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ITALIA-TURCHIA
Garibaldi ferito,
sulle rive
del Bosforo

      
Attilio De Gasperis e Roberta Ferrazza sono i curatori di “Gli italiani di Istanbul”, un’interessante micellanea di saggi che ricapitola la vicenda della nutrita comunità dei nostri connazionali nella capitale turca tra il 1839 e il 1923. Si trattò di una collettività interetnica e multireligiosa, frequentata sia da ebrei che da cristiani cattolici e ortodossi, dove il plurilinguismo era caratteristica fondante e dominante. Va, peraltro, ricordato che per molto tempo fu l’italiano la lingua franca dei levantini, prima di essere sostituito dal francese.
      




   

               

di Daniele Comberiati

 

 

Il protagonista del romanzo di Orhan Pamuk Il libro nero, forse l’opera più riuscita del Premio Nobel per la letteratura 2006, nel suo folle girovagare notturno per la capitale turca, mette infine piede a Beyoglu, che l’autore definisce come “l’antico quartiere degli italiani”. Già, Cera-Beyoglu, attualmente nel pieno centro di Istanbul, per quasi tutto il diciannovesimo secolo e per buona parte del ventesimo è stato il fulcro propulsore della comunità italiana e levantina, ma più in generale della maggior parte degli stranieri della città. Non a caso il buon Edmondo De Amicis, giovane corrispondente estero dell’allora celebre rivista “L’Illustrazione Italiana”, non potè certo fare a meno di constatare, nel consueto tono paternalistico e moraleggiante, la particolare parlata degli italiani del luogo, una lingua la cui ricchezza certo sfuggì al futuro autore del Libro cuore, che scrisse:

 

avrei anche voluto portare in Italia un saggio della lingua italiana che si parla a Pera dagl’italiani nati nella colonia; e specialmente da quelli della terza o della quarta generazione. […] La lingua che formerebbero mescolando il loro italiano un usciere piemontese, un fiaccheraio lombardo e un facchino romagnolo, credo che sarebbe meno sciagurata di quella che si parlava in cima al Corno d’oro.

 

Al De Amicis non sfuggì però il particolare momento vissuto dalla comunità turco-mussulmana, in bilico, ieri come oggi, fra una tradizione secolare e un’apertura alla modernità che sembrava schiudere un avvenire prospero seppur velato da particolari e subdole forme di colonialismo, come ottimamente vide Corrado Alvaro già nel 1931:

 

Ma, in genere, chi studia la Turchia nuova, parte da due presupposti ugualmente errati se non presuntuosi: che si tratti d’un paese arretrato che compie uno sforzo verso una civiltà e che questa civiltà sia incarnata da un vago europeismo democratico, come se davvero esistesse un unico sentimento europeo oggi, ed Europa non fosse quel complesso di particolarismi che forma la nuova faccia della civiltà; questo è un errore comune ai viaggiatori francesi, e per esso vediamo giudicare la rivoluzione, la rinascita, gli uomini della Turchia, con la fiducia superiore che si accorda ai popoli immaturi con un malcelato senso di superiorità, o, peggio, del compiacimento sbalordito di chi loda un ragazzo vivace oltre alla sua età.

 

Sul rapporto complesso degli intellettuali italiani con le “cose turche” degli ultimi due secoli (per fortuna, come si è potuto notare, non ci fu il solo De Amicis) e sulla particolare conformazione della comunità italiana di Istanbul si occupa la miscellanea Gli italiani di Istanbul. Figure, comunità e istituzioni dalle riforme alla Repubblica 1839-1923 (A cura di Attilio De Gasperis e Roberta Ferrazza, Istituto Italiano di Cultura di Istanbul, Torino, Fondazione Giovanni Agnelli, 2007, pp. 435, € 36), punto di riferimento per la ricerca e per l’editoria in materia di emigrazione italiana e non solo.




Bruno Varacalli, L'enigma del viaggio, tecnica mista su tela, 2005, cm 100x150

 

Contributi davvero interessanti si rivelano, oltre al saggio di Luca Orlandi dal quale ho tratto alcune suggestioni nell’incipit, gli interventi di Alessandro Pannuti e Arus Yumul sulla comunità levantina di Pera e, soprattutto il primo, sul rapporto fra “levantinità e mitologia”, un’analisi sulle produzioni letterarie dei levantini della capitale turca. Al di là del poco spazio che tale comunità riveste tuttora negli studi letterari sull’Ottocento e sul Novecento italiano (Ungaretti, Pea e Marinetti, solo per fare i nomi più noti, provengono dai levantini di Alessandria d’Egitto) e di un colpevole e non sempre comprensibile oblio critico, desta attenzione la conformazione stessa della comunità. Trattasi infatti di una collettività transnazionale e multireligiosa, frequentata sia da ebrei che da cristiani cattolici e ortodossi, dove il multilinguismo è caratteristica fondante e dominante. Per anni fu l’italiano la lingua franca dei levantini, per venire poi sostituito dal francese, certamente a causa della più accorta politica di diffusione all’estero della propria lingua che la Francia portava avanti. Ugualmente conosciuti erano il greco, parlato soprattutto con artigiani e commercianti, e naturalmente il turco, lingua che però si parlava più raramente, forse per marcare la diversità della comunità rispetto allo stato che la ospitava.

 

Al di là dei miti fondanti dei levantini come la figura della nave o l’identità plurima, colpisce nel saggio di Pannuti una provocatoria questione finale, riguardo alle politiche di accoglienza delle minoranze etniche e religiose dell’impero ottomano, che ad un primo sguardo appaiono infinitamente più eque e lungimiranti delle leggi in materia di immigrazione attualmente vigenti nei principali paesi europei. Senza proporre l’apologia di un impero teocratico come quello ottomano, sarebbe però forse il caso, in epoche di “scontri di civiltà”, porre l’attenzione su reali momenti storici di convivenza, come già abbiamo avuto modo di vedere nelle pagine della rivista, grazie all’articolo di Raniero Spellman Dall’armonia alla conflittualità: ebrei e arabi in alcuni scrittori di lingua italiana e alla recensione sul volume di saggi Contemporary Jewish Writers in Italy: a Generational Approach.

 

Ulteriore merito del volume è analizzare le figure storiche che hanno avvicinato negli ultimi due secoli Italia e Turchia (in particolare dopo l’esilio di massoni risorgimentali nell’Ottocento), come quella determinante di Garibaldi, che, giunto nella capitale turca ferito, fu curato da un medico italiano e vi rimase per ben tre anni. Fondamentale per la comunità italiana fu il ruolo svolto dalla Società Operaia, vero e proprio spazio multiculturale dove divenne possibile per gli stranieri diventare produttori di cultura e non semplici lavoratori ospiti. Da rilevare, infine, la presenza di Giuseppe Donizetti e di altri musicisti che operarono alla corte ottomana, oltre alla famiglia Lombardi, formata da musicanti istanbulioti di chiara origine italiana.

 

Un paio di note, infine, sull’approccio storiografico: innanzitutto è doveroso analizzare le migrazioni non solo come fenomeno di massa, ma anche prendendo in esame casi di più contenuta entità e distribuiti nel tempo come quello degli italiani di Costantinopoli. Inoltre, sempre nell’analisi dell’emigrazione italiana, è senz’altro più utile e preciso uno studio di tale fenomeno secondo un approccio “di lunga durata”, non circoscritto solamente ai secoli diciannovesimo e ventesimo, ma comprendente anche periodi storici precedenti, sull’onda degli studi di Lucassen, Hoerder e Braudel. Il saggio di Maddalena Tirabassi sulle opere di argomento turco dell’intellettuale italo-americana Amy Bernardy è in proposito piuttosto chiaro.

Un volume necessario, dunque, anche perché, fra levantinità e italianità di Istanbul, pone in una luce diversa, senz’altro più complessa, l’identità italiana attuale.




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