CHECKPOINT POETRY
GIAN PIERO STEFANONI
 

 

 

 

*  Dal volume Geografia del mattino e altre poesie  (Gazebo, Firenze 2008 - prefazione di Plinio Perilli).

.

 

                                         

Dalla sezione “Prova di pensiero”.

 

 

“Forse è tempo di metter gli occhiali / per diventar familiari /

con le distanze e i puntigli del vetro”

 

Andrea Zanzotto

 

 

Trasformati, luogo zero,

in fondamento.

 

In quale figura non dire.

                                           

Tu scava sotto le mura -

allontanato l’invadente nemico,

la negazione assoluta.

                                                                      

Il nero gioco è

la verosimiglianza del lutto,

il mai cessato allarme                         

a margine dei rimandi.                                          

                                            

A terra il suono ha un’altra voce.                                                                             

                                           

Profuma lo zoccolo               

dei fiori calpestati.

 

                                          

                                          

 

Dalla sezione “La perdita di peso - uccelli sulla città”.

 

 

 

                      *

   

L’infinito furore, il dissenso,   

lo scompenso elementare dell’Ellisse;

stridono gli uccelli, seguono il passo

dove Esedra è un fuoco sotto la volta.

 

                                         

 

Armonia di Cupole ed oro,

Babuino, nostalgia del silenzio.

Salde a condurne il manto

vanno regali donne al cuore.

 

Essere noi, ora, per le madri

Madri: alleviarne l’inganno.

Fare conta del colore,

caso mai il mondo sparisse.                        

 

                      *

   

Levano su Caracalla come fosse altrove,                                   

come non fosse Roma, sì una Roma sepolta,                     

una Roma mai sorta. Non appartiene loro               

l’attesa o il ritorno a casa dal mare,   

ma la dimora remota dell’occhio, la rotazione.

                                       

(Traccia un cerchio il cuore dalle vaste accelerazioni.                  

Non sa, non chiede, se pur rovina o quale viola             

accoglie la rincorsa paziente di forma e cenere).  

 

Salgono e fanno gruppo secondo direzioni del volto;

uniformi ai lati, sparsi per movimenti interni.  

   

“Solo corpo del giorno è la perfettissima voce”.

 

 

 

 

Nient’altra nascita

che una voce disabitata

e palpebre aperte alla pioggia.

          

Tentarono coi propri occhi la luce

addivenendo ai primi astronomi padri.

                                          

 

 

A quale religione appartengono,

gli uomini che non si voltano?

                                          

Con chi si accompagnano                              

una volta storditi?

 

Con posa di pezza tentano l’obolo,

simulano una panne

tra Cola di Rienzo e Silla: 

a braccia alzate attendono

auscultando con gli occhi il cuore.

 

(Mostrano i denti le femmine

al guaire oscuro dei maschi;

si spengono in aperture infinite

le anime germane dei corvi).

 

Spalle ai pontefici s’affida Roma

ai suoi mandanti, si prepara alla notte                                        

chi ha in sorte l’ultima stazione.

 

Ci racconta una città piegata, senza dita.

Non Roma più, Costantinopoli.

 

 

 

 

Dalla sezione “Tempo del rame”.

 

 

 

 A DOVUTA DIREZIONE (*)

carità d’Anchise

 

 

Già schizza il sangue, misura,

interroga, piccolo cervello. 

 

Dolce la rispondenza,

il calore subitaneo dell’amato:

alle volte un padre nella sua parabola

d’occhio che vede, scruta, sa.

 

Quale porzione dovuta di riscatto,

matura il riconoscimento lo spazio

di una definita fede: amore è quel che

che a retro resta e regola il mostrarne.

 

Amore si fa metro, al corpo aggiunge carne.

 

 

                   

* Su un particolare di uno dei gruppi scultorei                                          

che attraversano Ponte Vittorio Emanuele a Roma

(di Ennio De Rossi). 

 

 

 

 

 

“Resta saldo, e se puoi,

prega, prega per tutti”.

 

Elio Fiore

 

 

PRIMA DELLA BOMBA

 

 

Tutti in posa prima della bomba

a scarnificare silenzi e anima-

la nostra gioventù, la nostra figlianza,

la nostra ripudiata vecchiezza.

                                         

Un presagire, forse, o un’ombra

mentre nubi basse ci spazientano un poco-

nella conta una resa allo scatto

quella mano che addolcisce il colletto.                            

 

 

 

Via della Conciliazione, l’8 Luglio 2005.

(Il giorno dopo gli attentati di Londra).

 

 

 

 

A PROPOSITO DI MILOSZ E DI CAMPO DE’ FIORI    

 

 

Ti sbagli Milosz, di troppi vagheggiamenti vive un poeta.

Nessuno griderà più da un nuovo Campo de’ fiori.

Precettato muore Giordano Bruno ogni sera, rivendicato  

black block che ripete oscuramente il suo nome.

La leggenda in mano alla storia rivolta contro  

la sua pena, condannata a vedere. Quella solitudine,

quella lingua che ancora ci è estranea, reclinata

dai tanti che credono di spargerne il fuoco.

 

Questa, tra i banchi - più dei venditori o l’asteria nel gaio

brusio della piazza - la morale che qualcuno può trarre.  

Non l’oblio che cresce prima che la fiamma si spenga

                                         

ma tra cocci e vessilli un facile calco di padri - là

dove il fuoco lo arse - un’offerta in riproduzione di idoli

secondo un indistinto e illuminato potere.

 

                   

 

 

NOI SAPEVAMO

 

                                      

Non smettono, cambiano solo facciata

i figli agglutinati della ruggine.

                                       

“OLOCAUSTO FANDONIA”.

 

“SHOA MUST GO ON”.           

 

Ogni tanto fa un giro, se chiamata cancella:

Hmm.. Scritte politiche..!?” - la coscienza delegata,

l’armata sicurezza.

                                         

Corre in banca Vignastellutifleming,

ha ddà nutrì nipoti, comprare pennarelli.

 

Ma noi sapevamo - provando urtati un brivido -

la macchina di colpo spenta nel posto handicappati.                              

 

“PER ME BEN COTTO! L’ARABO E L’EBREO..”.                                   

                                       

Taccagni mai, più comodo lo spray.

 

                 

 

Per Edith Bruck

 

 

 

 

 

Come quel tordo

che lanciò la sua anima

nel buio che cresceva

     

 

 

MONTEMIRABILE (*)

 

 

Non tener dietro alle insane voglie del mondo.

Amore non si compie dietro rotte a noi superiori.

Copre la fama, ne accompagna la spoliazione

il bagliore che divide l’ombra dai corpi.

                                         

(Regolati sempre al germe della continua creazione

che è volontà piena di somiglianza, ardore,  

ascolto, potenza che incontra il numero).

                                           

Prefigurazione in semplicità torna al suo stato.

Questo il gemito, il disadorno splendore.   

Non vedi? La tenerezza divina pei suoi infanti.

Il mistero che in noi gloria il suo giorno.

                                    

 

* Dal nome della Cappella in S. Maria del Popolo a Roma.                               

 

 

 

 

***   Gian Piero Stefanoni (Roma, 1967): laureato in Lettere moderne ha pubblicato nel 1999 la raccolta In suo corpo vivo (Arlem, Roma - pr.ne di Mariella Bettarini) vincendo nello stesso anno, per la sezione poesia in lingua italiana, il premio internazionale di Thionville (Francia) e nel 2001, per l’opera prima, il “Vincenzo Maria Rippo” del comune di Spoleto. Nel 1997 per l’inedito ha vinto il “Dario Bellezza” e il “Via di Ripetta”. Già redattore della rivista di letteratura multiculturaleCaffè” e collaboratore di  Pietraserena” e “Viaggiando in autostrada”, suoi testi sono apparsi su diverse riviste, tra le quali “Il segnale”,“L’area di broca” e “Risvolti”. Presente nell’antologia Poesia dell’esilio (Arlem, Roma 1998 - a cura di M. Jatosti), è stato tradotto e pubblicato in Spagna, Malta e Argentina. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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