo! «Quando ho finito il mio terzo romanzo, Treno di panna, mi è sembrato di avere finalmente trovato una mia voce di scrittore, così l’ho mandato ad alcuni editori, nessuno dei quali mi ha risposto. Dopo qualche mese su consiglio di un amico l’ho mandato a Italo Calvino, che oltre a essere un grande scrittore era uno dei principali consulenti della casa editrice Einaudi. Il mio romanzo gli è piaciuto, e ha deciso di pubblicarlo, scrivendo anche una bella quarta di copertina» (Andrea De Carlo).

 

 

 

«Tra i massimi poeti del Novecento»?

Come scendeva fina

e giovane le scale Annina!

 

Com’erano alberati

e freschi i suoi pensieri!

 

Com’era acuto l’ago

e agile e fine l’estro!

 

Eppure, quanta mattina

il giorno ch’era partita Annina!

 

E allora chi avrebbe detto

ch’era già minacciata? [Giorgio Caproni]

 

 

 

Creature ferraresi. Anselma Dell’Olio giudica Pranzo di ferragosto di tal Gianni Di Gregorio un film «assolutamente da non perdere». Potevamo non correre al cinema? Ed eccoci proiettati con tutte le scarpe nella più schifa broda della peggior commediazza italiana Anni Cinquanta, che un canchero la sughi. Un uomo di mezz’età, ovviamente con la faccia da oligofrenico, sussurra a un suo coetaneo non più vispo di lui: «Tu me dovresti tene’ mi’ madre». Taglio. Una vecchietta s’ingozza avidamente e lui le chiede: «Ma tutta la pasta al forno te sei magnata?». Saprà la prode Anselma quel che si dice?

 

 

 

Maestri? Un critico men che mediocre, reputato dall’imperante Mediocritas un portento d’acume esegetico, scrive: «Che cosa essenzialmente possiamo intendere per poesia, non sono affatto sicuro di saperlo». Caro Berardinelli, eviti i cibi nocivi, le distrazioni, le cattive compagnie, si concentri nello studio e vedrà che prima o poi qualcosa riuscirà a capire. Matematico.




Claudio Spoletini, La rotta, 1994/2009, olio su tela, cm. 30x24x3,5


Narranza. Stavolta dovrai penare per leggermi, io stessa fatico a decifrare i miei sgorbî: sembrano cuperose d’un avvinazzato, fulmini, sbreghi o cos’altro? Brutto segno, amica mia. Non riesco a tener ferma la penna, scivola, mi scivola da ogni parte come un pezzo di sapone bagnato. Dov’è la mia grafia da scoliaste? Il maestro mandava sempre me alla lavagna, sei la migliore, ti sporchi, alza le maniche, e passavo ore a copiare. Lo sforzo era tale che sudavo anche a gennaio. Tamponavo le gocce col cancellino e nessuno rideva, malgrado il gesso mi chiazzasse fronte guance capelli. L’esse maiuscola: tre minuti per farne una. Lunga, sinuosa. Un lavoro, una missione, ne ero fiera. E tu pure lo eri: mi guardavi con tanto d’occhi e dicevi alle altre la conosco, scappiamo ogni sabato, ci mettiamo sui prati, prima o poi non torniamo più, sul merci e via. Tu sei la migliore; ma adesso va’ al banco, ripòsati. Spiegava le guerre sfiorandomi la spalla col ventre. Lo sentivo sorgere, indurirsi, guizzare nel fustagno ruvido, niente mutande per estrarlo velocemente all’occasione, o per raggiungerlo dal buco della tasca. Ne avvertivo l’odore: strutto rancido; la forma: un tubo di coccoina. Lo vedevo a letto con la moglie azzoppata dalla polio, mammelle più grandi della testa, un groppo di carni vecchie fra lini lavati di fresco, più forte, angelo mio, fàmmi a pezzi. Spingevo il gomito e lui mostrava il bianco degli occhi scambiando Annibale per Nelson, poi copriva la macchia col libro e strisciava verso la cattedra a dire il Paradiso godendosi gli ultimi fremiti e badandomi con la coda dell’occhio per vedere se anch’io. Mi sembrava impossibile che fra tante scegliesse me, proprio me. Presto fui l’unica a poter uscire senz’avvisare, l’unica che si presentasse col grembiule imbrattato e avesse libero accesso al registro. La consegna era tassativa: dovevo sedermi al primo banco vicino alla finestra, guardare fuori tenendo aperte le gambe, accarezzarmela con la destra e intanto leccare il pollice della sinistra senza chiudere la bocca, lasciando che la saliva colasse sul mento e sul collo fino a sparire fra i seni che ancora non avevo. Ma i capezzoli sì: li succhiava come si fa con le ostriche quando uscivate in cortile al suono della campana. Non sentivo niente, ma sapevo cosa fare, l’avevo imparato dalle attrici del cinema, e quando schiudevo le labbra fingendo il visibilio la sua lingua grumosa premeva la mia, mulinava più veloce di una trottola, sui denti, sul palato, sulle gengive; allora gl’infilavo la mano in tasca, lo stringevo più che potevo e la vena cominciava a pulsare, finché, allentata la morsa, un grido rattenuto poneva fine al furore un attimo prima del vostro rientro, tu in testa, l’occhio torvo di chi si rifiuta di capire. Un lavoro. Era un lavoro anche quello. Ci voleva tutta l’acqua del fiume per lavarmi. Tutti i profumi di mia madre per raschiare l’odore. Tutta la forza della mia fantasia per assolvermi e far tabula rasa in pochi secondi.

 

 

 

Senno del poi. «I lapsus sono estremamente contagiosi, come del resto la dimenticanza dei nomi propri […]. Non sono in grado di spiegare questa tendenza al contagio psichico» (Sigmund Freud, Psicopatologia della vita quotidiana). Neuroni specchio?

 

 

 

Agenda. «Con Aracoeli la Morante torna in sostanza allo stile alto (qui tragico e quasi violento) dei due primi romanzi» (Pier Vincenzo Mengaldo). Stile alto? Il romanzo è infarcito di grossezze tali da indurre il sospetto che l’autrice traduca da una lingua straniera appresa per corrispondenza.

Svarioni e improprietà («stanze corredate di un cesso», «territorio natale», «territorio nativo», «altitudine» per statura, «affannante» per affannato, «fui tallonato dal sospetto», «in sua famiglia», «un attestato di vanto alla persona mia propria», «gli mancava un dente proprio nel mezzo del davanti», «essa correva a mio padre», «si postò al lato») accanto a goffaggini e intenzioni mimetiche della peggior lega («siccome mi vedeva che mangiavo»).

Paronomasie involontarie e ripetizioni a distanza ravvicinata, frutto d’una rapidità esecutiva impressionante: «le proposte mondane della zia Monda», «erompe […] da una feroce eruzione interna».

Ampio ricorso ad espressioni stereotipe: «vivere significa: l’esperienza della separazione», «calma spettrale», «in verità io non volevo crescere».

Accumulo – in contesti incompatibili – di negazioni («neanche la notizia della sua morte ormai non potrebbe toccarmi più», «né io né lei non ci siamo voltati»), preposizioni («di fra la folla») e interiezioni: «Ah ti piacerebbe eh» (la prima non seguita da virgola, la seconda non preceduta da virgola e orba di punto interrogativo).

Arcaismi, aulicismi e poeticismi d’accatto: «fioco murmure d’addio», «ch’io», «in istrada», «essa» per lei, «colui», «costei», «cotali», «indi», «diuturna», «Fra le tante ariette di Aracoeli, quest’una mi ha frequentato spesso», «m’accoglie per un istante nel suo grembo luminoso», «in un sùbito oblio di me», «desiata piaga», «beverle», «recusava», «avanti che lo sapessi», «non ardii più d’insistere», «istituzione» per abitudine, «stazione» per sosta, «vespertino» per serale, «offici» per servizi domestici, «Io la guardavo perplesso e intristito, nel dubbio di avere, forse, con qualche inavveduta mia colpa, provocato io questo incongruo inasprimento dei suoi modi», «bugiava», «primieramente», «Ma chi t’ha avvezzato a questi comportamenti a tavola?», «aveva conchiuso la propria sentenza», «poche piante sopravvissute intristivano verso l’agonia», «mi dimisi dall’impresa» (di aiutare una vecchietta); perfino un accusativo alla greca: «scoperti la testa canuta».

Insoffribili similitudini barocche: «Rammento il sole radioso del giorno pieno, che irrompeva dalla terrazza senza riguardi, come una squadra di sbirri venuti a perquisire».

Inversioni fino al limite della sìnchisi: «qualche inavveduta mia colpa», «sempre era muta», «incapace di più resistere».

Negligenza interpuntiva: «la quale, a me sembra imitare, all’aspetto, una tenutaria», «non certo come un maschio ama una femmina; ma come un tronco», «Già è vero» per Già, è vero, «Verso Aracoeli, aveva le cure trepidanti», «l’una, miserabile, e l’altra, sinistra».

Errori tout court: «o’kay», «domanda consueta di [per in] simili occasioni», «tutti, al suo passaggio, scappano, come a una disgrazia», «circa alla leggendaria statura di mio padre».

Stile alto?

 

 

 

Sure? «Un incipit è la formula iniziale con cui si comincia una narrazione, una formula da cui dipenderà il grado di attenzione del lettore»: così recita un precetto d’una celebre scuola di scrittura. Fosse vero, nove decimi della narrativa mondiale sarebbero da buttar via.

 

 

 

«Il crocifisso è il simbolo della civiltà occidentale»?

di età d’anni ventidue partii navicando

in zeffiro verso meridie a cognoscere

li siti de li lochi vie asprissime e pienne de spini

vanno del tucto nudi su lor canove

di guardatura fisa e prompta

riccamente vestiti sopra belli cavalli

una herba che in lingua mesicana è detta tabacco

tirano il fiato a loro onde quel fumo

va in bocca in gola e nella testa

planitie piene di grandissime selve

infinita canella gengiavo verde e secco e molto pepe

e gherofani noci moscadi mace muschio algalia

istorach bongiuì porcelane cassia mastica

incenso mirra sandali rossi e bianchi

legno aloè canfera ambracane molta lacca

mumia anil tuzia opio aloè patico

folio indico e molte altre drogherie che sari’

cosa lunga al contalle

imbriacchi d’acqua di vita abbruciano case

per il continovo moto della nave

stemo in Meca sino adì 12 di luglio

trovamo rose silvestre viole e lilii

trapassammo loro il petto con legni apuntati e i fianchi

mandesemo uno batello ben fornito de boni cristiani

aciò li amaistrasse ne la fede

per lassar di nui doppo morte fama alcuna

 

navicammo con buonissimo tempo 3 giorni

vedemmo infinitissima cosa di uccelli

acti a ogni piacere di venazione

cavriuoli e cerbi e dani e lepre e conigli

animali domestici nesuno

omini di barba nessuna li quai sanza requie

abundantissimamente in mille mercatantie mercatantano

ammontellate sovra monti de rancido pactume

color bigio o lionato

20 barchette venivano con varii gridi intorno a la nave

in fronte d’un grandissimo rio

e lì nascono bonissimi frutti e maxime bone uve

faciavamo di loro grandissima mattanza

lance arcobugi spade targoni

e pigliammo plenissima satisfazzione

de lor femine de tanta vagheza e dilectevole guardatura

ànno le tete longue mezo brazo

io disegnai di rimettermi al viagio

marti de nocte se ingolfassemo nel Mare Oceanno

lassando detta terra con molto dispiacere

in fine andammo a nostro cammino

per le imondeze de la Europia




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