| |
di Martina Velocci
Incontriamo Tommaso Ottonieri
(1958), scrittore, saggista, poeta e critico letterario.
Figlio d’arte (il padre era lo
scrittore Mario Pomilio), Ottonieri è attualmente docente
di Letteratura italiana presso “La
Sapienza” di Roma, e ha da poco pubblicato il suo ultimo
lavoro narrativo dal titolo Le strade che
portano al Fùcino con il cd Strade:
soundscapes di Maurizio Martusciello (edito da Le Lettere, nella collana
“Fuori Formato” diretta da Andrea Cortellessa, Firenze 2007, pp. 272, € 24,00).
Il libro è, in sintesi, un
percorso di simil-autobiografia che riannoda strade e ricordi perlustrando un
desolato territorio reale che viene reinventato come
territorio virtuale, fantastico, grazie ad una scrittura che pratica una lingua
‘plastica’, metamorfica, onnivora.
Che tipo di narrazione è Le
strade che portano al Fùcino, la cui stesura sappiamo che è stata è stata
molto lunga?
Si tratta di una serie di
narrazioni autonome e (solo apparentemente) eterogenee, tutte inarcate tra due
estremi che potrei definire del comico-basso e del sublime-strano, sviluppatesi
nel corso di un ventennio tondo di elaborazione (ma in quei vent’anni ho
scritto almeno altri cinque libri…). Malgrado questa complessità e relativa
disseminazione, ed effettiva scissione in due emisferi, in due “zone” psico-geografiche
(ovest ed est), il libro è a tutti gli effetti un
‘romanzo’, in quanto sistema di elementi e di segmenti che s’intersecano e
s’intessono entro una rete testuale, una ‘testura’ sufficientemente
(dis)organica. E con una dominante se vogliamo a metà tra l’ultraorganico (la
terra, l’animalità dei corpi, la decomposizione) e l’antiorganico o
addirittura, con le dovute cautele, quello che anni fa si sarebbe detto il
postorganico.
Il luogo a cui il libro
s’intitola, il Fùcino, è un lago prosciugato, nel cuore degli Abruzzi, e
tuttora zona alquanto desolata e deserta per quanto monumentalmente
tecnologizzata (lì vi ha sede Telespazio, con i suoi enormi ricevitori
satellitari). Dunque, come luogo di origine (mia) biografica (i miei si erano
trasferiti a Napoli nei primi anni ’50, è da considerare dunque fortuito che io
sia venuto alla luce proprio lì, nel giugno del 1958), come luogo di Origine,
dico, è qualcosa di particolarmente incongruo, di particolarmente, per così
dire, alienato. Non è un caso allora che il mio ripercorso pseudo-autobiografico,
tutto all’indietro verso un’origine che è anche la fine della strada,
coincidere di nascita e morte, avvenga tutta nel
quadro di una narrazione di carattere diciamo “fantascientifico” (ma si tratta
di una fantascienza molto interiorizzata – di qualità tarkovskijana se posso
dire), e nel segno dell’Alieno.
Il libro è uscito insieme ad un cd curato da
un compositore di musica elettronica: come mai questa scelta?
Tutti i miei libri hanno
una vocazione fortemente multi- o iper-media, che ha sede nel cuore stesso di
una scrittura in prosa fra le più elaborate e direi persino “letterarie” (se
questo epiteto non rischiasse di ingenerare equivoci) tra quelle d’oggigiorno.
Nel caso specifico, il lavoro condotto assieme a Maurizio Martusciello, è stato
quello di isolare frammenti verbali da una testura già così ‘organicamente’
frammentaria, eseguirli su una partitura elettronica che ne dilatasse
l’effetto, formando nuova testura dallo stesso smagliarsi del narrare. Ma nel
libro vi è una ‘traccia’ fotografica altrettanto forte, trentadue scatti in
bianco e nero disseminati nel testo, che costituiscono un vero e proprio
specchio della narrazione e insieme una ulteriore
‘strada’, un percorso alternativo.
Lei si occupa di poesia, di prosa, di saggistica, di critica letteraria.
Cosa la rappresenta maggiormente?
Credo che per quel che mi
riguarda in ogni ‘genere’ si riversi, di fondo, una stessa qualità di scrittura.
Che in parte mi appartiene, ma alla quale, ancor di più, sono io ad
appartenere. Non è un caso forse che solo dopo lunghe rimuginazioni
decisi di attribuire un ‘autore’, per quanto pseudonimo, al mio primo
libro, Dalle memorie di un piccolo ipertrofico,
che avevo pensato inizialmente di far uscire anonimo.
Nella sua esperienza letteraria ha avuto il piacere di confrontarsi con
grandi nomi come Manganelli e Sanguineti che hanno scritto di lei, come ha
vissuto queste esperienze?
Sono stati incontri di
immensa ricchezza e per me d’impagabile accrescimento, e ancor più in quanto
verificatisi me giovanissimo; a una certa età, gli incontri davvero incidono
nelle fibre.
Progetti per il futuro?
È appena uscita una riedizione
riveduta e corretta dell’Ipertrofico
(ed. No Reply), a trent’anni dalla sua prima stesura (ma il libro sarebbe
uscito ‘ufficialmente’ solo nel 1980). Nell’ultima decina d’anni, ho portato in effetti a compimento, uno alla volta, una serie di
progetti che si trascinavano da tempo; vorrei riprendere ed ampliare una
narrazione fantastica, praticamente una favola, che avevo pubblicato qualche
anno fa, un frammento a sé nella mia produzione, ma che mi pareva molto
promettente.
Scarica in formato pdf
|
|