Per KANDISKY. La Montagna Blu (1908-9)
(New-York.
Salomon R.Guggenheim Museum)
Appena
ho intravisto il quadro nell'angolo della stanza ho provato una grande
emozione: un'accelerazione improvvisa dei battiti del cuore e un'attrazione
magnetica.
Quell’immagine
m’aveva colpita già dieci anni prima, e ora mi pareva di ritrovare un amico
perduto. Allargando la prospettiva, vedevo in fondo alla sala un altro quadro
dello stesso pittore, ma non mi interessava quanto quello raffigurante La Montagna Blu.
Quei colori mi emozionavano in modo straordinario. Distinguevo tre cavalieri su
cavalli bianchi al galoppo, uno dei quali meno visibile perché posto sullo
sfondo al centro.
La
scena: una campagna all’ora del tramonto; altre figure
ai due lati, di sghimbescio. I tre cavalieri non avevano l’aria d’andare a
passeggio. L’immagine rimandava ad un simbolo più generale, quello del viaggio
e dei viandanti. Erano due uomini e una donna? Insieme a vivere l'avventura
dell’erranza? I colori rimandavano a un mondo fiabesco, suggerivano una
dismisura o un'alterazione percettiva. I cavalli bianchi, un drappo rosso ad
indicare le selle, le zampe davanti sollevate nello slancio della corsa… E due
alberi, uno a sinistra l’altro a destra, uno giallo l’altro rosso, incorniciavano
la scena dando centralità al passaggio dei cavalieri.
Dietro
di loro sullo sfondo il triangolo blu della montagna con in
cima un vortice di luce calda, un alone giallo-bianco. Forse un vulcano… I due
alberi, che non si toccano seppure sembrino spinti l’uno verso l’altro da una
forza magnetica, formano una coppia speculare perfettamente armonica. La sagoma
del monte non ha punte, ed è morbida come morbide sono le chiome degli alberi
che si piegano sotto la forza di un vento invisibile. Quel vento che soffia e
mette a dura prova chi si mette in cammino è l’ostacolo contro il quale
s’imbattono i cavalieri. Simbolo eterno quello del transito, del viaggio
dell’anima sulla terra, presa nel mistero del suo vagabondare.
Anche
se avessi trovato gli aggettivi per descrivere nei dettagli i punti di giallo,
di blu, rosso, verde, che cosa sarebbe cambiato? Desideravo restare in contatto
col quadro per tentare di comprendere che cosa mi stesse accadendo.
Ad
un certo punto ho creduto
di ritrovare in quel quadro l’immagine d’una fiaba dimenticata,
di rileggere la cifra di una gioia dell’anima che avevo provato. L’evocazione è
stata potente e ho sentito la struggente nostalgia d’una felicità raggiunta e
poi persa. La sopravvenuta sensazione di una perdita mi ha provocato il pianto. Era perché
avvertivo anche l’esilio e il vuoto di quel vagabondare? Perché temevo d’avere
smarrito il contatto con il cuore, la via che portava a casa? Quel quadro sembrava ricordare una partenza
senza destinazione, un’erranza senza fine…
Avevo
dimenticato il trascorrere del tempo, scivolando in un’altra dimensione? Non
potevo dirlo. Mi è tornata in mente l’immagine di un luogo collegato alla Cina: un patio, acute risate di fanciulle, un rito
legato al cibo. L’avevo sognato, forse? Una sensitiva, dopo essere caduta in
una sorta di trance, m’aveva detto che aveva sentito – riferendosi a me – una
grande nostalgia. Allora la mia attenzione ad essere nel presente, nel qui e
ora, era solo un espediente per sfuggire a quell’onda che poteva sollevarmi
e portarmi via. Questo eterno presente mostrava la simultaneità di esistenze
parallele che scorrevano nel tempo, ma che a volte, come in un cortocircuito,
entravano in contatto. E poi questo tempo non era anch’esso una misura
illusoria?
Una
volta, in sogno, avevo visto un paese incantato, coperto di neve, dove un
grande albero bianco scintillava gravato dai ghiaccioli. Oltre allo scintillio,
dall’albero proveniva una luce bianca che si irradiava tutt’intorno. Di fronte
alla bellezza e alla presenza maestosa di questa entità,
provai un rapimento dell'anima, una pace assoluta come se l’albero,
un’emanazione soprannaturale, mi liberasse dal peso del corpo e dallo stesso trascorrere del tempo…
Era stato un sogno premonitore perché m’era poi accaduto d’incontrare un essere
umano che avrebbe avuto la stessa capacità d’irradiazione. D’irradiare
l’impulso vivificante che solo uno sconfinato amore può conoscere e
trasmettere.
Era
il maestro ‘illuminato’, capace di toccare ognuno con la sua compassione. Nel
mio plesso solare avevo sentito una corrente di grande calore che m’attirava
verso di lui. E poi una gran voglia di ridere, quella gioia primaria, vitalità
allo stato puro sprizzante da tutti i pori. Vedere la vitale luce bianca
emanata dal maestro è stato come veder riflessa in uno specchio una mia nuova
luce; con la sensazione precisa che il suo sguardo amorevole volto verso di me
fosse lì per suggellare un’intesa, il nostro reciproco riconoscimento.
Ripensai
a una frase dello scienziato Luigi Calvani , “L’incanto
del cuore”: ora ne comprendevo il
profondo significato.
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Donna dorata
Mi chiamo Ambra e mi ci vorrebbe un sottofondo musicale, la voce di
Susanne Vega che sussurra My name is Luca. Perché a
volte basta un timbro di voce che t’incanta o una frase banale, e parti per
qualche inaspettato viaggio. Non sai proprio come, ma ti succedono sempre delle
cose che hanno dell’incredibile. Basta quell’apertura del cuore e via, sei
partito.
Io ho un buon orecchio. Avrei dovuto fare la musicista. Invece se c’è
una zanzara di notte in una stanza non riesco a dormire: quel ziii-ziii-zii
m’ossessiona… Sarebbe bene guardare sempre alle cose positive,
a quello che si ha. Riesco a vedere la bellezza di un tramonto e a
meravigliarmi, a estasiarmi per i colori. Questo vuol dire che qualcosa vedo,
anche se mi mancano i dettagli… Soprattutto con le persone: non sono
fisionomista e mi capita di scordare le facce. Ne ho fatte di figuracce, ma
forse è che preferisco non vedere tanto. Sono così occupata da questi miei
benedetti pensieri che mi portano sempre altrove.
Mi chiamo Ambra, dicevo, e amo le storie incredibili. Dal momento che
mi piace ascoltare, trovo spesso degli amici che me ne raccontano. Loro, quasi sempre, iniziano con un “Sai cosa m’è successo?” È
ovvio che non lo puoi sapere, non sei mica Dio onniveggente. Oppure dicono:
“Sai, ho fatto un sogno incredibile”. Questa frase, in genere, la dico anch’io;
e la cosa strana è che alcuni dei miei sogni s’avverano. Non è proprio del tipo
di Pretty Woman – ma io, poi, dove lo
becco un Richard Gere? Però in un sogno tutto è possibile, non è vero?
Prima di riferire una storia raccontata da una mia amica pittrice,
sul come poter dipingere in santa pace e trovando un gallerista che si occupi di vendere, vi racconto una
delle mie figuracce, rimastami proprio impressa. Piccolo preambolo: essa è
legata a un periodo durante il quale viaggiavo molto, incontravo gente d’ogni
nazionalità, cultura e lingua. Agli inizi degli anni ’80, viaggiavo dall’India
all’America… E come si fa a ricordarsi dove, chi,
quando, come o perché ti ritrovi a sorridere ad un tipo e un’ora dopo sembra
che lo conosci da una vita e nasce il famoso feeling. Ti sta simpatico.
Chiacchieri. Capisci che ti piace… Anche tu piaci a lui, ma poi lo sai che al
di là della simpatia non è proprio il tuo tipo. Senti la presenza della fune:
il signore in questione ti vuole accalappiare mentre
tu, invece, sei un cane randagio che vuole andare per la propria strada. Sento
quell’odore di colla, una specie d’impiastro che vorrebbe appiccicarsi. Finché
il dapprima Simpatico ti si trasforma in un Vampiro che vuole succhiarti tutta
l’aria. Oh, quello pretende tutta la tua attenzione: lui è il centro del mondo.
Così, dopo il primo sorriso emerge qualcos’altro. Lui non fa che parlare di sé:
dice che ha problemi con il lavoro, che sarebbe un fotografo, ma fa il
panettiere. Abita in una casa in campagna, da solo. Una donna l’ha lasciato...
Cominci a pensare che se quell’altra l’ha mollato,
qualche buona ragione l’avrà pure avuta. Sì, va bene; per fortuna non siamo
tutti uguali: a chi piace il cioccolato e a chi la vaniglia. Ma poi, l’odore…
Se l’odore dell’altro non ti piace, se t’arriva una specie di nausea, una cosa
allo stomaco a dirti che proprio non ce la fai. Eppure, lui è tanto
intelligente, carino, gentile. Niente, c’è lo stomaco che si ribella. Allora
che fai? La testa dice una cosa, il naso t’avverte, la pancia si ribella. Che
peccato! È finita prima di cominciare.
Ma col fotografo-panettiere – si chiamava Andrea – lo stomaco era stato
tranquillo. Il tipo aveva un buon profumo acre, d’acqua di colonia tipo Eau
sauvage di Dior… Beh, ne era valsa la pena per una sera. Poi, per via di
quella sensazione di colla, avevo deciso di tagliare la corda. Benedetta
l’invenzione delle segreterie telefoniche. Avvertiti gli intimi di lasciare
messaggi perché hai posto in atto la barriera
protettiva, ero riuscita a far perdere le tracce, o meglio, abbastanza
codardamente, me l’ero svignata. Ammetto: facevo fatica a dirgli di non cercarmi più.
Poi un giorno, dopo diversi anni, durante un vernissage, un’amica mi
aveva presentato un signore. Questi m’aveva stretto la mano dicendo: “Ma noi ci
conosciamo. Ciao Ambra!”. Io sono entrata nel pallone: mentalmente cercavo di
sfogliare l’album dei ricordi, ma non c’era niente che mi ricordasse quel
sorriso prolungato, ingessato in un cheese da cartolina. La mia mano era rimasta
incastrata nella sua e lui continuava a stringermi la mano con convinzione,
tanto che a un certo punto ho provato un piacere conosciuto. Un clic ha
raggiunto il cervello e quel nome è arrivato in un baleno facendomi dire: “Ah, Andrea! Ma da
quanto tempo? Come stai?”. Andrea aveva intuito la mia dimenticanza e io mi
sono preoccupata della mia scarsa memoria, del mio cervello imperdonabilmente
negato a ricordare le fisionomie…
Tra le storie incredibili, quella di Diana merita uno spazio
particolare. Diana è una pittrice convinta del suo valore, determinata a non
lasciarsi abbattere dalle regole del mercato e motivata
dal talento di cui l’ha fornita il creatore. Un’artista guerriera, Diana, alla
ricerca di spazi dove poter esporre le proprie opere.
Uno dei suoi
sogni più volte dichiarato? Trovare un buon gallerista che s’occupasse di
vendere la sua arte, liberandola dal faticoso commercio coi clienti. Un
desiderio legittimo, ma difficilmente realizzabile… Era accaduto che un’altra
amica le avesse suggerito di rivolgersi ad un mago, uno psicomago che al posto
di lunghe terapie consigliava un atto propiziatorio per la realizzazione dei
propri sogni. Ricordo la voce di Diana: “Per incontrare il mago sono andata in
una casa situata in campagna. C’erano una cinquantina di persone di tutte le
età ed estrazioni sociali, artisti, scrittori mescolati a muratori e artigiani,
coppie con figli, single, una comunità di individui
attirati dalla fama internazionale di Abramix, soprannome scelto in onore delle radici francesi dello
psicomago.
Abramix è
un uomo sulla settantina, gli occhi piccoli penetranti, la criniera d’argento e
un sorriso che gli illumina il volto d’una particolare dolcezza. Lo ricordo con
un maglione nero a collo alto, un grande pastrano
anch’esso nero, seduto comodamente in
poltrona. Parla con voce calda parla di arte terapeutica e
dell’importanza della metafora. Una delle sue preferite? Quella dell’elefante
profumato e dell’elefante puzzolente per designare l’ego e la maledetta
personalità, vista da tutte le religioni orientali come il responsabile
principale delle nostre sofferenze, della sete di potere radicata nella mente,
l’astuta volpe che tutto fa per ingannarci. L’insegnamento di
Abramix consiste nell’imparare a rendere profumato questo
ingombrante pachiderma e mettere a fuoco
il nucleo psicologico oscuro dentro di noi che ci impedisce di essere felici.
La metafora è importante per l’inconscio, per liberarlo e realizzare in maniera
sana le nostre pulsioni.
Stando lì in quella grande stanza insieme agli
altri, avevo una ridda di pensieri che m’attraversavano la mente. Ognuno dei
partecipanti aveva scritto il proprio nome su di un foglietto ripiegato in
quattro e depositato in un cestino. Tutti aspettavano il loro turno, osservando
la mano del Mago che pescava il foglietto e chiamava qualcuno di noi. “Cosa chiedi al mago?”
gli diceva. Ogni volta che ascoltavo la domanda, m’identificavo con la persona
prescelta formulando una delle domande che mi venivano in mente… Non so come
mai, sembravamo ritornare tutti bambini... S’ascoltavano anche storie dolorose,
tragiche; ma le parole di Abramix con la loro ironia
cambiavano il punto di vista
trasformandole in storie buffe, in scene di teatro dell’assurdo. Molti
finivano per ridere di gusto. Le storie serie s’alternavano con quelle ridicole
e ognuno produceva una specie di balsamo curativo. “Quello che non abbiamo avuto quando eravamo bambini non possiamo ottenerlo più. Non
otterremo mai quello che non abbiamo avuto” diceva lo psicomago. Aggiungendo: “I miei consigli non sono atti di potere, ma una
ricerca di verità: io cerco d’interpretare una storia o un sogno e spingere una
persona a trovare la propria verità”.
Il fatto stesso di essere lì, dinanzi a lui, fu come una magia.
Ripensavo alle coincidenze che mi ci avevano portata: l’incontro con Bernardo,
un mio amico viaggiatore venuto a trovarmi parlandomi di Abramix,
di cui ne aveva letto l’ultimo libro rimanendone entusiasmato. Ci fu poi Nicola
che, tramite Bernardo, m’aveva infornata del seminario.
C’era stata una serie di circostanze, come un’onda che m’aveva
catturata e io avevo assecondato senza saper bene perché, ma forse seguendo
un’intuizione.
In effetti, di Bernardo mi fidavo sul piano intellettuale; per il
resto, lui restava
un mistero. Ho questa facilità alle infatuazioni, a immaginare virtù superiori
nascoste in corpi mortali. M’innamoro d’una bellezza colta al volo, d’una porta
socchiusa oltre la quale mi pare d’intravedere paesaggi paradisiaci. Vedo
l’anima sepolta dietro le maschere, senza supporla dissolversi nel nulla. Così
lo sguardo di Bernardo, le sue pupille celesti che, da muri glaciali, si erano liquefatti
all’improvviso mostrandomi acque calde e accoglienti dove avrei voluto
immergermi. Quand’era successo? In un cinema, durante l’intervallo del film
scelto insieme. La luce s’era accesa e avevo girato la testa verso di lui,
aspettandomi un commento, un’osservazione. Invece m’ero ritrovata Bernardo con
un sorriso smagliante da ragazzino, gli occhi celesti irradianti gioia puntati nei miei, neanche una parola
pronunciata, e un flusso di tenerezza, di immaginarie braccia aperte che mi
stringevano forte, di nuvole di parole d’amore: un invito ad entrare nell’Eden
che mi lasciò senza fiato. Fu un’emozione fortissima, grazie al silenzio e a
quello sguardo che mi folgorava. Che mi stava succedendo?… Il cambiamento di
Bernardo m’aveva messo in grande imbarazzo: temevo un’imboscata, una presa in
giro che sarebbe potuta arrivare come una pugnalata. Vinse la paura, ed
esclamai: “Perché mi guardi così!?” Cercavo una
conferma nelle sue parole. “Che c’è di strano?” mi rispose. “Ti sto solo
guardando con attenzione”. Mancava una parola che confermasse
il flusso amorevole da me percepito. La porta s’era già richiusa. L’intervallo
era finito e la luce nel cinema si stava spegnendo. M’ero sbagliata fidandomi
dell’‘altro’ linguaggio, quello del corpo? In Bernardo era evidente una
scissione. Mi ritrovai come una ragazzina a sfogliare la margherita del ‘M’ama, non m’ama’, arrivando alla conclusione che, se
anche avesse voluto amarmi, non avrebbe potuto.
Non bisognava aver premura, ma dare tempo al tempo? Ma il tempo permise
solo una cottura a fuoco lento della ragazzina che sopravviveva dentro di me.
Un altro episodio con Bernardo, in cui fui messa a dura prova, avvenne
dentro un vecchio ascensore di legno, in un signorile palazzo romano.
L’ascensore procedeva lentamente, cigolando. Eravamo soli io e lui, tornando a
casa di amici dopo una bella giornata trascorsa a vedere una mostra di
Kandisky. Volgendo la testa verso di lui, mi ritrovai tra le sue braccia,
baciata prolungatamente sulla bocca. Non ebbi il tempo di pensare, ma il mio
corpo rispose da solo… La mia amicizia con Bernardo era fondata sull’aver
condiviso molti eventi della nostra generazione ed averli vissuti percorrendo
strade parallele, a volte comuni. Eravamo liberi entrambi. Il nostro piacere
nella condivisione era evidente. Eppure, inspiegabili le ragioni del cuore,
Bernardo non era innamorato di me. Né di me, né di altre. Il gentil sesso aveva
il potere di coinvolgerlo, ma lui aveva imparato l’arte della fuga: scappava
sempre… “Le donne mi fagocitano” m’aveva detto una volta.
Nel frattempo, la mia ragazzina dentro era partita in quarta. Non la
teneva più nessuno. Sognava ad occhi aperti. Chiedeva a Bernardo di raccontarle
dei suoi viaggi, di mostrarle le foto. Prendeva nota di luoghi dove forse un giorno
avrebbe raggiunto Bernardo che, stanco del suo viaggiare solitario, le aveva
detto della sua tristezza per non avere accanto qualcuno
con cui condividere la propria vita.
Lui, per un certo periodo, aveva smesso di fare fotografie. E io avevo
pensato: “Con me al suo
fianco non sarebbe accaduto”. Ricordavo tanti immagini
dell’India, ma l’ultima m’era rimasta impressa. Un aeroporto, l’attesa di
salire sull’aereo, la scaletta che mi portava indietro verso l’Europa e il
tramonto rosso scarlatto che mi abbracciava maestoso in tutta la sua bellezza.
Quel popolo, quella terra erano stati molto generosi con me… Sarei ritornata,
l’avevo giurato a me stessa. Ci tornavo nei racconti di Bernardo, viaggiando
nel suono della sua voce che raccontava.
Un giorno salimmo insieme in cima a una montagna trovando una chiesetta
con davanti una grande quercia. La vista da lassù era a trecentosessanta gradi,
vette di montagne e vallate. L’albero era gigantesco, con una circonferenza di
svariati metri e una grata di ferro che ne circondava la base.
L’emozione che ci abitava dinanzi alla grandiosità di quel luogo era la
medesima e non aveva bisogno di parole. Credo alfine che di Bernardo io abbia
amato questa possibilità di essere insieme nel silenzio, ognuno nella propria
solitudine. Era piacevole quel vagabondare insieme, quell’alternarsi di
racconti e pause
silenti. Non era solo idillio: perché c’erano delle idiosincrasie o dei
discorsi di Bernardo che mi facevano salire il sangue agli occhi. Per esempio,
non capivo la sua approvazione per i matrimoni combinati in India, le scelte
determinate dalle famiglie che si regolavano a secondo
della casta, dei possedimenti, del denaro. Questo, per Bernardo, era un fatto
apprezzabile. Io trovavo assurdo simili contratti di
compravendita, i matrimoni senza amore né libera scelta, la negazione della
decantata libertà dei sentimenti occidentale. E Bernardo a interloquire
chiedendo dove ci aveva portato tanta libertà se non a constatare che anche gli
amori sono effimeri, destinati a provocare ferite e sofferenze continue. Il
contratto sociale del matrimonio indiano ha una sua ragion d’essere economica,
una solidità al riparo dell’instabilità sentimentale – sosteneva. Era una
visione che proprio non condividevo, ma avevo imparato a rispettare la differenza
del suo pensiero. Sapevo che non valeva a nulla mettersi a discutere, cercare
di convincerlo: Bernardo s’aggrappava a certe regole come a una sicurezza
contro il marasma di emozioni contraddittorie che l’abitava.
Nonostante i miei buoni propositi, alla fine abbiamo litigato sul
principio di reciprocità da lui non rispettato nei miei confronti. Mi ero
sentita usata dai suoi arrivi e partenze determinati esclusivamente dalle sue
esigenze e dai suoi progetti di viaggio, senza mai essere consultata. Forse
aveva preferito altre amicizie più accomodanti…
Bando, adesso, alle divagazioni su Bernardo che almeno ebbe il merito
di farmi conoscere Abramix e di risvegliare in me un sogno d’amore…
Immagino che, ora, stai appunto chiedendoti come sia andata a finire
con Abramix. Ritornando all’incontro col mago, continuavo a pensare a un
gallerista che avrebbe risolto i miei problemi. Allorché Abramix lesse il mio
nome, Diana, avevo quest’idea per la testa e allora ho pensato che la scelta
era fatta. Non so se sia stato il mio abbigliamento maschile molto classico –
giacca, camicetta, pantalone –, il mio timbro di voce, il modo di gesticolare,
ma avevo iniziato a raccontare da pochi minuti quando
ho sentito la voce di Abramix: “Ho già il rito per te”. Sorpresa dalla sua velocità, mi sono zittita.
Ecco che m’ha detto: “Devi procurarti uno specchio ovale con una cornice
dorata. L’ovale rimanda al sesso femminile e l’oro al valore da attribuire
all’essere donna. La sensualità dalla mente deve radicarsi, scendere nella carne.
Devi passare dalla svalutazione dell’essere donna ad una rivalutazione. Poi
cerchi una pittura dorata per il corpo – esistono dei colori adatti. Hai
bisogno anche d’una matita con cui disegnare sul tuo corpo – bastano i contorni
– alcune tue composizioni... Ah, ce l’hai un
compagno?”. Avevo acconsentito,
rispondendo senza pensarci e aggiungendo in un soffio che il mio compagno
viveva lontano, in America.
“Non ti preoccupare,” mi rispose “giungerà la
persona giusta che non aspetti. Ti servirà un compagno che t’aiuti a dipingere
in oro la tua schiena, spalle, natiche, gambe, dove tu non arrivi. L’uomo deve
stare dietro e tu curva con la schiena in avanti. Lui deve essere dentro di te.
Prendetevi il tempo di cui avete bisogno per il rapporto sessuale completo…
Dopo ti rivesti. Andate in un caffè e vi sedete tranquilli a bere qualcosa.
Fissi un appuntamento con un gallerista qualsiasi. Tutte le fasi del rito
devono svolgersi nello stesso giorno. L’atto sessuale al
mattino, il caffè verso le dodici e nel pomeriggio
l’appuntamento. Devi assumere l’intera tua sessualità, tutta dorata. La bambina
deve diventare adulta e accettare l’uomo. A quel punto sarai sicura di te
stessa. Allora troverai il gallerista e potrai dedicarti completamente alla tua
pittura”.
Queste le sue parole. Nel gruppo c’è stato una specie di giubilo.
Quell’idea dell’oro e d’una coppia che ritualizza l’accoppiamento aveva
provocato una specie di esaltazione collettiva… Ma quando avrei rivisto John?
Non avevo uno specchio ovale, e già i dubbi mi stavano assalendo.
Ma Abramix ci aveva avvisato. I suoi consigli non erano semplici da
realizzare. Scherzava dicendo che lui ci faceva risparmiare lunghe
terapia, ma realizzare il rito richiedeva la determinazione a vincere la
propria resistenza al cambiamento.
Il giorno dopo il seminario avevo ancora le parole di Abramix che
mi roteavano in testa. Era come se il tempo a disposizione non mi fosse
bastato. Avevo bisogno di esprimere le mie emozioni. Ho scritto in un quaderno,
liberamente, senza censurarmi, le impressioni lasciatemi dalla partecipazione
al gruppo:
“Siamo noi i nostri stessi curanderi. La
responsabilità è tutta nostra se applichiamo i tuoi insegnamenti surreali. Ti
abbiamo seguito perché tu sei il Guardiano della Soglia. Sei stato in viaggio nell’Al di là e sai che ci sono mille modi di guardare al
mondo, a se stessi. Tu hai cambiato i miei punti di vista. ‘Mira! Mira!’ dicevi. ‘Puoi
cambiare, se vuoi. Gioca con la vita! Travestiti, impara la magia del rituale’.
Un rito per ognuno, ma riproducibile se qualcuno che ci sta a
cuore può averne bisogno. Diventiamo onde su onde, diventiamo il Gallo
sgozzato, la Donna
sepolta viva e l’altra dipinta d’oro che copula mentre
si consuma un atto di scrittura corporea. Diventiamo tutti attori e spettatori
di questo Teatro Illusionista. E dov’è il Sogno? Dove il Maya?
Il punto di congiunzione, il centro dove alla fine stabilirsi per sempre,
mentre tutto, fuori, corre
o si è fermato? La cinepresa s’è spenta e il sipario s’è chiuso. Noi abbiamo
applaudito. Hai tirato su il cappotto come l’attore che esce di scena dopo aver
recitato la sua parte. Il mago vi ha fatto ridere, e vi siete divertiti! Tutti,
siete rimasti esterrefatti. La ricetta è: vivere le pulsioni dell’inconscio
come metafora. E ognuno deve trovarvi un senso preciso. Il simbolo esiste di
per sé… Inizia la ricerca dei vestiti dei nuovi personaggi. Abbiamo la nostra
opera, il nostro teatrino da organizzare. Possiamo giocare di nuovo… Vorrei
proprio vedere ‘il
Clown dei funerali che fa sorridere i parenti del Defunto, il Caro Estinto che
non vuole recar dolore ma solo sollievo per facilitare il suo ultimo viaggio’.
Il clown rende lieve la morte. Così quel senso di colpa opprimente va via dal
cuore del figlio che aveva riso della morte dei Suoi e
seppelliva la propria colpa nel mezzo di una strada, due gioielli pagati cari e
seppelliti lì all’insaputa di tutti. Tutto restituito a Madre Terra: questo il
filo rosso che
attraversa le nostre storie. Anche noi dobbiamo perdere le nostre sembianze e
imparare a farci amica Sorella Morte. Ridendo, è
l’augurio! Che ci trovi contenti, ridendo perché abbiamo costruito un altare
alla Grande Madre Terra. Contro coloro che continuano
a offenderla, noi la onoriamo... Non ci fermeranno le frontiere né le lingue
straniere. Noi parleremo la lingua dell’amore cosmico, del cerchio di luce che
prima o poi ci riunirà”.
L’incontro con Abramix m’aveva provocato un rimescolio di emozioni, ma
soprattutto l’idea che tutti potessero realizzare il
proprio sogno. Ognuno era ripartito sapendo che aveva un’azione esemplare da
compiere, qualcosa di trasgressivo che lo avrebbe portato a rompere i soliti
schemi di comportamento.
L’indicazione era stata data, poi ogni persona nel proprio contesto
doveva realizzare il compito assegnatole, per rompere le catene che lo tenevano
imprigionato nella gabbia di abitudini e comportamenti sclerotizzati.
Per la mia performance avevo bisogno di un complice e di alcuni oggetti
magici. Dapprima ho scelto d’occuparmi di questi ultimi, come della sceneggiatura,
senza la quale i personaggi non avrebbero potuto agire.
Nella mia casa non ho mai avuto degli specchi perché le pareti sono
state sempre occupate dai miei quadri. Inoltre, per la precarietà nella quale ho
vissuto, mi sono sempre rifiutata d’investire denaro in mobili. Ho dovuto
spesso cambiare casa e seguire il criterio di mobili smontabili e pratici,
adattabili al variare degli spazi a disposizione.
Ho cominciato la ricerca dello specchio dai rigattieri per via della
cornice dorata che pensavo di legno, poi man mano che vedevo cornici mi rendevo
conto che non c’erano in commercio specchi abbastanza grandi. Il taglio
tondeggiante del legno aumentava sensibilmente i costi. Inoltre, dal momento
che non possedevo uno specchio, ne volevo uno che mi piacesse.
Alla fine, la cosa più semplice fu ordinarlo da un vetraio della misura che
m’interessava, risolvendo il dettaglio della cornice con un escamotage. Lo
specchio avrebbe avuto un bordo satinato di alcuni centimetri e ricoperto con carta adesiva
dorata. Un vestito su misura per l’occasione avrebbe svolto il suo compito e
poi sarebbe tornato anche lui alla normalità. Non era proprio stata la
normalità il mio nemico principale, contro cui m’ero
battuta per tutta la vita, impostata sul fatto che un artista ha diritto per
statuto esistenziale all’originalità, alla creatività, al deragliamento dai
binari per cercare se stesso e fare della propria esistenza un laboratorio
permanente?
Abramix mi era piaciuto perché, per certi aspetti, m’assomigliava. In
primis era un artista, scrittore e autore di soggetti cinematografici. Aveva
realizzato il proprio immaginario seguendo un percorso del tutto suo: esaltando
la propria individualità nella famiglia, un incrocio di identità
internazionali, e costruendosi un territorio affettivo condiviso con quattro
mogli e una prole numerosa. Era stata sorprendente una sua affermazione d’amore
per l’ultima moglie: “Sono arrivato a settantatre anni e ho trovato la compagna
ideale con cui condivido tutto”.
Certo gli uomini hanno diritto, per discendenza genetica, a che una
donna sostenga la loro carriera artistica con la
dedizione necessaria: l’artista-bambino sia libero di volare, mentre a terra
resta lei ad accoglierlo, occupandosi delle piccole incombenze quotidiane, inutile
spreco di tempo per l’alto spirito creativo. Ahimè! Per una donna artista non è
invece così facile trovare un alleato, tranne rare eccezioni che purtroppo non
fanno testo...
Tornando agli oggetti magici. Lo specchio fu realizzato da un vetraio
che, per finirlo, impiegò ben due mesi. Per il colore oro con cui dovevo
dipingermi il corpo, mi capitò d’entrare in uno di quei negozi frequentati
dagli attori di teatro. Mi trovai di fronte un uomo aitante, con dei bicipiti
ben torniti, in bella mostra assieme al suo codino e pizzetto nero. Due occhi
neri vispi, a cui mi rivolsi per valutare la tipologia
del materiale. Non sapendo la quantità da comprare, gli chiesi quanto ce ne volesse per ricoprire la superficie d’un corpo. Mi rispose
che dipendeva dal modello. Quando confermai che il modello ero io, l’uomo dal
codino nero ebbe un grande sorriso rivelatore della gioia di poter mostrare la
grande competenza e abilità acquisite nel truccare i modelli. Sentivo la sua
voce che diceva: “Guardi, il sabato sono libero e a sua disposizione. Quando ha
bisogno, deve solo farmi una telefonata”. Avevo risposto che mi serviva per
un’occasione particolare, senza precisare altro. Si capiva che avevo un segreto
da non rivelare. “Non le ho chiesto perché deve farlo” ha detto lui. “Le ho
dato solo la mia disponibilità”. Avevo un gran voglia
di ridere che non riuscivo a trattenere. Forse tutto faceva parte del gioco
inventato per me da Abramix, finanche ritrovarmi a recitare la storia del
personaggio che non ero mai stata: un’attrice di teatro. Uscii dal negozio
ridendo e pensando che, se avessi voluto, c’era già qualcuno pronto a giocare
con me.
Non mi preoccupavo ancora del partner, ma sfogliavo nella mia memoria
l’agenda degli amici possibili a cui avrei potuto chiedere di coinvolgersi nel rito,
anche se l’intimità di un rapporto sessuale non era una cosa da poter proporre
a chiunque. Senza contare che il mio partner americano era troppo lontano.
Ovunque andassi mi divertivo ad immaginare chi, tra le figure maschili
incontrate, potesse interpretare quel ruolo così
importante per me. L’occasione arrivò durante la mostra di un amico pittore che
m’aveva contattato per farmi collaborare a una esposizione collettiva in
Spagna. Non so perché, quella sera decisi d’indossare
un abito nero lungo che evidenziava la mia femminilità. Scelsi una delle mie
collane-amuleto, una collana indiana con tanti piccoli animaletti di vari
colori che spezzavano la monotonia del nero.
Al vernissage c’erano molte persone che conoscevo. La partecipazione alla
vita mondana fa parte del mio lavoro, ma quella volta
mi sentivo stordita dal gran rumore di
voci. C’era un tavolo con un piccolo buffet: mi ci avvicinai per avere un
attimo di requie e rinfrescarmi con una bevanda. Ero di spalle e, ad un tratto,
sentii una voce maschile che mi chiamava. “Diana! Ma sei proprio tu!? Sei rientrata in Italia. E io che ti pensavo in
California!”. Liù Xian era sempre lo stesso: i suoi capelli neri
lisci pettinati a caschetto, il suo sorriso smagliante, luminoso per il contrasto
con la pelle ambrata. Mi tendeva le braccia per stringermi a sé. Sono affondata
nella morbidezza del suo abbraccio, nella leggerezza del suo abito di lino
cremisi. La sua sciarpa di seta rosso bordeaux mi
sfiorava le labbra e, mentre l’abbracciavo, la mia mente azionava la moviola
dell’incontro con Liù tanti anni prima a Parigi, quando frequentavo un corso di
calligrafia cinese. Tra me e Liù c’era stato subito un’attrazione magnetica. I
nostri corpi, come due metà di uno stesso stampo, ritrovavano insieme l’unità
perduta. Gli abbracci di Liù mi avevano sempre calmato.
Decidemmo di incontrarci il giorno dopo. Lo invitai a cena, pensando di
mostrargli i miei ultimi lavori. Tornai a casa col pensiero di Liù nella testa:
era lui il messaggero inviatomi dal cosmo per realizzare il mio rito? Sarebbe
stato il complice perfetto: riservato, sensibile, attento ai minimi dettagli.
Liù aveva vissuto lungo tempo in Europa, ma non aveva nessun bisogno di
lavorare potendo contare su una cospicua rendita che gli veniva dalla sua
famiglia emigrata in America dal tempo della rivoluzione di Mao. Era stato lui,
tanti anni prima, a parlarmi della filosofia taoista, a mostrarmi come si
dovevano consultare i King, a svelarmi l’esistenza di un ars amandi antichissima.
In Liù ho trovato il complice perfetto. Avevo acquistato la vernice dorata, e lo
specchio ovale con cornice appropriata era ben visibile nella mia camera
da letto. Le indicazioni del rito le avevo tutte. Con Liù decidemmo di
concederci un relax di due giorni prima dell’esecuzione del rito. Scegliemmo un
luogo amato da entrambi, un albergo in Toscana con annessa una piscina termale.
Quell’acqua calda, quel gettito di acqua bollente che massaggiava i nostri
corpi avrebbe avuto un effetto purificatore, facendoci abbandonare nel flusso dell’acqua tutti
i ricordi passati, compresa la nostra vecchia storia di tanti anni prima.
Il mio corpo sentiva già gli effetti benefici di quel prolungato
ammollo allorché Liù mi prese tra le sue braccia chiedendomi di chiudere gli
occhi e di lasciarmi andare. Per quanto già la mia mente avesse formulato
parole pronte ad etichettare l’esperienza come ‘viaggio uterino’, decisi d’accettare il dono
che mi veniva offerto. Non avevo più peso, fluttuavo... Che
importanza aveva stabilire i nessi spaziali e temporali? C’ero, lì dentro, a
godermi quel piacere immenso di essere accarezzata dal calore dell’acqua, di
poter abbandonare il mio nome, i miei pensieri, chi ero o non ero, che cosa
avessi fatto o programmassi
per domani, dopodomani o tra una settimana. Non c’era più niente da fare o da
dire, ma solo da rimanere in ascolto delle sensazioni provenienti dalla
periferia verso il centro; e dalle braccia di Liù che mi circondavano come
trattenendomi in una culla protetta.
L’acqua m’entrava nelle orecchie e l’isolamento dall’esterno senza
vista né udito mi portava a sentire il mio respiro calmarsi sempre di più.
Diventavo solo quel respiro, quel tempo infinitesimale dell’aria che entra e che esce. Quale fragilità estrema in quel nostro
essere corpo, eppure quale gioia infinita essere incarnati. Mi sembrava di
rinascere alla consapevolezza di me stessa, abitata da emozioni contrastanti.
Pena e gioia insieme, dentro di me: pena per aver fatto della mia vita una
corsa ad ostacoli, per aver dimenticato la gioia dell’abbandonarsi
all’esistenza, concretizzata nell’acqua che mi sosteneva. Mi sentivo invadere
sempre più da una grande pace e avrei voluto condividere questa gioia con ogni
persona cara. Avrei voluto riempire la piscina con tutto il mio piccolo mondo
di amici per vederli gioire.
Nel caleidoscopio della mia mente presero forma delle immagini
fantasmagoriche, dei mandala di cieli stellati con un
centro irradiante una luce che cambiava di colore. Città immaginarie dai colori
sgargianti, frammenti di composizioni che si creavano da sole fotografate dalla
mia mente in ogni minimo dettaglio. La creazione arrivava in quegli istanti di
completo rilassamento in cui potevo essere in ascolto e accogliere.
Abramix e le sue parole ritornavano alla memoria. “Amorale… Sì,
l’inconscio è amorale; però ama eticamente e profondamente, rispettando
l’individuo. Essere se stessi, alla fine paga sempre. Bisogna realizzare la
pulsione inconscia. Non basta capire, e non bisogna lottare contro la pulsione.
La morale con tutti i suoi giudizi e pregiudizi va messa da parte. La
realizzazione metaforica della pulsione libera l’inconscio. Curare l’anima:
cibarla di un’attiva immaginazione”. Il
punto da cui ripartire era, per me, rivalutare il essere
donna.
Alla domanda su come trasformare il dramma in un’opera buffa, tu,
Abramix hai risposto: “Dominando le nostre paure, trasformando ogni oggetto in
simbolo… Gli oggetti non sono privi di anima”.
Il mio specchio ovale mi stava aspettando, come anche i miei quadri
futuri che avevo visto in un uno stato di rêverie.
Era arrivato il momento di riaprire gli occhi, guardare Liù, ringraziarlo per avermi dato un’opportunità. Quella notte abbiamo
ritrovato la nostra reciproca tenerezza. Non ci sono state parole: i nostri
corpi hanno agito da soli, suonando le melodie che le mani e le labbra conoscevano da lungo
tempo.
Il nostro rito l’avremmo giocato giorni dopo, all’insegna della gioia,
ridendo insieme sul pennello intriso di vernice dorata che mi faceva il
solletico; e chiedendoci quale vestito avrei dovuto indossare dopo, per
nascondere tutto il corpo. Solo le mani e il volto sarebbero rimasti al
naturale. Ma poi quel colore sarebbe davvero venuto via, sotto la doccia?
Avevo fissato l’appuntamento col gallerista. Avremmo preso un aperitivo
in quel bar che ci piaceva tanto perché offrivano tanti stuzzichini. Mi avresti
aspettato al bar, mentre
m’intrattenevo con il signore per il quale avevo preparato un
elegante album che racchiudeva le fotografie dei miei recenti lavori. Durante
la conversazione col gallerista pensavo al mio corpo sotto il vestito,
ricoperto di uno scudo di luce dorato. La mia anima rideva di gusto. Ero
un’ottima attrice: andavo benissimo, sapevo la mia parte alla perfezione,
recitavo bene. Avevo scelto un semplice abito nero con calze nere coprenti.
“L’estrema semplicità nel vestire è un segno di distinzione” avrebbe
sentenziato Baudelaire parlando dell’eleganza del dandy. Sotto il nero del
vestito c’era una dea: la sentivo pulsare dentro di me, viva. Liù l’aveva
risvegliata... Prima o poi avrebbero riconosciuto
l’originalità della mia opera: non avevo dubbi. Niente e nessuno avrebbe potuto
fermarmi. Avvertivo dentro di me una forza immensa e, nello stesso tempo, un
assoluto distacco dal mondo, come se appartenessi ad un altro pianeta e avessi
deciso d’incarnarmi per scendere tra la gente sapendo che poi sarei risalita
nel mio universo: lassù, nel mio atelier, dove m’aspettava l’avventura di nuove
creazioni.
L’incredibile è che non m’importava più niente del risultato. La cosa
importante era realizzare il compito che m’ero data, di portare a termine il
rito assegnatomi da Abramix. Questo mi dava una sicurezza che non avevo mai
avuto. Forse quel gallerista è stato solo un personaggio coinvolto, suo
malgrado, come una comparsa nella realizzazione della mia pièce teatrale.
Gli lasciai il ‘book’, come lo chiamavo, e l’accordo
fu che mi avrebbe telefonato dopo qualche settimana. “Missione compiuta” mi
ripetevo .
C’era Liù in
attesa al bar. Corpo e anima vibravano ancora del piacere che avevo ricevuto in
quei giorni. Sentivo d’appartenere completamente a me stessa.
Il gallerista, alla fine, sai, l’ho trovato. Non m’ero sbagliata: al
tipo contattato per il rito non interessava il mio lavoro. Lui curava un altro
filone artistico, ma ha riconosciuto l’originalità della mia ricerca formale e
la padronanza tecnica. Così m’ha proposto a un altro gallerista di New-York che
avrebbe apprezzato le mie qualità. Col newyorchese è andato tutto a gonfie
vele: parteciperò il prossimo anno a un’importante mostra internazionale
itinerante negli Stati Uniti… E rivedrò John.
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Nota
bio-bibliografica
Maria
Antonietta (Titti) Follieri
vive a Firenze.
Ha
collaborato a diverse riviste italiane e straniere con traduzioni, testi poetici e narrativi.
SAGGI:
Otto poeti contemporanei del Québec, “Poesia”,
dicembre 1997,n.112;
La
condizione degli artisti e scrittori nel Québec, “Produzione
e Cultura” maggio-agosto 93;
Vi racconto Christiane Rochefort, “Il
Ponte”, aprile, 1999
-Il
circuito della poesia di Massimo Mori, “
Testuale”,n.26-27,2000.
- Una
feroce speranza (Albertine Sarrazin, La Via traversa , (Quaderni di dialettica,2006)
RACCOLTE
DI VERSI:
- Dell'amore
il sogno ( Edizione in
proprio,1980);
- Switmagma (Gazebo,1985)
- Topologia
di un mandala (Edizioni del Leone,1991).
- Un arcobaleno (racconto), con
il pittore Stefano Turrini (Morgana editrice, collana Minimum Fax, 2000
- Cura e traduzione: l’Antologia
contemporanea della poesia del Québec, (Crocetti Editore,1998).
- La voce delle mani ( romanzo), Pendragon 2003.
OPERE
COLLETTIVE
Istantanee (Ottovolante 1987); Trasgressioni
di marzo (Edizioni la Vallisa 1987); Le
donne della poesia
(Laboratorio delle Arti, 1991); Resistenze. Antologia di
scritture polispoietiche a cura di Marco Palladini (Edizioni dello Scettro del Re, 1992); La
conservazione dell'oggetto poetico (Laboratorio delle Arti, 1993); Alphabetica,L’ultimo
manoscritto del secondo millennio, ( Biblioteca Comunale Centrale,
Firenze, 1994); Progetto di curva e
di volo (Laboratorio delle arti,1994); Resistenze
2. Memorie random per il prossimo millennio, a cura di Marco Palladini,
Arlem 1998; NOSTOS. Poeti degli anni Novanta a Firenze, a cura di Franco Manescalchi,
Edizione Polistampa 1998; Scritture
femminili in Toscana, Voci per un autodizionario, a cura di Ernestina Pellegrini,
Edizioni Le Lettere 2006; Tempo di
luce, Fiamme di guerra, Antologia poetica a cura di Silvana Folliero, Bastogi Editore, 2006.
Segnalata
in “Diario”, La
Meglio Gioventù, Accadde in Italia 1965-1975; 5 dicembre
2003.
E'
presente inoltre nell'antologia di poesia italiana, pubblicata in Olanda, Gepolijst
albast ,Acht eeuwen Italiaanse poëzie, Ambo 1994, curata da Frans Van Dooren .
Consulta il sito: www.tittifollieri.it