di Alessandro Fabio Olivieri
Pagine tenere, sguaiate o
freschissime da e-mail andaluse
Cronache da Siviglia è il romanzo d’esordio di Federico Di Vita,
classe 1982, studente romano che ha fatto l’Erasmus in Spagna e che da quella esperienza
ha ricavato questa veloce narrazione.
Si legge nella seconda di
copertina: “un trovatore dei nostri giorni se ne va per le strade
dell’Andalusia, raccoglie a caso rami, fiori, pietre, ragazze che non si
lasciano afferrare e scrive agli amici storie sbilenche e struggenti come
ondate di mare nei giardini, racconti di Francesi che si incazzano per il
mondiale… Storie perdute tra le pinete in Portogallo, squarci di vita che si propaga
dall’ombra dei vicoli intorno a Calle Verde e poi si irradia di luce[…]”.
Nell’atmosfera di Siviglia, città
che ha davanti a sé l’Atlantico con uno splendore di sensuale indolenza nei
profumi e nei colori, Federico ci parla dei suoi coinquilini e delle
scorribande nei locali con gli altri studenti stranieri, racconta le feste
finniche in discoteca, le sfide da goliardi “a chi magna dappiù” (p. 84), il
suo non perdere neanche un’occasione per ricordare – fiero delle sue
“augustissime origini” (p. 29) – chi ha vinto il mondiale.
Federico accenna alla cucina di
quei luoghi, all’architettura, ai chiostri, a dettagli come le maioliche e a un
certo ‘Checco Cervantes’, ci parla di Viola e del ‘palo’ che gli rifila, evitando
la retorica narra un amore mancante attraverso una giustapposizione con pagine
in cui le frasi vanno a capo prima della fine della riga: prosa che sfuma o si
alterna alla poesia di un’altra voce.
È proprio quest’altra voce (voce
ancipite, non priva di ambiguità seducente) che confessa di avere paura,
“perché un futuro triste può dipendere / dalla leggerezza di oggi” (p. 33), è
una voce che sembra cercare “[…]tra lo scorrere continuo delle cose, / […]
qualcosa che dura” (p. 67).
L’autore snoda il materiale e
lavora con delle alternanze, si tratta di un libro dove risultano frequenti i
contrasti: accanto all’italiano Di Vita si serve del romanesco, accanto al
registro lirico non si fa problemi a utilizzare anche un registro basso e
scurrile, raccontando conversazioni e “pensieri sconvenienti ai giovanotti”.
Sono pagine nate nel tempo di un
anno da semplici e-mail – è lui stesso a confessarlo nella ‘micropostfazione’ –
inviate nel corso delle settimane agli amici rimasti a Roma.
Un’operazione letteraria come
questa può risultare utile per riflettere: ogni testo modificato (anche le
e-mail), finché non è completamente stravolto (ma allora diventa un altro
testo), tende a conservare gelosamente la struttura con cui nasce. Allora, in
virtù di questa persistenza, cerco di capire se e come le varie parti del libro
sono state fuse insieme e penso alla necessità di perseguire e mantenere
un’organica omogeneità o assenza di squilibri, mi domando se questa necessità
sia stata soddisfatta in pieno dall’autore, considero in Cronache da Siviglia quanto vi è ancora di personale, di autobiografico
e di strutturalmente epistolare, magari la freschezza e l’agilità elettronica
delle e-mail. Sono ad ogni modo cosciente che una sorta di trascuratezza
nell’amalgamare e limare il materiale può anche essere ricercata come tratto
stilistico.
Mi pare che Federico Di Vita
proceda per incipit narrativi, quasi
microstorie che germogliano spesso le une dalle altre, e che principiano a
volte senza finire. È degno di nota il fatto che con questi incipit Di Vita riesca a puntellare lo
spazio e il tempo per diffondervi un clima fedele all’esperienza dell’Erasmus,
questo clima è scandito da un ritmo ed è un ritmo sicuro.
Maria Laura Bufano, viste per la
prima volta le bozze, ha scritto a Federico: “ho finito ora di leggerlo. È
lucente! E non si riesce a lasciarlo prima di aver letto l’ultima pagina”.
Il titolo ci dice che si tratta
di cronache da una città “di arabeschi, colonne palmizi e risa soffuse di donne
che fuggono lo sguardo” (p. 11), ma non vi è distacco, anzi: a me sembrano
ricordi vissuti e rivissuti, i commentarii
di un tifoso dell’urbe che rigira ‘il Totti nella piaga’ del suo petto, che
scrive con fluida ironia pagine cangianti: tenere, sguaiate o freschissime.
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