CHECKPOINT POETRY
MARCO CAPORALI
 

 

 

 

Lettera da Casperia

 

Avevi in corpo la vita

e non avevi abbastanza forza da conservarla.

Non ci sarebbero stati

neppure i passi stenti

il fiato liberato da una maschera.

Hanno cambiato la disposizione della nostra stanza.

Non resta nulla di quel lato in ombra

da cui si torna alla luce del sole.

Troppo concedevi di te durante il giorno

per non ritrarti al buio in una tua dimora

inaccessibile. Eravamo concordi

a separarci la notte alle porte

perché non entrassero stranieri a disfarci.

Resta comunque indelebile l’impronta del tuo corpo in queste mura,

il calco dove imprimere la forma della tua mancanza.

 

 

 

 

Casa del passeggero

 

A coppie si rintanano nel gelo

esclusa una donna perduta

ravvolta nel suo velo.

Il vento percuote i rifugi addossati alle rupi.

Volatili e gente del porto

da tempo non si addentrano nel mare aperto.

Affiorano dal suolo refrattario

i volti che sommersi in noi dimorano.

E poi nell’acqua il piegarsi alla corrente,

a quelle labbra un rapido abbandono.

Da un vento di terra dischiuse

le vesti che le avvolgono la vita

conquista il passo un’andatura lieve.

 

 

 

 

Germogli

 

                                                               a Tony Wilkinson

 

Qualsiasi cosa faccia

è nel suo fare. Ad esempio in ritagli di nature

non più riconoscibili estirpate, o in quel che indossiamo

senza avvertirne il peso.

A seconda del giro in cui è preso, in questa o in quella

delle sue innumerevoli arti

con la forza d’attrazione che la terra

esercita su chi lavora.

 

 

 

 

Compleanno

 

Aperti alla tormenta che il porto non trattiene

all’ancoraggio delle proprie voci

senza potersi accostare alla riva

rimanere al largo. In una solitaria cabina telefonica

unico riparo nel tempo di un augurio, qui lungo il molo.

 

 

 

 

Triangolo di mare

 

I corpi quasi fermi dei bagnanti,

rassegnata noncuranza

e intesa tra riverbero e tepore.

Ora la calma diventa tesa

e le scaglie solari sull’acqua

ritirandosi lasciano una superficie univoca.

 

 

 

Visita a Niels

 

Si possono contare dal ciglio della strada

le macchine che passano di qui, tanto violente quanto sono rare.

Cadente e rinnovata è questa casa, tuo nido e specchio

che pezzo a pezzo edifichi, a te piegandola.

Né sfuggono al tuo sguardo sospettoso

i movimenti degli ospiti.

Di tutto quel che accade, di rado sfiorato dal rapido mondo

che alle spalle ti sei lasciato,

nulla ti deve tradire, ora che hai traversato

gli archi di nebbia tra i palazzi anonimi, verso la tua natura.

 

 

 

 

In ascolto

 

Raccolta nel ventre che a te si conforma

e filtra luce e ombra in trasparenza

provi il respiro futuro

al ritmo del tuo mutare in un’aria che ti asseconda.

 

 

 

 

Oggi

 

Ti fai sorprendere da una foglia che scorre, ed ogni insetto

ti si rivela amico, ed ogni frutto

assaporato ed ogni fiore colto. Il mattino non concede

la sua luce mano a mano

ma si riaffaccia all’improvviso intero

agli occhi aperti che nessuno adombra. E le prime parole

che pronunci al risveglio

disarmano il presente, quando le nostre s’attardano

timorose sulla soglia.

Come la gente che all’istante ami

se appena non fa mostra di temerti, svanito il buio

il mondo ti si dà completo e chiaro.

 

 

 

 

Area protetta

 

Oltre la soglia interdetta al tuo peregrinare

verso un approdo che non sospettavi

precluso al comune cammino, il richiamo del guardiano delle foche

al tuo restartene spensierata alla foce dei tuoi sogni

laddove s’inabissano e riemergono a distanza

dai fondali marini le creature che ami, curiose

di te che nei tuoi giochi ne mimi le movenze

e violandone il territorio attenti

inconsapevole alla loro prole.

 

 

 

 

Cantastorie al faro

 

Per farsi perdonare si fa guida

nel suo santuario il faro

a chi straniero si era spinto ignaro

nel territorio della procreazione

il guardiano di Totten, lingua di terra dalle foche eletta

a propria casa. Santuario dove il suono si propaga

di piano in piano, fin dentro l’ossatura della luce

che i naviganti allerta, e riconduce ai rallegrati astanti

notturni abitatori di meandri

fanciulle addormentate per cent’anni

che un trovatore stana, tenendo alimentato un così grande fuoco

che l’isola consuma

col suo tributo d’alberi.

 

 

 

 

 

Urbe

 

Esponendo per vivere le proprie piaghe

tanto più immonde quanto più fruttuose

a visitatori occultati nei miasmi

soffocanti dei motori, a branchi ripartiti per nazioni

transitanti col proprio stendardo, tutti guidati ad uno stesso centro

di raccolta in pieno giorno, quando l’un l’altro ad elargire e chiedere

ciascuno è a sé straniero in questo storico avamposto.

 

 

 

 

Chiesa rotonda

 

Centro di raccolta ciascuno è della voce

che ovunque con eguale intensità risuona

e insieme ci si eleva

con la sola autorità della preghiera,

di un suono che si spoglia del corpo che lo genera

che poco importa se il fedele vede

a lato dell’altare il pulpito

se sono in ogni punto della volta a sé rivolte le parole.

 

 

 

 

Parte di una fiaba

 

                           Have you ever been part of a fairytale?

                                 Manifesto per il bicentenario di Andersen

                                 all’aeroporto di Copenaghen

 

Tutto congiura all’anonimia.

Ognuno si lascia svuotare

senza soffermarsi sul volto di qualcuno.

È il luogo deputato al transito dei corpi.

Vi si parla ogni lingua e a nessuna si bada.

Senza coscienza le voci

s’avvertono sopite

nei propri passi disincarnati

andando oltre, da un’entrata a un’uscita

e viceversa, nulla ed ogni cosa sapendo di ciascuno.

 

 

 

 

Prove aperte a Kronborg

 

Al culmine del ritrovarsi

quando pienezza detta le sue leggi all’alba

a un cenno dell’amante

che i cortigiani assecondano

strumento ragionevole si volge

a mano armata contro sé l’amata

come ben sanno i guerrieri che non ridono

per non lasciarsi sfuggire l’anima.

 

 

 

 

In giardino

 

A fior di labbra lieve

il sorriso si apre, pienamente concorde

con il corpo la mente,

lieta e discreta presenza immutata negli anni

unita all’opera

a un ramo che scorre, eri guida tra i colori che ci orientano

in quel regno obbediente

e a guardarti lo saresti stata sempre.

 

 

 

 

Matrimonio magiaro

 

Con dignità e naturale eleganza

come chi porge la sua merce rara

senza che altri ne decidano il prezzo

“ti accolgo se mi doni la tua intima ricchezza”.

Voci rivivono fedelmente.

S’accordano imperfette intonazioni.

Il nastro riavvolgendosi si stacca

da tutto il silenzio che un suono di flauto attraversa.

 

 

 

 

“Diversamente abile”

 

Fin quanto vedi tutto il mondo intorno

si definisce nel volto degli altri.

Loro ti danno fermezza.

Al tocco della mano

il ruotare si placa, una casa ti accoglie.

Né riso né pianto

ma la via di mezzo

s’apre nell’intrico inesplorato, certezza di confini

oltre i quali il nostro sguardo non s’azzarda.

 

 

 

 

Fronte a mare

 

Era una villa abbarbicata al tufo

sfruttata per uso di cava.

Né salita né discesa più vi approda.

Solo un residuo di muro,

un venir meno della compattezza

e un suo stratificarsi verso l’acqua,

l’ultima propaggine si appiglia

a uno scoglio come zampa.

Addenta la terra

una colata di lava

e solidificandosi l’abbraccia

e a lei si affida la restante vita.

E poi le loro storie non possiamo più discernere.

 

 

 

 

Davanti al fuoco

 

Lascia che ciascuno intraveda la sua immagine

in quel rogo di scheletri ed alberi

che la preistoria invade.

Un cuneo che ci innerva nella creta

un calcolo di beni

più vasti del presente che con ansia

fuori di sé si volge

impongono una stabile dimora.

Le puoi rivoltare sul foglio

le tue riserve spente

che si susseguono in remote terre

pacificate, dai venti erose

mentre le vette altrove s’inabissano

irte, incompiute minacce. È un mosaico marino

che in cristalli si sfalda

e ci predice, nomadi all’origine rivolti.

 

 

 

*  da Alla fine del solco (Empirìa, Roma, 2007)




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