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di Marco Simonelli
Stayin’
Alive at the Discoteque:
“78.08” e l’estetica trash di Tommaso Labranca
“La letteratura-narrativa scomparirà, sommersa dalla
sua noia, e verrà sostituita da tante cose più
fresche, eccitanti e interessanti.”
Tommaso
Labranca
Con questa profezia si chiudeva Andy Warhol era un
coatto. Vivere e capire il trash (Castelvecchi, 1994) folgorante esordio
letterario di Tommaso Labranca. Si trattava di uno di quei libri che fanno
epoca: basti pensare che nel 2004,
a dieci anni dalla pubblicazione, fu necessario crearne
una edizione .pdf che tutt’ora risulta disponibile non solo sul sito del suo
autore,
ma può essere facilmente reperita e condivisa tramite il programma di scambio peer-to-peer
più popolare della rete, ossia Emule. Cosa ci fa il .pdf di un libro
all’interno del programma maggiormente utilizzato per scaricare illegalmente
musica, film, pornografia? Andrà specificato che la reperibilità di file di
testo all’interno della rete peer-to-peer è un privilegio riservato a
quei volumi che, in un determinato periodo, hanno suscitato, a vario titolo, un
interesse di massa: popolari le scannerizzazioni complete della trilogia di
Oriana Fallaci iniziata con La rabbia e l’orgoglio, Il Codice Da
Vinci ed Harry Potter, come pure quelle della Lettera
sulla felicità di Epicuro uscita nella collana Millelire di Stampa
Alternativa, che ritorna intatta sugli schermi dei nostri computer per
deliziare i nostalgici occhi degli adolescenti (e non solo) degli anni ’90.
Andy Warhol era un coatto ebbe il merito di
affrontare, divulgare, sintetizzare ed esporre chiaramente il trash
prima che questo termine finisse per essere usato esclusivamente ed
impropriamente per descrivere un certo tipo di programmi televisivi. Con un
taglio decisamente filosofico e sociologico, Labranca riuscì ad esporre non la
condizione di chi osserva il trash bensì quella di chi lo vive dall’interno.
Il libello, che come da tradizione non risparmiava invettive feroci, conserva
oggi, a distanza di quattordici anni, una straordinaria forza comunicativa e il
potere di creare nel lettore consapevolezza e ilarità nel medesimo momento.
Siamo quindi piacevolmente soddisfatti nel constatare che
la profezia di Labranca sulla letteratura non si è (ancora) avverata e che,
anzi, egli stesso ha impiegato le sue capacità di lucido e disincantato
osservatore della realtà per realizzare narrativa.
Sarebbe però limitante descrivere il suo nuovo libro 78.08
esclusivamente come narrativa: si tratta di un impasto dannatamente esilarante
di monologo interiore in presa diretta, fiction e sociologia del (mal)costume;
ha ambizioni storiche, comiche, divulgative ed educative; nel riflettere
sull’evoluzione del gusto degli ultimi trent’anni ha la capacità toccare vette
di un pathos che non si stempera nonostante un continuo flirtare col
paradosso.
Il protagonista e voce narrante si chiama Antonio Maniero,
fin dal liceo legato da una quasi omonimia al personaggio interpretato da John
Travolta ne La febbre del sabato sera. Il libro racconta, tramite un
flusso di coscienza joyciano, alcuni giorni della sua esasperante esistenza
slittando continuamente dal presente (lo 08) alla mitica e sapientemente
mitizzata epoca dell’uscita del film (il 78). Durante questi continui e
ossessivi salti temporali, Antonio Maniero si trova costretto a rileggere la
sua esistenza alla luce di una mitologia cinematografica degenerata e devastata
più che dall’avvicendarsi delle mode, dall’inconsapevolezza della gente che se
ne appropria. Antonio, antieroe schivo e inacidito, ha tutto il diritto di
lamentarsi: ha una madre borderline che vive come una tragedia euripidea
il deterioramento del proprio mobilio; una figlia dark di nome
Laurapalmer (sì, tutto attaccato) che si esprime a monosillabi, affettivamente
legata a Vitty, un obeso e ottuso esponente del movimento emo che
coltiva ambizioni artistiche; una serie di conoscenze che si spacciano per
amicizie fra cui spunta l’abominevole Barracuda, vacuo girovago scroccone
affetto da una preoccupante esterofilia. Completano il quadro un lavoro come
insegnante privato in un istituto simil-Cepu e una ex-moglie fuggita con un
sosia pecoreccio di Leonardo di Caprio.
Sebbene una breve sintesi della trama e dell'intreccio
possano richiamare alla mente un clima di confine fra soap-opera e sit-com,
la lettura di 78.08 lascia l'impressione del romanzo storico: Labranca
adopera la semantica del consumo di massa per impostare una dura critica nei
confronti della contemporaneità la quale, ormai a quel consumo assuefatta, non
è più in grado di costruire un modello, ma solamente di replicarlo
goffamente spacciandolo per novità. Labranca non si limita alla fotografia
del presente ma, ricostruendo minuziosamente (per giunta: con scrupolo
filologico) l’archetipo mitologico de La febbre del sabato sera e
attribuendogli il valore di genuinità, riesce a raccontare trent’anni di storia
d’Italia: Antonio Maniero parla di sua madre, giovane sposa in una Milano che
da lì a poco sarebbe diventata “da bere” e del padre immigrato con cui da
piccolo guardava stupito decollare aereoplani; parla di segretarie sempre in
partenza per Londra e Madrid e quindicenni della messenger generation fan
dei Tokio Hotel; contrappone alla glocalità fanciullesca e quasi edenica
delle TV private la globalità spocchiosa, superficiale e amorfa dei reality
show.
Un documento del tempo che passa, 78.08 è il
prodotto di un intellettuale appartato e poliedrico il cui estro creativo è coerente
alla propria estetica in qualsiasi campo essa venga applicata, si tratti di
teoria (Chaltron Hescon, Einaudi, 1998), narrativa (Il piccolo
isolazionista, Castelvecchi 2006), poesia (Poesie dell’agosto oscuro,
Pluscool 2006), biografia (La vita secondo Orietta, Sperling & Kupfer,
1997; su Orietta Berti), traduzione e curatela (Metrosexual, Sperling
& Kupfer, 2004) o televisione (Labranca fu uno degli autori di Anima mia,
programma in cui avvenne il ripescaggio mediatico de I Cugini di Campagna,
applicazione musicale dei teoremi trash di Andy Warhol era un coatto).
E se guardassimo da vicino le altre sue esperienze ai confini della realtà
letteraria, quali il collettivo di riscritture Labranca Remix
(Castelvecchi, 1996, originale esperimento di letteratura campionata) o le sue
incursioni nell’arte digitale o concettuale (si veda il numero unico della
rivista di estetica concettuale Concetta, raccolta d’arte varia che va
ben oltre la boutade titolistica) potremmo dedurre che anche in Italia
il ruolo dello scrittore può avvicinarsi a quello dell’agitatore
culturale di stampo situazionistico alla Malcom McLaren, non più mero
produttore di opere singole, ma esploratore delle realtà plurale, propagatore
di un gusto che non sia solo personale bensì strumento sociale per analisi e
riflessioni non seriose e paludate ma fresche, eccitanti, interessanti.
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