LETTURE
SILVIA CONTARINI
      

Silvia Contarini


La Femme Futuriste (Mythes, modèles

et représentations de la femme dans la théorie

et la littérature futuristes)


Presses Universitaires de Paris 10,

Paris 2006, pp. 341, € 30,00.

    

      


 

 

di Antonello Panza

 

 

Il testo di Silvia Contarini si muove lungo i punti di intersezione di una duplice area tematica: il tema, più generale, dell’esperienza creativa al femminile e i particolari aspetti che questo tema assume nell’ambito del movimento futurista.

Il tema generale ha conosciuto – dopo gli studi promossi dal movimento femminista negli anni Sessanta – una significativa ripresa a partire dagli anni Ottanta e conta oramai una nutrita bibliografia, di cui l’autrice fornisce una disamina nell’introduzione del libro.

Il lento e contrastato processo orientato ad allentare la stretta delle barriere di ruolo unifica questa serie di studi, molti dei quali hanno scelto il Futurismo come area privilegiata di osservazione.

A prima vista questa scelta appare paradossale rispetto alla opinione diffusa che vede il Futurismo come movimento maschilista, “misogino per eccellenza”, caratterizzato da un’esaltazione del virilismo bellicista destinato a confluire – senza soluzione di continuità – nell’ideologia fascista, ben rappresentata dal discorso di Benito Mussolini  pronunciato alla Camera dei deputati nel 1925:

“Non divaghiamo a discutere se la donna sia superiore o inferiore, constatiamo che è diversa. Io sono piuttosto pessimista, credo che la donna non abbia grande capacità di sintesi e che quindi sia negata alle grandi creazioni spirituali. La donna deve obbedire. Ha forse mai fatto dell’architettura in tutti questi secoli?”[1]

Oggi non avremo alcuna difficoltà a stilare un elenco di donne che si sono dedicate alla creazione architettonica e l’enunciato mussoliniano fa l’effetto di una foto sbiadita. Bisogna però riconoscere che Mussolini si faceva interprete di una communis opinio ampiamente condivisa e duratura: fino a non moltissimi anni fa era diffusa la convinzione che ci fossero delle predisposizioni “naturali” che regolavano tutto un sistema di incompatibilità. Una griglia di contrapposizioni categoriali distingueva non solo competenze, incombenze e ruoli, ma anche modi di sentire, percepire e pensare diversi. Ancora venti anni orsono il titolo di un famoso saggio di Linda Nochlin riproponeva, sia pure in forma critica, un diffuso interrogativo: “Perché non ci sono state grandi artiste?”[2] La risposta più ovvia a tale interrogativo sembra riguardare la presenza di numerosi meccanismi di esclusione: come è noto corporazioni e gilde di pittori non ammettevano donne e così pure le Accademie, fino ad una fase molto inoltrata dell’Ottocento e, con vari attardamenti, fino ai primi anni del Novecento[3]. I meccanismi espliciti di esclusione sembrano avere minor peso nel campo dell’espressione letteraria o musicale; tuttavia il saggio della Nochlin ebbe il pregio di mettere in luce la potente forza di pressione esercitata comunque dalle aspettative sociali e dalle barriere di ruolo, più che da espliciti e circoscritti divieti.

Tenendo conto di tale contesto, il movimento futurista si segnala per un’inedita disponibilità ad accettare temi della condizione femminile, temi espressi anche in prima persona da agguerrite scrittrici, come Valentine de Saint-Point, fin dalla fase di fondazione del movimento. L’apparizione del Manifeste de la femme futuriste (1912), seguito a breve distanza dal Manifeste de la luxure (1913) è un fatto senza precedenti, anche rispetto alle esperienze delle altre avanguardie, e fa sì che il Futurismo faccia proprie – sia pure in modo contrastato e confuso – alcune posizioni molto avanzate, come la critica all’istituto matrimoniale e la difesa del libero amore. Certo, non c’è omogeneità di vedute né in relazione alla posizione assunta dal Futurismo nei confronti della questione femminile, né sull’effettivo spazio di cui avrebbero goduto le donne all’interno del movimento. Secondo alcuni, il contributo di scrittrici e artiste ha assunto un peso fondamentale nello sviluppo di nuove idee, mentre per altri il ruolo delle donne sarebbe rimasto marginale e sostanzialmente ininfluente, il ché rafforza l’immagine misogina e reazionaria del movimento.

Non è quindi casuale che Silvia Contarini, selezionando diversi concetti nell’abbondante produzione futurista dedicata alla “questione femminile”, abbia rilevato come si possano trovare materiali per sostenere le tesi più disparate. La femme futuriste ha il merito di rispettare la complessità e la contraddittorietà degli enunciati, senza forzare la vicenda creativa del Futurismo nella strettoia di un unico vertice prospettico. In realtà nel Futurismo si ritrovano, in qualche modo amplificate, tutte le contraddizioni – attardamenti e fughe in avanti- proprie di un processo di vera e propria mutazione antropologica nel suo svolgersi. Come era stato già notato in precedenti lavori[4], una vena di misoginia non è certo appannaggio del Futurismo bensì risulta molto diffuso, non solo in Italia, in tutti i milieux sociali e culturali. Il dibattito sulle rivendicazioni femminili, clamorosamente avanzate dal movimento suffragista, raggiunge il suo culmine all’inizio del secolo scorso. Si può parlare a buon diritto di una “questione femminile”, che provoca tutta una serie di inchieste, riflessioni e pubblicazioni dalla fine del XIX ai primi del XX secolo, in tutti i paesi occidentali. In Italia alcune rivendicazioni femminili (debolissima protezione giuridica, salari inferiori, mancanza di tutela della maternità) troveranno spazio nei movimenti di ispirazione socialista o cattolica, limitatamente ad una attenuazione delle più grossolane ingiustizie. Le idee più radicali, quelle che toccavano più direttamente le relazioni tra uomo e donna – come il divorzio e l’amore libero – verranno osteggiate non solo dagli ambienti clericali ma anche dai socialisti, che tendevano a considerarle con sospetto, come un retaggio del malcostume borghese.

L’atteggiamento dello stato liberale nei confronti delle donne non era stato certo generoso, sia dal punto di vista dei diritti che della tutela. Tuttavia, ricorda Silvia Contarini, anche ampi settori del movimento socialista considerarono le donne come naturalmente conservatrici e reazionarie: “neofobe” e”misoneiste” nelle parole di Lombroso, che le accusava di essere un “ostacolo alla modernità”. Del resto Giovanni Giolitti coniò la famosa espressione “salto nel buio” proprio per esprimere la sua diffidenza nei confronti del suffragio femminile.

È interessante notare come i temi più difficili e scabrosi abbiano trovato spazio e risonanza proprio all’interno del movimento futurista. Se il dibattito sulla questione femminile occupa la scena all’inizio del secolo, il Futurismo – date le sue ambizioni demiurgiche di “ricostruzione dell’universo” – non poteva non confrontarsi con queste istanze. Lo farà alla sua maniera, paradossale e provocatoria, assumendo posizioni divergenti e spesso confuse, ma con un grado di complessità, ci avverte l’autrice, che rende ardua una interpretazione dell’ideologia futurista esclusivamente in chiave di pregiudizi antifemminili e propositi di marginalizzazione.



Futurismo e Femminile

 

Proprio nel coacervo di contraddizioni risiede dunque la vitalità del contributo futurista e, in particolare, quello del fondatore, per cui sembra valere il principio epistemologico enunciato da Jurgen Habermas: “Solo un pensiero complesso è in grado di generare contraddizioni istruttive”[5].

E le contraddizioni certo non mancano. Marinetti ha sempre manifestato rispetto, stima e ammirazione per tutte le donne – simpatizzanti o aderenti – che hanno partecipato al movimento, da Valentine de Saint-Point a Benedetta (“mia uguale, non mia discepola”). Tuttavia, nel Manifesto di fondazione aggredisce la questione femminile alla sua maniera, con una formula secca, fatta apposta per suscitare scalpore. Nel punto 9 del Manifesto, accanto alla celebrazione della guerra “sola igiene del mondo”, al militarismo, al patriottismo, al “gesto distruttore dei libertari”, viene glorificato il “mépris de la femme”. Questa proposizione declamatoria viene completata nel punto 10, in cui Marinetti dichiara la volontà futurista di “distruggere i musei, le biblioteche e le accademie di ogni specie” e di “combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria”. L’autrice osserva come la posizione assunta da Marinetti nel dibattito in corso appaia paradossale: come è possibile accostare moralismo e femminismo come emblemi di quei valori passatisti che il Futurismo intendeva combattere? Così pure appare difficile far passare il disprezzo della donna come un atteggiamento novatore o trasgressivo. Proprio su questo punto, infatti, Giovanni Papini, negli anni immediatamente successivi, entrò in polemica col gruppo marinettiano, sostenendo che non si trattava affatto di un concetto originale del Futurismo, in quanto era stato prospettato, con ben altra complessità, da autori come Strindberg o Weininger. Per questa ragione Papini tacciava Marinetti di plagio e passatismo, opponendo al disprezzo della donna (pratica passatista) la libertà sessuale (pratica avanguardista).

Marinetti aveva comunque centrato il suo obiettivo: provocare una grande risonanza e suscitare un ampio dibattito, dentro e fuori le fila del movimento.  Sta di fatto che, da allora in poi, la posizione da assumere nei confronti del femminile diventò uno dei topoi della pubblicistica e della letteratura futurista. Malgrado l’enorme numero di reazioni suscitate dal suo enunciato –o forse proprio per questo- Marinetti si guardò bene dal chiarire le sue intenzioni. Mentre ferveva il dibattito, si limitò a dichiarare, in un’intervista apparsa nella rivista Comœdia (1909), che si trattava di una formula forse troppo laconica e, di fatto, lasciò che agisse con tutta la sua carica perturbante e provocatoria. Ma in questi primi anni prevale, come ricorda la Contarini, la pars destruens dell’animo futurista, il pathos del mai visto e dell’inaudito, la lotta feroce contro tutte le zavorre del passatismo. La strategia marinettiana consiste in un’incessante opera di promozione del mito futurista, basata proprio sulla formulazione di enunciati paradossali e spiazzanti. In questo contesto, la scandalosa proposizione del disprezzo della donna non può essere certo intesa in senso letterale, non più di quanto possano essere presi alla lettera l’uccisione del chiaro di luna o la riduzione in macerie dei “lebbrosi” palazzi di Venezia passatista. Appare evidente che l’attacco al femminile è in realtà un attacco violento ai logori clichés letterari, ai languori tardoromantici e simbolisti, oscillanti tra la glorificazione della femme fragile angelicata, musa ispiratrice, e la torbida fascinazione nei confronti della femme fatale.

Il dispositivo di lancio del movimento prevedeva, accanto alla redazione dei manifesti programmatici, un continuo “contrappunto letterario”: l’autrice segue puntualmente lo svolgersi di questa continua sovrapposizione tra l’aspetto teorico dei romanzi e il carattere letterario dei manifesti. Un esempio tra gli innumerevoli possibili, è stato individuato in Mafarka le futuriste (1910), curioso romanzo “strategico”, pieno di allegorie e riferimenti a tutta una serie di miti antichi e moderni (Prometeo, Icaro, Pinocchio). Questi miti si fondono col mito della macchina, moltiplicatrice della potenza umana, in un eccitato e febbrile phantasieren scientifico-magico. Nel romanzo, si favoleggia di una generazione senza donne, che approda alla nascita di un uomo meccanico, dotato di immense ali, figlio della pura volontà maschile e non della copulazione. In questa esaltata celebrazione di una futura androgenesi, non si può cogliere certamente una teoria biologica o un intento programmatico concreto. La prefigurazione dell’uomo meccanico appare piuttosto, anche in questo caso, una metafora: l’espressione di un sogno fondatore e fecondatore, svincolato da eredità e compromessi. Questa stessa idea viene espressa in forme più esplicite nella Prefazione futurista a Revolverate di Gian Piero Lucini (1909): “Il presente non mai come in questi tempi appare staccato dalla catena genetica del passato, figlio di se stesso e generatore formidabile delle potenze future”. Attraverso la nascita dell’uomo nuovo – contrapposto ai “miserabili figli della vulva” – si esprime il sogno utopico di un’umanità totalmente rigenerata e capace di auto-generarsi, liquidando, una volta per tutte, i conti nei confronti della pressione e dell’oppressione del passato.

Il rifiuto o l’esclusione del femminile si iscrive dunque, nella prima fase del movimento, nella nuova mitologia futurista, il cui emblema è l’uomo affrancato da debolezze e dal peso dei sentimenti, fino ad affabulare l’avvento di un uomo meccanico, sprovvisto di carne e immortale, quasi una prefigurazione delle “macchine celibi” di Duchamp o Picabia. I testi fondatori del Futurismo, secondo la Contarini, non elaborano un pensiero sulla questione femminile né si interrogano sul ruolo della donna nel mondo del futuro. La trasformazione dell’utopia “escludente” lascerà il posto, solo negli anni successivi, ad una nuova prospettiva teorica “includente”, in cui la “donna nuova” verrà pensata ed accettata dal Futurismo.

Merito del saggio della Contarini è quello di orientare il lettore in una selva di contributi – di valore molto disomogeneo – che vanno dalla piéces del Teatro Sintetico futurista a una nutrita produzione letteraria e alla messe di interventi pubblicati nelle pagine di “Lacerba”, in cui la parodia si mescola inestricabilmente al tentativo di inaugurare una linea di pensiero non meramente provocatoria. Tra i numerosi esempi esaminati, si può ricordare la reazione agli scritti di Soffici, che comparvero nella rubrica “Giornale di bordo”. La lettura di una frase di Colette induce Soffici a pensare “a un lavoro che si potrebbe fare per la riabilitazione dello spirito femminile tanto screditato dagli idealisti e dagli imbecilli. La donna – si potrebbe dire, per esempio – concepisce la vita in un modo molto più libero di quello che non faccia l’uomo” (“Lacerba”, 17 aprile 1915). La risposta firmata da Carrà, Marinetti, Russolo e Boccioni, non si farà attendere: “8 agosto. Ricevo dagli amici futuristi di Milano questa lettera raccomandata: “Carissimo Soffici (…) il tuo “Giornale di bordo” è spaventosamente sentimentale (…) Debole, mi fai profondamente schifo. Fatti delle – non rompere il ca –”. Avete ragione amici, oh come avete ragione! Cercherò di correggermi” (“Lacerba”, 15 agosto 1913).

Il dibattito prosegue in modo effervescente, alternando l’elogio della prostituzione (Tavolato) alla critica del matrimonio come “patto contro natura” (Pecori) e alla critica della morale sessuale corrente, accanto a contributi di maggiore spessore, come il manifesto L’Antitradizione futurista di Apollinaire (1913) che, rispetto al luogo comune della contrapposizione tra maschile e femminile, parla di una “differenziazione innumerevole dei sessi”, ovvero della compresenza, in proporzioni variabili, di attributi maschili e femminili in ogni individuo. Anche in questo caso non c’è la minima omogeneità: i contributi si susseguono sostenendo le tesi più disparate e contraddittorie. Un esempio probante è la compresenza di due manifesti, pubblicati nello stesso numero di “Lacerba” (15 gennaio 1914): Abbasso il Tango e Parsifal di Marinetti e Il controdolore di Palazzeschi. Mentre Marinetti incoraggia il possesso brutale della donna (“Viva la brutalità di una possessione violenta e la bella furia di una danza muscolare esaltante e fortificante”), anche Palazzeschi incoraggia la distruzione del sentimentalismo romantico, ma attraverso l’adozione del comico e del ridicolo.

Armi che Palazzeschi usava con grande finezza, anche nei confronti delle contraddittorie posizioni dei suoi compagni di strada. Nelle rubrica “Spazzatura” pubblica infatti (17 marzo 1915) un trafiletto intitolato La sparizione della donna in cui ironizza sulle altalenanti prese di posizioni marinettiane nei confronti delle donne. Nota infatti come, nella lista dei membri ufficiali del Futurismo che Marinetti inviava regolarmente a “Lacerba”, fosse stato eliminato l’unico nome femminile presente: “Ultimamente, mi pervenne la lista, corsi tutti i nomi dei maschi, e il mio nostalgico cuore cercava, cercava ancora una volta quello della signora. Più nulla. Era da prevedersi. Il giuoco era fatto. Se la sono mangiata! Pare ch’ella non fosse lì per altro che per servire a questo numero d’attrazione: disprezzo e relativa scomparsa della donna. Vittoria! Vittoria!” Con la consueta arguzia, Palazzeschi denunciava l’incerto e altalenante statuto delle figure femminili nell’ambito del movimento. Nel contesto di un lungo dibattito che attraversa tutta la storia della rivista, compare un solo articolo di una donna, Maria d’Arezzo. La maggior parte dei testi sulle donne erano infatti opera di uomini, che non descrivevano tanto i caratteri del femminile quanto piuttosto le proprie fantasie, ossessioni o fobie nei confronti delle donne.



Futurismo al femminile

 

La “signora” di cui Palazzeschi lamenta l’esclusione è Valentine de Saint-Point che, a breve distanza dal manifesto di fondazione, aveva pubblicato un Manifeste de la femme futuriste (1912) in cui aveva sostenuto che il mépris – termine scelto non certo casualmente – doveva dirigersi verso la mediocrità delle donne come degli uomini, indipendentemente dal loro sesso. La scrittrice afferma inoltre una tesi che anticipa la posizione di Apollinaire e di molte altre futuriste: la compresenza di qualità maschili e femminili, che devono completare qualsiasi essere umano. L’anno successivo pubblicherà un audace Manifeste de la luxure (1912), in cui esprime un pieno sostegno alla libertà sessuale della donna. Ambedue i manifesti furono pubblicati con l’avallo di Marinetti, che partecipò alle serate futuriste di presentazione. Si ripropone dunque l’ambivalenza originaria, dato che, a dispetto della presunta misoginia marinettiana, il movimento futurista era, in quegli anni, l’unico ambito di pensiero in grado di accogliere e promuovere tesi fortemente anticonformiste, in aperta opposizione alla morale e alle convenzioni dell’epoca. Valentine de Saint-Point fu la prima donna chiamata a far parte del gruppo dirigente futurista e figura nell’organigramma, pubblicato su “Lacerba” nel maggio del 1914, come responsabile della “azione femminile”. Nello stesso anno, tuttavia, prese definitivamente le distanze dal Futurismo, dato che non ne condivideva l’infervorato bellicismo: è dunque questa – e non il fatto di essere donna – la ragione della damnatio memoriae lamentata da Palazzeschi.

Ancor prima della redazione dei due manifesti “al femminile”, Valentine de Saint-Point aveva pubblicato un articolo intitolato La femme dans la littérature italienne (1911) in cui invitava le donne a non seguire l’esempio di autrici come Matilde Serao e Grazia Deledda, che avevano scritto romanzi simili a quelli degli uomini. In questo testo la Saint-Point si augura che, a fianco dell’anima maschile rivelata dagli uomini, le scrittrici rivelino l’anima femminile, che definisce “plus complexe et si differente”.

L’appello non rimase senza esito, dato che a partire dal periodo bellico si moltiplicarono gli interventi di scrittrici, allorché il dibattito si spostò sulle colonne della nuova rivista “L’Italia futurista”. Gli interventi di Enif Robert, Eva Khun (con la pseudonimo Magamal), Rosa Rosà, riecheggiano molte delle anticipazioni contenute nei manifesti, in particolare sull’uguaglianza tra i sessi, l’uno e l’altro debole e forte, stupido e intelligente. Rosa Rosà appare una delle più decise nel sostenere la tesi che “profonde metamorfosi psicologiche, sessuali, erotiche” permettono di prefigurare la “donna del posdomani” (“L’Italia futurista”, 7 ottobre 1917) e nell’affermare che bisogna smettere di dividere l’umanità tra uomini e donne quanto tra individui”superiori e stupidi”. L’insistenza sul tema della stupidità era una indiretta risposta all’articolo di Corrado Morosello (Salviamo la donna in “L’Italia futurista”, 27 maggio 1917) in cui la provocazione sconfinava nell’offesa gratuita: “Non occorre essere degli psicologi diplomati per capire che l’unico grande dannossissimo difetto della donna è di essere immensamente stupida”. La risposta fu pronta e incisiva; Rosa Rosà rispetto alla tesi di Morosello – come pure all’idea di Jamar della “donna come tonico” – individuava con precisione la radice del problema. Il vero ostacolo non consiste in una natura femminile pretesa immutabile, quanto nella resistenza al cambiamento che oppongono gli uomini, ancorati a concezioni ataviche. Rosa Rosà arriva a capire che il problema non è la donna, ma l’uomo, anche se futurista: i creatori baldanzosi di un nuovo mondo e di una nuova società appaiono infatti piuttosto ritrosi quando si tratta di accogliere posizioni destinate a modificare lo status femminile.

La Contarini rileva come la reazione delle scrittrici futuriste alle tesi maschili – talvolta sarcastiche e talvolta grossolane- sia intelligente e misurata. Figura di riferimento, nella galleria di esempi, rimane comunque Marinetti – e, in tal senso, è emblematica la risposta di Enif Robert al manuale marinettiano Come si seducono le donne. Questa esposizione del “metodo”, a differenza del carattere cupo e allucinato di opere come Roi Bombance o Mafarka, le futuriste, affronta il tema femminile con spirito ironico e ludico. Il manuale, e il successivo romanzo L’isola dei baci, inaugurano una serie di romanzi “erotici e sociali” di vari autori, di Bruno Corra, Enrico Settimelli e Arnaldo Ginna, che si distinguevano per la propensione ad un libertinaggio grottesco ed eccessivo, espresso in toni buffoneschi e parodistici. In una lettera aperta a Marinetti, apparsa su “L’Italia futurista” nel dicembre 1917, Enif Robert coglie il carattere umoristico del Manuale e attribuisce a Marinetti il merito di abbordare la questione femminile con humour, senza pontificare o tentare di spiegare alle donne futuriste come dovrebbero essere. La principale carenza della trattatistica marinettiana, la mancanza di una chiara prospettiva sulla donna del futuro è riconvertita – forse non senza ragione – in un titolo di merito.

Alla chiusura de “L’Italia futurista” (gennaio 1918) il dibattito sulla questione femminile si trasferisce sulle colonne di “Roma futurista”, la nuova rivista, fondata nel settembre 1918 da Marinetti, Carli e Settimelli come organo del progettato “partito politico futurista”. Finalmente, in queste pagine, la riflessione sembra perdere i toni polemici o parodistici che avevano caratterizzato gli interventi precedenti e i futuristi sembrano far proprie, senza riserve, le istanze di emancipazione. A qualche mese dalla fine della guerra, nel secondo numero della rivista (26 settembre 1918) un articolo di Settimelli ha il tono di un vero e proprio appello alle donne: “La guerra ha dato la sensazione delle capacità femminili rispetto alla nazione. E sarà per la guerra che potrà costruirsi in Italia un femminismo vasto e bene organizzato. Noi futuristi, nemici di tutte le prigioni, siamo propugnatori della uguaglianza dei diritti per gli uomini e le donne”. Non è certo casuale che il titolo di questo articolo sia Il disprezzo della donna. In esso Settimelli riprende e chiarisce il senso dell’antico mot d’ordre futurista: “Il nostro disprezzo per la donna non è per la donna cervello, anima e sensi, ma per la donna animale insidioso, ipocrita e astuto che noi siamo soliti considerare diverso dalla verità. Il nostro disprezzo è dunque contro una concezione della donna e non contro le donne”.

Il Manifesto del partito futurista italiano (febbraio 1918), prevedeva il suffragio universale e la parità dei salari per uomini e donne e, sul piano del diritto di famiglia, l’abolizione della autorità maritale e l’introduzione del divorzio. Le donne sembrano finalmente accedere nella mentalità futurista ad uno status del tutto nuovo, che tuttavia non durerà che il tempo di una avventura politica sfortunata. Dopo lo smacco elettorale del 1919, che affonda l’ipotetico partito, la problematica femminile cessa progressivamente di interessare i futuristi, prima di scomparire dalle questioni sociali e politiche. Nei primi anni Venti Marinetti pubblicherà nuovi manifesti, che non basteranno a rilanciare il movimento d’avanguardia in Europa. La mancanza di risonanza culturale, unita al fallimento elettorale, produce una crisi ideologica e una presa di distanza dalla politica.

La Contarini fa rilevare come Marinetti non sia il solo ad aver capito che, dopo la guerra, si era prodotto un cambiamento profondo, ma non nel senso auspicato dal Futurismo o dalle donne futuriste. In un poema che Maria Ginanni dedica alla “geniale Rosa Rosà, teneramente” ovvero alla futurista che aveva immaginato le multiple anime delle “donne del posdomani”, colei che era stata direttrice delle edizioni de “L’Italia futurista” confessa: “Non lotto più, non creo, non mi agito, non tento? È vero (…) Sono chiusa raccolta silenziosa ferma? È vero”. Il disincanto è profondo e pervasivo: nel dopoguerra termina la fase eroica e visionaria del Futurismo, si spegne la volontà e il desiderio di immaginare l’inimmaginabile. Con il progressivo raffreddarsi della tensione utopistica, il dibattito sulla questione femminile si arresta negli anni Venti, allorché, progressivamente, la visione della donna futurista viene fagocitata ed eclissata da quella della donna fascista.

Questa assimilazione conclude un ventennio di effervescenti, quanto disordinate, discussioni che Silvia Contarini ha saputo ricostruire e illustrare rispettandone tutta la complessità. La Femme Futuriste  ci aiuta a comprendere che il valore del dibattito sulla donna condotto all’interno del movimento futurista è nella straordinaria apertura di uno spazio di confronto – fino ad allora inesistente – sul problema  della condizione femminile. E non è certo un caso che, esaurita la spinta prodotta dal Futurismo, tale spazio di confronto scompaia, sepolto dalla celebrazione della retorica procreativa e familiare, per riproporsi solo negli anni Sessanta: siamo forse così giunti in quel “posdomani” che Rosa Rosà aveva prefigurato con decenni d’anticipo.



[1] B. Mussolini, Discorso alla Camera dei deputati, 25 maggio 1925, cit. in AA.VV. L’arte delle donne, dal Rinascimento al surrealismo, Milano, Federico Motta editore, 2007, p.57.

[2] L. Nochlin, Why have there been  no great woman artists?, in Id,, Women, Art, Power and other Essays, Westview Press, Boulder (CO), 1988.

[3] M. Corgnati, Artiste. Milano, Bruno Mondatori editore, 2004.

[4] L. Re, Futurisme and Fascisme, in A history of women’s writingin Italy, Cambridge, University Press, 2000.

[5] A. De Simone, Habermas. La metamorfosi della razionalità, Lecce, Milella, 1999.




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