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GIANNI TOTI - 1
“Planetario - (Scritti giornalistici 1951-1969)”


      
È da poco stata pubblicata, presso Ediesse, a cura di Francesco Muzzioli e Massimiliano Borelli, una ricca e variegata antologia che raccoglie alcuni tra i migliori articoli redatti dallo scrittore e poliartista romano, nell’ambito della sua feconda attività di inviato speciale, commentatore e critico sulle pagine del rotocalco della Cgil “Lavoro” e poi del settimanale “Vie Nuove”. Riproduciamo qui l’introduzione al volume che tratteggia i capisaldi di una complessa poetica comunicativa.
      



      

               


* Il libro verrà presentato a Più libri più liberi - Fiera della piccola e media editoria, sabato 6 dicembre 2008, ore 17, Sala Turchese, Palazzo dei Congressi - Roma (Eur). Partecipano Mario Lunetta, Lietta Tornabuoni, Nicola Tranfaglia. Modera Tarcisio Tarquini (Ediesse).


di Francesco Muzzioli

 

 

L’art(icol)ista Toti

 

 

Nella storia della letteratura e dell’arte del secondo Novecento, Gianni Toti è da annoverare tra i protagonisti. Egli con la sua opera costituisce una linea di ricerca legata all’avanguardia e allo sperimentalismo che, estremamente originale e singolare sia nei modi che nei mezzi, si svolge in parallelo ai percorsi dei gruppi e collettivi più storicizzati e riconosciuti. Toti, in particolare, è l’erede delle avanguardie storiche europee che avevano maggiormente puntato sulla vitalità e il reinverginamento della parola (la «parola come tale» degli zaumniki russi); ne è però un erede ormai consapevole che non basta un solo gesto artistico a realizzare la nuova epifania del linguaggio, ma occorre un lavoro ininterrotto e capillare, portato sul maggior numero possibile di forme e di generi artistici.

Da qui deriva la «fame» di Toti, anzi l’altra fame (titolo del suo romanzo che inizia proprio con una gran scorpacciata di parole), la sua aspirazione alla totalità, avvalorata anche dal suo stesso cognome, che contiene in sé l’eco del tot. Una fame di parole, ma nello stesso tempo anche di cose (come vedranno tra poco i lettori di questo libro), in quanto parole e cose sono unite in una dialettica inseparabile, sicché «assaggiare» le cose esige una «dieta verbale» particolarmente attenta. Le parole, infatti, si solidificano sulle cose come un guscio, ne impediscono il raggiungimento e la comprensione, nella misura in cui soggiacciano a una prospettiva utilitaria, di mero sfruttamento. Occorre allora reinventare le parole, rifarle giovani e attive, portarle ad uno stato di ebollizione e perfino di esplosione. Cosa significa ciò, in concreto, dal punto di vista della pratica testuale? In attesa che sia possibile ripercorrere nell’insieme le opere totiane – oggi per la maggior parte introvabili – darei intanto queste indicazioni di massima: 1) le parole sono chiamate a mescolarsi. La tecnica dell’innesto delle parole-valigia e di tutti i possibili calembours è essenziale per Toti: ogni significante ne suggerisce un altro, ogni parola ne veicola un’altra che è necessario estrarre, non già come un dentista estrae un dente, ma come un prestigiatore il suo coniglio dal cappello – ossia con una tecnica di sorpresa del senso comune. Una catena continua di incroci e di ibridazioni. La riproduzione del significato aumenta i percorsi della lettura, amplifica il senso, crea stratificazioni e rimandi senza fine. Trattasi per l’appunto di testura: il linguaggio di Toti esalta la duplicità e la pluralità, la valenza (anche etica) della differenza e della rifrazione; 2) lo scenario stesso della rappresentazione, in seguito alla mutazione e mutuazione delle parole, viene sottoposto a metamorfosi fantastica. Di fronte alla piattezza del realismo, il testo si impronta alla libertà anarchica: ma questa libertà, una volta che si è svincolata dal compito mimetico, non per questo significa nulla o cade nella semplice irrealtà; piuttosto significa altro, slitta verso l’allegoria e l’orizzonte dell’utopia. È un «mondo impossibile», che per ciò stesso impedisce la facile e comoda identificazione del lettore pigro, pronto a scambiare la finzione per un equivalente della vita a scopo compensativo e rassicurante. Nel «totiverso», invece, bisogna imparare a viaggiare e a perdersi; 3) l’operazione ha sempre anche un versante di autocritica del linguaggio. In questo senso una figura congeniale a Toti è senza dubbio l’ossimoro, la congiunzione degli opposti, il loro reciproco intersecarsi e contrastarsi. Le giunzioni sono perciò, molto spesso, vere e proprie cancellazioni che imprimono nel testo una dialettica di svuotamento linguistico radicale.

Malgrado il carattere ludico di questa inventività a briglia sciolta, non si tratta semplicemente di un gioco con le parole, di una mera liberazione dei significanti. C’è molto di più. A partire dall’assunto che il corpo del linguaggio contiene in potenza (ma oggettivamente) interi nuovi universi, l’esercizio della scrittura deve compiersi senza sosta, al modo di una proliferazione inesauribile. Con varie conseguenze di rilievo: primo, un attacco alla logica della fiction, in quanto lo scenario testuale non assomiglia più a una «similrealtà», ma appare come un’avventura verbale che arriva a creare le più estreme situazioni; secondo, un attacco all’identità, in quanto l’io stesso non può che rispecchiarsi in innumerevoli doppi e multipli, consegnandosi all’assoluta indecisione e precarietà; terzo, un attacco alla letteratura stessa, continuamente messa in questione dalla trasposizione metascritturale, che ne rivela la consistenza «cartacea», ossia l’incon-sistenza reale. L’esito è il paradosso, l’ironia, la contraddizione. Costringendo il lettore a incessanti acrobazie e inseguimenti del senso, Toti lo mantiene «in forma» e lo addestra a non fidarsi delle significazioni troppo stabili. Che poi, negli ultimi tempi, tali lettori (o «illettori», avrebbe detto l’autore) siano diventati particolarmente rari, non è un problema dell’autore, ma è un problema gravissimo del contesto sociale e dell’immaginario collettivo odierno.

In questa prospettiva vengono superate e trasgredite le frontiere dei generi. I procedimenti «intraverbali» della poesia si innestano e si confondono nella prosa. Nascono così, nell’ultimo tratto del percorso di Toti, le sue «inenarraviglie», i suoi racconti «meno lunghi» o «più corti» (a seconda del modo di considerarli). Di contro ai generi standardizzati che imperversano nella narrativa di consumo, Toti ha progettato il formicolante branco dei suoi raccontini di misura breve, una raccolta frammentaria e infinita di foglietti, un mosaico continuamente variato e manifestamente incompleto, in quanto prospetta una ulteriore congerie al di là della parte che ne viene pubblicata. In modo da mettere alla prova, in una sarabanda di soluzioni inattese, le nostre visuali abitudinarie, Toti non si risparmia, ma regala a piene mani invenzioni, stranezze e salti dell’immagina-zione come forma di lotta al luogo comune e alla normalità letteraria. Contro la diffusa ideologia del raccontare (crediamo di esistere se vediamo noi stessi in un racconto o ci immedesimiamo in esso), Toti ogni volta che pone un elemento non resta molto dal cambiarlo, sottrarlo, smentirlo. Situazioni, normalissime all’inizio, si capovolgono, subito proseguendo, con improvviso straniamento; che l’ambito sia erotico o fantascientifico o teologico o metaletterario o quotidiano, che ci si muova verso utopie o ucronie (l’autore direbbe: «utotie») folleggiando nel «futuremoto», comunque sia i testi spiazzano il lettore e lo costringono a identificarsi non già nei personaggi, quanto nei tracciati della scrittura. L’anagrafe e la presenza stessa dell’io sono sottoposte a un unico imperativo: non durare. Entrambi i poli della comunicazione letteraria, libro e lettore, si rovesciano nel negativo, diventano «illibro» e «illettore». Come conseguenza della radicale precarietà, i testi guadagnano in concentrazione, si attengono alla misura rapida del colpo di dadi, al mordi-e-fuggi di una spietata «guerriglia semiologica». Abbandonate le furbizie risapute dell’intreccio ad effetto, che ormai è capace di ottenere chiunque, Toti si rivolge a una perizia della parola di specie rarissima ai giorni nostri. Il testo, invece di fingersi naturale, rivela la sua natura di artificio e mostra di muoversi in una realtà «di carta». Ma soprattutto – confermando la fedeltà alle stagioni dell’avanguardia e dello sperimentalismo – vi impazza la moltiplicazione del «significante», che come già dicevo comprende la mescolanza e l’incrocio, la zeppa interna, le etimologie che spaziano in una vastissima varietà di lingue, le variazioni dei giochi di parole, perfino la produttività dell’errore e del lapsus. Nessuna parola, sembra dirci Toti, può dominare da sola il significato: ce ne vogliono almeno due, messe insieme, e meglio ancora se si negano l’una l’altra.

Ma la pagina stessa non basta. Nella fase matura della sua attività, Toti si è dedicato alla video-poesia e a quella che chiamava la «poetronica», sperimentando le nuove tecnologie e applicando la sua carica inventiva ai domini dell’intersemiosi. Data l’arretratezza e il conservatorismo dell’ambiente italiano, questa ricerca ha trovato ospitalità in Francia, dove ha prodotto opere di grande valore che dimostrano le straordinarie possibilità del mezzo televisivo – nonché, parallelamente, la scarsissima e poverissima utilizzazione che ne viene fatta nella Tv commerciale, cosiddetta «generalista». Con la poesia in video, il testo si apre alla collaborazione con l’immagine, aumentando ulteriormente le proprie ramificazioni e stratificazioni significative, allargando «in tutti i sensi» il raggio d’azione e di stimolazione, di innervazione intelligente, conservando per altro intatta la carica polemica e politica. Inoltre, non per ultimo, la video-arte si fonda – contro il mito del genio individuale e della grazia spirituale (quindi contro i crocianesimi vecchi e nuovi) – sul rapporto dell’artista con la tecnica e con i tecno-artisti. Così la poesia, tendenzialmente, è «fatta da tutti».





L’uso della tecnologia più avanzata dimostra la curiosità per le nuove possibilità aperte dal mezzo e insieme l’attenzione al «materiale» e alla prassi. Entrambe, la curiosità sperimentale e la percezione del livello pratico, emergevano già, del resto, nell’attività giornalistica svolta da Toti per lunghi anni presso «l’Unità» e nelle riviste qui documentate, quali il «Lavoro» (di cui fu direttore) e «Vie Nuove» (dove si trovò pubblicato a fianco di Pasolini). Nell’arte dell’arti-colo, Toti rende il posto centrale alla realtà, di cui il cronista e l’in-viato speciale devono per forza (è il compito) dare testimonianza precisa. Questa precisione, però, è altrettanto chiaro, non è data per scontata, ma dipende esattamente dal linguaggio messo in atto. La prima dote di tale linguaggio sta nel cogliere il particolare giusto: sono tanti, infatti, i particolari che compongono il quadro che si offre al corrispondente, ma pochi sono i particolari-chiave, quelli in grado di rappresentare per sineddoche l’intero e di influire sulla reazione del pubblico, tanto più in una misura di scrittura che – anche in questo caso – deve agire nei confini della brevitas. Di qui l’im-portanza del colpo d’occhio e la virtù intervistatrice di «far parlare le cose»; una capacità anche ironico-straniante, che Toti dimostra in particolar modo quando deve immergersi nelle sotterranee proliferazioni della nuova destra europea e del nazifascismo strisciante permanente; quando lascia la parola a personaggi e posizioni da cui è le mille miglia distante, al fine di farli conoscere e di mettere in guardia da sottovalutazioni pericolose. Il reportage trova nella sua stessa oggettività uno strumento di giudizio implicito.

Naturalmente quella che offriamo nel libro è solo una scelta da un amplissimo materiale, da cui abbiamo selezionato gli esempi più significativi e oggi interessanti. Il macrotesto così ottenuto possiede, a me pare, un valore almeno doppio: per un lato la raccolta degli articoli di Toti diventa un suggestivo spaccato storico degli anni cinquanta-sessanta, denso di nomi e di fatti raccolti nell’imme-diatezza dell’accadere. Tra l’altro, da questa tranche d’histoire ci accorgiamo che – a scorno di tutti i miti postmoderni sulla trasformazione del mondo – le cose non sono in fondo mica tanto cambiate. È vero, c’era la Guerra fredda e il Vietnam, il muro di Berlino era ancora in piedi, però il problema dell’imperialismo, le pretese e le prevaricazioni del «poliziotto mondiale», la tecnologia armata della «fantaguerra», la stolidezza dei governanti e l’alienazione dei governati, sono rimaste tuttora all’ordine del giorno. E addirittura sono rimaste tali alcune «zone calde» del pianeta. Se il Sud-est asiatico non è in prima pagina, un po’ di soprassalto lo si sente leggendo il servizio dedicato (già allora!) al Pakistan o quello sulla Somalia. Scopriamo che i neo-con statunitensi sono sempre esistiti, come pure non dovrebbero cambiare di molto direzione gli strali rivolti alle politiche vaticane e agli arrembanti «ultra-cattolici». Probabilmente, a guardar bene, anche «Gorilandia» si è spostata, magari, ma non ha smesso di esercitare i suoi poteri cogenti.

Questo, se leggiamo con l’occhio ai suoi contenuti e argomenti. Se poi lo guardiamo dall’altro lato, con l’occhio al soggetto che scrive, il libro è un perfetto ritratto del suo autore, artista totale squadernato sul paesaggio del mondo, e della sua insaziabilità di conoscenze, di incontri e anche di linguaggi (lo si ascolta sillabare, in un plurilinguismo babelico, le lingue più strane del pianeta). In queste pagine ci sfilano davanti gli anni sessanta di una generazione che imparò a dire il «no» a partire dagli inopinati «fuochi» di resistenza dei senza-nome – e vi compare anche l’eroe intramontabile della rivolta, il Che Guevara, amico personale del nostro – mentre montavano i segnali della controcultura che sfocerà nel Sessantotto. Sempre dalla parte dell’utopia e quindi militante della lotta per la pace, anzi «pacifondaio» senza se e senza ma (qui altri spunti tuttora attualissimi), dalla parte degli oppressi di tutte le latitudini e a favore della differenza e della pluralità delle culture (per tanti versanti questo libro ci attesta una tendenza postcoloniale ante-litteram: e non per caso uno dei videopoemi totiani più belli è dedicato ai due Tupac Amaru, gli ultimi re Inca, vittime dei conquistadores bianchi): tale è l’inviato Gianni Toti, a tutto campo cronista del cronico, pronto a mandare segnali dai punti di maggiore irritazione della epidermide terrestre, sia che la patologia si manifesti nella mutria del guerriero tecnologizzato, sia che invece si faccia impalpabile e subdola, nella risorgente «polizia del pensiero» di marca orwelliana, e persino nelle forme dell’industria del desiderio (vedi la «Sesseuropa»), nelle avvisaglie delle comunicazioni di massa con il loro consenso cloroformico. Interessante anche la forma della sezione di recensioni cinematografiche (di cui si danno qui alcuni esempi), che si segnala per l’attenzione critica alla produzione dell’immaginario collettivo nonché per la forma stessa dell’approccio che seziona il testo filmico secondo precise coordinate di lettura.

Il mondo portato alla luce dai reportages di Toti è già conformato come un mondo globale. Per vederlo abbiamo bisogno di quello che l’autore chiama un «peritelescopio planetario». Ecco un punto importante; già a questa altezza storica è chiaro che il globale è difettoso, viene imposto dall’alto a vantaggio di pochi, richiede costi umani spaventosi ed ingiusti. Ed è significativo che Toti scelga per una sua rubrica il termine «planetario», perché questa indicazione (planetario vs. globale) precede di parecchio quanto ha dichiarato poi negli anni duemila Gayatri Spivak (nel suo libretto Morte di una disciplina): «Propongo di sovrascrivere il globo con il pianeta (...) Il pensiero del pianeta si apre ad abbracciare una inesauribile tassonomia (...) Se immaginiamo noi stessi come creature planetarie piuttosto che entità globali, l’alterità resta non derivata da noi; non costituisce la nostra negazione dialettica, ci contiene così come ci scaglia lontano». Gianni Toti era già in anticipo su questa lunghezza d’onda: il suo contatto con la molteplicità delle differenze, la sua consonanza nella diversità, emergono chiaramente dalla trama poliedrica e frammentaria dei suoi articoli. Non per niente abbiamo adottato proprio Planetario come titolo della intera raccolta che qui si pubblica.

L’adesione alla pelle del pianeta è nello stesso tempo etica ed estetica. Sì, Toti è un inviato davvero speciale: poeta prestato al giornalismo, si fa riconoscere non solo per la sensibilità alle sfumature verbali (si veda come si interessa del lessico stesso del dominio e lo analizza con caparbietà nelle sue sigle e numinosi acronimi), ma anche per la reattiva formazione di neologismi, a configurare efficacissimi titoli e contro-slogan (il «pacifondaio», appunto, oppure la «televasione» e tanti altri via via). Al bisogno, questi fulminei «totemi» risolvono con un guizzo inventivo quei conti che l’oggettivazione polemica avesse ancora lasciato in sospeso. L’interesse per le differenze culturali non vale solo (come oggi molto spesso avviene) nel senso di una mistica dell’altro che perde di vista la critica; è anche sensibile autocriticamente alle differenze interne della propria cultura. Ed ecco aprirsi tutto il capitolo delle «due culture» e delle culture di classe, che è anche il capitolo del lavoro di Toti per il sindacato, la sua stagione nel «Lavoro». Non si tratta soltanto, ancora una volta, di prendere le parti degli sfruttati e di mostrare il valore delle culture «basse» e non riconosciute (magari perché orali e non scritte); c’è di più: c’è – e rimando alla lettura della bellissima Lettera aperta del 1953 – l’idea di una «cultura del lavoro e della produzione» da intendere in senso esteso e che comprende perciò tutte le pratiche, da quelle materiali a quelle più smaterializzate, mai però prive di tecniche e di materia (a scorno degli idealismi vecchi e nuovi), piuttosto sempre attraversate dalla «attività intellettuale creatrice che si manifesta in qualsiasi lavoro». Questo punto, nella sostanza gramsciano, sarebbe da riprendere e da approfondire di fronte ai miti attuali della «fine del lavoro». E si tratterebbe anche di ripensare la stessa attività poetica come «lavoro» e «produzione» di segni, in una prospettiva che è stata lasciata colpevolmente cadere dagli stessi intellettuali della sinistra.

Purtroppo Gianni Toti non c’è più, non può più discutere con noi con la sua voce morbida e ironica. Questo libro vale anche come ricordo, dopo un anno dalla sua scomparsa. Ma da queste pagine ancora Gianni ci racconta la sua «scoperta del mondo» e la sua battaglia per un mondo migliore: parlando della tracotanza distruttiva dei potenti e della serena irriducibilità della rivolta, le sue «iniezioni di memoria» ci esortano a pensare in grande e a continuer le combat.

 

 

 

 

 

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