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di Ilenia Appicciafuoco
Se dovessi utilizzare una sola parola per
descrivere l’ultima opera letteraria di Alfonso Lentini, Cento madri, la prenderei
in prestito dal variopinto vocabolario di Stefano Benni: essa sarebbe schizzozibibbo. Lascio che sia lo stesso
Benni, che in “Saltatempo” elogia questo strano frutto, ad esporne le
caratteristiche:
(…) Mangiai quattro chicchi e tre mi esplosero nella trachea
(…) il chicco deve essere tutto compresso e turgido di sugo e zucchero e
invidia d’ape, l’esplosione che avviene quando il dente lo ferisce è come una
bomba, uno sborramento di gusto, e lo zibibbo va su per il naso e nei bronchi
fino al pancreas, e tu tossisci e godi e tossisci e godi e mentre tossisci
mandi giù un altro chicco per godere di più. (…) (Stefano Benni, in
“Saltatempo”, pag 13).
È così il libro di Alfonso Lentini: si legge in
poche ore, ma è dotato di un linguaggio corposo, denso, originale, ma
contemporaneamente semplice, diretto, paratattico, ricco di similitudini,
analogie, motivi ricorrenti.
Cento
madri è
la storia, ambientata in Sicilia, di un bambino e del suo passaggio
dall’infanzia all’adolescenza. È la storia di tutte le figure che, come
satelliti, gravitano intorno al piccolo, amorevoli, inquietanti, fin troppo
accondiscendenti e, al tempo stesso “soffocanti”.
La struttura del libro è molto semplice. Esso si
divide in sessantotto piccoli capitoli, alcuni, i più lunghi, di una pagina,
altri brevissimi, di poche righe, e si apre con un altro capitolo che funge da
introduzione, scritto in carattere corsivo. Il capitolo finale consiste
addirittura in una sentenza, che l’autore prende in prestito da un’opera di
Gaetano Testa: Andando imparo dove devo
andare.
Cento
madri è
anche la storia di un abbandono, di una scelta dolorosa quanto inevitabile,
crudele come un delitto.
La parte iniziale dell’opera scritta in
carattere corsivo, “Mongolfiere”, è una sorta d’introduzione e, allo stesso
tempo, un flashback, un ricordo, un’immagine istantanea che racchiude tutto ciò
che per il bambino, ormai adulto, rimane vivido dell’atmosfera e delle
caratteristiche peculiari del luogo d’origine. L’immagine dei palloni
aerostatici che si librano in volo, l’attesa di (…) una qualche salvezza (…) [i] che possa arrivare dal cielo si mescola alle
speranze infantili dei bambini (…Qualcuno
di noi ragazzini credeva ancora nell’Angelo Custode…) [ii] e ai progressi della
scienza, le tappe iniziali per la “conquista dello spazio” (…Ma erano anche i tempi dei primi voli
spaziali. Lo Sputnik perso negli abissi slabbrati del cosmo, così piccolo e
pigolante, ci faceva quasi pena, ma ci arrossava le gote, ci eccitava
forsennatamente). [iii]
Questa “introduzione”, dunque, aiuta anche il lettore
ad individuare il tempo della storia: la Sicilia negli anni Cinquanta e Sessanta.
Lentini si sposta con facilità dal passato al
presente, dalla prima alla terza persona, riuscendo a far sì che questi
passaggi risultino al lettore naturali, fluidi. L’autore adotta, inoltre, un
tipo di scrittura che procede per analessi, prolessi, immagini istantanee,
periodi in cui predomina la paratassi e sceglie un linguaggio e uno stile dai
toni e dalle modulazioni fortemente lirici: immagini oniriche e sognanti “invadono”
le pagine e si rivelano anche espedienti che, tramite l’utilizzo di metafore e
analogie, suggeriscono al lettore indizi fondamentali sui comportamenti e gli
atteggiamenti dei personaggi.
Ad ogni
colpo si tosse del bimbo, un ragno grosso come un uovo si staccava dalle mani
delle cento madri sedute in cerchio intorno a lui, e scivolava via sul
pavimento. Ogni madre un ragno. Ad ogni colpo di tosse cento ragni invadevano
il pavimento, grossi e giallicci, e si andavano a rifugiare veloci nei loro nascondigli.
(“Cento
madri”, pag 36)
Questo è l’intero paragrafo 14: poco più di
cinque righe. Questa è l’immagine di cui Lentini si serve per descrivere
l’apprensione delle cento madri nei confronti del “principino” e la loro ansia
di proteggerlo dagli avvenimenti negativi, dai traumi, dai dolori e dalle ansie
della vita quotidiana.
Ogni personaggio (anche se sarebbe più opportuno
parlare di “presenze”) è accompagnato da un epiteto che l’autore ricava
dall’osservazione delle caratteristiche fisiche rilevanti, ma anche dai
differenti modi di comunicazione utilizzati dalle varie figure: c’è la madre
“principale”, quella carnale, giovane e inesperta, dalla labbra turgide e rosse
(…la più appassionata, mi cullava male
perché tutte le sere piangeva…) [iv],
sempre maltrattata dal suo sposo; ci sono le madri aviformi, dall’ossatura simile a quella degli uccelli, vestite di
nero, che, gobbe e raccolte, come perennemente in preghiera, sussurrano sul
pianerottolo della grande villa abitata dalla famiglia. Le loro confabulazioni contribuiscono a
rafforzare l’atmosfera sovente cupa, buia, barocca che si respira nella dimora
e che, a sua volta, trasforma quest’ultima in una sorta di gabbia dorata che
circonda, protegge e che tenterà inutilmente di “imprigionare” la figura del
protagonista.
Le madri dall’ossatura aviforme, all’apparenza
inquietanti, sono quelle che si adoperano per soddisfare ogni capriccio del principino: la scrittura di Lentini,
quando si concentra sulle prelibatezze e i doni che esse, come per magia, fanno
comparire di fronte al bambino, riesce in qualche modo a farsi essa stessa
“carica”, “pastosa”, “invitante” come una cassata siciliana, o “colorata” come
un pupo:
(…)
gingilli d’ogni sorta o cubàita di mandorle, o aquiloni o fischietti di
terracotta o amarene sciroppate o pupi col cappello a cono o durlindane di
latta o financo trionfali cassate: fragranti, molli, pastose, rigonfie di crema
alla ricotta, inondate di glassa e guarnite al centro da un rosone luminescente
di frutta candita (…) [v]
Insieme a queste presenze, troviamo anche le madri cameriere: la più giovane,
provocante, ammaliatrice, bellissima e
con gli occhi allungati, occhi d’alchimia, riempirà per quasi tutta la
durata del racconto sogni erotici e desideri sessuali del ragazzino, mentre
Angela e Vincenza, sordomute, riescono ad esprimersi solo a gesti e tramite
suoni inarticolati. La cameriera muta Vincenza, spesso, intrattiene interminabili dialoghi senza parole con
la nonna del piccolo, la madre-monade (…)
leggente e narrante chiusa in un mondo tutto suo, lontano da quello reale,
in cui tutto appare silente, distante da ogni contatto umano con l’esterno.
Sono molte, nel libro di Alfonso Lentini, le
sequenze in cui perfino la città, teatro del racconto, appare come un luogo
chiuso, in cui le notize sembrano arrivare da una dimensione lontanissima ed in
cui il tempo sembra essersi fermato.
Solo nell’undicesimo capitolo l’autore inizia a
tracciare leggere pennellate su ciò che avviene fuori dalla casa anche se, già
nel capitolo successivo, spiega come ogni suono, rumore, notizia provenienti
dal paese risultino deboli, lontani, incapaci di raggiungere la villa che
appare sempre più chiusa in se stessa, come circondata da una bolla di vetro.
Lontani
rulli di tamburo annunciavano che non stava succedendo nulla. [vi]
Tutto nella grande casa, inoltre, dalle
suppellettili alle stanze stesse, sembra evanescente, capace di moltiplicarsi e
al tempo stesso di scomparire nel nulla.
Quelle che l’autore chiama le madri maschio sono le figure del padre carnale,
apparentemente autoritario, ma ipocondriaco e fragile, forte solo nei confronti
della moglie e perennemente chiuso nel suo studio, e la madre sacerdote, che saggia, paziente e colta istruisce il principino sulla mitologia greca,
l’astronomia, la filosofia e la storia. La madre
sacerdote, in uno dei capitoli più belli del libro (46), spiega al piccolo
come ogni singola vita sia una debole
scimmiottatura dell’eternità, ma che al tempo stesso il fatto di essere
tutti anelli di un’immensa catena
faccia sì che si possa sperare di lasciare un contributo, anche se minimo, nel
mondo. Ma sarà grazie alla madre leggente
che il pidocchio sentirà parlare
della morte per la prima volta: mentre il sacerdote è convinto che ogni uomo
riesca a lasciare qualcosa sulla terra, la donna crede che sia il defunto
stesso a conservare e portare con sé, nell’aldilà, un frammento di universo.
Se la madre
sacerdote e la madre leggente sceglieranno
di parlare anche di questi argomenti al ragazzino, le donne in nero, al
contrario, faranno il possibile per allontanarlo dall’approccio con la morte,
non solo, ovviamente, curandolo e preservandolo dalle malattie, ma bandendola
dai discorsi quotidiani, impedendo al piccolo di assistere ai funerali, o di
guardare i cortei funebri che sfilano incessantemente sotto i balconi
circondati da ficudinnia della
dimora. Tenteranno (inutilmente) di minimizzare e di occultare le notizie sulle
brutali esecuzioni messe in atto da quelle che nella storia sembrano mani di
fantasmi, di volti senza nome.
Nel libro di Alfonso Lentini, soprattutto nella
parte centrale (in cui il lettore avverte che si sta verificando il passaggio
del principino dalla pubertà
all’adolescenza), sono numerose le scene di violenza, le “cronache” di omicidi
a sangue freddo e di gesti efferati, ma ancor più raccapricciante agli occhi
del giovane, risulterà essere la percezione (che lo scrittore non esprime mai
direttamente) di un sentimento di sotterranea, ambigua approvazione, e quindi
una sorta di conseguente complicità “inconsapevole” che pervade l’animo di
molti suoi concittadini e che li rende, in qualche modo, colpevoli e spregevoli
tanto quanto gli assassini e i mafiosi. Come esempio efficace riportiamo degli
scorci del capitolo 21, in
cui il ragazzino assiste ad una conversazione fra gli abitanti del posto mentre
viaggiano su di un autobus sgangherato:
(…)
Aspettava che da qualche finestra si affacciasse una femmina…E il mascalzonazzo
spalancava l’impermeabile. E sotto, sotto – lo sapete? – tutto nudo era! Uno
schifo, una vergogna; perciò si è meritato la fine che ha fatto.(…)
Allora gli
sono saltati addosso, lo hanno immobilizzato, gli hanno abbassato i pantaloni e
con un secco colpo di temperino lo hanno castrato come una bestia. Come una
bestia! Con il temperino. Txwrt.
(…)
Bene, e
bene vero fecero! Wszht
La
tentazzzzzione gli levarono!
Tutti
allora ridevano a scroscio, anche i bambini, con le loro bocche sdentate, di un
riso selvatico. Perfino le vecchie con le loro testine di tartaruga, anche loro
sdentate, anche loro selvagge, anche loro ridevano appagate.
Un
gorgogliare di pece. (“Cento
madri”, pag 51,52)
Questa sequenza assume tinte macabre,
grottesche. I bambini e il loro riso sdentato (ricordano i piccoli demoni dal
volto deforme che tormentano la figura di Giuda Iscariota nel film di Mel
Gibson, “La Passione”
di Cristo), assumono connotati bestiali, selvaggi, così come le vecchie dai
volti raggrinziti e molti altri personaggi del libro che vengono frequentemente
accostati agli animali o agli insetti, primo fra tutti il protagonista stesso,
che l’autore chiamerà di volta in volta pidocchio,
scarafaggio obeso o gracile granchio. Vi sono, inoltre, dei
periodi che Lentini solitamente inserisce alla fine di alcuni capitoli, in cui
spiccano le immagini di uccelli neri che coprono il cielo e scarafaggi acquattati nelle fessure più nascoste della
Casa. [vii].
La scrittura di Alfonso Lentini è semplice e
originalissima al tempo stesso: è “semplice” nel senso che, nonostante riesca a
trasportare il lettore all’interno di situazioni surreali e ambigue, risulta
chiara e comprensibile. Allo stesso tempo l’autore arricchisce la prosa di
termini derivati direttamente dal dialetto della sua terra d’origine e di
espressioni apparentemente non sense,
ma che in realtà cercano di riprodurre sussurri, ululati, rumori di macchinari,
imprecazioni o versi incomprensibili:
(…) suoni
isolati spezzettavano in batuffoli tondi i cirrocumuli di silenzio che
indugiavano wrrrrrrr a lungo nelle camere. [viii]
La natura dello stile di Lentini risulta, così
come le stanze della casa del protagonista, inafferrabile, aerea, restia ad
essere ingabbiata in una definizione. Ci sono alcuni capitoli, inoltre, in cui
la narrazione si blocca all’improvviso e sembra che lo scrittore non possa o
non voglia proseguire, non ricordi o non voglia ricordare.
I numerosissimi riferimenti agli “oggetti volanti”
che pervadono le pagine di Cento madri,
oltre ad entrare in netto contrasto con la “falsa immobilità” che
contraddistingue l’atmosfera nella casa del bambino, fungono anche da
anticipazione del delitto che, una volta cresciuto, egli perpetuerà ai danni
delle madri amate e odiate, soffocanti e assenti al tempo stesso.
Il ragazzo deciderà di andare via, di lasciare
ciò che lo proteggeva, di diventare artefice del proprio destino. Il “volo” lo
libererà dal giogo delle presenze, anche se questo significherà abbandonarle
ormai vecchie, malate, bisognose di cura, di attenzione.
Dipende da
come guardi, sta pensando lo scarafaggio obeso. Se guardi con gli occhi di chi
parte per sempre, la partenza somiglia a un assassinio. A una strage.
Il colpo
dello sportello sbattuto con forza somiglia a uno sparo. Lo sportello si
chiude, il treno scivola sui binari e il paesaggio si cancella. E basta.
L’abbandono del principino rappresenta il passaggio da un intero mondo ad un altro,
la voglia di ricordare i contadini che inseguono, furiosi e spaventati, con i
forconi, una mongolfiera, oggetto sconosciuto, che lentamente, dal cielo, perde
quota e inizia planare sui campi. Seceglierà di ricordarli mentre, allarmati,
lo prenderanno per un segno del Diavolo
Belzebub, barba di capra [ix].
Deciderà di dimenticare e di perdere per sempre il contatto con superstizioni e
alchimie, le stesse dei suoi giochi di bambino… e se lasciare qualcuno o
qualcosa vuol dire eliminarla e ucciderla, partire comporterà, dunque,
eliminare se stessi, uccidersi, cancellarsi dal proprio passato.
Così come un defunto, l’autore-protagonista
lascerà frammenti di sé nel luogo che abbandonerà. Questo libro, allo stesso
modo, potrebbe essere una scheggia di carta e inchiostro, una testimonianza di
ciò che, di quel mondo, in lui permane.
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