di Alfonso Trillo
Uomo-scimmia/Scimmia-uomo. La
maschera e le sirene.
In un’intervista uscita su Mente e Cervello l’autrice di DNAct, ad
una domanda sulla scelta di esseri ibridi come protagonisti del suo primo
romanzo Sirene (Einaudi, 2007) e sul
loro eventuale valore di rispecchiamento della condizione umana attuale, ha
ricondotto l’interesse per i personaggi teriomorfici alla loro presenza, a
partire dalle pitture parietali del paleolitico, in ogni forma di tradizione
culturale; al loro porsi come una specie di motivo ossessivo nella riflessione
letteraria e artistica in genere, ma anche, e soprattutto, per ciò che
disvelano una volta che si è aperta la cortina del mito che li avvolge:
l’irriducibile, eterna, ossessione per l’Altro.
L’altro in sé e l’altro da sé:
l’altro come alterità inscritta nel corpo mobile, cangiante e l’altro come
opposizione, differenza irriducibile. Estraniante ma intima presenza che ci
abita, accompagna e insegue come l’ombra abita, accompagna e insegue il corpo.
DNAct è la storia del primo incontro del sé con l’altro; incontro
spostato in un tempo mitico, originario, ma che da sempre esattamente si ripete
(metastoricamente) di là delle mutazioni.
N_HS (ENNE_ACCAESSE) atto unico
per due attori, dea e coro di scimmie.
“GOLDIE: Naturale, io sono il monolite.
Sono tutta pietra nera
in questa scena
e loro succhiano la lingua.
Ogni storia racconta questa
storia
il nascondimento del fantasma
sotto strati di ocra
o pietre levigate,
sotto la meraviglia della
lingua.
Ora, solo ora,
levatevi la maschera e
parlate.”
(N_HS (ENNE_ACCAESSE))
Goldie: il monolite, la madre che
allatta le due scimmie mascherate, la lingua, l’origine del mondo.
Le due scimmie: Neanderthal e
Homo Sapiens.
Il branco, che dopo la
battaglia-fatto storico di HS con N, sarà inghiottito dal buio con lo sconfitto
per abitare i “sogni di mostri” del vincitore.
Neanderthal e Homo Sapiens. Due
specie umane sorelle che hanno condiviso lo spazio del globo per decine di
migliaia di anni, in un periodo in cui il lavoro aveva
già conosciuto quell’“inutile” complicazione rispetto allo stretto necessario
per vivere: era diventato arte; la parola, flatus
vocis, modellava e creava l’ambiente attorno; quando l’uomo-scimmia-narciso
si era già specchiato e aveva preso a costruirsi un’identità che lo opponeva
all’altro. N contro HS. Un fratricidio dà inizio alla Storia.
Consumata la violenza,
Neanderthal il vinto non avrà né carne né discendenza, ma rimarrà come traccia
indelebile nella memoria collettiva della progenie di Homo Sapiens. Sarà lo
spaventoso ricordo; l’altro che torna per non andarsene mai più. Neanderthal
l’ombra, Homo Sapiens il corpo.
Non è in scena l’“ominazione”, la
metamorfosi dell’animale in uomo. Il monolite-Goldie ha da tempo instillato
l’intelligenza nelle creature e i morti hanno dimore come i vivi. È un dialogo
postumo tra il “corpo superstite” del vincitore e il “corpo mnestico” del
perdente. L’intrappolare e annichilire quel che non può essere cancellato.
Una scena viva, senza tempo.
Rianimata, come una scultura, da ogni sguardo che la incrocia.
“E forse la memoria / dell’altra
cosa che tu sei / – neanderthal – / ti precede”: come “l’uovo” liscio e
perfetto (Newborn) uscito dalle mani di Brancusi. Puoi forse separarlo dal
piedistallo che lo regge? L’origine è nell’ombra, nell’insondabile proiezione
di sé che ti costituisce e insieme ti divide.
Corpo maschile, corpo femminile e
le Sirene.
“Io metto maschere, sono
Sempre la stessa
Jean Grey, Mistyca,
Tempesta.
(Questi
nomi sono copyright).
Le vedrai tutte, non avere
fretta.”
(Cosplay)
“…a è animal master
bestia
che non è due,
splendente,
oh splendente
scimmia
con osso di bestia, con splendore
a torna
come non-a
nel
cerchio, torna come oriente….”
(Animal master )
Zarathustra racconta dello
spirito tre metamorfosi: il cammello mutato in leone, il leone in bambino
(Nietzsche). Il movimento ciclico, la
fine come l’inizio, anzi la coincidenza della fine con l’inizio. Ogni mutazione
va verso l’oblio, l’innocenza: è vuoto mistico.
Prima mutazione: la maschera.
La cosplayer tolta una maschera
ne mette un’altra. Pittura azzurra per fare del corpo di donna una sirena;
maschera in volto; tuta-pelle di lattice per abitare una forma, e solo una, prima
di “essere cobra o incantatrice di cobra”.
La maschera non è finzione. Non
misura la distanza del volto dall’esterno, non nasconde. Apre al flusso quel
che il corpo ingabbia e impedisce. Schiude la molteplicità prismatica. Si
attacca al volto, si trasforma in volto. È identità che emerge
mentre un’altra scivola senza sparire.
Seconda mutazione: le sirene e il mezzotauro.
Cantano, le sirene, e ciò che è
mai più sarà. Ulisse tappò le orecchie dei compagni con la cera più spessa, si
fece legare all’albero della nave per non esserne sedotto. Orfeo dovette, per
chi sa quanto tempo, premere l’aria all’altezza del diaframma per salvare il
suo equipaggio pellegrino; ma per Bute servì Afrodite a ritirarlo dalle acque:
lui continuava a sentirle le donne dal bel volto e i piedi di gallina. Fino a
che, tremato il cielo e scossa la terra, le sirene si gettarono nell’acqua
mutando il loro corpo in pietre.
Cantano, le sirene, l’eterna
metamorfosi. Il passaggio. Il mistero delle forme che diventano atomi e si
ricompongono. L’uomo che si consuma e mostra l’animale; l’animale che perde il
pelo e si copre di pelle umana.
Ne mangiò di carne giovane il
minotauro, chiuso nel labirinto dall’invidioso padre del regolo, prima che
Teseo sconfiggesse re-toro e labirinto insieme. Per due anni sette giovani per
ognuno dei due sessi girarono gli svincoli della costruzione impossibile,
cambiando volto ad ogni sentiero, prima di trovarsi appesi alle sue corna.
Il mezzotauro fantasma fumoso dell’estrema
metamorfosi; causa dell’origine e della morte dove ogni differenza ritorna
all’unità primaria.
Nascita/morte. Uomo/animale. Il
doppio indefinibile. Lo specchio buono è quello che deforma.
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