PRIMO PIANO
GABRIELE D’ANNUNZIO (1863-1938)
Il Vate innovatore
e conservatore,
politico e impolitico


      
In occasione del settantesimo anniversario della morte una riflessione a tutto campo sulla molteplicità e contraddittorietà della sua figura e del suo inesausto operare letterario e cultural-civile. La sua poesia piace oggi ai giovani perché specchia la giovinezza, instaurando un ritmo o, più correttamente, una ragione pre-logica, irrazionale, sulla base della quale si regge un intero universo di immagini e di emozioni. Personaggio che sperimentò sul linguaggio in modo più incisivo dei Futuristi: di lui ha scritto Alberto Arbasino, che è il “Cadavere in Cantina fra i più ingombranti di tutte le letterature, di tutti i paesi”, capace di ‘stare’ contemporaneamente a destra e a sinistra.
      



      

 

 di Domenico Donatone

 

     

1.      Alla giovinezza piace trionfare

 

 

Nascondo la persona, e diffondo lo spirito.

Non chiedo, e non attendo.

Persevero, e non mi converto.

Mi conquisto ogni giorno, e ho quel che ho donato.

(G. D’Annunzio)

 

Se esiste un poeta che piace ai giovani, non tanto per ciò che egli ha scritto, ma più per le sue imprese eroiche e d’amore, è forse Gabriele D’Annunzio. Un poeta che è stato messo ai margini, relegato in un ambito ristretto dalla critica, la quale sollecitava, nei suoi commenti, più invidia che ammirazione, com’è detto con proverbiale attenzione dal Contini[1], per questo poeta, a cui dare un certo decoro significava offendere poeti come Leopardi, Carducci e Pascoli. Questo perché, presi gli abbagli sin dal tempo in cui il Chiarini elevò un D’Annunzio ancora liceale al Parnaso, il senso deficitario della poesia dell’Italia postunitaria veniva riempito enormemente da un giovane tanto capace e volenteroso[2], quanto adulatore e spietato. Solo negli ultimi anni egli è stato rivalutato[3], anche se il grande critico letterario Giacomo Debenedetti nel 1955[4], sfidando alcuni anacronistici pregiudizi, già affrontava l’opera di Gabriele D’Annunzio in una Italia che, al cospetto del suo innato talento, più che per i suoi pregi letterari, lo odiava. Lo odiava, lo detestava, lo dileggiava, continuando a fare, per certi versi, quello che Edoardo Scarfoglio fece in vita nei confronti del poeta, riscuotendo però da parte sua simpatia e amicizia. Qui, invece, non ci sono amici: D’Annunzio non ha amici. In verità, indicare i giovani come possibile pubblico potenziale del poeta significa semplicemente immaginarsi che alla forza estetica del Vate corrisponda  quella emotiva dei giovani: una giovinezza in cui la bellezza è data da una spontaneità non costruita, da una mirabile sincerità d’animo, dalla volontà di non abbattersi mai e di lottare. Questo ponte tra D’Annunzio e i giovani non è qualcosa che s’immagina a priori, perché D’Annunzio, così dotato di naturale estroversione, perché ricco di vitalità e circondato di bellezza (soprattutto femminile), automaticamente solleva un’empatia e infonde in chi legge la sensazione di trovarsi lì a vivere quella vita. Quello tra il poeta e i giovani, eliminata tutta la parte ideologica e comportamentale propriamente “dannunziana”,  è un rapporto ipotizzabile (quindi non si sa quanto reale) come qualcosa che si lega ad un approccio vitalistico  e non mai rassegnato alla mera esistenza: vitalismo e forza dovrebbero essere le due caratteristiche dei giovani. Tornando al poeta, in vita egli è stato circondato sicuramente da diverse personalità, più o meno influenti, e il giudizio non entra nel merito di faccende private, anche se squisitamente pubbliche, come pubbliche furono sempre le vicende di questo scrittore – come amici letterati e donne in cerca di fama e di successo. Per cui il D’Annunzio che abita ancora la casa della letteratura italiana otto-novecentesca è un poeta scomodo, antipatico, poco coerente, arrivista e, forse, anche cialtrone. Le testimonianze “contro” superano quelle “a favore”. Allora l’obiettivo non è stare tanto dalla parte di D’Annunzio o evitarlo drasticamente. L’obiettivo è cercare di capire come ogni anniversario che mette in evidenza un ricordo esplicito della persona, in cui gli anni misurano il tempo e la fama, si possa ancora leggere e approfittare di alcuni spunti estetici e letterari del poeta vate.

In questo senso D’Annunzio è un poeta che piace ai giovani, o che potrebbe piacere, sempre sulla base di una valutazione emotiva – certo non a quei giovani di sinistra, e non necessariamente di sinistra, e in generale non a quei giovani che sentono la letteratura come fenomeno che indaga aspetti sociali, più che assumere un ruolo e fregiarsi di una posizione politica e intellettuale, aulica e colta nell’essenza – partendo dal presupposto che la trasgressione, molto spesso, va vissuta più come uno stato di idee che come uno stato da manifestare materialmente nei gesti, nell’azione del corpo. La lettura di D’Annunzio può servire a rendere esplicita una disposizione naturale a primeggiare, a non sentire la competizione come un intoppo morale e comportamentale. Egli stesso dichiarava, fornendo le basi del D’Annunzio-pensiero, che « la fedeltà ha il suono scenico delle false catene, chi mostra di trascinarle ben sa come sien più lubriche di quelle pastoie che illasciviscono certe danze malesi. Alludo agli amanti fedeli: genìa inesistente, non v’è coppia fedele per amore. Io sono infedele per amore, anzi per arte d’amore quando amo a morte.[5]»

Certo non è facile avere in stima un poeta del genere, famoso abbastanza per essere detestato e perseguitato per il successo raggiunto. Una polemica sostanziale sorregge da anni questa sorta di antipatia. Una polemica nota ai critici e ai professori universitari che negli anni Sessanta aveva colpito una certa letteratura, intesa più come artificio, piuttosto che come grazia dell’espressione, vera ed autentica. Furono, infatti, gli anni del ’68, dei movimenti giovanili di piazza, della lotta di classe contro abusi e soprusi del potere, a rappresentare una chiave d’accesso (attualmente ridiscussa) ad un nuovo mondo, dominato dal desiderio di egalitarismo invece che dall’aspirazione al potere. Proprio quest’ultimo fattore, che da secoli è sempre stato congiunto in senso quasi inestricabile all’arte e alla stessa letteratura, è uno degli elementi che più ha contraddistinto il poeta abruzzese. Nel senso che D’Annunzio ha sempre mirato costantemente al raggiungimento di un “potere personale”, di poeta-vate, oltre a raggiungerne uno politico, benché fittizio. Nel marasma degli anni Sessanta dunque, in cui le università stesse diventavano il luogo prediletto dove far politica, piuttosto che il Parlamento, un senso di antipatia, finanche di odio, colpiva Gabriele D’Annunzio. Egli, guardato con sufficienza dagli stessi professori universitari e dal pubblico giovanile, specie quello legato da sempre alla “sinistra reazionaria”, venne additato come modello letterario da distruggere. Per rendere evidente e preciso questo rifiuto delle università, ma anche degli intellettuali, contro il poeta del “piacere”, gli venne affiancato un esempio letterario altrettanto detestato: il poeta francese Jacques Prevért. Furono così, in sintesi, guardati come modelli assolutamente da evitare Gabriele D’Annunzio con La pioggia nel pineto e Prevért con Questo amore. Il primo, D’Annunzio, detestato per motivi ideologici che lo hanno visto in stretto rapporto con Mussolini; l’altro, Prevért, dileggiato per la semplicità sintattica della sua poesia.

Bisogna dire, però, che il rifiuto del dannunzianesimo, dell’oltraggio e dell’egemonia che esso ha rappresentato in anni in cui il Decadentismo in Italia poteva annoverare solo Giovanni Pascoli come poeta brillante e assoluto, è stato un evento culturale più che storico. Come spesso accade, quando ci sono dei periodi di crisi, di debolezza e di magra ideologica, alcuni si fanno portavoce, per loro naturale estroversione caratteriale, di pensieri che solo a distanza di anni ci si rende conto sarebbe stato meglio rifiutare. Il Novecento è dunque il periodo storico dei totalitarismi, della dittatura nazi-fascista e di quella comunista, ma allo stesso tempo è il secolo dell’effettivo sviluppo economico per gran parte dell’Europa. I poeti che si sono ritrovati a vivere nei primi anni del Novecento hanno seguito chi l’utopia delle avanguardie, come Enrico Cavacchioli, Filippo Tommaso Marinetti, Luciano Folgore, Corrado Govoni e lo stesso Aldo Palazzeschi, il quale abbandonò poi questo indirizzo per seguirne uno totalmente suo, e chi invece ha inseguito una vena espressiva, come Guido Gozzano e Marino Moretti, sospesa tra il romanticismo e le nuove forme d’arte crepuscolari, non del tutto efficace per poter cambiare il modo di far poesia. In questo contesto arriva D’Annunzio, o meglio s’intromette, sulla scia dell’esaltazione poetica di quello che egli considerava come una sorta di padre spirituale, cioè Giosuè Carducci, anticipando molte mode e tendenze. Una volta resa esplicita la sua forma poetica, con Primo Vere (1879) e Canto novo (1896), che in D’Annunzio è prima, oltre che del romanzo, della poesia “barbara”, a tutti gli scrittori a lui contemporanei saliva un astio per quel suo elogio vitalistico ed esistenziale. Legato ad un’idea di decadenza del gusto e della sensibilità, questi elementi, piuttosto che essere concreti e tangibili, hanno reso l’ideologia dannunziana portavoce di un istinto alla vita e al “vivere inimitabile”, uguagliando da una parte il verso «vivere ardendo e non sentire il male»[6], della poetessa cinquecentesca Gaspara Stampa; dall’altra hanno assunto il più sentito elogio per il superomismo di Nietzsche e per il volto seducente e raffinato di Oscar Wilde. Messe insieme queste due sensibilità, l’una filosofica e l’altra estetica, veniva fuori quel motto di cui D’Annunzio per anni in Italia si è fatto messo erudito, cioè “fare della vita un’opera d’arte”. Questo significa affermare che eguagliare l’idea del bello, della raffinatezza, è possibile partendo dal gesto stesso.

È quindi ovvio come sia stato possibile detestare D’Annunzio, il quale manifestava una forma di superbia e arroganza del sapere e della conoscenza ad iniziare dalla loro più semplice dimostrazione e manifestazione. Ebbene, sembrerà strano (certamente non agli addetti ai lavori, non ai critici e agli studiosi) che proprio uno dei maggiori poeti del Novecento, Eugenio Montale, premio Nobel per la letteratura e nemico convinto, insieme ad Ungaretti e a Quasimodo, del dannunzianesimo, nello scrivere una delle sue poesie, «Falsetto», offrì all’incipit di questo componimento proprio una ripresa di gusto dannunziano: «Esterina, i vent’anni ti minacciano, | grigiorosea nube | che a poco a poco in sé ti chiude. ||[7]» Per cui si può dire che D’Annunzio ha fatto scuola senza volerlo, senza mirare a questo, quasi in maniera del tutto cieca e inconsapevole, contaminando involontariamente il modo di scrivere di gran parte del Novecento italiano[8]. Nessuno può avere la certezza di aver fatto tanti proseliti, al di là di un naturale auspicio. D’Annunzio fu, dunque, banalizzato come poeta perché ritenuto banale, una volta presa coscienza della sua ascesa letteraria in senso trasversale a tutto. Nessuno ha mai invocato l’inutilità della poesia dannunziana (Debenedetti e Contini l’hanno studiata da vicino senza remore), molti invece hanno dichiarato di averla sullo stomaco per la prolissità e per la sua difficile comprensione, essendo D’Annunzio il più classicista dei poeti moderni.

Esempi di commento a D’Annunzio intrisi di «reticenza o addirittura di codardo oltraggio[9]», sono quelli del Palmieri, «un lavoro certamente datato per le categorie estetico-ideologiche, ma tuttora prezioso repertorio di fonti, specialmente classiche[10]», e i contributi di polemisti più amari come Enrico Thovez e Gian Pietro Lucini[11]. Così, osservando oggi quella che è effettivamente la realtà della poesia di D’Annunzio, una realtà quasi avanguardistica, se si pensa alla “Strofe Lunga” cantata nella poesia L’onda[12], (in Alcyone), viene da dire che la sua opera fu marcatamente contraddistinta dalla volontà di eccedere e di primeggiare. Un falso primeggiare che si può tranquillamente valutare adesso, ma che all’epoca, quando venne espresso, agli inizi del Novecento, mandò sulle furie moltissimi scrittori. Tanto è vero che un giornalista attento come Edoardo Scarfoglio (ma più precisamente Giovanni Alfredo Cesareo[13]) ribattezzò l’opera in versi Isaotta Guttadàuro di D’Annunzio con il titolo di Risaotto al pomidauro, nel tentativo costante della presa in giro e del dileggio della perfezione espressiva che il poeta inseguiva come un’ossessione[14]. Per tali motivi, forse ancora banali per taluni, si può dire che se esiste un poeta che piace ai giovani è D’Annunzio, per la presa di coscienza del fatto che «alla giovinezza piace trionfare[15]», sempre e comunque, come afferma Paul Verlaine in un suo bellissimo sonetto. In aggiunta a questo, si capisce anche che ci si trova di fronte ad uno scrittore che insegue “il bello” ed una costante giovinezza, un sole dell’anima che vince il dolore. Una giovinezza a cui piace trionfare, che D’Annunzio ha incarnato e interpretato a pieno, da solo, anticipando in Italia mode che in Europa erano già più delineate (Wilde), con l’utilizzo di parole che consentono al poeta di compiere il miracolo di replicare l’esistenza, anzi di duplicarla, di renderla un’opera doppia, infondendo nei versi un’energia in qualche modo anche estranea alla vita stessa. Nel senso che, chi genera quei versi è ben consapevole di ostentare i sentimenti e i desideri, proprio perché nell’eccesso gli piace non crederli veri, ma altrettanto reali se confrontati con la smania di eliminare indecisioni e imbarazzi costanti.

I versi di D’Annunzio specchiano la giovinezza perché vivono di una dimensione autonoma – quando si desidera essere capaci di gestire la propria vita con maggior forza d’animo se non da giovani? – per cui rendere l’esistenza così indipendente dal destino, da quella esigenza di allontanare paure che sono anche del poeta, genera questa poesia vitalistica che stabilisce un piano di intelligenza e sagacia lontano da una natura e da uno spazio “altri”, dove impera un ordine che non appartiene al piano di vita in cui sono stati concepiti questi versi. Per adempiere al proprio destino, perché per D’Annunzio il destino lo detta l’uomo, non può essere dettato cecamente da qualcosa, anche se la forza a cui egli allude è una forza comunque cieca, superomistica, egli imposta una moda e una tendenza (si pensi all’oratoria bellica del poeta e all’azione fiumana), che altro non diventano che un abbassamento generalizzato dello stile individuale. La moda abbassa lo stile del singolo favorendone uno generico, che, nella sostanza, è senza stile. Per adempiere al suo destino, il poeta dichiara d’essere in grado di eliminare dalla formulazione del pensiero la sostanza stessa che lo sorregge, di togliere dalla costruzione del discorso e del significato delle parole ogni ricorrenza logica, stabilendo e instaurando un ritmo o, più correttamente, una ragione pre-logica, irrazionale, sulla base della quale si regge un intero universo di immagini e di emozioni. Ecco lo specchio tra giovinezza e poesia. Sta nel fatto che quel mondo che appare nella dimensione dell’onirico, anche se non è propriamente del sogno in chiave surrealista, è di un sembiante emotivo, quindi pre-logico, non ancora compiuto e formulato come tale, altamente intriso di segni nuovi che evadono dalla realtà che grida. C’è in D’Annunzio, in questo primo D’Annunzio, ma anche in quello degli anni a seguire, che ha condotto questi elementi ad un parossismo senza più davvero nessuna logica (se non fosse stato per l’ultima prosa d’arte da lui composta a riconsegnare nelle mani del lettore la chiave d’accesso al primo imput poetico, nulla sarebbe sopravvissuto) una caparbietà nell’affermare la propria scelta poetica di rinuncia della ragione, del pensiero, delle aspettative e delle motivazioni dell’esistenza, il proprio abbandono a un flusso sottile e inesistente che non appartiene alla memoria, bensì al sangue, alla vita, all’urgenza del fiato che nasconde il movente arcano per cui esiste. Una giovinezza che corrisponde quasi ad un “non senso”, non voluto ma desiderato, che specchia in pieno quello che è il desiderio dell’approvazione a prescindere, al di là degli schemi, degli ordinamenti e delle sovrastrutture che legittimano quanto si intende compiere.

 

[…]

Nessuna cosa

mi fu aliena;

nessuna mi sarà

mai, mentre comprendo.

Laudata sii, Diversità

delle creature, sirena

del mondo! Talor non elessi

perché parvemi che eleggendo

io t’escludessi,

o Diversità, meraviglia

sempiterna, e che la rosa

bianca e vermiglia

fosser dovute entrambe

alla mia brama, e tutte le pasture

co’ lor sapori,

tutte le cose pure e impure

ai miei amori;

però ch’io son colui che t’ama,

o Diversità, sirena

del mondo, io son colui che t’ama.

[…]

 

La poesia di Gabriele D’Annunzio è mossa da un istinto supremo, dominata dalla libertà e dall’assenza di una necessità di decodifica, perché nessuna ipotesi di liceità deve albergare nelle parole che sorprendono ed agitano la giovinezza messa all’angolo, la giovinezza che vive in collegio[16], «sui tetti con le rondini[17]».




Gabriele D'Annunzio, incarnazione del poeta della "vita inimitabile"

 

 

2.      D’Annunzio innovatore: l’Alcyone

 

 

Operaio della parola, io sono stato […].

Nessuno immagina con che ansia io sia entrato in questo rifugio,

con che bisogno di sprofondarmi in me stesso   

e nella più segreta sorgente della mia poesia.

(G. D’Annunzio)

 

C’è un elemento nell’attività letteraria di Gabriele D’Annunzio, sia essa poetica che del romanzo, che tende ad essere occultato, se non addirittura ignorato. Per chi conosce la letteratura del primo Novecento sa benissimo che essa si è manifestata con un volto antiaccademico e insurrezionale. Quando Filippo Tommaso Marinetti volle nel 1909 stilare il programma del Futurismo, intendeva, allo stesso tempo, ribadire la grande capacità innovativa dell’arte. Era come se fosse ormai svanita a tutti quell’idea che l’arte e la letteratura sono dei mezzi potentissimi della comunicazione. Marinetti fece tutto questo provocando le coscienze e scolpendo in esse, in anticipo, il volto violento dei due conflitti mondiali del secolo scorso. Egli disse nel manifesto del Futurismo: «Noi glorifichiamo la guerra come sola igiene del mondo». Tutto ciò sembra rivelarci quasi una “disumana umanità” dell’arte, il tentativo supremo dell’uomo di essere superiore agli stessi danni che è in grado di provocare. D’Annunzio, che già aveva portato a termine l’Alcyone (1903-04), cioè il poema dell’estate inserito in quel grande progetto delle Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi (composto di tre libri Maia, Elettra e Alcyone) osservava tutto ciò con ammirazione e con un senso di volontario e, se non quasi, perentorio protagonismo. La scelta poetica del nostro scrittore fu di fatto totalmente opposta a quella delle avanguardie. Restio a tutto ciò che era smottamento e sollecitamento delle più auree ed auliche espressioni della tradizione letteraria italiana, D’Annunzio riservava ai futuristi e, in generale, agli avanguardisti un asso nella manica. Preso com’era, nel seguire l’analogismo nella sua poesia, ad intensificare i rapporti della versificazione legata ad una onomastica latina, il poeta vate fu un convinto sperimentatore.

Unico dato è che lo sperimentalismo dannunziano, che a volte sfiora quasi il nonsense, accumulando le locuzioni di quel fasto, di quella ricercatezza lessicale, di quella pomposità da classicista, è comunque più nobile e comprensibile di quello proposto da Marinetti in Zang Tumb Tumb o in altri suoi componimenti. Marinetti non si sarebbe mai sognato di fare un’azione alla d’annunzio, un’azione letteraria s’intende, benché molti futuristi si ritenevano attratti dalle idee e delle posizioni del Vate, essendo Marinetti ideologicamente contrario e avverso a tutto ciò che era sinonimo di tradizione letteraria. Per chi non immagina un D’Annunzio più innovatore del Futurismo italiano, che voleva abolire alcune parti della grammatica, come le coniugazioni verbali, preferendo solo la forma dell’infinito, ha qui la riprova del fatto che D’Annunzio “innovatore del linguaggio” non è solo un modo per pubblicizzare la sua arte, ma una base di studio necessaria a capire la sua arte. È D’Annunzio e non Marinetti a coniare neologismi come «velivolo», a rendere femminile un sostantivo che con Marinetti, nell’ode All’automobile da corsa, è ancora aggettivato al maschile: è D’Annunzio che promuove l’espressione “l’automobile bella”, invece di “automobile bello”, come Marinetti ancora sosteneva. È D’Annunzio il primo grafico pubblicitario, è D’Annunzio a dare il nome al il primo emporio di Milano, “La Rinascente”, oltre a darlo ai liquori «Aurum» e «Unicum», oppure ad un profumo che ricorda vagamente il nome del poeta, ovvero l’«Acqua Nunzia[18]». In tutto questo persiste la sua vittoria, la quale, benché sia poco simpatica, fa di D’annunzio un poeta comunque più letto rispetto ad un futurista: anzi, forse, oggi nessuno si immagina di leggere Marinetti. Certamente l’innovazione dannunziana non è solo del lessico, ma è anche del pensiero che domina le sue parole, la sua espressione ricercata. Il filosofo Norberto Bobbio, nella sua personale analisi alla filosofia del Decadentismo, scriveva: «Il Decadentismo è, assai più che un gusto letterario o uno stato d’animo, un atteggiamento di vita: implica quindi una determinata concezione del mondo e si ripercuote su tutti gli atti della vita spirituale[19]». È come affermare che l’idea della decadenza è anzitutto insita nella parola, la quale non riesce più ad esprimersi come prima, come ai tempi dell’Umanesimo o dell’Illuminismo. Secoli, questi, della nostra storia culturale segnati dal motto latino «homo faber fortunae suae», e dal rigore della “ragione” di filosofi quali Giovanni Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, Cesare Beccaria e il francese Voltaire.

D’Annunzio sembra, invece, esaltarsi per un senso opposto, contrario, inverso a ciò che sta alla base della sensibilità decadente, cioè egli dà un forte valore alla parola che usa, non per usarla solamente per meglio dire, come sarebbe auspicabile sempre, ma per ricreare attorno ad ogni parola una carica emotiva basata sulla volontà d’esser unica. Nella poesia di D’Annunzio nessuna parola mai si ripete: essa è sempre la parola detta e pronunciata per scandire determinati momenti dell’esistenza visti come fasti di una continuità all’uomo ignota. La carica percussiva e il rigore grammaticale della poesia dannunziana in realtà ne indicano un’altra evidente nei gesti estrosi, irosi, eroici, mondani e buffi, tutti legati tra loro da una naturale leggerezza di fondo ma che, nella richiesta specifica del dire, sono di specie eletta, e riassumono una dimostrazione esplicita dell’esistenza bene intesa come un continuo e ripetuto susseguirsi di gesti parole desideri sogni immagini che, se messi insieme, forse ricordano quell’esistenza a cui fanno riferimento, ma che, se disposti distrattamente a monito di un raccordo esistenziale, altro non diventano che un museo dell’effimero, come in sintesi si mostra il «Vittoriale degli italiani», ultima residenza a Gardone del Vate.

In realtà, non sbaglia chiunque sostiene che la “parola” dannunziana è vuota, smunta di autentici riflessi semantici, ma solamente carica di attributi di gusto. In un panorama poetico che non pare avere una naturale esaltazione per il contatto con le cose reali, (il Decadentismo è anticipato dal Romanticismo, cioè da quella pulsione tutta emotiva che lega l’uomo ad un costante confronto con la natura) fa trampolino la lirica di D’Annunzio. La ricerca spasmodica dell’estetismo, la raffinatezza di Raffaello Sanzio e la maestà michelangiolesca, il modello del superuomo e dello slancio vitalistico, il linguaggio polito, restano segni tangibili del rigore espressivo invocato, ma non del tutto accolto (per fortuna), all’interno della poesia moderna. L’innovazione di D’Annunzio consiste in una innovazione intesa come “vestizione”, come un agghindarsi sostanziale, un atto compiuto sempre all’interno di una linea poetica che si tiene salda alla tradizione lirica, al Carducci, al Pascoli, ma che sa tornare in dietro nel tempo fino alla lauda francescana, agli scherni espressivi di Pietro Aretino e tentare, al contrario della poetica del fanciullino, che poneva le sue basi sul senso dello stupore e della meraviglia, di contrastare l’umiltà di un pensiero poetico e di inseguire un mito che prelude ancora ad un’audace conquista. La conquista di una quintessenza della poesia come genere che stabilisce che essa esiste come qualcosa che si aggiunge alla vita, che la moltiplica e la potenzia, e non che la racconta solamente. Sia pur intesa come una “vetrina del bello”, la produzione poetica di Gabriele D’Annunzio intende avere l’esclusiva dell’emporio e non essere un modo ulteriore per dire qualcosa: per D’Annunzio una cosa o la si dice in quel modo o non è.

Il problema che nasce è dato dal fatto che l’affanno continuo, la ricerca di un punto d’osservazione sempre nuovo, originale, ha col tempo ossidato la stessa capacità, tra l’altro ben dimostrata dal poeta, di possedere un punto d’osservazione originale – si pensi solo a come D’Annunzio intendesse eliminare il peso morale ed estetico del dolore all’interno di secoli di letteratura, il fatto che la letteratura si basa sul dolore e sulla certezza che esso stabilisce il parametro che fa nascere la riflessione nell’uomo; «non chi più soffre ma chi più gode conosce», diceva il poeta, stabilendo così che il piacere goduto, vissuto, sperimentato, rimosso e riscosso è ciò che deride la morale dominante dei vari Petrarca, Leopardi e Pascoli – a favore di un orgoglio tutto personale che non invadeva le coscienze, ma era semplicemente ed esclusivamente invadente. Un punto d’osservazione sulle cose, in D’Annunzio, originale ma invasivo, che stimolava troppo reazioni contrarie più che favorevoli. È forse questo quello che piace di D’Annunzio e che resiste al tempo, ovvero sapere, come ha scritto Alberto Arbasino, che D’Annunzio è il «Cadavere in Cantina fra i più ingombranti di tutte le letterature, di tutti i paesi, vilipeso, conculcato, negletto[20]». Qualcosa che si manifesta come naturalmente votato ad essere incompreso. In tal senso il pensiero, la filosofia europea del Decadentismo, fu sicuramente capace di porre importanti domande alla vita e all’esistenza dell’uomo, ma non fu capace di dare altrettante risposte. Basta osservare non tanto la poetica dannunziana, la più inadatta ad un colloquio serio, ma la poetica di Pascoli e di Fogazzaro, per capire come l’uomo sveli, alle soglie del Novecento, di aver paura. E di chi l’uomo ha paura? Secondo l’insegnamento pascoliano sicuramente di se stesso, ma soprattutto dell’uomo che è “diverso da sé”, in una chiave di lettura psicologica e xenofoba, dell’uomo che può essere assassino, rapinatore della libertà altrui, cioè «homo himini lupus», come sosteneva il filosofo inglese Hobbes. Partendo, dunque, dall’omicidio di Ruggero Pascoli, padre di Giovanni, mai venuto a sanarsi in quel percorso che la giustizia dovrebbe fare, l’uomo teme se stesso come teme la morte e la malattia. Il Decadentismo rivela, una volta scavato in fondo all’inconscio, al pozzo di saggezza che si fa esoterismo, l’eterna distruzione della vita, ma non del sogno. Infatti, a dominare la filosofia decadente è proprio il sogno, è Freud, è l’inconscio, anche se a volte tale disciplina psicanalitica si è rivelata abbastanza invadente nell’analisi della letteratura moderna. D’Annunzio accoglie favorevolmente tutto il fervore culturale che si respirava in Europa in quegli anni, rivelando quel costante desiderio di potere e di dominio nell’uomo, che dà adito al delirio e all’insania nietzschiana. Ecco, allora, che essere dannunziani significa “vestirsi” con qualcosa e poi nuovamente rivestirsi, non lasciare che qualcosa si logori solamente. Tra i decadenti, collocazione comunque e in qualche modo forzata per D’Annunzio all’interno della storiografia letteraria, egli è l’unico che mostra questo istinto a vivere e un attaccamento estremo alle cose della vita, perché, come spiega Mario Sansone, mentre Carducci, Pascoli e Verga sono già collocati storicamente, D’Annunzio «oggi così apparentemente assente, sta ancora dentro la crisi italiana; o, se si vuole, la contemporanea crisi italiana è ancora troppo ricca di umori sofferti da d’Annunzio per poter smaltire d’Annunzio»[21].

Sentendo il desiderio di esprimersi formulando sintagmi poetici, frasi rituali, motti e regole dall’assunto vitalistico, D’Annunzio apre il petto, squarcia il volto allo spirito dionisiaco e al mito greco del sesso e del teatro. Egli getta la maschera e si apre totalmente alla natura, la quale più che essere celebrata è assorbita dalla poesia stessa. La natura diventa il dato connotativo dell’Alcyone, il poema capolavoro. La stagione estiva è intesa, in quest’opera, sia come vita, ma anche come preludio di morte; essa è “panismo”, cioè in essa c’è tutto! E la natura è un compendio assoluto di misticismo e realismo, di fedeltà e tradimento, di amore e di morte. Per capire come il poeta abbia reso celebre questo senso di mistero, di bellezza ma anche di terrore, qui si riporta una poesia che, si spera, faccia da sfondo a quel decadentismo inteso come “strategia dell’essere” che, come categoria d’espressione letteraria, non completa mai il quadro di riferimento estetico e filosofico a cui si rivolge. Il decadentismo dannunziano in sé esprime un profondo desiderio di vivere: dove esiste la morte, finanche dove c’è il suo trionfo, per D’Annunzio c’è la vita, qualcosa che muore con vitalità, dove la scansione dell’obito altro non è che un passo occulto nei meandri di una forza visibile nei segni che lascia morendo.

Da Alcyone:

 

Furit aestus

 

Un falco stride nel color di perla:

tutto il cielo si squarcia come un velo.

O brivido su i mari taciturni,

o soffio, indizio del sùbito nembo!

O sangue mio come i mari d’estate!

La forza annoda tutte le radici:

sotto la terra sta, nascosta e immensa.

La pietra brilla più d’ogni altra inerzia.

 

La luce copre abissi di silenzio,

simile ad occhio immobile che celi

moltitudini folli di desiri.

L’Ignoto viene a me, l’Ignoto attendo!

Quel che mi fu da presso, ecco, è lontano.

Quel che vivo mi parve, ecco, ora è spento.

T’amo, o tagliente pietra che su l’erta

brilli pronta a ferire il nudo piede.

 

Mia dira sete, tu mi sei più cara

che tutte le dolci acque dei ruscelli.

Abita nella mia selvaggia pace

la febbre come dentro le paludi.

Pieno di grida è il riposato petto.

L’ora è giunta, o mia Mèsse, l’ora è giunta!

Terribile nel cuore del meriggio

pesa, o Mèsse, la tua maturità.

 




D'Annunzio nello SVA 10 del Volo su Vienna (9 agosto 1918) con il pilota Natale Palli

 

3.      D’Annunzio politico: né a destra e né a sinistra, ma in alto

 

 

Non c’è oggi in Italia nessun movimento politico sincero,

condotto da un’idea chiara e diretta.

Perciò è necessario che noi facciamo parte di noi stessi,

 immuni da ogni mescolanza e contagio.

(G. D’Annunzio)

 

Quando D’Annunzio, ormai senile, intorpidito dagli anni e dalle sue imprese, volle, come un artista del Rinascimento, rendere viva l’idea della sua vita vissuta, egli non esitò nel farlo. Fu, però, allo stesso tempo consapevole del fatto che quel “vivere inimitabile”, di cui si era reso artefice, iniziava a stancare. Infatti, dopo aver vissuto i suoi amori più importanti con Barbara Leoni e con l’attrice teatrale più famosa dell’epoca, Eleonora Duse, la vita del poeta si ridusse ad un vero e proprio ripetersi di azioni. Egli, come è ben noto a tutti, fu durante gli anni della prima guerra mondiale un convinto interventista. Volle lui stesso solcare i cieli d’Europa con i primi aerei; compiere missioni belliche, come quella della liberazione di Fiume ed evidenziare le lacune di un’Italia che, dopo aver subito l’inganno della vittoria durante la prima guerra mondiale (vittoria che D’Annunzio stesso definì “vittoria mutilata”, espressione che è finita su tutti i libri di storia), non riusciva più a risollevarsi politicamente. È, infatti, nota la frase con cui D’Annunzio, dopo essere stato eletto deputato al Parlamento nel 1897, sostenuto da un collegio elettorale della destra ad Ortona (Abruzzo), indicò il suo passaggio politico alla sinistra come “un passaggio verso la vita”. Ma nel tentativo successivo di una sua rielezione sempre come deputato, la sinistra di allora non lo sostenne e la sua candidatura non ebbe un esito favorevole, tant’è che la carriera politica del poeta naufragò definitivamente. Bruciata così, in maniera anche superficiale, l’esperienza politica, il poeta vide in Mussolini colui che poteva spingerlo verso una nuova riemersione. Ma prima che questo potesse avvenire, D’Annunzio, negli anni in cui l’Italia ancora non entrava in guerra (la prima guerra mondiale), non ebbe un’esistenza facile. Infatti fu egli stesso a complicarsi la vita: giocatore incallito, sperperatore di danaro e ossessionato dalla mania dell’horror vacui, cioè dalla paura di sentire il vuoto dei luoghi attorno a sé, spese ingenti somme di denaro per accumulare quello che Ezio Raimondi definì il «kitsch oracolare». Il poeta riempiva ogni ambiente di oggetti: anche le toilette del Bagno Blu, in cui depositava i libri che non gli piacevano, detti “stercorari”, sono invase da oggetti, oltre allo spaventoso campionario di maschere mostruose e animali di ogni genere. Per questa forma di “shopping inane”, «l’animale di lusso», come amava definirsi, nel corso di tutta la sua vita arrivò ad accumulare debiti per quasi mezzo milione di lire[22]. Per questi motivi subì l’ingerenza, obbligatoria, di numerosissimi creditori, che andavano dai figli ai parenti fino agli antiquari romani. Fu costretto per i suoi debiti a varie fughe. La prima di queste a Napoli, nel 1891, dove disse di aver vissuto un periodo di “splendida miseria”, in compagnia di Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao; l’altra, più drammatica, a Parigi, sempre inseguito dai creditori, da sgherri che richiedevano da lui il saldo di debiti ancora insoluti, a volte subendo il presidio di tali esattori sotto la sua abitazione. Fortunatamente il poeta riuscì sempre a cavarsela e ad evitare conseguenze più drammatiche per la sua persona. Quando però, e questo è altrettanto noto, si trattava di mettere a freno il suo libido, era come chiedere a un cane di non abbaiare. Su D’Annunzio molto si è detto, specie sulle sue imprese erotiche con varie compagne durante l’esistenza. In occasione della marcia su Roma, che doveva essere l’insediamento ufficiale del Partito Fascista nella capitale, D’Annunzio, il giorno precedente a tale evento, era in compagnia di due sue amanti. Stando alle testimonianze sembra che l’idea di marciare su Roma fosse venuta al poeta e non a Mussolini. Quando quest’ultimo gli chiese di parteciparvi, a D’Annunzio successe un fatto singolare. Mentre egli era in dolce compagnia di queste amanti, il poeta pare abbia iniziato a manifestare segni di insofferenza, come a dire che preferiva prepararsi più per la marcia dell’indomani piuttosto che stare con loro. A tali richieste, avanzate dallo scrittore, le due amanti, forse ingelosite o peggio con dolo premeditato, hanno ritenuto opportuno scaraventare il poeta da una finestra della sua abitazione del Vittoriale, facendolo cadere da un’altezza di quattro metri. Famoso incidente che da D’Annunzio venne ribattezzato come “il volo dell’arcangelo”[23]. Questo “sinistro sentimentale”, se così può definirsi, causò una lesione alla testa del poeta, ma anche la mancata partecipazione alla marcia su Roma. Secondo alcuni, questo incidente fu poi la causa dell’ictus che nel 1938 fece morire lo scrittore.

Per chi ha un po’ di simpatia verso il gaudente poeta-vate sa benissimo che nella sua ultima residenza, quella di Gardone, dove oggi sorge il Vittoriale degli italiani, si possono ammirare numerosi cimieri, ma anche dei feticci personali dello scrittore. Tra questi, nota a tutti, è la celebre “vestaglia col buco”, ovvero una camicia da notte che, all’altezza del pube, ha un foro per l’uscita del membro. Essendo D’Annunzio ormai conosciuto non più solamente per le opere scritte, tra cui i romanzi come Il piacere (1889) e Il fuoco (1900) che vendettero decine di migliaia di copie in tutta Europa, ma anche per le sue stravaganze sessuali, anche questa della vestaglia può sembrare il frutto della sua volontà di trasgressione. Il significato della famosa vestaglia da notte col buco ha un’altra verità, ed è legata ad un problema di salute del poeta. Certamente nello svelarvelo viene da sorridere, perché quel foro praticato sulla camicia da notte era il risultato del priapismo di D’Annunzio, un disturbo fisico dell’erezione. Egli, che per anni fu in vita l’esaltazione della sessualità e del sesso come puro divertimento, non poteva non soffrire di un disturbo legato alla sfera sessuale! Il priapismo, dal greco “priapos, dio della fertilità, è infatti un’erezione prolungata del pene, che provoca un fastidioso dolore che indolenzisce il membro, rendendolo incapace a sopportare un ulteriore rapporto sessuale. Il poeta per lenire la sofferenza a questo disturbo assumeva una razione giornaliera di cocaina, la quale agiva, oltre che come analgesico, anche come eccitante stesso. Per cui l’intruglio terapeutico messo in atto dallo scrittore si rivelava come l’anticamera nella quale passava il piacere dello stordimento. Tutto ciò avvenne quando il poeta si dirigeva verso l’anzianità, ma con uno spirito ancora vitale. Una volta che Mussolini gli aveva donato a sue spese l’ultima residenza terrena, quella di Gardone vicino Brescia, al poeta non restava che finire i suoi giorni dominato dall’ozio e dall’angoscia impercettibile. È interessante capire come il rapporto D’Annunzio-Mussolini fosse un rapporto di invidia e non di stima. Di fatto il dittatore italiano aveva intuito l’aggressiva intelligenza dello scrittore. D’Annunzio a sua volta, dopo aver bruciato la sua esperienza da parlamentare, aspirava, attraverso le file del fascismo, di poter risalire in cima e magari offrire la sua candidatura non tanto come Presidente del Consiglio, ma addirittura come monarca assoluto dello Stato italiano. Ma essendo egli stesso ormai anziano, cieco ad un occhio, per un incidente aereo successogli durante la prima guerra mondiale, calvo e sdentato, oltre ad essere affetto da vari mali come la sifilide e la scabbia, capì di non poter arrivare più dove col cuore desiderava giungere. Preso da quella sua costante mania di essere sempre in vista e alla ribalta delle cronache, D’Annunzio, fingendosi amico di Mussolini, accettò il dono conferitogli dal Duce. È, dunque, in questa idea di “glorioso declino” che il poeta si spegne alla vigilia della seconda guerra mondiale, osservando da lontano l’operato di questi due personaggi davvero tra loro affiatati: Hitler e Mussolini.

Esistono aspetti, però, ulteriori a quelli qui esposti che possono meglio inquadrare il D’Annunzio-politico. In realtà il sostantivo “politica” è come se perdesse di autenticità se affiancato al nome del vate. Posizione espressa dallo storico comunista Paolo Alatri, il quale scrisse apertamente che «è vero che  nella seduta del marzo 1900 alla camera dei deputati D’Annunzio compie il gesto clamoroso di passare dall’estrema destra, per la quale era stato eletto, all’estrema sinistra, affermando di volere così andare “verso la vita”. Ma per bene interpretare nel suo giusto valore e significato quel gesto, occorre collocarlo con precisione, come ha fatto Umberto Levra, nel quadro parlamentare e politico in cui avvenne. La seduta si svolgeva all’acme della lotta in Parlamento per resistere con l’ostruzionismo al tentativo di Pelloux di far passare i “provvedimenti politici” liberticidi e le modifiche al regolamento della Camera allo scopo di limitare, anzi di soffocare, i diritti delle minoranze. Si stava discutendo l’ordine del giorno del repubblicano Edoardo Pantano per la convocazione di un’assemblea costituente; il presidente della Camera, il “consorte lombardo” Giuseppe Colombo, gli tolse la parola; l’Estrema insorse contro il sopruso. È a questo punto che D’Annunzio “va verso la vita”. Ora, il suo gesto si ridimensiona se si tiene presente che a quel punto la battaglia, ingaggiata ormai da oltre un anno […] è giunta al punto di rottura per la maggioranza conservatrice e reazionaria […]. D’Annunzio, quindi, nel compiere quel gesto, non faceva che seguire la parte politica la cui vittoria era ormai facilmente prevedibile. […][24]».

Non meno severo nel giudizio è Renzo De Felice, che definisce D’Annunzio addirittura “impolitico”[25]. Perché? Di fatto, eliminata la concezione aristocratica della società, l’odio per le masse, quello che emerge dall’attività politica del poeta è un coacervo di posizioni tra loro contrastanti. Per D’Annunzio la politica non è polis, ovvero “città” intesa come sistema che tende o dovrebbe tendere a risolvere i problemi dei cittadini, ma è “città” intesa come luogo, come insieme di edifici e palazzi storici, a cui lo scrittore lega la sua idea di bellezza. Tant’è che della polis D’Annunzio salva l’aspetto urbanistico, esteriore, storico e monumentale, (si pensi al ciclo delle Città morte scritte dal poeta), dove è vero che inseguendo l’ideale di bellezza inteso come ordine e decoro, di edifici maestosi, di ville giardini e fontane, egli pone le basi per un nuovo Rinascimento, ma è altrettanto evidente che mentre insegue il bello, involontariamente s’imbatte nel brutto, cioè in quelle prime forme di abusivismo edilizio che, a distanza di molti anni, denuncerà in maniera più vigorosa Pier Paolo Pasolini, occupandosi dei cosiddetti “casermoni”, nei suoi film-documentari dal titolo emblematico La forma della città. Per cui D’Annunzio denuncia qualcosa perché lo vede e non perché lo sente: l’opposto di quello che fece Pasolini, che vedeva le cose perché le sentiva. È questo l’unico aspetto positivo della visione dannunziana della polis, e quindi delle città. Siccome per D’Annunzio le città devono essere belle, ma belle per un referente meramente estetico e non ideologico, dovevano avere quasi un impianto e un carattere che evocasse l’idea di urbe di Andrea Palladio, quelle ville incantate nel Veneto che sono, oggi, l’immagine di un tempo sacro che non c’è più, (in Italia, a quanto pare, sparisce un metro quadrato al giorno di spazio utilizzabile per il verde, perché siamo i primi produttori di cemento in Europa[26]), ecco che D’Annunzio è riuscito tra virgolette a “vedere” qualcosa che era in nuce e che oggi è mostruosamente visibile. Questa posizione aristocratica, elevata e quasi superba, perché s’imbatte nel tema della città senza indagarne la reale sostanza ma, come dire, solamente mettendo in mostra una vitale apparenza (tutta esteriore) dell’urbe, può evidenziare in sintesi quella che oggi potremmo definire l’unica vera posizione politica del Vate, cioè quella che, nonostante i giudizi di Alatri e di De Felice, il quale, ad esempio, riconobbe, in merito alla vicenda di Fiume, che «se il fiumanesimo senza D’Annunzio è impensabile, esso però ebbe e soprattutto conservò – almeno nella sua parte migliore e più numerosa – una fisionomia e una sua carica morale politica che non possono essere puramente e semplicemente identificate, ridotte a quelle dannunziane», può essere vista come non un “essere” di destra e di sinistra, bensì come uno “stare” a destra o a sinistra.

Il che, essendo sinonimo di trasformismo, non indica una posizione politica comune, ma una, direi, plateale, che non può essere di tutti ma solo dell’artista, del poeta, del fabbro che lascia fuoriuscire con orgoglio le faville da sotto il suo maglio, perché D’Annunzio, più che stare a destra o a sinistra, stava in alto. Una posizione in cui l’altezza non indica tanto una posizione ideologica e del pensiero puri, bensì un’altezza aristocratica, di chi è ancora convinto che la cultura è, a dispiacere di quanti lottano contro ogni forma di classismo, promossa e promulgata da un benessere che è dei nobili: come dire, Leopardi sì, grande, grandissimo poeta, ma pur sempre rampollo della nobiltà recanatese. Oggi questo è decaduto, per fortuna. Anzi, più che decaduto, diremmo diversissima è la sostanza dello stare “in alto”, che si commuta confondendo il benessere con la libertà. Il dato politico dannunziano è un dato storicamente monolitico, saldato alle radici della trasmissione dell’arte e della letteratura attraverso il potere: senza Giulio II non avremmo avuto Michelangelo, e senza Alfonso d’Este non avremmo avuto Ariosto. Il tutto, però, rimane come qualcosa che si condivide storicamente, ma che inevitabilmente decade dinanzi alla possibilità di essere presenti all’interno della cultura e dei dibattiti politici grazie a strumenti che tutti “noi” oggi abbiamo, come Internet e la rete, che, sia pur ancora marginali, forse, nella loro funzione, come il “fenomeno Grillo” e il suo blog c’insegna, comunque hanno stabilito che tutti oggi possono esprimere il loro pensiero in maniera alternativa, senza incorrere in censure di tipo squisitamente politico.

Un D’Annunzio politico che è impolitico nella sostanza, ma che fondamentalmente e in parte è riuscito ad esprimere una pulsione emotiva e di carattere che può avvicinarsi al tema del fare politica come slogan di passione. «Io sono al di là della destra e della sinistra», aveva scritto a Luigi Lodi, «come al di là del bene e del male. Ho visto che qualche giornale mi rappresenta come candidato ministeriale di destra. Ma tu sai meglio d’ogni altro, che sarà stupenda la singolarità delle mie attitudini sui vecchi banchi di Montecitorio. Io farò parte di me stesso […] Io sono un uomo della vita e non delle formule.[27]» Tant’è che, suddividendo le fasi della sua produzione, i critici letterari parlano dell’esistenza di un «d’Annunzio della bontà». Il Poema paradisiaco, dei primi anni Novanta, lo aveva allontanato dal superomismo avvicinandolo alla purezza infantile (aspetto che indicherà anche Mario Luzi[28]) e a un sentire più umano. Anche un impegno politico di d’Annunzio ebbe una stagione «della bontà». Il 3 agosto del 1922 tornò a prendere la parola, dopo settimane di silenzio, dal balcone del municipio di Milano, occupato dai fascisti e dai nazionalisti, che ne avevano estromesso con la forza il consiglio socialista. C’era da aspettarsi un discorso infiammato in favore dell’estremismo di destra. Invece, senza rinunciare alla retorica patriottica, il poeta si appellò alla «bontà vittoriosa», alla «bontà afferratrice e creatrice» di quanti fossero disposti a riporre ogni interesse di parte in nome del bene supremo dell’Italia: «Oggi non v’è salute fuori dalla nazione, non v’è salute contro la nazione. Il lavoro è sterile se non concorra alla potenza della nazione. Ogni valore, ogni sforzo, ogni tentativo è sterile se non sia subordinato alla legge della nazione». In tutto il discorso evitò di citare il fascismo e, il 9 agosto, replicò con un secco telegramma a Michele Bianchi, segretario del Partito nazionale fascista, che tentava ancora di arruolarlo: «V’è un solo grido da scambiare oggi fra gli italiani: viva l’Italia! È il mio. Io non ebbi, non ho, e non avrò se non questo. Credo che debba essere anche il vostro. Credo che debba essere, oggi, e domani il grido di tutti i devoti, in pace e in guerra»[29]. In tal senso si può definire anche la posizione del poeta nei confronti del fascismo, e dire che egli non lo fu mai. Una lettera del 9 gennaio 1923 definisce bene la sua posizione rispetto al fascismo e a Mussolini[30], che lo ha sempre visto come una figura forte, ma non intelligente. Il poeta, si può dire a buon titolo e non cavalcando semplicemente l’onda dell’antifascismo, che negli anni a venire, stabilendosi anch’esso come retorica, ha impedito che qualcosa di buono potesse essere anche di destra, era e fu più intelligente di Mussolini. Una intelligenza avallata dai fatti e non da un sapere fazioso.

 




Il Duce con il Vate

 

4.             «Gli inutili miei cani»: un ritratto che dissecca i colori

 

 

Sono vecchio, e non so essere vecchio;

e in questo non sapere è la mia crudele tragedia.

(G. D’Annunzio)

 

Essendo ogni tentativo di critica una sfida al tempo e alle sue convenzioni, rivolgere un ulteriore sguardo alla figura e alla poesia di Gabriele d’Annunzio è necessario per definire, quantomeno bonariamente, quel terreno minato della letteratura italiana tra fine Ottocento e primi del Novecento sul quale il Vate la fa da padrone. Quanto si è detto finora e, soprattutto, su quanto concerne la figura di d’Annunzio-politico, il rapporto con Mussolini, i seguaci che non hanno superato l’esame per essere tutti così perfettamente dannunziani, il concetto di polis e la disponibilità ad essere “la puttana d’Italia che s’odia per amore”, si lega soprattutto ad una riflessione-polemica di settore, anche se «l’ammirazione e l’odio di cui è stato oggetto d’Annunzio nacquero proprio dalla incrollabile sua coerenza: sempre al centro dell’attenzione, senza rinunciare a se stesso, alle provocazioni e alle facce mutevoli di un personaggio che vide i tempi adattarsi a lui, non il contrario[31]». La coerenza dannunziana sta in questo, nel fatto esplicito di essersi sempre occupato di se stesso e mai degli altri e, forse, così certo di questa naturale insofferenza, accortosi di essersi occupato distrattamente anche degli altri perché, facendo quello che piaceva a lui, d’Annunzio avrebbe fatto involontariamente anche qualcosa che sarebbe piaciuto ad altri. Ora il tema non è Fiume, non è il volo su Vienna, non è l’impresa militare, non è il nazionalismo, ma il tema è “il fare” inteso come “poiêin”, quindi scrivere, trarre dall’officina ardente della mente, dalla testa conformemente uniformatasi a quella di una sfera (perché calva), capace di prevedere, se non il futuro, in qualche modo almeno i danni del futuro, recepito come destino feroce che si autodetermina alla luce della decadenza, della vecchiaia: sfornare e forgiare “parole” che condizionano il panorama poetico italiano ed europeo. Molti, infatti, hanno un ricordo di D’Annunzio come un poeta scolastico, alla pari di Petrarca, di Leopardi e di Pascoli. Questo non è un ricordo errato, perché d’Annunzio è un poeta scolastico: le sue poesie sono ben famose, alcune delle quali celebri come canzoni di gruppi musicali odierni. Sicuramente la più nota di tutte è La pioggia nel pineto: poesia che è divenuta il simbolo dell’estetismo e dell’erotismo dannunziano: una dichiarazione d’amore fatta alla propria amante attraverso la natura.

Quello di D’Annunzio è un caso letterario che la critica più non teme e che anzi è affrontato quasi con disincantato interesse. Fatto il dovuto riguardo ad elementi che sono, quindi, di ecdotica e di vera esegesi, come lo è un passaggio fondamentale di Luzi su D’Annunzio[32], la poesia del poeta abruzzese ha, forse, la possibilità di manifestare oggi un punto di forza. Oltre ad essere l’esaltazione costante del bello e della vitalità, rappresentata dalla sessualità, dalla mitologia, dalla tecnica, dall’intelligenza, e anche da un certo fatalismo, in cui le due serie di eventi fisico-corporei, da un lato, e delle idee e degli effetti psichici, dall’altro, procedono secondo una necessità non causale ma misteriosa, in cui di conforme alle leggi naturali non c’è nulla, ma solamente una identificazione con un destino superiore[33], (come accade ne Le stirpi canore oppure in Meriggio), la produzione poetica del Vate, specie quella di Alcyone è, in tempi come questi di brutture e di depressione collettiva, un concreto spiraglio per redimere l’uomo dai suoi mali segreti e sentimentali. In sintesi, la poesia di d’Annunzio, se ben letta, con il metro del giusto giudizio, può agire da ricostituente, da iniezione di vitalità e di orgoglio. Perché, come afferma Giuseppe Remondini, «Quanto più i tempi son brutti, tanto più bisogna pensare al bello.[34]» Non solo una poesia che tifa per la bellezza e la renda unica protagonista del sistema complessivo delle arti è quella di D’Annunzio, ma una poesia che fa della bellezza un monito, una preoccupazione costante, come ha intuito Arturo Carlo Jemolo, che scrisse, riflettendo ad alta voce e senza alcun timore, «che la cosa più viva che resta di D’Annunzio sia quella preoccupazione del bello che ha dato agli italiani.»

Questa immedesimazione della forza dell’arte con quella della vita ha assunto i toni di una vera e propria sfida all’esistenza. Già solo il tema del paesaggio (che spazia in ampie descrizioni da le Novelle della Pescara ad Alcyone) è fondamentale per comprendere quanto una valenza plurisemantica e pluritematica alberghi nella poesia e nella prosa, ben irrorata di verbi, di sostantivi e aggettivi, del Vate. Letteratura e vita, testo e gesto, parola e azione vengono a coincidere. In un testo come Meriggio si assiste ad una vera e propria metamorfosi ovidiana: il poeta diventa donna, cioè diventa sempre più femminile, ogni cosa diventa donna e tutto s’identifica con un carattere femminile, ricolmo di sostantivi con desinenza in –a, come i seguenti: «[…] E la mia forza supina | si stampa nell’arena, | diffondesi nel mare; | e il fiume e la mia vena, | il monte la mia fronte, | la selva è la mia pube, | la nube è il mio sudore. || E io sono nel fiore | della stiancia, nella scaglia | della pina, nella bacca | del ginepro: io sono nel fuco, | nella paglia marina,| in ogni cosa esigua, | in ogni cosa immane, | nella sabbia contigua, | nelle vette lontane. | Ardo, riluco. || E non ho nome. | E l’alpi e l’isole e i golfi | e i capi e i fari e i boschi | e le foci ch’io nomai | non han più l’usato nome | che suona in labbra umane. || Non ho più nome né sorte | tra gli uomini; ma il mio nome | è Meriggio. In tutto io vivo | tacito come la Morte. || E la mia vita è divina. ||»

D’Annunzio qui non espone nessun fatalismo, nessun determinismo, ma esclusivamente un panismo, qualcosa che diventa corpo unico, essenza aulica dirimente la questione dell’“essere” legato alla sua immanenza terrena. Si assiste ad un “divino annientarsi”, un nascondersi prolifico per un nuovo essere più forte e non più debole. Tutto si trasfigura, non si ha né più nome e né sorte: vengono meno quelli che sono due elementi d’identità imprescindibili nell’uomo, cioè il nome e il destino. Ed è proprio su quest’ultimo che il poeta inserisce un fatalismo soprannaturale, in cui causa ed effetto non si legano ad istanze ponderate, ma sono il risultato di una concatenazione di eventi divini, soprannaturali, eterei. Il vivere tacito, l’annientarsi definitivamente nella natura equivale a stabilire un rapporto supremo che la vita esercita sulla morte. Tutta questa metafora avvincente, rappresentata dall’esistenza dello scrittore e che per anni ha dominato così tanto la figura letteraria di D’Annunzio; tutta la continua sinestesia posta in essere come elemento centrale della metamorfosi, della trasfigurazione in destino supremo, all’improvviso cede il passo ad un determinismo schiacciante. La vecchiaia, l’“odioso male” – come la definì il poeta – riproduce un materialismo imbarazzante in quella che rimane come l’ultima e definitiva consapevolezza dell’esistenza a cui giunge d’Annunzio. La sua poesia trema, è sporadica ormai dal 1904, anno in cui pubblica l’Alcyone, e si camuffa in assoluta veggenza, in illuminazione notturna in quell’opera tutta destinata a sondare le stanze di una mente ormai votata ad auscultarsi dinanzi al raffronto freddo e limitato rappresentato dalle pareti del senso del Notturno (1921).

D’Annunzio poeticamente e letterariamente muore nel 1922, anche se nel ’38 volgerà definitivamente la fronte all’Eterno. Nei sedici anni di esilio dell’ispirazione poetica, l’elemento materialistico subentra prepotente nell’esistenza del poeta e viene quasi a ridicolizzare tutto l’assetto aulico e prezioso della sua opera precedente. D’Annunzio si sentirà responsabile di qualcosa, qualcosa che non riesce bene a formulare, a decifrare, ma che sente come un intruso nella sua esistenza. La sostanza di questo funesto ridimensionamento cadrà puntuale come destino che si recepisce nell’astuta autodeterminazione del senso del limite che prelude il varco della morte. Tutto diventa terra!, ovvero materia: disseccata, bruna, corrosa da quegli stessi fasti che avevano imposto la superbia del cielo, la supremazia del vivere inimitabile. Ed proprio lo stesso vivere inimitabile che va disgraziatamente ad imitare la morte e non riesce più ad essere tacito per entelechia, ma profondamente silente per paura. Lo spirito muore, l’anima si aggrinzisce. D’Annunzio stesso dirà di sé: «Non so più parlare, non so più scrivere. Esprimo? Non so più esprimere. Mi manca l’istrumento e lo stile[35]». Ed è talmente “innaturale” nella sua naturale perfezione la caduta che il poeta avverte della sua persona nel mondo, da diventare insopportabile, come egli rivelerà in una confessione risalente al 1932, l’incontro con la coetanea Olga Ossani, sua antica amante. Di quell’incontro-specchio, fatto non per rincontrare un’altra persona ma se stesso, il poeta dirà espressamente di non aver rivisto la sua amica, ma di aver visto se stesso riflesso in lei: «Ieri non te vidi, ma me, quale in confuso mi vedo da due anni nell’odio convulso contro l’odiosa vecchiezza[36]». Nell’ultimo d’Annunzio si rovesciano i termini etici di riferimento della sua opera: se in Meriggio c’è una vita che opprime la morte, ora si fa strada una morte che sopprime la vita, immancabilmente, ingiustamente. Questa continua e incombente presenza della morte darà non solo adito ad una interminabile confessione della sua persona raccolta in un’opera dal titolo Il libro segreto (1935), che vuole essere una testimonianza dell’esistenza non più inquadrata in un ambito idealistico e spirituale, ma drammaticamente materialistico, quindi fastidiosa confessione di un uomo che avverte il senso dell’esistenza come traduzione ingannevole delle migliori aspirazioni e migliori piaceri che si sono avuti. Nessun altro artista, se non in parte Casanova, Cellini, De Sade, ha lasciato una testimonianza di sé così materiale e completa, da assurgere per contrappasso una posizione che oltre la vita terrena sembra non andare. Ed è questo uno dei paradossi più eclatanti della vita e dell’opera di Gabriele d’Annunzio, ovvero accorgersi di quanto una certezza morale, etica ed estetica (finanche personale) sia in simbiosi con uno dei più evidenti meccanismi di caducità estrema che solo la natura, adesso più leopardiana che panica, più drammatica che epica, è in grado di mettere in atto a danno di qualsiasi uomo. «Trapasserò come tutti i mortali. Perdonami. Ti amo.», scriveva alla bella Titti, sbocciata accanto al poeta che aveva ormai imboccato la strada senza ritorno della fine[37].

Ecco rivelato anche l’ultimo dei misteri di un poeta che ha fatto della sua capacità di essere portatore dell’inesprimibile, di una qualità endemica che cerca e sposa il concetto di soprannaturale, una sua irriducibile bandiera, adesso talmente accerchiato dalla vicinanza della morte da indurlo a compiere gesti che hanno un che di macabro. Nel 1935 la vicinanza della morte lo spinge a realizzare un cimitero per i suoi cani amatissimi e per i quali scrisse la sua ultima poesia. Una poesia in cui la dimensione umana e animale vengono tremendamente a coincidere, in cui tutto è determinismo, in cui tutto è fato, in cui tutto è pagano e non più mistico. Scriverà, in questo componimento dal titolo Qui giacciono gli inutili miei cani, (poesia strana, confusa, preda di una crisi religiosa, medievale, per il carattere così profondamente radicato sul fondamento della morte):

 

Qui giacciono

gli inutili miei cani,

stupidi et impudichi

novi sempre et antichi,

fedeli et infedeli

all’Ozio lor signore,

non a me uom da nulla.

[…]

Ogni uomo nella culla

succia e sbava il suo dito

ogni uomo seppellito

è il cane del suo nulla.[38]

 

Uno dei poeti più attivi, votato alla vitalità e destinato quasi ad essere l’“eterno principe della giovinezza”, comprende l’inevitabilità della morte, racchiude la sua esistenza gloriosa nell’immagine del seppellimento immediato, tetro, e se ne dispiace umanamente come pochi. Gabriele D’Annunzio tenderà la mano ai Leopardi e ai Petrarca, sentendoli amici definitivi di un viaggio comune, che non è la gloria, la politica, l’estetismo, le donne o l’amore, ma è la vita e, soprattutto, ciò che comporta il vivere, ovvero morire.

 



[1] «La letteratura italiana Otto-Novecento», di G. Contini: «G. D’Annunzio»; p.182; BUR, Milano, 1992.

[2] Ibidem, in op. cit. (p. 163-164): «Una presentazione, (si riferisce alla prima raccolta di versi del poeta Primo vere del 1879) sul “Fanfulla della Domenica” del 2 maggio 1880, firmata da un recensore allora autorevole come Giuseppe Chiarini, ciò che bastava a impostare una fama letteraria, aveva il merito di sottolineare la qualità infatti precipua: u’incontrollabile vocazione alla poesia.»

[3] «Versi d’amore», a cura di P. Gibellini, Einaudi, 1995: «Una pausa di ripensamento critico, prima della ripresa degli studi dannunziani, separa i commenti di “prima generazione” da quelli che vedono la luce tra le fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni ottanta: a corredo di ampie antologie (come le Poesie curate, con il Teatro e le Prose, da Mario Praz e Ferdinando Gerra per Ricciardi nel 1966 e le Poesie curate da Federico Roncoroni per Garzanti nel 1978) o di singole opere (come l’Alcyone annotato dal Roncoroni per gli “Oscar” Mondadori nel 1980); infine i commenti per l’intera sezione dei Versi d’amore e di gloria, usciti nei Meridiani sotto la direzione di Luciano Anceschi per le cure di Niva Lorenzini (da Primo vere alle Odi navali, 1982) e Annamaria Andreoli (Laudi, 1984). Per meglio articolare il diagramma delle tappe di quello che ci capitò di chiamare “il ritorno di D’Annunzio” nella cultura letteraria dell’ultimo trentennio, gioverebbe estendere lo sguardo anche alle antologie generali della poesia italiana novecentesca, a partire da quella di Gianfranco Contini (1968), che col suo illuminante profilo riproponeva originalmente l’ineludibile questione D’Annunzio, a quella di Edoardo Sanguineti (1969) che, pur attraverso il filtro dell’ironia e della parodia, ne rimarcava la posizione nodale per l’arrivo della poesia nuova, a quella di Pier Vincenzo Mengaldo (1978) che parallelamente conduceva i suoi studi sulla Tradizione del Novecento (1975), fissandone fin dal sottotitolo, Da D’Annunzio a Montale, i vistosi estremi.»

[4] Vedi Giacomo Debenedetti di W. Pedullà, in «Storia della letteratura italiana» (Il Novecento le forme del realismo – prima parte), vol. XIII, p. 1-35; a cura di N. Borsellino e W. Pedullà, ed. Motta – gruppo l’Espresso, Roma, 2004.

[5] «D’Annunzio, l’amante guerriero», di G. B. Guerri, Mondadori, 2008, p. 75

[6] «Rime», di G. Stampa, a cura di M. Bellonci, Fabbri editore, 1997.

[7] E. Montale, «Tutte le poesie», a cura di G. Zampa, Mondadori, 1990.

[8] Sviluppi novecenteschi, in «Versi d’amore» di G. D’Annunzio: «D’Annunzio è presente in tutti perché ha sperimentato e sfiorato tutte le possibilità linguistiche e prosodiche del nostro tempo. In questo senso non aver preso nulla da lui sarebbe un pessimo segno.»; a cura di P. Gibellini, Einaudi, 1995.

[9] «Versi d’amore» di G. D’Annunzio, a cura di P. Gibellini; p. 10, Einaudi, 1995

[10] Ibidem, (p. 11)

[11] Ibidem, (p. 11)

[12] Vedi «L’onda», in Alcyone, p. 432, ed. Mondadori, 1995: «Musa, cantai l’ode | della mia Strofe Lunga. ||»

[13] Vedi «Versi d’amore»: Isaotta Guttadàuro a cura di R. Bertalazzoli; (p. 223); Einaudi, 1995.

[14] Ibidem, in op. cit. (p.223):«Non gli giovò forse il rumore, nato sull’onda della dissacrante parodia intitolata Risaotto al pomidauro che, a firma di Raphaele Panunzio (Giovanni Alfredo Cesareo o più probabilmente Edoardo Scarfoglio), uscì in cinque puntate tra il 16 e il 26 ottobre 1886 sul “Corriere di Roma”, diretto dallo stesso Scarfoglio.»

[15] Vedi «Quant’è bella giovinezza, (da Saffo a Montale, da Orazio a Verlaine, le più grandi poesie sugli anni verdi», inserto redazionale riservato ai lettori di Come (n.2 del 20/02/1997).

[16] Vedi Le faville del maglio (tomo secondo): il compagno dagli occhi senza cigli e altri studi del vivere inimitabile, ed. Treves, Milano, 1928; confluito in «Prose», D’Annunzio, a cura di F. Roncoroni, Garzanti, 2000: «Vita di collegio»,  p. 520-526.

[17] Ibidem, in op. cit: «Sui tetti, con le rondini», p.526-537.

[18] Vedi «D’Annunzio, l’amante guerriero» di G. B. Guerri, Mondadori, p.155, Milano, 2008:«A caccia di denaro, brevettò un profumo, l’“Acqua Nunzia”, sicuro di venderlo in virtù del proprio nome: aveva intuito, con anticipo di decenni, troppi, l’importanza del testimonial

[19] Vedi Gibelli/Oliva/Tesio, «Lo spazio letterario» (dal Novecento al Decadentismo); ed. La Scuola, 1991.

[20] Vedi «D’Annunzio, l’amante guerriero» di G. B. Guerri, Mondadori, p.4, Milano, 2008.

[21] Ibidem, in op. cit. p. 5

[22] Vedi «D’Annunzio, l’amante guerriero», in op. cit. (p. 169)

[23] Vedi «D’Annunzio, l’amante guerriero», di G. B. Guerri, Mondadori, 2008, p. 276.

[24] Vedi «D’Annunzio politico», in Gibelli/Oliva/Tesio, «Lo spazio letterario» (dal Novecento al Decadentismo); p. 1061, ed. La Scuola, 1991.

[25] Ibidem, in op. cit. (p.1061)

[26] Fonte (www.beppegrillo.it)

[27] Vedi «D’Annunzio, l’amante guerriero», (p. 110)

[28] Vedi L’inferno e il limbo: Del Progresso spirituale, in M. Luzi, «Autoritratto», Garzanti, 2007.

[29] «D’Annunzio, l’amante guerriero», di G. B. Guerri, Mondadori, 2008, p. 275.

[30] Cito espressamente: «Nel movimento detto “fascista”, il meglio non è generato dal mio spirito? La riscossa nazionale di oggi non fu annunziata dal condottiero di Ronchi?» (vedi «D’Annunzio guerriero», in op. cit. p.280)

[31] «D’Annunzio, l’amante guerriero», in op. cit. p. 305.

[32] M. Luzi, in «Autoritratto», Garzanti, 2004: L’inferno e il limbo: Del progresso civile: «[…] si guardi alla vita e all’opera di D’Annunzio, di quest’uomo diventato oggi per noi quasi arcaico: c’è stato al termine della sua giovinezza un periodo in cui si sforzò di acquisire e di esprimere un sentimento desolato, cristiano e fraterno dei propri simili; era una suggestione improvvisa e per ciò stesso un errore; quel medesimo sentimento riuscì a scoprire ed a esprimere con i mezzi e le qualità che gli erano proprie, quando, nell’incipiente vecchiaia, assunse in tutta la sua estensione e in tutta la sua limitatezza la propria natura. Il progresso spirituale non può consistere per noi che in questo cammino occulto verso la nostra verità singolare e, in termini più solenni ma identici, verso la verità come si è attuata nella nostra propria persona. […]» (p. 82)

[33] Cito espressamente da «D’Annunzio, l’amante guerriero», Mondadori, 2008, p.309: «Ho in me il senso terribile e inebriante della predestinazione certa. E al più alto e al più straordinario evento, di là della storia e al di là di ogni limite noto, io mi sento pari».

[34] Vedi «Un Paese sfigurato (Viaggio attraverso gli scempi d’Italia)», di V. Sgarbi, (fotografie di O. Rutigliano), Rizzoli, 2003.

[35] Vedi «D’Annunzio, l’amante guerriero», in op. cit. (p. 289)

[36] Vedi in op. cit. (p. 298)

[37] Vedi in op. cit. (p. 299)

[38] Vedi in op. cit. (p. 285)




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