CHECKPOINT POETRY
MICHELE FIANCO
 

 

 

 

Due poesie dalla raccolta versi in via di liberazione (e un numero civico)

- Le Impronte degli Uccelli, Roma 2008, pp. 50, s.i.p. – introduzione di Francesco Muzzioli 

www.michelefianco.it

 

 

 

numero egocentrico 511/a

 

dai, leva tutto e lascia via

è solo fuga questo sguardo

un finto investimento, il prezzo –

vedi? – un amore troppo alto,

 

la via da fare è poi una vita

che non si arriva più – ti dico –

e la via già fatta è un’altra

vestita nata e poi spogliata,

all’incontrario, sì, invertita

 

dai, non restare in questa fretta

confezionata tanto e male –

la compreresti tu? non dirmi –

al limite la indossi addosso,

fai teatro… signori, il coso!

 

che non è serio qui, è storto,

sai, anche il dare di un abbraccio –

e la figura che ci faccio –

che se ci nasce un uomo è troppo,

 

e il tempo passa come adesso

ma adesso è fisso, non ha passo –

l’hanno tolto, un ricamo, eròso –

ma chi ha la strada dritta va,

 

un capo non capisce fa –

la luce indotta, l’adesione

e questa mano solidale –

e non è detto non sorrida...

lascia tutto dai, vieni via...

 

 

 

***


 

numero paternalistico 512

 

vieni, ti racconto che più vicino

ai cinquanta che ai venti

pare che tutto si riapra e si respiri

tutto nuovamente

se in corso di vita rinnovi te

e rinnovellato, andando,

vai incontro al mondo che

a braccia aperte abbraccia, così, correndo,

 

e ti racconto pure

che se ci credi infine ci riesci

a metterti alle spalle le scale

che le scale alle spalle

sono già fatte e aprirti all’amore

ora ti è quasi banale

tanto quanto per più meglio lavorare

il c’entro centrare,

 

poi potrei dirti,

possibile figlio mio, figlio adorabile,

che non ci sei per un appuntamento

mancato, che è vero

in parte e in parte questo mondo

ti è già stato dedicato,

spezzettato, esploso tutto per te

in mille lingue tradotto,

 

tradotto e abbandonato ma non importa,

l’angolo di sguardo

è quello che porta, che porta

avanti me e te, mica cosa,

e poi che non è tua madre che

non è voluta venire,

che non vuol restare e poi

i capricci non soffocare,

 

si sa, non sarebbe giusto,

come giusto non è accollare

la crisi mia all’ipocrisia,

alla barbarìa di questa via

senza via, di questo falso passo

senza piede e riede

alla porca mensa borghese,

che così è chi ci crede

 

e ti racconto che non è vero

dopoguerra di vita

questo, che stai e stai bene

in potenza se dimezzato

o anche deficiente che onore dai

nell’essere aiutato

ma non pensarti individuo

se non vuoi essere ammazzato,

 

vedrai, vedrai in faccia quelle facce,

le voci ascolterai

che nulla sapranno dirti,

diranno ad alcuno mai

se vuoi fare fai ma che sei tu

e il tuo aiuto quello che serve

diranno invece se di sé

responsabilità ti danno,

 

tu non prendertene mai,

gioca sempre poi combina guai,

mi raccomando, non fare

tutti gli stessi errori miei,

mio esempio errato,

ironico, politicamente scorretto,

cercatore delle verità,

padre di un figlio mai stato,

 

vieni e ascolta, ora che sto più vicino

ai cinquanta che ai venti,

che sia giusto che il mondo, la vita,

il pensiero s’arroventi

è giusto come è giusto

che tu non sia mai nato, sappi,

possibile figlio mio,

incontro di lavoro mancato

 

(che se fossi nato saresti nato – ahimé –

nato imparato)

 

 

 




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