LA CACCA DI SANTO
Santo
tremava. Si girava e rigirava tra le lenzuola puzzolenti. La diarrea non gli
dava tregua. Accanto al letto Nunzia, piccola, magra, capelli neri e crespi
raccolti in una crocchia dietro la nuca. Si affaccendava attorno a quel corpo
sofferente, lo accudiva giorno e notte con totale abnegazione e si sentiva
profondamente indignata per l’offesa gratuita che la natura arrecava a
quell'uomo ormai reso fragile e indifeso dalla malattia.
Il
caldo dell’estate e la mancanza di ventilazione rendeva nauseante l’aria nella
piccola stanza. Ma Nunzia non provava nessuna repulsione olfattiva e, malgrado l’olezzo fecale, continuava ad assistere il suo
infermo pervasa da rassegnata serenità, compiendo i gesti con lentezza quasi
rituale.
Per
la terza volta aveva cambiato le lenzuola ma, dopo una
decina di minuti, si era reso necessario un altro cambio. Nunzia scrutava il
volto di quell’uomo malato, la bocca socchiusa mentre
emetteva flebili lamenti e osservava attenta l’occhio smorto, vigilava il suo
respiro. Quel corpo avvilito, che eruttava in continuazione liquidi
giallognoli, infliggeva al suo cuore una pena indicibile.
Ai
piedi del letto aveva collocato una grossa cesta di vimini dove venivano ammucchiate le lenzuola sporche.
Santo
se ne lamentava: “Porta via quel lordume... non senti che fetore...”
Ma
a Nunzia non
tornava comodo uscire ogni volta dalla stanza con quegli involti sgocciolanti
cacca liquida, preferiva farlo a fine giornata quando prendeva tutte assieme le
lenzuola impastate di escrementi per infilarle nella lavatrice.
Soffriva
insieme a Santo. Non accettava quella malattia, non si dava pace di fronte a
quel corpo che si disfaceva in cacca.
“Non
è giusto!” pensava mentre Santo si lamentava:
“Perché?.... Perché devo finire in questo modo?”
Nunzia
curava le sue piaghe da decubito e cercava di tamponare il getto di diarrea che
stava devastando
quel corpo. Partecipava empaticamente al dolore di quel povero vecchio,
sprofondato nel materasso ormai intriso anch'esso di escrementi.
Lui,
un professore, così istruito, che per anni aveva trasmesso tutto il suo sapere
ai ragazzini ignoranti di un piccolo centro abitato da non più di mille anime.
Proprio lui che si era prodigato per insegnare a leggere, scrivere, contare a
quei piccoli animaletti analfabeti.
Non
era mai venuto meno al suo dovere di insegnante e, persino quando la neve
cadeva copiosa sulle tortuose strade di montagna di quel paesino, non aveva mai
annullato la sua lezione. E sì che avrebbe potuto far carriera altrove, pensava
Nunzia. Quanto avrebbe voluto essere stata sua
allieva!
Ma
adesso lui aveva bisogno delle sue cure e lei godeva del privilegio di
assistere quella persona colta e rispettata. Una bella rivincita, per lei
analfabeta, che
la vita le concedeva.
Santo
aveva i giorni contati ma lei sperava in un miracolo.
“Quanto
dovrò evacuare ancora, prima di morire?”
La
sua esile assistente lo fissava annichilita. “State calmo e quieto.. passerà... è solo un malaugurato incidente...” rispondeva pacatamente Nunzia mentre le sue agili e sottili dita si intrufolavano sotto il corpo del malato e
arrotolavano con rapidità le lenzuola piene di cacca.
E
quando Santo sentiva stendere sotto di sé le lenzuola pulite, fresche di bucato
e ben stirate, allora la guardava con gratitudine: “Sono attimi di sollievo...
sei una persona degna...” sussurrava,
mentre una nuova scarica sporcava subito il lenzuolo appena cambiato.
Ma
Nunzia non se ne preoccupava, anzi la riconoscenza di lui la rendeva beata. In
quell’uomo, era evidente, albergavano sentimenti elevati perché, invece di
maledire Dio che l’aveva ridotto in quello stato, sopportava quel martirio come
un santo.
Ecco,
era forse per questo che si chiamava Santo. Pensava Nunzia.
E
percepiva la sua forza morale, constatava la sua dignità nella malattia,
ammirava in lui quello che una persona più istruita di lei avrebbe definito un
atteggiamento stoico.
Dopo
l’ottava scarica di diarrea, il malato, spossato, si lasciò andare ad una
leggera sonnolenza. Nel dormiveglia smaniava e, nel rotolarsi tra le lenzuola
fetide, imbrattava ancor più tutto il suo corpo.
Ma
Nunzia era lì, pronta con una spugnetta a pulirgli le braccia, le gambe,
finanche il viso, imbrattato da qualche schizzo giallastro delle sue
feci liquide.
Nel
pomeriggio Santo ebbe un violento attacco di febbre, vaneggiava, fremeva.
Nunzia
poggiava la mano fresca sulla sua fronte: “Va tutto bene, è solo un
momento di crisi... passerà...”
Santo
ora, in preda ai brividi, parlava a vanvera, frasi sconnesse: “ Sta’ ferma...
sta’ zitta...” E dopo un sussulto :
“Non ti farò del male...”
Nunzia
scuoteva sconsolata la testa, sorrideva, inumidiva le labbra screpolate dell’uomo
con una pezzuola bagnata.
Ma
Santo si agitava sempre più violentemente, una strana frenesia si era
impossessata del suo corpo. La febbre cresceva e la sua voce si era fatta più
rauca:
“Sei
un bell’animaletto... un agnellino caldo, morbido... vieni
qui, lasciati prendere...”
Un’altra
scarica di diarrea riempì il letto, e la cacca fuoriuscì dai bordi colando sul
pavimento.
Poi
continuò nei suoi vaneggiamenti
: “Hai cinque anni, non è vero?... E ti chiami Lisetta. Non ti muovere...”
Nunzia
ascoltava… doveva essere
la febbre la causa di quelle frasi senza senso... chissà quali
ricordi stava confusamene rimescolando quel povero vecchio ormai alla fine
della sua tribolata esistenza.
Nunzia
comprese che la malattia stava procedendo inesorabilmente verso la fine, e l’idea
che Santo stesse per morire aumentò in lei l’abnegazione nei confronti di lui
che vedeva scivolare sempre più nel rigagnolo dei propri liquidi fecali.
Le dita della donna,
delicate e lievi come petali di rosa, cambiarono l’ennesimo lenzuolo sotto il
corpo di Santo. I suoi gesti premurosi erano attenti nell’evitare uno scatto o
un colpo maldestro delle mani; non era giusto, pensava Nunzia, che all’umiliazione
patita da Santo per la repellente malattia, dovesse aggiungersi una seppure
minima, ulteriore sofferenza fisica.
Santo
emise un'enorme quantità di cacca liquida. Nunzia non riusciva più a tenerlo
pulito neppure per qualche minuto.
Inaspettatamente
quel corpo macilento, ormai consunto e devitalizzato,
si sollevò.
E
apparve molliccio, come fuoriuscito da una pozzanghera piena di lurido fango
con le gambe
che sembravano avvolte da alghe marce.
Santo
guardò avanti a sé, lo sguardo fisso nel vuoto, aprì la bocca e Nunzia vide che
era piena di cacca.
“Non
se lo merita”. La donna ebbe un fremito di ribellione di fronte allo scempio
della malattia. Rimise in ordine i cuscini. “Non se lo merita”. Il rispettabile
vecchio insegnante.
Santo
in preda al delirio, con i piedi penzoloni fuori dal
letto che sgocciolavano poltiglia gialla, vomitava parole sconnesse: “Lisetta,
sta ferma! Lasciati prendere! Ma che fai? Brutta sporcacciona... te la sei
fatta nelle mutande? Lo vedi? Mi hai sporcato i pantaloni! Ora ti aggiusto io!”
Le
mani di Nunzia si bloccarono, come paralizzate, mentre un sussulto interno
scosse con forza quel piccolo esile corpo tanto da fargli fare un balzo all’indietro.
Adesso
lui la guardava con gli occhi gialli di cacca. Spalancò la bocca come per
emettere un grido estremo, folle, quasi a voler trapassare le mura della stanza
per far risuonare la sua voce nel mondo intero. Poi confessò: “Non era la prima
volta che lo facevo... con Lisetta... Sono stato io a... ma lei non ha mai
parlato, per paura..."
Nunzia
si tappò le orecchie, non voleva sentire, non voleva capire. Era il delirio,
era la febbre che aveva sconnesso la mente di quel malandato signore che
amorevolmente insegnava a leggere e a scrivere ai ragazzini montanari.
Come in una eco distorta percepì ancora la voce di
Santo: “Nunzia cambiami il lenzuolo... presto non ce la faccio più... Nunzia
lavami il viso...”
Le
mani di Nunzia scattarono immediatamente, chiusero le imposte della stanza,
aprirono il cesto delle lenzuola sporche e gettarono quell’ammasso di teli
grondanti cacca liquida addosso al vecchio. Quelle mani che
fino a qualche istante prima avevano sfiorato con amorevoli carezze il
volto di Santo ora premevano sulla sua bocca con una forza fuori
dell’ordinario. Il respiro del vecchio cessò. Nunzia osservò freddamente quel
corpo che ora le apparve laido e osceno e pensò che quell’uomo invece
di chiamarsi Santo avrebbe dovuto chiamarsi Diavolo.
Poi
uscì lentamente dalla stanza, chiuse con calma la porta dietro di sé, e si
trovò fuori, per la strada. Ora poteva respirare aria pulita.