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di Enrico Pietrangeli
Giuseppe Ungaretti, somma sintesi della poesia
italiana del Novecento, viene qui riproposto in un lavoro interpretativo che
conduce il lettore tanto nella sua affascinante e lunga esistenza quanto nei
risvolti cognitivi della sua ricerca artistica. Mauro, ex allievo, ci svela il
suo verso in modo organico e compiuto rendendo molto bene l’air du temps
e non rinunciando all’espediente narrativo innestato sulla stesura critica. Si
parte dall’infanzia, dal deserto egiziano; il primo impatto è con Leopardi, una
formazione nel segno dell’infinito e del mistero che già si palesa tra la
sabbia nel tarlo dell’ineffabile. Sono radici, queste, onnipresenti e che
cementano nella parola la rivelazione poetica. “Segreto che mi è tutt’oggi
segreto”, così lo definiva lo stesso Ungaretti riferendosi a Mallarmè. Durante
il primo viaggio del poeta in Europa, si suicida Mohammed Sceab, l’amico che lo
aveva raggiunto in Francia, segnandolo in una catena di lutti. Parigi è il
pulsante centro di cultura e avanguardie all’apice di ragguardevoli presenze e
fenomeni. Lì nasce l’amicizia con Apollinaire, segue i seminari di Henri Bergson
e, soprattutto attraverso la figura di Prezzolini, verrà aiutato ad introdursi
in quel folto e variegato mondo artistico. Poi la guerra, la focosità
anarco-interventista e il pietrificante orrore delle trincee: “Si sta come / d’autunno
/ sugli alberi / le foglie”. L’oltralpe resta a portata di mano, vi ritornerà
in licenza anche dopo l’armistizio, quando verrà meno anche l’amico Guillaume.
Nella douce France conosce anche Jeanne Dupoix, compagna di una vita
deceduta nel 1958.
A partire dal 1920, Ungaretti si trasferisce a
Roma. Qui avviene “l’assimilazione del barocco”, del “senso tragico della vita
che risiede e persiste” in quest’arte. Attraverso La Ronda,
sopraggiungono anche opportuni stimoli nell’humus della rilettura della
tradizione con la modernità. Si avvia quel “processo di recupero leopardiano”
che lo vedrà protagonista in Brasile, terra in cui troverà tutta “l’esuberanza
della natura” ma anche la prematura scomparsa del figlio Antonietto ed un più
incisivo impatto col barocco. Poi il rientro a Roma, l’occupazione e la conseguente
liberazione con “facinorosi che accusano il poeta di fascismo”. Con Piazza
Remunia s’intravedono i contatti più diretti dell’autore col poeta,
l’entourage universitario e la ricerca accademica. Vico nel tempo storico e
Bergson in quello psicologico innescano la “fusione” e la “rivelazione” di
quegli anni. Infine la vecchiaia, dove “la memoria filtra il deserto”, “la
scarna essenzialità” del verso. L’amore ritrovato in Brasile per la giovane
Bruna Bianco alla quale scrive di un Natale che ai suoi occhi splende di “luce
olandese”, quella scoperta approdando ad Amsterdam ed osservando Vermeer nel
lontano 1933. L’innamoramento lo galvanizza e si rigenererà, successivamente,
con “una capricciosa croata”.
Morirà, quel “bimbo di ottant’anni”, come lui
stesso amava definirsi, inquieto per un “progresso spaventoso e fulmineo”. Sarà
attento e determinato nel commentare: “il mistero s’infittisce sempre di più”
davanti al televisore che mostra il primo uomo sulla luna. Sempre a proposito
di TV, storica è la sua chiosa orale all’Odissea
sul piccolo schermo, in un impegno che non ha mai abbandonato anche come
traduttore. “L’asse Petrarca-Leopardi”, “il reperimento della linea pura”
gettando un ponte tra umanesimo e romanticismo (consolidato con la docenza in
Brasile), caratterizzeranno l’analisi della nostra letteratura con Ungaretti
che, passando attraverso tutte le avanguardie del ventesimo secolo, ha sempre
rielaborato la tradizione nei canoni più consoni ai tempi. Non citati nel
libro, a 33 giri restano solchi con Sergio Endrigo e
le poesie di Vinicius de Moraes. Mauro, grande estimatore di jazz, preferisce
riportare aneddoti con Tom Jobim e Baden Powell, figure che riconducono a Stan
Getz ed i gloriosi tempi del jazz-samba. Illustrazioni di Dragutescu che
ritraggono il poeta compaiono sulla copertina, complici nella sottostante
didascalia olografa di Ungaretti.
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