PRIMO PIANO
GIANNI TOTI - 2
Oggi il ‘führer’ si chiama ‘chef’


      
Dal volume “Planetario - (Scritti giornalistici 1951-1969)” proponiamo una straordinaria intervista realizzata nel 1962 con il capo di un movimento neo-nazista belga. È un pezzo timbrato da una scrittura deliziosamente pungente e ironica e altresì inquietante perché i deliri del dottor Teichmann su un ‘Quarto Reich Europeo’ sembrano quasi rimbalzare sull’attualità delle rinnovate spinte razziste, neofasciste, antidemocratiche che si agitano oggi nel ventre del Vecchio Continente.
      



      

               

*

 

Bruxelles, aprile

 

La domanda era ironica, na­turalmente, ma passò inavver­tita:

Le chef? Il capo? El Jefe? Der führer? Il duce? Il conducator?

Le chef!

Secca e compiaciuta, la risposta. Senza sorrisi attenuanti. Le doc­teur Paul G. Teichmann, speciali­sta in «vie digestive», risalì con evidenziata agilità i gradini del suo appartamento all’89 di Rue Cam­penhout, nel quartiere di Ixelles, mi fece strada verso «lo studio». Singolarissimo studio di medico specialista in stomaci e intestini, questo del «capo» del Mac: in­ un angolo il classico lettino bian­co, e dappertutto piccole e gran­di colline di giornali e opuscoli del Mouvement d’action civique. Gli strumenti della medicina si ri­traggono nell’ombra, intimiditi o sdegnosi dell’intrusione. Anche «le chef» per un attimo sembra preoc­cupato per lo scompenso, la spro­porzione, e i baffetti sottili cura­tissimi si piegano sul viso da gio­vane parrucchiere di gran classe, confezionato scrupolosamente per ammalati di – gastropolitica, dunque?

No, il giovane chef trentacin­quenne non avverte l’ironia, si com­piace, piuttosto, dell’associazione verbale:

– Già, io mi occupo di intesti­ni e di cervelli. Degli uomini, in­somma, con pancia e testa che si influenzano reciprocamente, secon­do le tendenze più recenti della scienza medica e di quella politica. E poi cercano di farci passare per sostenitori della regressione sociale…

Il führer belga mi domina dal­l’alto della sua poltrona dietro la scrivania: sprofondato in una seg­giolina davanti a lui come un clien­te dispeptico da impressionare, resisto all’ingenua trovata «suggesti­va» del dottor Teichmann, che mi ricorda l’espediente psicologico del führer di Chaplin, la poltrona al­tissima di Hitler.

– Non siete fascisti, dunque? – Dalla poltroncina sopraelevo sulla scrivania un numero di «Jeune Europe» il giornale con due testate (l’altra è «Nation Belgique») che fa da portavoce ai movimenti euro­pei, dell’Internazionale fascista di Malmö-Venezia. L’articolo di fon­do è di sir Oswald Mosley, il man­cato führer inglese...

– E questo, allora?

Il «dottore» non si scompone:

– Bisogna intendersi sulle pa­role: anche sir Oswald nel suo ar­ticolo, che è poi una «Dichiarazione europea», sostiene che non è più il caso di parlare di fascismo. All’Università di Manchester, Mo­sley ha spiegato che «non ci chia­miamo più fascisti come il partito laburista non si chiama più car­tista». Il nostro movimento non è statico, ma dinamico, organico, crescente, trascendente il proprio passato, autosorpassantesi.

Al sesto aggettivo, interrompo:

– Ma Mosley scrive che non «ha ritrattato di un solo pollice le sue posizioni di prima della guerra...». Dal suo piccolo trono, lo «chef» si china verso di me, con aria pa­terna. Bisogna spiegarmi tutto, in­somma, e si rassegna alla lezione:

– Vede, secondo noi, il fascismo è stato solo italiano, una parola ita­liana per un fenomeno italiano. In Italia c’era il caos. Gli scioperanti attaccavano le fabbriche, violenta­vano le figlie degli industriali... La figlia di Agnelli è stata violata da un intero picchetto...

– ? (ma non interrompo: è trop­po curiosa, la storia. Teichmann si avvede del sorrisetto, ma continua).

– Beh, insomma, le ragazze tori­nesi non erano più sicure con i grèvistes scatenati. La gran­deur nazionale, la «grandezza» italiana era messa in forse. Bisognava salvare l’Italia dalla disintegrazione. Integrare padroni e ope­rai, soldati e studenti, curare l’in­fanzia, costruire le strade. Musso­lini ha integrato la nazione, ha se­guito le orme dei romani in Libia e in Etiopia.

Continua, da attore «tragico»:

   …ma ormai la sabbia del de­serto copre le opere europee e im­periali degli italiani, la stessa sab­bia del deserto che minaccia di coprire le opere europee dei francesi nel Nordafrica.

Il führer dei «machisti» ora sembra riprendersi, leggermente imbarazzato dal sorrisetto dell’intervistatore:

– Mussolini è caduto perché le comunicazioni intersoggettive euro­pee non funzionavano. Una espe­rienza fallita, il fascismo, da non ri­petere. Però i comunisti continuano a chiamarci fascisti perché siamo loro nemici. E allora, come dice An­dré Malraux, se essere nemici dei comunisti vuol dire essere fascisti, noi siamo fascisti.

– Dunque lo siete.

– Lei deve capire. Si tratta di una definizione biologica del tem­peramento. Noi raduniamo gli uo­mini dal temperamento forte, che credono nel valore dell’individuo piuttosto che in quello della mas­sa anonima, del popolo. Del resto, lo stesso De Gaulle, lo stesso Churchill, lo stesso Nasser. In fondo, lo stesso Castro...

– Castro?

– Cerchi di capire, esemplifi­co alla brava. De Gaulle, per esem­pio, è un uomo di temperamento forte, ma fa il gioco dei comunisti con la sua Europa delle patrie, crea zone di instabilità e di insi­curezza in Europa, è un antieuropeo. Come Hitler voleva creare un’Europa alla Napoleone, sotto l’egemonia tedesca, così De Gaulle, l’ultimo fumista, vuole creare un’Eu­ropa sotto l’egemonia francese. È un sorpassato. Come Spaak, Adenauer, Pineau, Bech, Luns, e il vostro Segni, uomini politici devirilizzati, ormai. L’Europa ha bisogno, invece, di essere virilizzata dal nazionalismo europeo, da capi ben determinati a inquadrarla.

– La vostra Europa, in sostanza, è un’Europa speciale.

– Esattamente. Ci sono state e ci sono molte Europe. Prima della seconda guerra mondiale c’era l’anti-Europa degli anglosassoni e l’Europa non-sincera del III Reich. E c’era, naturalmente, l’Europa dei capitalisti che, finora, è l’unica Europa riuscita. Poi, dopo la guerra, è venuta l’Europa federale, quella del Trattato di Roma del 1957. Ora ci sono l’Europa delle patrie di De Gaulle, l’Europa confederale alla MacMillan, l’Europa democratica alla strasbur­ghese, (Europa federale debole), l’Europa-nazione di Sir Oswald Mo­sley (Europa federale forte) per fi­nire con l’Europa unitaria della Gio­vane Europa (Europa unitaria a vo­cazione imperiale), e l’Europa so­vietica...

– La vostra Europa, se ho ben capito, è quella imperiale.

– Certo. Oggi non c’è né ci può essere libertà per un popolo con meno di 100 milioni di abitanti. L’Europa federale conta 160 milio­ni ma noi non ci fermeremo al si­pario di ferro. Quando avremo realizzato un’Europa imperiale, fondata su uno spirito anticomunista, assoluto, potremo intavolare trat­tative con l’Urss perché lasci che i paesi europeo-orientali rientrino nell’Europa. All’Urss in compenso offriremo la neutralizzazione armata dell’Europa...

– Neutrali ma armati, disarma­ti-armati, insomma. Oppure ho ca­pito male?

Teichmann sospira:

– Capisco la difficoltà di capir­ci, mi creda: ma è proprio così. La nostra Europa dev’essere armata potentemente. Potentissimamente. Anche con le armi atomiche, si capisce. Dobbiamo poter trattare col dito sul grilletto di una buona pistola; così come si tratta con un ladro di bestiame in un buon film di cowboy. Solo così l’Europa potrà li­berarsi dalle sue alleanze america­ne; e offrire all’Urss la neutralizzazione.

– …armata.

– Armata come mai è stata ar­mata, certo. Altrimenti Kennedy ci priverà dell’Africa e delle fonti di energia. Gli uomini di Kennedy sono tutta gente che ha lavorato con la Standard Oil of New Jersey – Stevenson, Rusk, Mennen Williams – e lei capisce...

Beh, il guazzabuglio è notevole, ma capisco perché in fondo è un vecchio guazzabuglio appena appe­na riverniciato. Tuttavia, è un guaz­zabuglio organizzato, e può essere interessante seguirne i ghirigori mentali. Le chef, del resto, prose­gue imperterrito, con gli occhi al taccuino e aggrotta le sopracciglia circonflesse appena gli sembra ch’io non raccolga le sue informazioni. Mi informa, per esempio – e que­sto è già più interessante – che dentro il mese di aprile si terrà in Svizzera una Conferenza europea, un seguito di quella di Venezia.

– Sir Oswald Mosley ha accet­tato la responsabilità di organiz­zarla e ha subito stilato la «Dichia­razione europea». È molto bella – e Teichmann declama le prime righe: – … Noi europei, eredi di una tra­dizione che risale alla Grecia e a Roma antiche, per tremila anni... – non è vero che è bella?

– No.

Breve istante di smarrimento nel­lo sguardo del führer. Superato, come sempre; perché un «capo» non si smarrisce mai. Io non posso capire, evidentemente, i sogni im­periali di Mosley e Teichmann, co­me costoro non possono capire la noia e il ridicolo della «romanità» fascista, specialmente per chi l’ha avuta tra i piedi per vent’anni. Non c’è niente da fare, e Teichmann prosegue spiegandomi come, secon­do la Dichiarazione europea, la ba­se pratica della pace mondiale sa­rà la divisione in tre sfere princi­pali d’influenza: l’America del Nord e del Sud, l’Europa-Africa con i Dominions britannici e gli altri territori d’oltremare abitati dagli europei, il mondo socialista. Tre mondi; autarchicamente concepiti, isolati e ruotanti come tre pezzi di pianeta.




Manifesti neofascisti apparsi di recente sui muri di varie città italiane.


La spartizione sarà realizzata però in un modo che non è spiegato, anche perché è il pun­to più oscuro e pericoloso del programma. Si sa soltanto che l’Euro­pa fascista (pardon, «unitaria convocazione imperiale») dovrà prima liberare tutte le zone oggi sotto­poste «al giogo americano e sovie­tico», e, soprattutto, dovrà aver messo fine al colonialismo... Ades­so, però, la rivelazione è un po’ troppo forte, e lo confesso candida­mente al medico-politico delle vie digestive:

– Ma scusi, lei è alleato dell’Oas, il capo della Missione France III creata da Salan, la matricola 53-88.047, e vuol mettere fine al colonialismo. Via, questa non posso digerirla, neppure se mi cura lei.

– Adesso le spiego, e capirà – Teichmann è imperturbabile e cortese, come sempre, non fa una piega. E infatti capisco subito, lo stupore si cancella in un vecchio sorrisetto. L’Africa sarà divisa fra Bianchi e Neri – con la B e la N così, maiuscole – nella proporzione di un terzo di Bianchi e due terzi di Neri. Questi, se resteranno nei territori Bianchi, non godranno del diritto di voto né dei diritti civili. Lo stesso per i Bianchi nei territori Neri. I governi e le nazioni con più razze verranno smembrati, mescolati, separati, ricomposti, Neri da una parte, Bianchi dall’altra, Indiani da un’altra parte ancora e così via...

– Come vede, non siamo razzisti.

– Ah, no?

– La superiorità della razza ariana era un non-senso. La superiorità della nostra Europa è un’altra cosa. Separeremo le razze, elimineremo i conflitti. Sarà una soluzione.

– Definitiva? Una «soluzione finale»?

– Lei scherza. Io parlo sul serio. – Il führer, per la prima volta appare un po’ seccato. Però prosegue: – Noi peraltro non siamo d’ac­cordo in tutto con Mosley. Glielo abbiamo detto a Venezia e in tutte le tappe del viaggio che Sir Oswald ha fatto in Europa per preparare la Conferenza. Per esempio, non pensiamo che si possa abbandonare l’America del Sud, nella divisione delle tre sfere d’influenza, all’imperialismo economico statunitense. Il pensiero europeo è ancora molto vivo nel continente-sorel­la, come lo era del resto anche ne­gli Stati sudisti prima della guerra di secessione. Attraverso la Spagna e il Portogallo, gli unici Stati che si sono opposti decisamente tra l’altro all’assalto generale dei popo­li di colore contro l’Europa, potre­mo comprendere anche l’America del Sud nel-l’ambito della nostra influenza europea. Anche la divisio­ne del-l’Africa in zone Bianche e Nere ci sembra troppo netta. Nella sua Dichiarazione, Mosley ha di­menticato di prendere posizione formalmente ed esplicitamente in favore degli europei dell’estremo Nord e dell’estremo Sud dell’Africa. Anche quella è Europa.

– Tutto il pianeta, in fondo, è Europa – azzardo con un tono di voce neutrale, e Teichmann assen­tisce, felice perché ho capito, alla fine.

(A questo punto, devo invitare i lettori a perdonarmi l’esposizione del guazzabuglio teorico dell’Inter­nazionale fascista. Ambasciatori e giornalisti non portano pena. Si tenga presente comunque che que­ste paranoie politiche nascondono i disegni di settori ancora potenti e rappresentano l’aggiornamento dei piani concepiti dalle forze che portarono all’avventura nazista. Il veleno del nuovo razzismo «indoeu­ropeo» gira in certi sistemi circo­latori europei, con le decine di mi­gliaia di copie degli opuscoli e dei giornali, con i convegni, i viaggi, le conferenze dei santoni nazisti ri­modernati. È bene sorvegliare le tossine...).

– L’Europa che non vorrà essere negrificata, lei capisce – incal­za Teichmann – bisogna salvarla. Noi abbiamo già pronti i piani economico-politici per l’edificazione di questa Europa comunitaria di Stati forti, liberati dalla politicaille democrasseuse plutocratique-parlamentaire ou socialiste-étatique… – e le chef risale in cattedra, mi spiega il sistema… Una grande tavola fitta di numeri, per cominciare, la «tavola di capitalizzazione». Basterà che i lavoratori capitalizzino le trattenute sociali che sono parte del salario, trasferendo la cifra costituita dal salario indiretto, dalla quota padronale e dal contributo statale in speciali conti in banca, intoccabili fino alla pen­sione. L’Office national de la se­curité sociale non amministrerà più niente, sarà sostituita dalle banche. In questo modo, assicura Teichmann, col sussidio del suo ge­niale economista Clavaroc, al se­colo Moreau, un incivique che ha portato la divisa tedesca sul fronte dell’Est, tutti gli operai e gli impiegati diventeranno milionari all’età precisa di quarantadue anni. Lo Stato d’altro canto da­rà a tutti una propria casa, e una istruzione superiore mediante il magico potere della costituenda «moneta interna scripturale», una moneta cioè che non ha rapporto con l’oro e ha corso solamente in­terno, una moneta che permetterà al regime una politica di lavori pubblici e di edilizia totale. Lo Sta­to darà a tutti crediti senza inte­resse mediante la m.i.s., riducendo a nulla la potenza delle banche...

– È il professore di Saint-Moulin, dell’Università di Gand, che ha perfezionato questi piani economici – aggiunge Teichmann, con in­controllato sussiego, e io sono co­stretto a portarmi la mano davanti alla bocca, e a tossicchiare nervo­samente. Le chef continua a teoriz­zare, a ruota libera ormai, attac­cando a fondo la democrazia in no­me di una nuova «democrazia in presa diretta», che dovrà permet­tere allo Stato di interrogare tutti i cittadini per ogni decisione da prendere, ma soltanto sui proble­mi che le masse conoscono, cioè mediante referendum, plebisciti, ovazioni di piazza ecc. La lista dei candidati sarà unica; la campagna elettorale sarà fatta in comune in sale collettive; i partiti non esiste­ranno più; si voterà per gli chef; il sindacato sarà nazionale, con operai e padroni finalmente riuniti, e così via rimasticando...

– La nostra dottrina sociale, del resto, si ispira ai principi morali più elevati. Jean Vingt-trois è d’ac­cordo con noi, e noi siamo d’accor­do con l’enciclica Mater et magi­stra...

Prometto di riferire ai demo­cratici cristiani di sinistra, e Teichmann ringrazia. Dopo di che, senza commentare il guazza­buglio economico, passo all’Oas, ai suoi metodi di azione, chiedendo al capo-Mac se intende adottare gli stessi metodi in Europa, per creare la sua Comunità Imperiale. E «il dottore» a questo punto si mostra un po’ imbarazzato.

Plasticages, rafales de mitrail­lette, bombes... certo tutto ciò è doloroso, ma è la stessa organizza­zione dell’Oas che impone questi metodi; come li imponeva la clan­destinità all’Irgun o al gruppo Stern. Tuttavia, non siamo d’accor­do quando l’Oas attacca il contin­gente francese. Questi sono errori, inesplicabili. Quanto agli attentati, in cui muoiono donne e bambini, sono gli avversari dell’Oas che li organizzano, oppure gruppi dell’Oas irresponsabili, oppure si tratta ai errori inconcepibili.

– Vede, noi ci alleniamo, sì, ma piuttosto agli sport virili che alla guerra vera e propria. Noi credia­mo nella valeur musculaire. Il valore muscolare è necessario all’equilibrio mentale: questa è la nostra concezione della vita. Bisogna che un uomo sia sempre pronto a battersi con l’uomo. Per questo, del resto, ci incontriamo e ci riconosciamo tra noi: ci ritroviamo, in fondo, più sul piano del temperamento che su quello delle idee. Lei non crede?

– Tutto, in fondo, è psicopatolo­gia. Psychopatologie de la politi­que è il titolo del libro che sto scrivendo. Vi parlo degli uomini e degli intellettuali di sinistra. L’in­tellettuale di sinistra non è mai un vero uomo. Guardi Sartre. Il suo pensiero viziato è scritto nel suo fisico. È un desgracié (il neo­logismo farebbe inorridire i fran­cesi, Teich-mann lo predilige), Sar­tre è un tordu. Non è affatto diver­so dal curato di campagna di Bernanos. Tossisce, suda, è brutto, ha gli occhi storti. Un uomo mal fat­to come lui cerca compensi alle disgrazie fisiche nell’intelligenza. Del resto, perché gli ebrei sono a sinistra? Per il loro complesso di persecuzione. Così Sartre. Ah, no, non è certo du type parachutiste

(Teichmann ride. Io rido. Noi ri­diamo. Ah, ah, ah!).

– Certo, capisco, vi occorre un buon psichiatra. Com’è il titolo? La psychiatrie de la politique? – Ma Teichmann ride ancora, tutto soddisfatto di non essere piccolo, brutto, con gli occhi storti, e so­prattutto intelligente. Ormai è «par­tito», e nessuno lo ferma più. Snoc­ciola le sue proposizioni fasciste:

– Noi imporremo una società aristocratica... (Nietzsche, natural­mente).

– Le soluzioni imposte con la forza sono altamente morali...

– Noi abbiamo cercato un’altra strada, quella del gruppo di com­battimento minoritario, del grup­po di quadri...

– La nostra democrazia sarà diretta, mistica e autoritaria...

– Ricorreremo all’azione psico­logica e all’intimidazione...

– Il plastico? Il plastico sarà stato il megafono dell’anticomuni­smo della metà del secolo XX...

– La nostra idea dell’Europa è imperiale. Il IV Reich sarà l’Eu­ropa oppure le III Empire...

– Ricorreremo alle milizie civi­che, ai camarades della Legion Etrangère, del 1º Rep, del Katanga. Il combattimento non farà che spostarsi dall’Africa all’Europa, in questa Europa bafouée, humiliée, cocufiée par le nationaux couil­lons...

– La guerra civile? Noi siamo pragmatici. Ad ogni modo la corda aspetterà il tempo che sarà ne­cessario per scivolare attorno al collo di coloro che sono responsa­bili dell’abbandono dei belgi in pe­ricolo di morte...

Gli slogan si succedono agli slo­gan, cucinati, assaporati da tempo, conditi con tutti i vecchi pimenti propagandistici dei Degrelle, dei Maurras, dei Goebbels, dei Mosley. È una specie di nero torrente psi­chico che si rovescia in questo nitido studiolo di medico per vie di­gestive. Chiudo il taccuino, mi alzo dalla bassa poltroncina psicologica. Si apre una porta, sgattaiola nella stanza una bimbetta traballante:

– Papà, a mangiare. Mamma strilla. Dice che la smetta di fare comizi. Ci sono due clienti che aspettano da due ore...

Le chef sorride (ah! ah!) imba­razzato, scarlatto sotto i baffetti. Mi faccio accompagnare alla por­ta di casa:

C’est emmerdant – mormora Teichmann, preso di contropiede dalla bimbetta.

C’est emmerdant – concordo, e sono sincero.

 

 

 

*  «Vie Nuove», 1962, n. 16

                                  

 

 




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