LE VIE DEL RACCONTO
TIZIANA COLUSSO
 

 

 

 

 

Zjta cuore-di-gomma

 

 

            Imbrigliata al letto da aghi e da tubi di plastica sottile, non avrei forse avuto il diritto di inventarti? 

            Era certo meglio evocare storie dietro il riparo delle palpebre chiuse che seguire le maree stentate dei miei liquidi corporali o gli itinerari del dolore lungo ossa che prima dell’incidente non sapevo nemmeno di ospitare.

             Ma non ho avuto bisogno di inventare nulla, quella volta lì: c’eri tu, con la verità opaca della presenza, con il tuo cognome impossibile, caudato in vič – suono che in quei giorni evocava, nella coscienza di tutti, traiettorie di bombe, scoppi e lampi in notti lunghe e inascoltate, senza la diretta TV a renderle plausibili. Eri scappata dal centro di quell’orrore, ma solo per finire in quest’altra comunità dolente, senza causa né gloria.

            Soffitto altissimo. Vetrate. Pochi oggetti, bianchi, raramente azzurri. Anonimato. Pulizia del dolore. Solo l’essenziale piastrellato. Nessuna traccia della città tumultuosa che scorreva attorno al fortino sanitario.

            Eri lì, Zjta: ed eri oro profuso. Nella corsia eravamo tutte ridotte  all’essenziale più umiliante, per igiene e sicurezza, ma a te chi avrebbe osato imporre la disciplina ospedaliera, a te che camminavi a testa alta tra i letti, senza alienare la tua carnalità ornata e scintillante ai ricatti della fobia chirurgica? Altro che le striminzite catenine che qualche vecchia sospettosa nascondeva in fondo al comodino, avvolte in asciugamani fetidi! Tu sembravi portare addosso tutto l’oro della carovana, a illuminare i pavimenti di linoleum disinfettato.

            Io, corpo prigioniero ridotto ai soli occhi, navigavo per ore nella trasparente luce invernale che filtrava dalla vetrata. Fenditure luminose nell’opaca materialità dei palazzi della periferia romana. Orizzonti antennati. Fughe di luce, quasi palpabili: commoventi danze di particelle chiare nella polvere ospedaliera, lungo un raggio-onda che dal vetro penetrava fin sul mio letto, fino alla sospensione dolorosa del mio respiro. Navigavo sulle rotte del carro solare, lontana dal mio corpo allineato con gli altri lungo la parete spoglia dello stanzone. Infine, lentamente, la luce del giorno si ritirava: ed era il momento in cui i lamenti di tutti, a lungo trattenuti, si sfogavano senza più ritegno nella penombra fredda dei neon.

            Ognuna si concentrava sul suo dolore, sul sollievo misero del pasto, sulle voci lontane di un telegiornale. Solo tu, Zjta, non volevi restare confinata nel recinto del tuo letto per mangiare, e camminavi masticando lungo la corsia, cercando invano una condivisione, una comunità di pane, tra quelle malate diffidenti e astiose, o quasi spente.

            Ti guardavo mangiare avidamente, con le mani, mentre sul mio ventre il vassoio continuava a pesare, in attesa della mano distratta di qualche infermiera.

            Un giorno, cogliendo l’invito sul fondo del mio sguardo, ti eri avvicinata, pulendoti le dita sul pigiama di flanella a righe bianche e rosa, da bambina, nel quale nascondevi i tuoi trentasette anni. Ti eri avvicinata al mio letto, con gesti circospetti, come un animale selvatico che misura le reazioni dell’altro con il metro dell’istinto. Io ti lasciavo fare, socchiudendo gli occhi in un’accettazione sorniona. Scartavi con delicatezza le porzioni di cibo austeramente avvolte in fogli di alluminio, poveri sipari sulle nostre verdure bollite.

            Le tue mani multianellate, mani-medicina da levatrice di mondi, operavano il miracolo della trasformazione, facendo affiorare dai vassoi storie e paesaggi, nutriti dal tuo italiano denso e vario d’influenze: più denso ancora dei miei pensieri muti, adagiati in un solo blocco sul cuscino.

            Ognuna di noi, laggiù, aveva il suo incantesimo, che la teneva prigioniera: rassegnate, molte cercavano un oblio-palinsesto in microTV da comodino. Qualcuna si addormentava soddisfatta nel ricordo delle visite a orario fisso, pellegrinaggi di nuore maldisposte e figli annoiati, ma ancora materia di invidia per chi non aveva nemmeno il diritto all’attesa.

            Anche io, ora, avevo il mio gioco: giocavo a farmi nutrire da te, lasciando inerte anche la mano funzionante. I cibi avevano tutti lo stesso gusto di plastica tiepida. Minestra. Pane. Verdure. Formaggio. Masticavo pensando ad una leggenda gitana letta chissà dove, secondo la quale gli zingari all’alba dei tempi scambiarono per fame la loro chiesa di pietra con una chiesa di formaggio, e poi boccone a boccone la consumarono tutta fino alle sacrosante fondamenta: e da allora se uno zingaro ha voglia di pregare deve farlo in piedi, in un qualsiasi ovunque, con parole che il vento disperde in tutte le direzioni. Avrei voluto chiederti se conoscevi questa storia del tuo popolo, ma la mia voce era rimasta insieme a molto del mio sangue sull’asfalto freddo di un autunno cittadino, e solo più tardi sarebbe ritornata.

            Tra un boccone e l’altro ascoltavo nascere le storie dalla tua lingua ridondante e sintetica – paesaggi veloci come lampi, insenature rocciose segnate da un solo faro, migrazioni riassunte in un sospiro: «Europa tutta mia famiglia, con sorelle Olanda e tombe Yugoslavia e fratello lavoro Germania e io vostra Italia con marito prima che lui andato via da solo, per me niente figli e malata e tutti parlare che io cuore-di-gomma», decenni faticosi regalati senza lamenti, con sorrisi d’oro. Meraviglia infantile del luccichio, come una gazza dagli incisivi incapsulati, paesaggi modellati dai gesti delle mani non meno luccicanti: e il più antico di tutti i paesaggi, la vallata-madre del tuo petto percorsa da una cicatrice ormai virata al viola della convalescenza.

            Zjta cuore-di-gomma: erano state le mogli dei tuoi fratelli a coniare questo nome per te, credendoti ormai troppo vecchia per trovare un nuovo marito che possa frenare la loro lingua viperina, la tua parola vale meno di niente nelle riunioni del campo, sei una donna sterile e quasi selvatica, forse anche una minaccia per chi ha un uomo da conservarsi accanto. Cuore di maga, marcato da una cicatrice che gira intorno al seno.

            E ancora, per valicare la notte interminabile, concentrazionaria, continuavi a raccontare accovacciata sulla sedia di ferro accanto al mio letto, con un soffio di voce per non svegliare le vecchie stordite dal dolore. Poi, più tardi ancora, dopo le ronde infermieristiche, sollevavi la mia mano facendola scivolare sul bordo ruvido della tua cicatrice, e sotto le dita mi batteva il ritmo imprevedibile del tuo cuore di gomma.

 

 

* Dall’antologia “Linguamadre 2007” (Edizioni SEB 27, Torino)



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Le vie del racconto

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