di Daniele Comberiati
Il protagonista del romanzo di
Orhan Pamuk Il libro nero, forse
l’opera più riuscita del Premio Nobel per la letteratura 2006, nel suo folle
girovagare notturno per la capitale turca, mette infine piede a Beyoglu, che
l’autore definisce come “l’antico quartiere degli italiani”. Già, Cera-Beyoglu,
attualmente nel pieno centro di Istanbul, per quasi tutto il diciannovesimo
secolo e per buona parte del ventesimo è stato il fulcro propulsore della
comunità italiana e levantina, ma più in generale della maggior parte degli
stranieri della città. Non a caso il buon Edmondo De Amicis, giovane
corrispondente estero dell’allora celebre rivista “L’Illustrazione Italiana”,
non potè certo fare a meno di constatare, nel consueto tono paternalistico e
moraleggiante, la particolare parlata degli italiani del luogo, una lingua la
cui ricchezza certo sfuggì al futuro autore del Libro cuore, che scrisse:
avrei
anche voluto portare in Italia un saggio della lingua italiana che si parla a
Pera dagl’italiani nati nella colonia; e specialmente da quelli della terza o
della quarta generazione. […] La lingua che formerebbero mescolando il loro
italiano un usciere piemontese, un fiaccheraio lombardo e un facchino
romagnolo, credo che sarebbe meno sciagurata di quella che si parlava in cima
al Corno d’oro.
Al De Amicis non sfuggì però il
particolare momento vissuto dalla comunità turco-mussulmana, in bilico, ieri
come oggi, fra una tradizione secolare e un’apertura alla modernità che
sembrava schiudere un avvenire prospero seppur velato da particolari e subdole
forme di colonialismo, come ottimamente vide Corrado Alvaro già nel 1931:
Ma,
in genere, chi studia la
Turchia nuova, parte da due presupposti ugualmente errati se
non presuntuosi: che si tratti d’un paese arretrato che compie uno sforzo verso
una civiltà e che questa civiltà sia incarnata da un vago europeismo
democratico, come se davvero esistesse un unico sentimento europeo oggi, ed
Europa non fosse quel complesso di particolarismi che forma la nuova faccia
della civiltà; questo è un errore comune ai viaggiatori francesi, e per esso
vediamo giudicare la rivoluzione, la rinascita, gli uomini della Turchia, con
la fiducia superiore che si accorda ai popoli immaturi con un malcelato senso
di superiorità, o, peggio, del compiacimento sbalordito di chi loda un ragazzo
vivace oltre alla sua età.
Sul rapporto complesso degli
intellettuali italiani con le “cose turche” degli ultimi due secoli (per
fortuna, come si è potuto notare, non ci fu il solo De Amicis) e sulla
particolare conformazione della comunità italiana di Istanbul si occupa la
miscellanea Gli italiani di Istanbul. Figure, comunità e istituzioni dalle riforme
alla Repubblica 1839-1923 (A cura di Attilio De Gasperis e Roberta
Ferrazza, Istituto Italiano di Cultura di Istanbul, Torino, Fondazione Giovanni
Agnelli, 2007, pp. 435, € 36), punto di riferimento per la ricerca e per
l’editoria in materia di emigrazione italiana e non solo.
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Bruno Varacalli, L'enigma del viaggio, tecnica mista su tela, 2005, cm 100x150
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Contributi davvero interessanti
si rivelano, oltre al saggio di Luca Orlandi dal quale ho tratto alcune
suggestioni nell’incipit, gli interventi di Alessandro Pannuti e Arus Yumul
sulla comunità levantina di Pera e, soprattutto il primo, sul rapporto fra
“levantinità e mitologia”, un’analisi sulle produzioni letterarie dei levantini
della capitale turca. Al di là del poco spazio che tale comunità riveste
tuttora negli studi letterari sull’Ottocento e sul Novecento italiano
(Ungaretti, Pea e Marinetti, solo per fare i nomi più noti, provengono dai
levantini di Alessandria d’Egitto) e di un colpevole e non sempre comprensibile
oblio critico, desta attenzione la conformazione stessa della comunità.
Trattasi infatti di una collettività transnazionale e multireligiosa,
frequentata sia da ebrei che da cristiani cattolici e ortodossi, dove il
multilinguismo è caratteristica fondante e dominante. Per anni fu l’italiano la
lingua franca dei levantini, per venire poi sostituito dal francese, certamente
a causa della più accorta politica di diffusione all’estero della propria
lingua che la Francia
portava avanti. Ugualmente conosciuti erano il greco, parlato soprattutto con
artigiani e commercianti, e naturalmente il turco, lingua che però si parlava
più raramente, forse per marcare la diversità della comunità rispetto allo
stato che la ospitava.
Al di là dei miti fondanti dei
levantini come la figura della nave o l’identità plurima, colpisce nel saggio
di Pannuti una provocatoria questione finale, riguardo alle politiche di
accoglienza delle minoranze etniche e religiose dell’impero ottomano, che ad un
primo sguardo appaiono infinitamente più eque e lungimiranti delle leggi in
materia di immigrazione attualmente vigenti nei principali paesi europei. Senza
proporre l’apologia di un impero teocratico come quello ottomano, sarebbe però
forse il caso, in epoche di “scontri di civiltà”, porre l’attenzione su reali
momenti storici di convivenza, come già abbiamo avuto modo di vedere nelle
pagine della rivista, grazie all’articolo di Raniero Spellman Dall’armonia alla conflittualità: ebrei e
arabi in alcuni scrittori di lingua italiana e alla recensione sul volume
di saggi Contemporary Jewish Writers in
Italy: a Generational Approach.
Ulteriore merito del volume è
analizzare le figure storiche che hanno avvicinato negli ultimi due secoli
Italia e Turchia (in particolare dopo l’esilio di massoni risorgimentali
nell’Ottocento), come quella determinante di Garibaldi, che, giunto nella
capitale turca ferito, fu curato da un medico italiano e vi rimase per ben tre
anni. Fondamentale per la comunità italiana fu il ruolo svolto dalla Società
Operaia, vero e proprio spazio multiculturale dove divenne possibile per gli
stranieri diventare produttori di cultura e non semplici lavoratori ospiti. Da
rilevare, infine, la presenza di Giuseppe Donizetti e di altri musicisti che
operarono alla corte ottomana, oltre alla famiglia Lombardi, formata da
musicanti istanbulioti di chiara origine italiana.
Un paio di note, infine,
sull’approccio storiografico: innanzitutto è doveroso analizzare le migrazioni
non solo come fenomeno di massa, ma anche prendendo in esame casi di più
contenuta entità e distribuiti nel tempo come quello degli italiani di
Costantinopoli. Inoltre, sempre nell’analisi dell’emigrazione italiana, è
senz’altro più utile e preciso uno studio di tale fenomeno secondo un approccio
“di lunga durata”, non circoscritto solamente ai secoli diciannovesimo e
ventesimo, ma comprendente anche periodi storici precedenti, sull’onda degli
studi di Lucassen, Hoerder e Braudel. Il saggio di Maddalena Tirabassi sulle
opere di argomento turco dell’intellettuale italo-americana Amy Bernardy è in
proposito piuttosto chiaro.
Un volume necessario, dunque,
anche perché, fra levantinità e italianità di Istanbul, pone in una luce
diversa, senz’altro più complessa, l’identità italiana attuale.