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Bruxelles, aprile
La domanda era ironica, naturalmente, ma passò
inavvertita:
– Le chef? Il
capo? El Jefe? Der führer? Il duce? Il conducator?
– Le chef!
Secca e compiaciuta, la risposta. Senza sorrisi attenuanti.
Le docteur Paul G. Teichmann, specialista in «vie digestive», risalì con evidenziata
agilità i gradini del suo appartamento all’89 di Rue Campenhout, nel quartiere
di Ixelles, mi fece strada verso «lo studio». Singolarissimo studio di medico
specialista in stomaci e intestini, questo del «capo» del Mac: in un angolo il
classico lettino bianco, e dappertutto piccole e grandi colline di giornali e
opuscoli del Mouvement d’action civique.
Gli strumenti della medicina si ritraggono nell’ombra, intimiditi o sdegnosi
dell’intrusione. Anche «le chef» per un attimo sembra preoccupato per lo
scompenso, la sproporzione, e i baffetti sottili curatissimi si piegano sul
viso da giovane parrucchiere di gran classe, confezionato scrupolosamente per
ammalati di – gastropolitica, dunque?
No, il giovane chef
trentacinquenne non avverte l’ironia, si compiace, piuttosto,
dell’associazione verbale:
– Già, io mi occupo di intestini e di cervelli. Degli
uomini, insomma, con pancia e testa che si influenzano reciprocamente, secondo
le tendenze più recenti della scienza medica e di quella politica. E poi
cercano di farci passare per sostenitori della regressione sociale…
Il führer
belga mi domina dall’alto della sua poltrona dietro la scrivania: sprofondato
in una seggiolina davanti a lui come un cliente dispeptico da impressionare,
resisto all’ingenua trovata «suggestiva» del dottor Teichmann, che mi ricorda
l’espediente psicologico del führer di Chaplin, la poltrona altissima di
Hitler.
–
Non siete fascisti, dunque? – Dalla poltroncina sopraelevo sulla scrivania un
numero di «Jeune Europe» il giornale con due testate (l’altra è «Nation
Belgique») che fa da portavoce ai movimenti europei, dell’Internazionale
fascista di Malmö-Venezia. L’articolo di fondo è di sir Oswald Mosley, il mancato
führer inglese...
– E questo, allora?
Il «dottore» non si scompone:
– Bisogna intendersi sulle parole: anche sir Oswald
nel suo articolo, che è poi una «Dichiarazione europea», sostiene che non è
più il caso di parlare di fascismo. All’Università di Manchester, Mosley ha
spiegato che «non ci chiamiamo più fascisti come il partito laburista non si
chiama più cartista». Il nostro movimento non è statico, ma dinamico,
organico, crescente, trascendente il proprio passato, autosorpassantesi.
Al sesto aggettivo, interrompo:
–
Ma Mosley scrive che non «ha ritrattato di un solo pollice le sue posizioni di
prima della guerra...». Dal suo piccolo trono, lo «chef» si china verso di me,
con aria paterna. Bisogna spiegarmi tutto, insomma, e si rassegna alla
lezione:
– Vede, secondo noi, il fascismo è stato solo
italiano, una parola italiana per un fenomeno italiano. In Italia c’era il
caos. Gli scioperanti attaccavano le fabbriche, violentavano le figlie degli
industriali... La figlia di Agnelli è stata violata da un intero picchetto...
– ? (ma non interrompo: è troppo curiosa, la storia.
Teichmann si avvede del sorrisetto, ma continua).
– Beh, insomma, le ragazze torinesi non erano più
sicure con i grèvistes scatenati. La grandeur nazionale, la «grandezza»
italiana era messa in forse. Bisognava salvare l’Italia dalla disintegrazione.
Integrare padroni e operai, soldati e studenti, curare l’infanzia, costruire
le strade. Mussolini ha integrato la nazione, ha seguito le orme dei romani
in Libia e in Etiopia.
Continua, da attore «tragico»:
– …ma ormai la sabbia del deserto copre le
opere europee e imperiali degli italiani, la stessa sabbia del deserto che
minaccia di coprire le opere europee dei francesi nel Nordafrica.
Il führer dei «machisti» ora sembra riprendersi,
leggermente imbarazzato dal sorrisetto dell’intervistatore:
– Mussolini è caduto perché le comunicazioni
intersoggettive europee non funzionavano. Una esperienza fallita, il
fascismo, da non ripetere. Però i comunisti continuano a chiamarci fascisti
perché siamo loro nemici. E allora, come dice André Malraux, se essere nemici
dei comunisti vuol dire essere fascisti, noi siamo fascisti.
– Dunque lo siete.
– Lei deve capire. Si tratta di una definizione
biologica del temperamento. Noi raduniamo gli uomini dal temperamento forte,
che credono nel valore dell’individuo piuttosto che in quello della massa
anonima, del popolo. Del resto, lo stesso De Gaulle, lo stesso Churchill, lo
stesso Nasser. In fondo, lo stesso Castro...
– Castro?
– Cerchi di capire, esemplifico alla brava. De
Gaulle, per esempio, è un uomo di temperamento forte, ma fa il gioco dei
comunisti con la sua Europa delle patrie, crea zone di instabilità e di insicurezza
in Europa, è un antieuropeo. Come Hitler voleva creare un’Europa alla
Napoleone, sotto l’egemonia tedesca, così De Gaulle, l’ultimo fumista, vuole
creare un’Europa sotto l’egemonia francese. È un sorpassato. Come Spaak,
Adenauer, Pineau, Bech, Luns, e il vostro Segni, uomini politici devirilizzati,
ormai. L’Europa ha bisogno, invece, di essere virilizzata dal nazionalismo
europeo, da capi ben determinati a inquadrarla.
– La vostra Europa, in sostanza, è un’Europa speciale.
– Esattamente. Ci sono state e ci sono molte Europe.
Prima della seconda guerra mondiale c’era l’anti-Europa degli anglosassoni e
l’Europa non-sincera del III Reich. E c’era, naturalmente, l’Europa dei
capitalisti che, finora, è l’unica Europa riuscita. Poi, dopo la guerra, è
venuta l’Europa federale, quella del Trattato di Roma del 1957. Ora ci sono
l’Europa delle patrie di De Gaulle, l’Europa confederale alla MacMillan,
l’Europa democratica alla strasburghese, (Europa federale debole),
l’Europa-nazione di Sir Oswald Mosley (Europa federale forte) per finire con
l’Europa unitaria della Giovane Europa (Europa unitaria a vocazione
imperiale), e l’Europa sovietica...
– La vostra Europa, se ho ben capito, è quella imperiale.
– Certo. Oggi non c’è né ci può essere libertà per un
popolo con meno di 100 milioni di abitanti. L’Europa federale conta 160 milioni
ma noi non ci fermeremo al sipario di ferro. Quando avremo realizzato
un’Europa imperiale, fondata su uno spirito anticomunista, assoluto, potremo
intavolare trattative con l’Urss perché lasci che i paesi europeo-orientali
rientrino nell’Europa. All’Urss in compenso offriremo la neutralizzazione
armata dell’Europa...
– Neutrali ma armati, disarmati-armati, insomma.
Oppure ho capito male?
Teichmann sospira:
– Capisco la difficoltà di capirci, mi creda: ma è
proprio così. La nostra Europa dev’essere armata potentemente.
Potentissimamente. Anche con le armi atomiche, si capisce. Dobbiamo poter
trattare col dito sul grilletto di una buona pistola; così come si tratta con
un ladro di bestiame in un buon film di cowboy. Solo così l’Europa potrà liberarsi
dalle sue alleanze americane; e offrire all’Urss la neutralizzazione.
– …armata.
– Armata come mai è stata armata, certo. Altrimenti
Kennedy ci priverà dell’Africa e delle fonti di energia. Gli uomini di Kennedy
sono tutta gente che ha lavorato con la Standard Oil of New Jersey – Stevenson, Rusk,
Mennen Williams – e lei capisce...
Beh, il guazzabuglio è notevole, ma capisco perché in
fondo è un vecchio guazzabuglio appena appena riverniciato. Tuttavia, è un guazzabuglio
organizzato, e può essere interessante seguirne i ghirigori mentali. Le chef, del resto, prosegue
imperterrito, con gli occhi al taccuino e aggrotta le sopracciglia circonflesse
appena gli sembra ch’io non raccolga le sue informazioni. Mi informa, per
esempio – e questo è già più interessante – che dentro il mese di aprile si
terrà in Svizzera una Conferenza europea, un
seguito di quella di Venezia.
–
Sir Oswald Mosley ha accettato la responsabilità di organizzarla e ha subito
stilato la «Dichiarazione europea». È molto bella – e Teichmann declama le
prime righe: – … Noi europei, eredi di una tradizione che risale alla Grecia e
a Roma antiche, per tremila anni... – non è vero che è bella?
– No.
Breve istante di smarrimento nello sguardo del führer. Superato, come sempre; perché un
«capo» non si smarrisce mai. Io non posso capire, evidentemente, i sogni imperiali
di Mosley e Teichmann, come costoro non possono capire la noia e il ridicolo
della «romanità» fascista, specialmente per chi l’ha avuta tra i piedi per
vent’anni. Non c’è niente da fare, e Teichmann prosegue spiegandomi come, secondo
la Dichiarazione
europea, la base pratica della pace mondiale sarà la divisione in tre sfere
principali d’influenza: l’America del Nord e del Sud, l’Europa-Africa con i
Dominions britannici e gli altri territori d’oltremare abitati dagli europei,
il mondo socialista. Tre mondi; autarchicamente concepiti, isolati e ruotanti
come tre pezzi di pianeta.
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Manifesti neofascisti apparsi di recente sui muri di varie città italiane.
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La spartizione sarà realizzata però in un modo che non
è spiegato, anche perché è il punto più oscuro e pericoloso del programma. Si
sa soltanto che l’Europa fascista (pardon, «unitaria convocazione imperiale»)
dovrà prima liberare tutte le zone oggi sottoposte «al giogo americano e sovietico»,
e, soprattutto, dovrà aver messo fine al colonialismo... Adesso, però, la
rivelazione è un po’ troppo forte, e lo confesso candidamente al
medico-politico delle vie digestive:
– Ma scusi, lei è alleato dell’Oas, il capo della
Missione France III creata da Salan, la matricola 53-88.047, e vuol mettere
fine al colonialismo. Via, questa non posso digerirla, neppure se mi cura lei.
– Adesso le spiego, e capirà – Teichmann è
imperturbabile e cortese, come sempre, non fa una piega. E infatti capisco
subito, lo stupore si cancella in un vecchio sorrisetto. L’Africa sarà divisa
fra Bianchi e Neri – con la B
e la N così,
maiuscole – nella proporzione di un terzo di Bianchi e due terzi di Neri.
Questi, se resteranno nei territori Bianchi, non godranno del diritto di voto
né dei diritti civili. Lo stesso per i Bianchi nei territori Neri. I governi e
le nazioni con più razze verranno smembrati, mescolati, separati, ricomposti,
Neri da una parte, Bianchi dall’altra, Indiani da un’altra parte ancora e così
via...
– Come vede, non siamo razzisti.
– Ah, no?
– La superiorità della razza ariana era un non-senso.
La superiorità della nostra Europa è un’altra cosa. Separeremo le razze, elimineremo
i conflitti. Sarà una soluzione.
– Definitiva? Una «soluzione finale»?
– Lei scherza. Io parlo sul serio. – Il führer, per la prima volta appare un po’
seccato. Però prosegue: – Noi peraltro non siamo d’accordo in tutto con
Mosley. Glielo abbiamo detto a Venezia e in tutte le tappe del viaggio che Sir
Oswald ha fatto in Europa per preparare la Conferenza. Per
esempio, non pensiamo che si possa abbandonare l’America del Sud, nella
divisione delle tre sfere d’influenza, all’imperialismo economico statunitense.
Il pensiero europeo è ancora molto vivo nel continente-sorella, come lo era
del resto anche negli Stati sudisti prima della guerra di secessione. Attraverso
la Spagna e il
Portogallo, gli unici Stati che si sono opposti decisamente tra l’altro
all’assalto generale dei popoli di colore contro l’Europa, potremo
comprendere anche l’America del Sud nel-l’ambito della nostra influenza
europea. Anche la divisione del-l’Africa in zone Bianche e Nere ci sembra
troppo netta. Nella sua Dichiarazione, Mosley ha dimenticato di prendere
posizione formalmente ed esplicitamente in favore degli europei dell’estremo
Nord e dell’estremo Sud dell’Africa. Anche quella è Europa.
– Tutto il pianeta, in fondo, è Europa – azzardo con
un tono di voce neutrale, e Teichmann assentisce, felice perché ho capito,
alla fine.
(A
questo punto, devo invitare i lettori a perdonarmi l’esposizione del
guazzabuglio teorico dell’Internazionale fascista. Ambasciatori e giornalisti
non portano pena. Si tenga presente comunque che queste paranoie politiche
nascondono i disegni di settori ancora potenti e rappresentano l’aggiornamento
dei piani concepiti dalle forze che portarono all’avventura nazista. Il veleno
del nuovo razzismo «indoeuropeo» gira in certi sistemi circolatori europei,
con le decine di migliaia di copie degli opuscoli e dei giornali, con i convegni,
i viaggi, le conferenze dei santoni nazisti rimodernati. È bene sorvegliare le
tossine...).
– L’Europa che non vorrà essere negrificata, lei
capisce – incalza Teichmann – bisogna salvarla. Noi abbiamo già pronti i piani
economico-politici per l’edificazione di questa Europa comunitaria di Stati
forti, liberati dalla politicaille democrasseuse
plutocratique-parlamentaire ou socialiste-étatique… – e le chef risale in cattedra, mi spiega il
sistema… Una grande tavola fitta di numeri, per cominciare, la «tavola di
capitalizzazione». Basterà che i lavoratori capitalizzino le trattenute sociali
che sono parte del salario, trasferendo la cifra costituita dal salario
indiretto, dalla quota padronale e dal contributo statale in speciali conti in
banca, intoccabili fino alla pensione. L’Office
national de la securité sociale non amministrerà più niente, sarà
sostituita dalle banche. In questo modo, assicura Teichmann, col sussidio del
suo geniale economista Clavaroc, al secolo Moreau, un incivique che ha portato la divisa tedesca sul fronte dell’Est,
tutti gli operai e gli impiegati diventeranno milionari all’età precisa di quarantadue
anni. Lo Stato d’altro canto darà a tutti una propria casa, e una istruzione
superiore mediante il magico potere della costituenda «moneta interna
scripturale», una moneta cioè che non ha rapporto con l’oro e ha corso
solamente interno, una moneta che permetterà al regime una politica di lavori
pubblici e di edilizia totale. Lo Stato darà a tutti crediti senza interesse
mediante la m.i.s., riducendo a nulla la potenza delle banche...
– È il professore di Saint-Moulin, dell’Università di
Gand, che ha perfezionato questi piani economici – aggiunge Teichmann, con incontrollato
sussiego, e io sono costretto a portarmi la mano davanti alla bocca, e a tossicchiare
nervosamente. Le chef continua a
teorizzare, a ruota libera ormai, attaccando a fondo la democrazia in nome
di una nuova «democrazia in presa diretta», che dovrà permettere allo Stato di
interrogare tutti i cittadini per ogni decisione da prendere, ma soltanto sui
problemi che le masse conoscono, cioè mediante referendum, plebisciti,
ovazioni di piazza ecc. La lista dei candidati sarà unica; la campagna
elettorale sarà fatta in comune in sale collettive; i partiti non esisteranno
più; si voterà per gli chef; il
sindacato sarà nazionale, con operai e padroni finalmente riuniti, e così via
rimasticando...
– La nostra dottrina sociale, del resto, si ispira ai
principi morali più elevati. Jean
Vingt-trois è d’accordo con noi, e noi siamo d’accordo con l’enciclica Mater et magistra...
Prometto di riferire ai democratici cristiani di
sinistra, e Teichmann ringrazia. Dopo di che, senza commentare il guazzabuglio
economico, passo all’Oas, ai suoi metodi di azione, chiedendo al capo-Mac se
intende adottare gli stessi metodi in Europa, per creare la sua Comunità
Imperiale. E «il dottore» a questo punto si mostra un po’ imbarazzato.
– Plasticages,
rafales de mitraillette, bombes... certo tutto ciò è doloroso, ma è la
stessa organizzazione dell’Oas che impone questi metodi; come li imponeva la
clandestinità all’Irgun o al gruppo Stern. Tuttavia, non siamo d’accordo
quando l’Oas attacca il contingente francese. Questi sono errori,
inesplicabili. Quanto agli attentati, in cui muoiono donne e bambini, sono gli
avversari dell’Oas che li organizzano, oppure gruppi dell’Oas irresponsabili,
oppure si tratta ai errori inconcepibili.
– Vede, noi ci alleniamo, sì, ma piuttosto agli sport
virili che alla guerra vera e propria. Noi crediamo nella valeur musculaire. Il valore muscolare è necessario all’equilibrio
mentale: questa è la nostra concezione della vita. Bisogna che un uomo sia
sempre pronto a battersi con l’uomo. Per questo, del resto, ci incontriamo e ci
riconosciamo tra noi: ci ritroviamo, in fondo, più sul piano del temperamento
che su quello delle idee. Lei non crede?
– Tutto, in fondo, è psicopatologia. Psychopatologie de la politique è il
titolo del libro che sto scrivendo. Vi parlo degli uomini e degli intellettuali
di sinistra. L’intellettuale di sinistra non è mai un vero uomo. Guardi
Sartre. Il suo pensiero viziato è scritto nel suo fisico. È un desgracié (il neologismo farebbe
inorridire i francesi, Teich-mann lo predilige), Sartre è un tordu. Non è affatto diverso dal curato
di campagna di Bernanos. Tossisce, suda, è brutto, ha gli occhi storti. Un uomo
mal fatto come lui cerca compensi alle disgrazie fisiche nell’intelligenza.
Del resto, perché gli ebrei sono a sinistra? Per il loro complesso di
persecuzione. Così Sartre. Ah, no, non è certo du type parachutiste…
(Teichmann ride. Io rido. Noi ridiamo. Ah, ah, ah!).
– Certo, capisco, vi occorre un buon psichiatra. Com’è
il titolo? La psychiatrie de la politique?
– Ma Teichmann ride ancora, tutto soddisfatto di non essere piccolo, brutto,
con gli occhi storti, e soprattutto intelligente. Ormai è «partito», e
nessuno lo ferma più. Snocciola le sue proposizioni fasciste:
– Noi imporremo una società aristocratica...
(Nietzsche, naturalmente).
– Le soluzioni imposte con la forza sono altamente
morali...
– Noi abbiamo cercato un’altra strada, quella del
gruppo di combattimento minoritario, del gruppo di quadri...
– La nostra democrazia sarà diretta, mistica e autoritaria...
– Ricorreremo all’azione psicologica e all’intimidazione...
– Il plastico? Il plastico sarà stato il megafono dell’anticomunismo
della metà del secolo XX...
– La nostra idea dell’Europa è imperiale. Il IV Reich
sarà l’Europa oppure le III Empire...
– Ricorreremo alle milizie civiche, ai camarades della Legion Etrangère, del 1º
Rep, del Katanga. Il combattimento non farà che spostarsi dall’Africa
all’Europa, in questa Europa bafouée,
humiliée, cocufiée par le nationaux couillons...
– La guerra civile? Noi siamo pragmatici. Ad ogni modo
la corda aspetterà il tempo che sarà necessario per scivolare attorno al collo
di coloro che sono responsabili dell’abbandono dei belgi in pericolo di
morte...
Gli
slogan si succedono agli slogan, cucinati, assaporati da tempo, conditi con
tutti i vecchi pimenti propagandistici dei Degrelle, dei Maurras, dei Goebbels,
dei Mosley. È una specie di nero torrente psichico che si rovescia in questo
nitido studiolo di medico per vie digestive. Chiudo il taccuino, mi alzo dalla
bassa poltroncina psicologica. Si apre una porta, sgattaiola nella stanza una
bimbetta traballante:
– Papà, a mangiare. Mamma strilla. Dice che la smetta
di fare comizi. Ci sono due clienti che aspettano da due ore...
Le chef sorride (ah! ah!) imbarazzato, scarlatto sotto i
baffetti. Mi faccio accompagnare alla porta di casa:
– C’est
emmerdant – mormora Teichmann, preso di contropiede dalla bimbetta.
– C’est
emmerdant – concordo, e sono sincero.
* «Vie Nuove», 1962, n. 16