LE VIE DEL RACCONTO
MARCO ONOFRIO
 

 

TOTÒ RITORNA A CASA

 

 

«Otello: Ihh, e che so’ quelle?

Jago: Quelle sono… sono le nuvole!

Otello: E che so’ ‘ste nuvole?

Jago: Mah!

Otello: Quanto so’ belle, quanto so’ belle… quanto so’ belle!

Jago: Ah, straziante meravigliosa bellezza del creato, ah…».

 

                                           Totò (Jago) e Ninetto Davoli (Otello) in

                                           “Che cosa sono le nuvole”, di P.P. Pasolini

 

 

 

“Ah, straziante meravigliosa bellezza del creato, ah…”: sono queste le ultime parole pronunciate, sul set, dal grande napoletano. Il suo messaggio di addio: il suo commiato dal mondo del cinema.

È appena andato a sfumare il suono dei mandolini… la canzone dolcissima e struggente, cantata da Domenico Modugno. E, prima, i pupi al teatro. Vivi e parlanti, sì, ma guidati da fili – il poeta Francesco Leonetti, fra i burattinai. La farsa sgangherata dell’Otello, col bailamme del pubblico alla fine. Modugno, sempre cantando, se li è venuti a prendere: a portar via! Li ha caricati sul camion: non servono più, e si capisce – sono da buttare.

Totò, maschera verde: i suoi occhi sgranati; la bocca nello spasmo viscerale; il vagito estremo della morte, impressionante – l’urlo silenzioso e primordiale. Ha paura dell’ignoto: del tempo, del mistero, e del destino aperto che si chiude.

Gettato insieme a Otello in fondo a un fosso (una discarica di periferia), con taniche e barattoli che seguono, e rotolando coprono a cadere.

L’ho trovato, in fondo alla campagna, ai prati incolti.

Stava ancora là.

“Ciao, Principe”, gli ho detto.

 “Ciao”.

Com’era triste! Il volto vero sotto la maschera: la sua “faccia segreta”.

Gliel’ho fatto notare: proprio lui, che aveva fatto ridere e pensare, donando tanta gioia e buonumore, e “spirito” di vera umanità…

“È per questo che ho potuto farlo”, mi risponde.

E sento che lui conosce Dio, che si conosce Dio nella risata: perché rivela l’uomo, e il Dio che è dentro l’uomo. Per questo ogni comico, quasi sempre, è un mistico, un folle e un santo peccatore (nonché benefattore delle genti)…

 “Che guardi?”, ho continuato.

 “Il cielo”.

 “Perché?”.

 “Così dovevo fare. Così finiva il film”.

 È il mito eterno di un istante catturato che ritorna. È ancora lì: non è mai uscito da quel      fotogramma.

 “Ma chi lo dirigeva?”, gli chiedo.

 “Pier Paolo”.

 “Il maestro?”

 “Lui”.

 “… L’hai più rivisto?”

 “Sempre. Viene ogni notte, si sporge da lassù… Io lo chiamo, ma lui non mi sente… ha lo sguardo fisso, e il volto sporco di sangue… che cosa gli è successo?”.

 “… Cosa ci fai quaggiù?”

 “Mi ci ha buttato il mondezzaio”.

 “Sei solo?”

 “Tanto solo”.

 “Proprio nessuno ti fa compagnia?”

 “Nessun uomo riesce a vedermi. Tu sei il primo. Solo gli animali: qualche corvo che mi viene a beccare… qualche cane che mi annusa e si scompiscia… C’era Ninetto, ma se ne è andato… non ha saputo resistere: è giovane, si capisce…”.

 “Totò ritorna a casa”.

 “Non posso: è giusto che rimango, sono Jago… devo scontare il dolore che porto”.

 “Totò: fai sorgere o’ lione dentro te! Napoli bella ti aspetta, sai? Ti ci riporto io…”.

“Non posso”, ma è già meno convinto di prima.

Allora vado a prendere dei petali di rosa, da una macchia che ho scorto nei dintorni. Glieli porto, e ne mangiamo entrambi. È rinfrancato: ride, quasi. I suoi occhi illimpiditi, sgorgano di nuovo sentimento. E a un tratto ci alziamo, cominciamo a lievitare! Nuotiamo nell’aria: il volo docilmente ci obbedisce. Ecco il mare, il litorale ostiense. Sfioriamo le onde a pelo d’acqua. La rotta è verso meridione. Parliamo in silenzio, lieti, leggeri, beati: parole di luce e di pensiero. Vibra l’infinito in ogni dove. I gabbiani ci fanno compagnia.

 Ed eccolo, infine, il celeberrimo golfo. Totò è commosso. Mi ringrazia, gli occhi gonfi di lacrime. Mi saluta.

Ora sparisce davanti ai miei occhi, entra nell’invisibile, nell’ulteriore nulla, nell’essere del mondo.

 

Quel giorno a Napoli – come avrei saputo – successero cose straordinarie: cos’e pazzi! Fiorirono ovunque “miracoli”, dove minimi e dove smisurati. Centinaia di donne rimasero incinte; le partorienti diedero alla luce dei torelli, sani, robusti, e già con gli occhi aperti, che sembravano sorridere e cantare (e molti furono i gemelli); ogni coppia – colta da dolcezza e da fervore – si rinchiuse in fretta dentro casa, laddove ritrovò l’amore vero; i camorristi ed ogni malavitoso, financo il più veniale mascalzone, provarono nel cuore pentimento, ripromettendosi così di riparare, di non sbagliare più; il pane e la pizza uscirono decuplicati dalle bocche dei forni, e buoni come mai ce n’eran stati; dalle cuccume sgorgò la quintessenza stessa del caffè (una crema densa e inebriante, che avrebbe risvegliato i trapassati); gli scolari si trovaron preparati, e conobbero il programma a menadito, magicamente, senza aprire libro; la smorfia soffiò in testa, ad ogni giocatore, i numeri vincenti da puntare; e il Napoli – che quel giorno giocava allo stadio S. Paolo – segnò cinque gol alla Juventus, fallendone forse altrettanti… E ovunque gioia, fortuna, fratellanza, e baci, e canti, e voglia di pazziare, e sogni e desideri realizzati, e musica, passione e tenerezza, speranza e cornucopia d’abbondanza, e prosperosa grazia e umanità…

Insomma: la Vita si rivelò a se stessa, come non mai.

Capii così che Totò si era trasfuso nell’anima della sua stessa città, da cui era venuto, e in cui tuttora vive – per l’eternità.

 

 Il suo ennesimo dono d’amore!

                                                                                          

 

******

 

OBERON

 

È una stanza circolare, con le pareti bombate e il soffitto a cupola. Ho usato l’ascensore per arrivarci. La porta si è aperta in un vestibolo che dà su questa stanza. Dentro ci sono tre suore. Capinere di tonaca grigia, palandrana pieghettata e risvolto posteriore a battigobba, come quello dei marinai. Orrende. Una è gialla, col volto scavato di cartapecora e il naso lungo che fa ombra; aloni verdognoli sulle guance; bocca spolpata di labbra rivolte all’interno; occhi celesti iniettati di sangue, sguardo da civetta imbalsamata, occhiaie livide e gonfie come buste sigillate di carbone. Un’altra è grassa come una bamboccia gravida, la pelle unta che trasuda colaticci di sego e sudore, in goccioline sempre rifiorenti (benché le deterga di continuo con un fazzolettaccio fradicio e nero che tiene appallottolato nel cavo della manica), un sorriso ebete e vuoto stampato sui labbroni – ma forse è una paresi –, il naso camuso, l’occhio sereno e assente dei pazzi. La terza sarebbe in teoria la migliore, di faccia e di corpo, se non avesse le guance tempestate di brufoli eruttivi, e il mento martoriato di repellenti nevi pelosi.

Son disposte in triangolo di conciliabolo. Si aprono al mio arrivo. Per nulla sorprese, come se mi stessero aspettando. La stanza è completamente spoglia e un’unica apertura, prospiciente alla mia persona: una finestra spalancata, fino al pavimento, sull’abisso vuoto che è là fuori, formicolante d’arie e di sereno. Suor Grassona si volta da quella parte, alla mia sinistra, sorridendo al muro che la specchia, e dona in controreplica espressioni, attraverso dimensioni immaginarie. Quella gialla e segaligna mi fissa negli occhi con sguardo severo di rimprovero. La terza raggiunge la finestra, si volta faccia a me e quindi, come autorizzata dalla gialla (la quale, con accordo segreto, alza l’indice della mano destra, sempre fissandomi), scende lentamente la scaletta esterna, fissata alla base dell’apertura, come quella delle piscine o dei motoscafi: scende con uno sguardo malinconico di pena, fino a inabissarsi.

Giunge così, non più differibile, il momento decisivo di tradirsi, manifestarsi apertamente, interagire. Son consapevole del fatto (non so perché, ma è così) che dovrò usare particolari cautele nell’esprimermi, evitando certe parole “tabù”, soprattutto una. Faccio mente locale, incerto se il luogo del mio appuntamento fosse al quinto o al sesto piano. Questo è il sesto, e so che non è qui. Devo dunque scendere al quinto? So pure che la parola “quinto” e il numero “cinque” sono considerati blasfemi, da queste parti. Mi esce allora un: “Salve, dovrei andare dove devo andare, ho sbagliato piano, credo sia sotto: posso?”.

La gialla, sempre tenendo l’indice destro alzato, accenna con la mano sinistra lo spazio alle mie spalle. Mi volto e vedo che non c’è più l’apertura del vestibolo prima dell’ascensore: cancellata dal muro pieno. Capisco anche che sarebbe stato comunque impossibile: si tratta di un ascensore abilitato solo all’ascesa, che non può tornare indietro (ma allora, se non scende, può salire soltanto una volta, ab aeterno… e, se l’ho preso a pianoterra, vuol dire che non era mai salito, e che solo per me è entrato in azione…) Ma allora, senza più ascensore, che cosa mi rimane per scendere, se non la finestra con la scaletta esterna, data apertamente sull’abisso? Dio, brividi di orrore, ché soffro di vertigini: ho paura! Come faccio adesso, eh?

Mi volto e vedo la gialla immobile nel gesto indicatorio, col volto severo da giudicessa (furba e insieme fessa), come un vigile supremo a dirigere il traffico dei mondi, all’incrocio dei tempi siderali. A questo punto azzardo “… E l’ascensore?”.

Mi risponde con la mano destra: l’indice tramonta e si rannicchia, ed è il medio che in sua vece si propone, in dinamica coeva, col trionfo maramaldo a scimmiottare… Cornuto e mazziato, insomma, come si suol dire. E mi sa proprio che a lungo – mooolto a lungo – dovrò rimanerci, giacché per nulla al mondo potrei scendere all’esterno, sfidando apertamente la vertigo! La gialla, a questo punto, sembra leggermi il pensiero, poiché scioglie il medio nell’indice a diniego, mentre con la sinistra mi fa chiaro il gesto di smammare, ché non mi vogliono costì, sono d’impiccio. Quindi, per togliermi d’impaccio, indica di nuovo lo spazio alle mie spalle. Mi volto nuovamente, puntuale, e vedo una fessura che si apre e che si chiude intimamente, una membrana molle di lamella, ovale, incisa dentro il muro, dove un attimo prima era compatta, soda e duratura, la pienezza stessa della sua apertura, riempita e collimata senza dove. Oh! È un muro fantasmatico che disegna figure di prodigi, nella permutazione equipollente delle configurazioni, per alchimia delle sostanze immateriali, delle essenze metafisiche immortali, sciorinando meraviglie a profusion! Che fumi di profumi e suffumigi! Che effetti strabilianti senza uguali!

La gialla dà uno schiocco di richiamo con le dita. La grassona smette all’istante di ridere contro il muro e, come obbedendo a comando stabilito, si avvicina a me, che son rimasto incantato a guardare la fessura molle e pulsante, e mi prende sottobraccio, trascinandomi con sé. Entriamo insieme nella fessura, che rivela molto più grande e accogliente di quanto sembrerebbe a tutta prima: io e poi lei. Buio d’aria calda e appiccicosa. Mi parla all’orecchio, bofonchiando sorridente di suono e di tempo. Odora di varechina e di panni appena stirati. Dal buio sorge, luminescente, una rampa a chiocciole di scale. La percorriamo insieme, sempre sottobraccio. La sua presa è dolcemente ferrea. Raggiungiamo così il piano inferiore. C’è un pianerottolo che dà su un unico vano senza porta. Ci fermiamo: smette di parlare in un sospiro. Dopo un attimo di silenzio, le chiedo, per avere conferma: “È il quinto, questo?” Me tapino e scellerato, grande immemore baggiano! Me ne ricordo e mi rendo conto solo allora, purtroppo, che il dire è amaramente pronunciato, e nulla più che mordermi le labbra – nel sorso doloroso di un rimorso – mi resta inutilmente ormai da fare.

Lei prima ristà, impassibile, al punto che nascermi, fa, speranza di nessuna conseguenza – nonché dubbi sull’efficienza del suo luogo ricettivo (forse è sconnessa, fuori tempo e luogo, autistica, isolata oppure sorda, come una campana) e dello stesso mezzo vettoriale (forse l’aria non trasmette le parole). Macché: è la quiete che precede la tempesta. Spegne nella cenere il sorriso, si stacca da me, si gonfia come un’onda in mezzo al mare, col viso in fiamme e gli occhi spiritati: quindi vedo la bocca farsi ad imbuto e cominciare – soffro nell’udirlo alla memoria – un urlo viscerale da megera, da bacca indemoniata, che proviene dal buio del Golgota, dal cranio calvo del mondo, spolpo nel dolore della vita, dai recessi più lontani della Storia. Tace di botto, poi. E – mentre ritorna l’eco, in onde progredenti e speculari – vedo che prende la rincorsa con il braccio, a misurare il gesto, e si slancia per colpirmi con la mano. Io, con reazione istintiva, mi dispongo a parare il grande schiaffo, che non arriva mai. Allora mi sciolgo dal concetto difensivo, riapro gli occhi e poi mi guardo intorno: scomparsa dentro il nulla, divorata!

Entro dunque nel vano semioscuro del pianerottolo. Mi conduce ad una stanza interna. È uno studio di classe, arredato con gusto sopraffino: tappeti persiani su parquet; libreria con volumi rarissimi, istoriati in oro e rilegati in pelle; quadri d’autore alle pareti; tende di pizzo e raso; mobili intarsiati; vasi di ceramica, anticaglie…

In fondo, la porta-finestra di un terrazzo. Al centro, la mole imponente di una scrivania in legno pregiato e massiccio, con passamano di pelle color verde petrolio, stilografiche d’oro e d’argento, risme di fogli intonsi… e dietro il torreggiare austero di uno scranno, dotto e patriarcale. È certamente lo studio di un personaggio ragguardevole, degno di rispetto, di sussiego, di considerazione. Quadra, dunque: è qui che mi si attende. Mi addentro con passi molleggiati e circospetti, come in punta di piedi. Chiedo anche se c’è qualcuno, con voce fioca e belante. Nessuno risponde. Urto maldestro la preziosissima secrétaire stile rococò, che, fra tanti ammennicoli, era sfuggita all’ammirato giro d’orizzonte del mio esame. Imbarazzato, mi guardo attorno: nessuno mi ha veduto, meno male. Proseguo il cammino, fino alla libreria, dinanzi alla quale mi pongo incantato, ad ammirare la finezza dei volumi e a leggere dei titoli, per occhi di cervelli superiori, edotti a ben più vasta scienza. Ah… la più parte sono opere latine… -orum, -oniam, -ibus… Bah!

Quand’ecco un’ombra di passi alle mie spalle, sorprende in un sobbalzo la mia quiete. Mi volto. Da una quinta laterale, catapultati insieme dagli abissi, entrano due uomini in tonaca. Parlano nervosamente tra di loro. Si intuisce la gerarchia che segna il loro rapporto: quello più basso e grasso è il sottoposto, e risponde alle incalzanti domande del più alto (il superiore), che imperversa spadroneggia e vuol sapere. Esige un dettagliato ragguaglio di fatti su certe questioni di evidentemente primaria e non eludibile importanza. Proseguono così non so ancora per quanto, ignorandomi nel modo più assoluto (ben dovrebbero insomma avermi visto, credo, ormai). Poi finalmente tacciono, a Dio piacendo: il sottoposto si mette girato di spalle, davanti alla porta-finestra del terrazzo, mentre il superiore mi viene incontro, cordiale, scusandosi per il ritardo e, tuttavia, dicendosi pronto a sdebitarsi, ora, offrendomi il portato del suo càrisma, la possanza d’ascolto del suo cuore, e il valore tutto del suo tempo, eh? Cavissimo che non sono altvo!

E dunque, qual buon vento? Io sento una parola mollacciona che – secreta – si agglutina tra le labbra e la lingua, bolla trasparente di sapone, spappinata e poltigliosa al gusto sale: e non riesco proprio a spiccicarla, malgrado i ripetuti tentativi. Balbetto, mastico, farfuglio. Egli mi soccorre premuroso, azzardando letture labiali, intuizioni provvide e semantiche, e pure un poco mantiche (glosse ermeneutiche, improbabili lezioni traduttive), dallo sputacchiante borborigma gutturale. Infine, ecco, ci riesco: ‘essione, sì: confessione, e un poco concessione, anche, sì…

Capisce, finalmente: s’illumina in volto, col sorriso caldo del sole. Si siede sullo scranno e mi invita a pormi dirimpetto. Aggiunge che non servono parole: ascolterà, con attenzione estrema, il silenzio manifesto al mio pensiero. Che cominci, dunque, figliuol caro…

E allora penso, rimugino e riponzo, paraponzo nel ponzipò, ponderando il peso del pentimento, nel come, nel dove e nel quanto, se vero e sincero o sol supposto, se vero-falso o falso e in fondo vero, quand’esso insomma mi sia, nel cuore di rabbia che abbia, un posto, imposto, come questo: ma l’ho!...

 Lui ascolta, ascolta, continua senza fine ad ascoltare – tutto – ispezionando i nervi, palpando i bei disegni a sfumatura, il tratto nei dettagli a spigolare, notomizzando il cuore, il punto vivo… e noto che fredda poco a poco il suo sorriso, velato di dispregio progressivo… fin quando poi s’incazza per davvero: molla un pugno poderoso sulla scrivania e, sempre in silenzio, fa cenno che mi alzi prontamente.

Tacito lo intende il sottoposto; il quale scompare nell’altra stanza, per tornare quasi subito con una specie di trabiccolo a rotelle. Lui lo chiama “incaprettatoio”. Devo inginocchiarmi, dopo essermi calati i pantaloni: sarà lui stesso (quale onore!) a battermi di verga a chiappe nude: cinquanta colpi cadauno, per purgare ed espiare ogni peccato – capirai, faremo notte! Ha già tratto fuori, contestualmente, lo strumento del castigo dalla secrétaire, dove lo teneva a custodire, pronto all’occasione. Insomma: devo assoggettarmi al suo potere. Mi rifiuto, ecco, mi ribello: no, non posso, è troppo umiliante. Allora lui sbuffa come un toro e poi sogghigna, quindi mi balza addosso come una furia, agguantandomi per il colletto. Ansima, ringhia, gli occhi iniettati di sangue, la bocca nera e vorace che anela al mio naso per addentarlo e strapparlo, netto, con un solo morso. Gli resisto disperatamente, non so ancora per quanto. Ha una forza immensa, straordinaria, assoluta. Il suo alito pute di belva accaldata, di vulcano vivo in eruzione, di muschio, di fango, di alghe, di broccoli bolliti. Lottiamo avvinghiati e contrapposti, lunghi interminabili minuti; poi sento che forza la situazione, applicando una riserva superiore – mi alza da terra con un braccio e, ruggendo, mi scaraventa ai piedi dell’incaprettatoio. È una caduta sorda e rovinosa, di slogatura e livido carnale.

Poi armeggia sotto la tonaca, sul davanti, e ne estrae la sua verga germinale, biologicamente repressa e dunque più infuriata, gigantesca, nodosa, curva, sudata, pelosa, convulsa e paonazza, con la capoccia sul punto di scoppiare. E serra la mia mano in una morsa, e me la fa impugnare, aderente stretta tutto intorno: con la sua mano che, guidando lentamente a incominciare, impone a entrambe (oltre che alla verga) il movimento stesso della sega. E prega, prega intensamente, su e giù, su e giù, dall’elsa alla cappella senza posa – faticosamente – immerso nello sforzo e nel piacere, attento, puntiglioso, diligente, con la lingua ai lati della bocca e il sudore condensato sulla fronte.

Nell’aria, intanto, si diffonde il tanfo dello smegma, denso e ricottoso, sull’orlo del puntale circonciso, e il fortore caldo di urina e feci concallate, che sale dai recessi genitali, manomessi per l’operazione. La mia mano bagnata di umori slitta, ogni tanto, smucciando la presa, subito corretta dalla sua mano vigile e censoria, di stretta inesorabile animale.

Ed ecco – puntuali – le contrazioni, l’ansito selvaggio, i fiotti filanti, gli schizzi prillanti, i botti silenziosi a zampillare, di seme bianco e liquido bavoso.

Molla infine la stretta, ma mi tiene ancora la mano, acciocché si bagni uniformante del balsamo prezioso; quindi la lascia, e vedo che asciuga la sua sulla spalla del fido sottoposto.

Nello stesso istante in cui m’accorgo che è una capinera: uguale a quella gialla, che stava dominante al pian di sopra. Metamorfosi? Allucinazione? Nel qual caso: prima o adesso? Ovvero: la fallacia è del prete o della suora? Dov’è la verità? E, se poi fosse nella suora: di chi era la verga masturbata? Perché è chiaro che qui masturbazione c’è stata, su questo non ci piove: ne reco ancora i segni, ecco, che asciugano pian piano sulla mano… Una suora bisessuale? Oppure: era forse mia, la verga che, insieme con la suora, avremmo unitamente masturbato? Boh, rinuncio a capire.

Anche perché vedo che il soffitto della stanza, prodigiosamente, si sta aprendo come un planetarium, su uno scenario vertiginoso di stelle ardenti, dentro una notte che è una nuvola verde di splendore, lontana e profonda d’incubo e di suono, come un cargo che vedo passare, lento, silenzioso, pavesato di fuochi spenti, rullando sulle acque del ritorno… Stelle a frotte, stelle a grappoli e milioni, rubini di broccati e di lampioni… gli schizzi condensati sul vetro del fondale, dopo la masturbazione dei destini e lo scuotimento dei dadi dentro il bussolotto universale, pescando dall’eterno direzioni…

Il prete-suora, con la mano poggiata sulla spalla dell’aiutante, contempla in estasi e declama le bellezze del creato.               

     

 

 

*  Marco Onofrio è nato a Roma l’11 febbraio 1971. Laureato con lode in Lettere Moderne, poeta, scrittore, critico letterario, è autore di liriche, racconti, romanzi, saggi e opere teatrali. Ha pubblicato, fra l’altro: Interno cielo (romanzo, 1993); Eccedenze (racconti, 1999); Squarci d’eliso (poesia, 2002); La dominante (teatro, 2003); Autologia (poesia, 2005); La lampada interiore (racconti, 2005); D’istruzioni (poesia, 2006); Guido De Carolis. Pittura Luce Energia (critica d’arte, 2007); Antebe. Romanzo d’amore in versi (poesia, 2007); È giorno (poesia, 2007); Emporium. Poemetto di civile indignazione (poesia, 2008); Ungaretti e Roma (critica letteraria, 2008).Ha collaborato con la casa editrice Sovera Multimedia di Roma, in qualità di consulente editoriale e direttore di collana. È stato presidente dell’Università Popolare dei Castelli Romani. Attualmente è direttore responsabile di EdiLet (Edilazio Letteraria) e direttore della collane “Castalia”, “Hemingway” e “Ritratti d’autore” presso la casa editrice Edilazio.

Ha conseguito diversi riconoscimenti, in qualità di autore e studioso, tra cui: Premio Internazionale “Eugenio Montale”; Premio Internazionale “Città di Penne”; Concorso “Insieme” de “Il Messaggero”; Premio Internazionale “Anguillara Città d’Arte”; Premio “Io-scrivo”; Premio “Vladimir Nabokov”; Premio “Contini Bonacossi”; Premio “Varcasia Città di Castrovillari”; Premio “Colosseo d’oro”. Della sua opera si sono interessati e hanno scritto, fra gli altri: Giorgio Barberi Squarotti, Lorenzo Cantatore, Marina Caracciolo, Velio Carratoni, Antonio Debenedetti, Paolo Di Paolo, Aldo Onorati, Mario Quattrucci, Eugenio Ragni, Rosalma Salina Borello, Mario Verdone.Ha lavorato presso varie testate giornalistiche, tra cui “Il Messaggero”. Attualmente collabora con il quotidiano “Il Tempo” (pagina culturale) e con periodici e riviste, tra cui “Lazio ieri e oggi”.

 

 

 

 

 




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