Zjta cuore-di-gomma
Imbrigliata
al letto da aghi e da tubi di plastica sottile, non avrei forse avuto il
diritto di inventarti?
Era certo meglio evocare storie
dietro il riparo delle palpebre chiuse che seguire le maree stentate dei miei
liquidi corporali o gli itinerari del dolore lungo ossa che prima
dell’incidente non sapevo nemmeno di ospitare.
Ma non ho avuto bisogno di inventare nulla,
quella volta lì: c’eri tu, con la verità opaca della presenza, con il tuo
cognome impossibile, caudato in vič
– suono che in quei giorni evocava, nella coscienza di tutti, traiettorie di
bombe, scoppi e lampi in notti lunghe e inascoltate, senza la diretta TV a
renderle plausibili. Eri scappata dal centro di quell’orrore, ma solo per finire
in quest’altra comunità dolente, senza causa né gloria.
Soffitto altissimo. Vetrate. Pochi
oggetti, bianchi, raramente azzurri. Anonimato. Pulizia del dolore. Solo l’essenziale
piastrellato. Nessuna traccia della città tumultuosa che scorreva attorno al
fortino sanitario.
Eri
lì, Zjta: ed eri oro profuso. Nella corsia eravamo tutte ridotte all’essenziale più umiliante, per igiene e
sicurezza, ma a te chi avrebbe osato imporre la disciplina ospedaliera, a te
che camminavi a testa alta tra i letti, senza alienare la tua carnalità ornata
e scintillante ai ricatti della fobia chirurgica? Altro che le striminzite
catenine che qualche vecchia sospettosa nascondeva in fondo al comodino,
avvolte in asciugamani fetidi! Tu sembravi portare addosso tutto l’oro della
carovana, a illuminare i pavimenti di linoleum disinfettato.
Io, corpo prigioniero ridotto ai
soli occhi, navigavo per ore nella trasparente luce invernale che filtrava
dalla vetrata. Fenditure luminose nell’opaca materialità dei palazzi della
periferia romana. Orizzonti antennati. Fughe di luce, quasi palpabili:
commoventi danze di particelle chiare nella polvere ospedaliera, lungo un
raggio-onda che dal vetro penetrava fin sul mio letto, fino alla sospensione
dolorosa del mio respiro. Navigavo sulle rotte del carro solare, lontana dal
mio corpo allineato con gli altri lungo la parete spoglia dello stanzone.
Infine, lentamente, la luce del giorno si ritirava: ed era il momento in cui i
lamenti di tutti, a lungo trattenuti, si sfogavano senza più ritegno nella
penombra fredda dei neon.
Ognuna si concentrava sul suo
dolore, sul sollievo misero del pasto, sulle voci lontane di un telegiornale.
Solo tu, Zjta, non volevi restare confinata nel recinto del tuo letto per
mangiare, e camminavi masticando lungo la corsia, cercando invano una
condivisione, una comunità di pane, tra quelle malate diffidenti e astiose, o
quasi spente.
Ti guardavo mangiare avidamente, con
le mani, mentre sul mio ventre il vassoio continuava a pesare, in attesa della
mano distratta di qualche infermiera.
Un giorno, cogliendo l’invito sul
fondo del mio sguardo, ti eri avvicinata, pulendoti le dita sul pigiama di
flanella a righe bianche e rosa, da bambina, nel quale nascondevi i tuoi
trentasette anni. Ti eri avvicinata al mio letto, con gesti circospetti, come un
animale selvatico che misura le reazioni dell’altro con il metro dell’istinto.
Io ti lasciavo fare, socchiudendo gli occhi in un’accettazione sorniona. Scartavi
con delicatezza le porzioni di cibo austeramente avvolte in fogli di alluminio,
poveri sipari sulle nostre verdure bollite.
Le tue mani multianellate,
mani-medicina da levatrice di mondi, operavano il miracolo della
trasformazione, facendo affiorare dai vassoi storie e paesaggi, nutriti dal tuo
italiano denso e vario d’influenze: più denso ancora dei miei pensieri muti,
adagiati in un solo blocco sul cuscino.
Ognuna di noi, laggiù, aveva il suo
incantesimo, che la teneva prigioniera: rassegnate, molte cercavano un
oblio-palinsesto in microTV da comodino. Qualcuna si addormentava soddisfatta
nel ricordo delle visite a orario fisso, pellegrinaggi di nuore maldisposte e
figli annoiati, ma ancora materia di invidia per chi non aveva nemmeno il
diritto all’attesa.
Anche io, ora, avevo il mio gioco: giocavo
a farmi nutrire da te, lasciando inerte anche la mano funzionante. I cibi
avevano tutti lo stesso gusto di plastica tiepida. Minestra. Pane. Verdure.
Formaggio. Masticavo pensando ad una leggenda gitana letta chissà dove, secondo
la quale gli zingari all’alba dei tempi scambiarono per fame la loro chiesa di
pietra con una chiesa di formaggio, e poi boccone a boccone la consumarono
tutta fino alle sacrosante fondamenta: e da allora se uno zingaro ha voglia di
pregare deve farlo in piedi, in un qualsiasi ovunque, con parole che il vento
disperde in tutte le direzioni. Avrei voluto chiederti se conoscevi questa
storia del tuo popolo, ma la mia voce era rimasta insieme a molto del mio
sangue sull’asfalto freddo di un autunno cittadino, e solo più tardi sarebbe
ritornata.
Tra un boccone e l’altro ascoltavo
nascere le storie dalla tua lingua ridondante e sintetica – paesaggi veloci
come lampi, insenature rocciose segnate da un solo faro, migrazioni riassunte in
un sospiro: «Europa tutta mia famiglia, con sorelle Olanda e tombe Yugoslavia e
fratello lavoro Germania e io vostra Italia con marito prima che lui andato via
da solo, per me niente figli e malata e tutti parlare che io cuore-di-gomma»,
decenni faticosi regalati senza lamenti, con sorrisi d’oro. Meraviglia infantile
del luccichio, come una gazza dagli incisivi incapsulati, paesaggi modellati dai
gesti delle mani non meno luccicanti: e il più antico di tutti i paesaggi, la
vallata-madre del tuo petto percorsa da una cicatrice ormai virata al viola
della convalescenza.
Zjta cuore-di-gomma: erano state le
mogli dei tuoi fratelli a coniare questo nome per te, credendoti ormai troppo
vecchia per trovare un nuovo marito che possa frenare la loro lingua viperina,
la tua parola vale meno di niente nelle riunioni del campo, sei una donna
sterile e quasi selvatica, forse anche una minaccia per chi ha un uomo da
conservarsi accanto. Cuore di maga, marcato da una cicatrice che gira intorno
al seno.
E ancora, per valicare la notte
interminabile, concentrazionaria, continuavi a raccontare accovacciata sulla
sedia di ferro accanto al mio letto, con un soffio di voce per non svegliare le
vecchie stordite dal dolore. Poi, più tardi ancora, dopo le ronde
infermieristiche, sollevavi la mia mano facendola scivolare sul bordo ruvido
della tua cicatrice, e sotto le dita mi batteva il ritmo imprevedibile del tuo
cuore di gomma.
* Dall’antologia
“Linguamadre 2007” (Edizioni SEB 27, Torino)