LETTURE
LAURA PUGNO
      

Laura Pugno

 

DNAct.  (Tre atti unici per il teatro e un poemetto)  

 

Editrice Zona, Arezzo 2008, pp. 72, € 10,00

 

    

      


 

di Alfonso Trillo

 

 

Uomo-scimmia/Scimmia-uomo. La maschera e le sirene.

 

In un’intervista uscita su Mente e Cervello l’autrice di DNAct, ad una domanda sulla scelta di esseri ibridi come protagonisti del suo primo romanzo Sirene (Einaudi, 2007) e sul loro eventuale valore di rispecchiamento della condizione umana attuale, ha ricondotto l’interesse per i personaggi teriomorfici alla loro presenza, a partire dalle pitture parietali del paleolitico, in ogni forma di tradizione culturale; al loro porsi come una specie di motivo ossessivo nella riflessione letteraria e artistica in genere, ma anche, e soprattutto, per ciò che disvelano una volta che si è aperta la cortina del mito che li avvolge: l’irriducibile, eterna, ossessione per l’Altro.

L’altro in sé e l’altro da sé: l’altro come alterità inscritta nel corpo mobile, cangiante e l’altro come opposizione, differenza irriducibile. Estraniante ma intima presenza che ci abita, accompagna e insegue come l’ombra abita, accompagna e insegue il corpo.

DNAct è la storia del primo incontro del sé con l’altro; incontro spostato in un tempo mitico, originario, ma che da sempre esattamente si ripete (metastoricamente) di là delle mutazioni.

 

 

N_HS (ENNE_ACCAESSE) atto unico per due attori, dea e coro di scimmie.

 

GOLDIE: Naturale, io sono il monolite.

                 Sono tutta pietra nera

                 in questa scena

                 e loro succhiano la lingua.

                 Ogni storia racconta questa storia

                 il nascondimento del fantasma

                 sotto strati di ocra

                 o pietre levigate,

                 sotto la meraviglia della lingua.

                 Ora, solo ora,

                 levatevi la maschera e parlate.”

                 (N_HS (ENNE_ACCAESSE))

 

Goldie: il monolite, la madre che allatta le due scimmie mascherate, la lingua, l’origine del mondo.

Le due scimmie: Neanderthal e Homo Sapiens.

Il branco, che dopo la battaglia-fatto storico di HS con N, sarà inghiottito dal buio con lo sconfitto per abitare i “sogni di mostri” del vincitore.

Neanderthal e Homo Sapiens. Due specie umane sorelle che hanno condiviso lo spazio del globo per decine di migliaia di anni, in un periodo in cui il lavoro aveva già conosciuto quell’“inutile” complicazione rispetto allo stretto necessario per vivere: era diventato arte; la parola, flatus vocis, modellava e creava l’ambiente attorno; quando l’uomo-scimmia-narciso si era già specchiato e aveva preso a costruirsi un’identità che lo opponeva all’altro. N contro HS. Un fratricidio dà inizio alla Storia.

Consumata la violenza, Neanderthal il vinto non avrà né carne né discendenza, ma rimarrà come traccia indelebile nella memoria collettiva della progenie di Homo Sapiens. Sarà lo spaventoso ricordo; l’altro che torna per non andarsene mai più. Neanderthal l’ombra, Homo Sapiens il corpo.

Non è in scena l’“ominazione”, la metamorfosi dell’animale in uomo. Il monolite-Goldie ha da tempo instillato l’intelligenza nelle creature e i morti hanno dimore come i vivi. È un dialogo postumo tra il “corpo superstite” del vincitore e il “corpo mnestico” del perdente. L’intrappolare e annichilire quel che non può essere cancellato.

Una scena viva, senza tempo. Rianimata, come una scultura, da ogni sguardo che la incrocia.

“E forse la memoria / dell’altra cosa che tu sei / – neanderthal –  / ti precede”: come “l’uovo” liscio e perfetto (Newborn) uscito dalle mani di Brancusi. Puoi forse separarlo dal piedistallo che lo regge? L’origine è nell’ombra, nell’insondabile proiezione di sé che ti costituisce e insieme ti divide. 

 

 

Corpo maschile, corpo femminile e le Sirene.

 


“Io metto maschere, sono

Sempre la stessa

Jean Grey, Mistyca,

Tempesta.

(Questi nomi sono copyright).

Le vedrai tutte, non avere fretta.”

(Cosplay)  

 

 

“…a è animal master

bestia che non è due,

splendente, oh splendente

scimmia con osso di bestia, con splendore

a torna come non-a

nel cerchio, torna come oriente….”

(Animal master )      

 

 

Zarathustra racconta dello spirito tre metamorfosi: il cammello mutato in leone, il leone in bambino (Nietzsche).  Il movimento ciclico, la fine come l’inizio, anzi la coincidenza della fine con l’inizio. Ogni mutazione va verso l’oblio, l’innocenza: è vuoto mistico.

 

Prima mutazione: la maschera.

La cosplayer tolta una maschera ne mette un’altra. Pittura azzurra per fare del corpo di donna una sirena; maschera in volto; tuta-pelle di lattice per abitare una forma, e solo una, prima di “essere cobra o incantatrice di cobra”.

La maschera non è finzione. Non misura la distanza del volto dall’esterno, non nasconde. Apre al flusso quel che il corpo ingabbia e impedisce. Schiude la molteplicità prismatica. Si attacca al volto, si trasforma in volto. È identità che emerge mentre un’altra scivola senza sparire.  

 

Seconda mutazione: le sirene e il mezzotauro.

Cantano, le sirene, e ciò che è mai più sarà. Ulisse tappò le orecchie dei compagni con la cera più spessa, si fece legare all’albero della nave per non esserne sedotto. Orfeo dovette, per chi sa quanto tempo, premere l’aria all’altezza del diaframma per salvare il suo equipaggio pellegrino; ma per Bute servì Afrodite a ritirarlo dalle acque: lui continuava a sentirle le donne dal bel volto e i piedi di gallina. Fino a che, tremato il cielo e scossa la terra, le sirene si gettarono nell’acqua mutando il loro corpo in pietre.

Cantano, le sirene, l’eterna metamorfosi. Il passaggio. Il mistero delle forme che diventano atomi e si ricompongono. L’uomo che si consuma e mostra l’animale; l’animale che perde il pelo e si copre di pelle umana.

 

Ne mangiò di carne giovane il minotauro, chiuso nel labirinto dall’invidioso padre del regolo, prima che Teseo sconfiggesse re-toro e labirinto insieme. Per due anni sette giovani per ognuno dei due sessi girarono gli svincoli della costruzione impossibile, cambiando volto ad ogni sentiero, prima di trovarsi appesi alle sue corna.

Il mezzotauro fantasma fumoso dell’estrema metamorfosi; causa dell’origine e della morte dove ogni differenza ritorna all’unità primaria.

Nascita/morte. Uomo/animale. Il doppio indefinibile. Lo specchio buono è quello che deforma.

 

 

 

 

 

 

 

 




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