LE VIE DEL RACCONTO
CAMILLA MIGLIORI
 

 

 

LA CACCA DI  SANTO

                                                    

Santo tremava. Si girava e rigirava tra le lenzuola puzzolenti. La diarrea non gli dava tregua. Accanto al letto Nunzia, piccola, magra, capelli neri e crespi raccolti in una crocchia dietro la nuca. Si affaccendava attorno a quel corpo sofferente, lo accudiva giorno e notte con totale abnegazione e si sentiva profondamente indignata per l’offesa gratuita che la natura arrecava a quell'uomo ormai reso fragile e indifeso dalla malattia.

Il caldo dell’estate e la mancanza di ventilazione rendeva nauseante l’aria nella piccola stanza. Ma Nunzia non provava nessuna repulsione olfattiva e, malgrado l’olezzo fecale, continuava ad assistere il suo infermo pervasa da rassegnata serenità, compiendo i gesti con lentezza quasi rituale.

Per la terza volta aveva cambiato le lenzuola ma, dopo una decina di minuti, si era reso necessario un altro cambio. Nunzia scrutava il volto di quell’uomo malato, la bocca socchiusa mentre emetteva flebili lamenti e osservava attenta l’occhio smorto, vigilava il suo respiro. Quel corpo avvilito, che eruttava in continuazione liquidi giallognoli, infliggeva al suo cuore una pena indicibile.

Ai piedi del letto aveva collocato una grossa cesta di vimini dove venivano ammucchiate le lenzuola sporche.

Santo se ne lamentava: “Porta via quel lordume... non senti che  fetore...”

Ma a  Nunzia non tornava comodo uscire ogni volta dalla stanza con quegli involti sgocciolanti cacca liquida, preferiva farlo a fine giornata quando prendeva tutte assieme le lenzuola impastate di escrementi per infilarle nella lavatrice.

Soffriva insieme a Santo. Non accettava quella malattia, non si dava pace di fronte a quel corpo che si disfaceva in cacca.

“Non è giusto!” pensava mentre Santo si lamentava: “Perché?.... Perché devo finire in questo modo?”

Nunzia curava le sue piaghe da decubito e cercava di tamponare il getto di diarrea che stava  devastando quel corpo. Partecipava empaticamente al dolore di quel povero vecchio, sprofondato nel materasso ormai intriso anch'esso di escrementi.

Lui, un professore, così istruito, che per anni aveva trasmesso tutto il suo sapere ai ragazzini ignoranti di un piccolo centro abitato da non più di mille anime. Proprio lui che si era prodigato per insegnare a leggere, scrivere, contare a quei piccoli animaletti analfabeti.

Non era mai venuto meno al suo dovere di insegnante e, persino quando la neve cadeva copiosa sulle tortuose strade di montagna di quel paesino, non aveva mai annullato la sua lezione. E sì che avrebbe potuto far carriera altrove, pensava Nunzia. Quanto avrebbe voluto essere stata sua allieva!

Ma adesso lui aveva bisogno delle sue cure e lei godeva del privilegio di assistere quella persona colta e rispettata. Una bella rivincita, per lei analfabeta,  che la vita le concedeva.

Santo aveva i giorni contati ma lei sperava in un miracolo.

“Quanto dovrò evacuare ancora, prima di morire?”

La sua esile assistente lo fissava annichilita. “State calmo e quieto.. passerà... è solo un malaugurato incidente...” rispondeva pacatamente Nunzia mentre  le sue agili e sottili dita  si intrufolavano sotto il corpo del malato e arrotolavano con rapidità le lenzuola piene di cacca.

E quando Santo sentiva stendere sotto di sé le lenzuola pulite, fresche di bucato e ben stirate, allora la guardava con gratitudine: “Sono attimi di sollievo... sei una persona degna... sussurrava, mentre una nuova scarica sporcava subito il lenzuolo appena cambiato.

Ma Nunzia non se ne preoccupava, anzi la riconoscenza di lui la rendeva beata. In quell’uomo, era evidente, albergavano sentimenti elevati perché, invece di maledire Dio che l’aveva ridotto in quello stato, sopportava quel martirio come un santo.

Ecco, era forse per questo che si chiamava  Santo. Pensava Nunzia.

E percepiva la sua forza morale, constatava la sua dignità nella malattia, ammirava in lui quello che una persona più istruita di lei avrebbe definito un atteggiamento stoico.

Dopo l’ottava scarica di diarrea, il malato, spossato, si lasciò andare ad una leggera sonnolenza. Nel dormiveglia smaniava e, nel rotolarsi tra le lenzuola fetide, imbrattava ancor più tutto il suo corpo.

Ma Nunzia era lì, pronta con una spugnetta a pulirgli le braccia, le gambe, finanche il viso, imbrattato da  qualche schizzo giallastro delle sue feci liquide.

Nel pomeriggio Santo ebbe un violento attacco di febbre, vaneggiava, fremeva.

Nunzia poggiava la mano fresca sulla sua  fronte: “Va tutto bene, è solo un momento di crisi... passerà...”

Santo ora, in preda ai brividi, parlava a vanvera, frasi sconnesse: “ Sta’ ferma... sta’ zitta... E dopo un sussulto : “Non ti farò del male...”

Nunzia scuoteva sconsolata la testa, sorrideva, inumidiva le labbra screpolate dell’uomo con una pezzuola bagnata.

Ma Santo si agitava sempre più violentemente, una strana frenesia si era impossessata del suo corpo. La febbre cresceva e la sua voce si era fatta più rauca:

“Sei un bell’animaletto... un agnellino caldo, morbido... vieni qui, lasciati prendere...”

Un’altra scarica di diarrea riempì il letto, e la cacca fuoriuscì dai bordi colando sul pavimento.

Poi continuò nei suoi  vaneggiamenti : “Hai cinque anni, non è vero?... E ti chiami Lisetta. Non ti muovere...”

Nunzia ascoltava… doveva essere  la febbre la causa di quelle frasi senza senso... chissà quali ricordi stava confusamene rimescolando quel povero vecchio ormai alla fine della sua tribolata esistenza.

Nunzia comprese che la malattia stava procedendo inesorabilmente verso la fine, e l’idea che Santo stesse per morire aumentò in lei l’abnegazione nei confronti di lui che vedeva scivolare sempre più nel  rigagnolo dei propri liquidi fecali.

Le  dita della donna, delicate e lievi come petali di rosa, cambiarono l’ennesimo lenzuolo sotto il corpo di Santo. I suoi gesti premurosi erano attenti nell’evitare uno scatto o un colpo maldestro delle mani; non era giusto, pensava Nunzia, che all’umiliazione patita da Santo per la repellente malattia, dovesse aggiungersi una seppure minima, ulteriore sofferenza fisica.

Santo emise un'enorme quantità di cacca liquida. Nunzia non riusciva più a tenerlo pulito neppure per qualche minuto.

Inaspettatamente quel corpo macilento, ormai consunto e devitalizzato, si sollevò.

E apparve molliccio, come fuoriuscito da una pozzanghera piena di lurido fango con le  gambe che sembravano avvolte da alghe marce.

Santo guardò avanti a sé, lo sguardo fisso nel vuoto, aprì la bocca e Nunzia vide che era piena di cacca.

“Non se lo merita”. La donna ebbe un fremito di ribellione di fronte allo scempio della malattia. Rimise in ordine i cuscini. “Non se lo merita”. Il rispettabile vecchio insegnante.

Santo in preda al delirio, con i piedi penzoloni fuori dal letto che sgocciolavano poltiglia gialla, vomitava parole sconnesse: “Lisetta, sta ferma! Lasciati prendere! Ma che fai? Brutta sporcacciona... te la sei fatta nelle mutande? Lo vedi? Mi hai sporcato i pantaloni! Ora ti aggiusto io!”

Le mani di Nunzia si bloccarono, come paralizzate, mentre un sussulto interno scosse con forza quel piccolo esile corpo tanto da fargli fare un balzo all’indietro.

Adesso lui la guardava con gli occhi gialli di cacca. Spalancò la bocca come per emettere un grido estremo, folle, quasi a voler trapassare le mura della stanza per far risuonare la sua voce nel mondo intero. Poi confessò: “Non era la prima volta che lo facevo... con Lisetta... Sono stato io a... ma lei non ha mai parlato, per paura..."

Nunzia si tappò le orecchie, non voleva sentire, non voleva capire. Era il delirio, era la febbre che aveva sconnesso la mente di quel malandato signore che amorevolmente insegnava a leggere e a scrivere ai ragazzini montanari.

Come  in  una eco distorta percepì ancora la voce di Santo: “Nunzia cambiami il lenzuolo... presto non ce la faccio più... Nunzia lavami il viso...”

Le mani di Nunzia scattarono immediatamente, chiusero le imposte della stanza, aprirono il cesto delle lenzuola sporche e gettarono quell’ammasso di teli grondanti cacca liquida addosso al vecchio. Quelle mani che fino a qualche istante prima avevano sfiorato con amorevoli carezze il volto di Santo ora premevano sulla sua bocca con una forza fuori dell’ordinario. Il respiro del vecchio cessò. Nunzia osservò freddamente quel corpo che ora le apparve laido e  osceno e pensò che quell’uomo invece di chiamarsi Santo avrebbe dovuto chiamarsi Diavolo.

Poi uscì lentamente dalla stanza, chiuse con calma la porta dietro di sé, e si trovò fuori, per la strada. Ora  poteva respirare aria pulita.  

 

 

  

 

 




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