LE VIE DEL RACCONTO
MARIA MAILAT
 

 

 

LA MANO

 

 

La mano del soldato e il pittore in erba

 

Il padre di mia madre, sin da ragazzo, aveva iniziato a dipingere portali di legno, quadranti di meridiane e ritratti di contadini. Era stato preso a bottega da un anziano maestro ed era diventato, per così dire, suo apprendista. Ma prima di arrivare a mettersi in proprio, e di aprire una bottega tutta sua, mio nonno fu chiamato a fare la Grande Guerra.

Nella sua lingua materna, che era l’ungherese, si parlava di “attraversare” la guerra, come se si trattasse di un paese in cui le persone fossero obbligate ad inoltrarsi senza possibilità di ritorno. La loro verità e i loro giovani corpi restavano laggiù, annegati nel sudore della paura, annientati dalle convulsioni e dalle ferite, perseguitati dalle grida strozzate e dall’odore del tabacco umido. La guerra aprì la vita di mio nonno su un altro territorio, che aveva sue proprie leggi e una sua propria geografia: un paesaggio oscuro, pieno di distruzione, con brandelli, pezzi, squarci e trincee che terminavano al di là dell'inizio di tutte le cose, un luogo dove le ragazze come me si avventuravano in lutto stretto o in uniforme da infermiera, intrufolandosi tra i cadaveri ricoperti di fango e terra, quando gli sputi dei cannoni avevano cessato di mescolare il sangue dei nostri a quello del nemico.

Ogni sera, nell’oscurità, mio nonno pregava perché le anime dei giovani caduti potessero dormire in pace, senza sepoltura.

Tornato contadino, egli riprese la falce per mietere il fieno sulle pendici fianchi dei Carpazi, l’ascia per intagliare il legno e gli altri utensili dei suoi antenati, e mise nel granaio i bauli in cui aveva nascosto i suoi vecchi libri di filosofia e le cartine dove erano tracciati confini che avevano ormai perduto ogni senso. Aveva chiuso in una grande valigia i suoi quaderni di appunti, i suoi disegni e tutto quello che era appartenuto al suo mestiere di pittore. Di fronte alle autorità che da poco si erano installate in Transilvania, dichiarò di essere analfabeta e firmò i documenti che l’obbligavano a cedere le terre, le vacche, le capre, i cavalli e i bufali al kholkhoz militare apponendovi, come tutti gli altri contadini, il suo indice annerito d'inchiostro.

A quell’epoca, mentre si combatteva una nuova guerra che alcuni chiamavano fredda, io avevo sei anni. Con i miei cugini, giocavamo a fare la coda davanti ad una panetteria vuota, ad imitare il saluto dell’esercito di liberazione popolare, a uccidere quelle che tra le nostre bambole disobbedivano agli ordini e a disegnare un cane lanciato in orbita attorno alla Luna. Ci esercitavamo a fare il nodo a una cravatta rossa stretta attorno al collo. Mio nonno mi insegnava che l’origine di quella parola veniva dal croato, cravate.  I Croati avevano combattuto un’altra guerra che mio nonno aveva evitato prendendo la strada del Disertore, e seguendo il fiume sino al massiccio innevato dell’Uomo («omul»). Con l’età, le sue dita erano diventate nodose: quando non si muovevano, la loro forma faceva pensare alla mandragora e ai rami del glicine.

Una domenica gli dissi che mi sarebbe piaciuto fotografare le sue mani. Lui mi guardò attentamente, poi mi fece salire su nel granaio, frugò tra le sue cose e tirò fuori un blocco da disegno che aveva come titolo «La Mano». Vi scoprii una serie di disegni a carboncino, uno schizzo per pagina. A forza di sfogliarlo, ebbi l’impressione di vedere quella mano muoversi furtivamente. Quel movimento scivolò fin dentro i miei sogni, come se la mano tagliata avesse il potere di aprire una breccia tra gli spettri che attorniavano il mio letto di bambina, facendomi sorgere davanti agli occhi una pagina cancellata, macchiata dalla guerra che mio nonno aveva vissuto. Avevo fatto esperienza dell’impensabile. La mano disegnata a carboncino era staccata dal corpo. A quale soldato era appartenuta quella mano? Mio nonno non lo sapeva. Allora mi raccontò quello che egli stesso non sapeva… Giovane soldato, si era ritrovato su un campo di battaglia, appiattito sul ventre, cercando di evitare i proiettili che gli sibilavano accanto e gli scoppi degli obici, quando una mano venne a cadere tra l’erba, a qualche passo dalla sua testa. Le dita si muovevano dolcemente. Tra l’indice, il medio e il pollice, la mano tratteneva delicatamente un frutto di fragola selvatica. Una fragola matura, perfettamente conservata, brillava rossa tra l’erba davanti agli occhi di mio nonno. Nel corso degli anni, mentre le sue dita diventavano sempre più anchilosate, egli continuò a disegnare quella giovane mano come se avesse ricevuto l’ordine di consegnarne il ricordo a tutti noi. Così, una mano staccata dal corpo si è innestata nella mia vita. Quante altre mani invisibilmente si muovono nelle immagini folgoranti che i vecchi ci trasmettono attraverso i sogni?

 

 

Le dita delle giovani Dani

 

  L’antropologia si impose alla mia attenzione quando ero ancora agli inizi dei miei studi di filosofia e di storia. Prima di tutti lessi Frazer. Poi altri libri pubblicati negli anni Settanta, in francese e in inglese. L’«età della pietra» ossessionava allora gli antropologi, che si recavano ai confini del mondo per vivere insieme agli ultimi “selvaggi”, i quali stavano per essere decimati dalla civilizzazione. Tra di loro, Paola Tabet raccolse numerosi racconti, volti a consolidare la tesi della dominazione degli uomini sulle donne. Le sue convinzioni la obbligarono a semplificare materiali culturali di grande complessità, ai quali Claude Lévy Strauss, Pierre Clastres, Michel Leiris e altri sono riusciti ad accostarsi senza perdersi tra i rovi delle teorie. È facile utilizzare metodi, principi e citazioni che banalizzano il mistero e uccidono l’enigma degli altri, rendendoli mostruosi ai nostri occhi. Il lettore della Tabet era catapultato nella grotta dei Riti Atroci di una tribù primitiva, sanguinaria. Nel corso di un suo capitolo, la Tabet si soffermava sulla descrizione delle cerimonie funerarie dei Dugum Dani in Nuova Guinea. Questo passo è diventato leggendario: mi torna alla memoria, senza che io possa spiegarmelo, poiché mi rifiuto di credere che descriva un banale rapporto di dominazione uomo-donna. Di che cosa dunque si tratta?

Le cerimonie dei Dani sono volte a delimitare il confine tra i vivi e i morti. I parenti del morto compiono una serie di rituali funebri e offrono doni al defunto. Di solito sacrificano dei maiali, derrata preziosa per un popolo che deve spesso affrontare la carestia. Ma accade che, se la famiglia del defunto non ha nulla da poter sacrificare, «the little girls give their fingers» (Heider). Con un colpo della sua ascia di pietra, lo sciamano taglia una o due dita alla bambina che, in età da tre a sei anni, abbia un legame di parentela con il morto. Così, «quasi tutte le femmine sotto i dieci anni hanno una o due dita in meno» (P. Tabet). Nel 1970, su centoventi donne Dani, solo due avevano tutte le loro dita. Il pollice, l’indice e il medio non sono mai sacrificati. Nella maggior parte dei casi si taglia l’ultima falange del dito mignolo. D’altra parte, Matthiessen descrive la cultura dei Dani sottolineandone «l’impressionante e profonda bellezza». L’offerta di una falange e l’angoscia della morte sono tutt’uno nel mondo dei Dani. In molti riti funerari si ricorre al sacrificio di animali in sostituzione del corpo umano. Qui, la mano rappresenta il collegamento tra il sacro e il profano, tra la vita e la morte. Ma al di là della mano, come esprimere la finitezza del nostro essere uomini? Fino a che punto l’uomo si arrogherà il diritto di contrastare la natura e gli altri uomini? Noi non siamo creatori né della vita né di questo pianeta, e tuttavia le nostre decisioni politiche forzano troppo spesso la mano della morte e questo anche in quelle situazioni che pretendono di voler salvare la vita, la pace, gli altri  popoli.

L’uomo è un pellegrino, straniero alla sua vita («Dani» significa «straniero» nella lingua di quel popolo). I Dani pensano di essere stranieri a se stessi, piccoli, incapaci di penetrare il mistero dell’origine dell’esistenza. Non si tratta di giustificare i loro rituali ma di guardare a quel che accade nella storia dell’Europa civilizzata prendendo spunto dalle culture degli altri. Presso i Dani, sarebbe inimmaginabile sacrificare milioni di uomini, di mandarli a farsi massacrare. Inimmaginabile vedere mani, piedi, teste, interiora e dita sparpagliati tra l’erba o sulle strade, nei fossi o nei luoghi sacri. Ma i Dani sono stati spazzati via dalla nostra civiltà.

 

 

La mano lacera le apparenze

 

Mio nonno avrebbe certamente dato una delle sue mani per propiziare la pace ai suoi consimili, annientati sui campi di battaglia della sua giovinezza. Può darsi che, con un gesto simbolico, mi abbia tagliato il mignolo della mano sinistra in modo che io possa restare desta nella mutilazione, ascoltando i miei contemporanei che affermano che «l’origine di cui si parla è un’assenza di origine, nel senso in cui Nietzsche finisce per far emergere la superficie a forza di sondare la profondità» (Raphäel Enthoven).

Nella sua ultima lettera, il mio amico, il poeta Pascal Commère, mi scrive da Samur-en-Auxois: «Rivedo la mano di un boscaiolo al quale mancavano tre dita, cosa che non gli impediva di maneggiare tutto il giorno una tagliatrice non so quanto pesante. Si chiamava Jean, e durante la Guerra era stato una specie di eroe, arruolato a 17 anni nella divisione Leclerc. Un giorno hanno ritrovato la sua bicicletta, appoggiata contro un albero sul bordo del fiume, e il suo portafoglio sulla riva. La sua mano monca l’aveva trascinato sul fondo».

Saper attraversare le superfici civilizzate e gli schermi di fumo che comportano la distruzione ripetuta nella vita degli uomini.... Evitare tutti quelli che si risvegliano al mattino con uno sfarfallio di immagini, ma senza memoria. Compiere gesti semplici che esigano che la mano resti collegata al libro, al movimento della lettura e della scrittura. Una mano aperta invita a pensare.

 

(trad.di Simona Cigliana)

 

 

 

Maria Mailat è scrittrice, antropologa, autrice di numerosi romanzi pubblicati in Francia da Julliard, Robert Laffont, Fayard, di una raccolta di racconti (pubblicati da Fayard) e di quattro libri di poesia (editi da Edinter e Jacques Bremond). Ha pubblicato un saggio sui miti e il viaggio (Silence de Bourgogne). Il suo ultimo romanzo si intitola: La cuisse de Kafka (Editions Fayard 2005). Ha pubblicato anche molti studi e articoli di antropologia che riguardano la società francese. Ha realizzato vari cortometraggi e un lungometraggio: Petite chronique des Escartons.

 




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