LETTURE
VANNI SANTONI
      

Vanni Santoni

 

Personaggi precari

 

rgbmedia, Milano 2007, pp. 111, € 7,90

 

Gli interessi in comune

 

Feltrinelli Editore, Milano 2008, pp. 272, € 13,00

 

    

      


di Marco Simonelli

Una generazione in comune

 

In un intervento del 1967 intitolato “L’accusa di provincialismo turba troppo gli italiani” , discorso intorno al libro di poesia Panglosse di Giuseppe Guglielmi edito quell’anno da Feltrinelli, Amelia Rosselli dichiarava: “La paura di essere tacciato di provincialismo ha fatto strage tra gli intellettuali della generazione di mezzo e il nervosismo che ne scaturisce [...] può ben dirsi una delle cause di tanti litigi o querele tra letterati”.  A più di quarant’anni da quell’acuta osservazione della scrittrice di Variazioni Belliche (osservazione che a tutt’oggi testimonia una sua presa di posizione contro un certo tipo di scrittura d’avanguardia e ci restituisce un quadro sociologicamente preciso di quegli anni), assistiamo ad una riabilitazione del provincialismo con Gli interessi in comune di Vanni Santoni, edito proprio da Feltrinelli quest’anno.

 

In quaranta anni i concetti di provincialismo e avanguardia hanno subìto ovviamente immani cambiamenti: con una globalizzazione problematica e l’avvento del media internet (con quello che ne consegue sul piano dell’esperienza anche formale della scrittura, concentrata e diffusa adesso tramite blog) la provincia diventa un luogo da preservare mnemonicamente, da descrivere e salvaguardare come fosse una fauna protetta, un’oasi naturale che, seppur esecrabile, rappresenta un bacino di storie e mitologie di cui servirsi per narrare la formazione esistenziale della propria generazione.

 

Vanni Santoni è nato nel 1978 a Montevarchi, in provincia di Arezzo. Vive a Firenze dove lavora come giornalista e formatore. Per coloro che si interessano al rapporto tra letteratura e internet, il nome di Santoni suonerà familiare. Nel 2007 gli è stato infatti conferito il Gran Premio Scrittomisto che ha permesso al suo blog Personaggi precari di tramutarsi in un libro vero e proprio (edito da rgb). Si tratta di una compagine interessante da indagare: lacerti dialogici, plot minimali di impostazione filmica, aneddoti di disperazioni frastornanti e tuttavia comiche, sintetiche descrizioni di esistenze in bilico, sull’orlo di una preoccupante, delirante “ansia da prestazione scenica”. Una vena, si direbbe, metaletteraria e pirandelliana: il personaggio è inteso come creatura letteraria di ispirazione realistica pronta a balzare in scena qualora assunto, a tempo determinato o in nero, dall’estro creativo di produttori, sceneggiatori o scrittori. Il vessante problema di una generazione di quasi trentenni consci di avere un futuro sicuramente più problematico di quello toccato in sorte ai loro padri è qui affrontato, tramite uno stratagemma colto e grottesco, dal punto di vista del character: una svendita di personaggi da romanzo di cui l’autore offre un “portfolio emotivo”. Sarà poi l’immaginazione del lettore a completare il racconto grazie alle indicazioni (scarne ma efficaci) con cui Santoni allestisce una ipotetica vetrina per i suoi personaggi in saldo. L’annosa questione del precariato non potrebbe essere trattata in modo più ironico e intelligente. Già altri scrittori (di qualche anno più anziani di Santoni) hanno recentemente provato ad affrontare in letteratura quella che è una malaugurata costrizione storica e politica, senza però preoccuparsi del prodotto artistico finale: la scrittura lucida di una realtà stralunata di Santoni ci consegna invece un denso libro di minimi poemetti in prosa di ottima qualità che hanno l’andamento serrato e formale del videoclip; non potrebbe essere altrimenti se è vero che la critica ufficiale s’è affrettata a catalogare la generazione degli attuali trentenni (artisti nati negli ultimi anni ‘70 o primi ‘80) con l’ironica definizione di Mtv Generation – definizione calzante, quando non dispregiativa, giacché appare evidente la tendenza di molti di attingere ad un immaginario pop-rock da diffusione massificata per risolvere problemi stilistici ed estetici in chiave comunicativa. Se per la letteratura cosiddetta “cannibale” (che nasceva anagraficamente sotto gli effetti del boom economico) il vero feticcio ispirativo era la merce, i nati poco più di dieci anni dopo sembrerebbero conquistati dal potere ipnotico della spettacolarizzazione di essa.

Qualora fosse ancora possibile oggigiorno parlare di “scrittura d’avanguardia” (da intendersi però in un’accezione del tutto informale, avulsa da storicizzazioni critiche, in veloce mutamento) e, se potessimo anche solo tentare d’applicare questa definizione a Personaggi precari di Santoni, potremmo desumere che la ricerca letteraria oggi in Italia può coincidere con la ricerca di un impiego fisso retribuito. Anche grazie all’estroso ludus situazionistico evidente nella scrittura di Santoni, l’autore è diventato rubrichista per un noto quotidiano nazionale. Che sia l’andare verso un pubblico, verso una comunicatività che si limita a riportare gli esiti di un disagio più sociale che culturale tramite un linguaggio non allarmante una delle poche modalità che gli scrittori italiani  hanno oggi a disposizione per impegnarsi (o impiegarsi?) non solo in ambito artistico? Trattasi di domanda retorica che, allo stato attuale delle cose, non può trovare risposta definitiva.

 

Dopo Personaggi precari e il continuato sperimentare sul frammento micronarrativo capace di esplicitare in pochissime righe una complessità caratteriale a tratti profonda, a volte sfacciatamente superficiale ma in ogni caso travolgente e intrigante, Santoni è pronto per applicare la sua tecnica di introspezione psicologica “momentista” (più che impressionista) ad un lavoro più complesso, di spessore epico-narrativo. Sarà a questo punto necessario, per sottolineare il lungo balzo stilistico di quest’autore, quanto i Personaggi siano stati un’operazione artistico-concettuale di portata potenzialmente rivoluzionaria. Santoni, più che autore di storie è stato fin qui uno sfruttatore di personaggi, nell’accezione di pappone e/o magnaccia di characters incarnanti un’idea. Presentando i Personaggi e le loro vicende come lavoratori flessibili da impiegarsi, prostituendoli, nella fiction altrui, si è contemporaneamente liberato di eventuali implicazioni psicoanalitiche del suo lavoro mantenendo tuttavia intatta una pietas con-partecipante che non si ritrova nel dettato bensì nella scelta d’appartarsi come voce narrante, di lasciare l’accaduto al lettore che è libero (come in un trattato di Queneau) di sfruttare la capacità comunicativa dei suoi poemetti in prosa per arricchimento personale, divertimento disincantato o analisi sociologica da comodino, a seconda dell’estro o del momento.





Il piccolo “caso letterario” dei Personaggi precari (una tiratura esaurita in meno di un anno, di certo non male per un esordiente trentenne proveniente da un’esperienza che con la poesia ha più d’un punto in comune pur restando ibridazione) e il premio, hanno portato Santoni alla pubblicazione del primo romanzo con Feltrinelli editore. Le circa 260 pagine de Gli interessi in comune costituiscono sì un libro godibile e un’ottima occasione per affrontare (si spera non in tono da talk-show) un discorso sociologico sul rapporto fra giovani e sostanze stupefacenti, tuttavia siamo ben lontani dal libro da spiaggia, da leggersi sotto l’ombrellone o in metropolitana. Sebbene il battage pubblicitario di Feltrinelli abbia avuto un’impronta giovanilistica inquietante (si parla addirittura di banners e pop-ups che spunterebbero, come spot improvvisi, dalle colonne del servizio di messaggistica istantanea Msn con uno slogan ambiguo come “Leggerlo è nel tuo interesse” e abbiamo personalmente constato che in breve tempo è fiorito anche un merchandising software coordinato, con tanto di sfondi desktop...), il romanzo ha un impianto stilistico di tutto rispetto, una struttura che coniuga intenti epici a invenzioni narrative e descrittive per niente semplicistiche, letterarietà che denota assoluta padronanza di più registri.

In un Valdarno nebbioso prima e in una Firenze oramai priva del suo fascino da cartolina poi, una variegata gamma di protagonisti e comprimari (tutti personaggi, “comparse” comprese, con vissuti realistici, quasi evoluzioni dei characters del primo libro) vengono raccontati (ma sarebbe meglio dire ripresi, dato l’andamento cinematografico della narrazione) durante un loro continuo sperimentare con le sostanze psichedeliche più disparate. Gli interessi che hanno in comune questi personaggi sono infatti (come da indice): Lsd, Fendimetrazina, Eroina, Cannabis, Noce moscata, Ecstasy, alcol, Tabacco, Diazepam, Sesso, Anfetamina, Feniciclidina, Ketamina, Mescalina e così via. Si potrebbe facilmente pensare ad un catalogo quasi biografico e confessionale, un Naked Lunch di un Burroghs toscano; invece ci ritroviamo davanti ad una sorta di Sistema Periodico di un Primo Levi in salsa grunge e hip-pop. Ventitre capitoli portanti che seguono le vicende, si alternano a ventidue brevi capitoletti che riportano, in chiave più sintetica, una sorta di spin-off di una mini-saga di provincia inquieta. Con una comicità che non è mai fine a se stessa (e quindi superando brillantemente il rischio coraggiosamente corso con i Personaggi precari) un black-humor che nulla ha da invidiare ai geniali sceneggiatori di Desperate Housewives nel campo delle ipocrisie della borghesia contemporanea di provincia, upper o middle-class che sia.

La rilevanza artistica di questo progetto è da ricercarsi però nella tecnica impiegata: ognuno dei 23 capitoli “maggiori” è scritto cercando di mimare anche nel ritmo e nella velocità della narrazione gli effetti della sostanza di cui il brano tratta. Parrebbe un facile esercizio per chiunque abbia una dimestichezza non distruttiva con la scrittura automatica indotta da stupefacenti, ma Santoni mantiene una coerenza strutturale costante, sfuggendo totalmente ad un manierismo che non avrebbe certo giovato al sapore agrodolce di una storia di giovani non giovanilistica. Fra carte Magic e Playstation, viaggi più o meno psichedelici, mitologie underground di paese fiorite fra gli amici che si ritrovano al bar in attesa di un futuro sempre più problematico, ciò che correva il rischio di essere un esercizio di stile si rivela perfettamente significante, aggiungendo un tono vagamente ludico che tuttavia non esula da letture più profonde, esistenziali. Uno spaccato psicologico corale, territoriale e tuttavia universale nell’approccio; un gioco di registri narrativi che variano seguendo una maieutica della percezione alterata (frutto sia d’esperienza diretta che di accurate ricerche preparatorie alla stesura) – l’epica sommessa di Santoni scorre lenta lungo un arco temporale di circa dieci anni, componendosi però di aggregazioni testuali espresse ad alta velocità, quasi fulminee che derivano evidentemente dalla meditata esperienza del libro precedente. Ma per dare un’idea dello spessore d’esperienza che questo libro ci porta, basterebbe citare l’epigrafe di Walter Vogt, che ad Hoffmann, scopritore dell’acido lisergico, chiede: “Avevamo preso sul serio qualcosa con cui ci è permesso solo giocare o viceversa?” domanda infine applicabile all’esistenza di questi personaggi.

Di Vanni Santoni andrà detto anche che è riuscito, con un’economia ben studiata di mezzi espressivi a ritrarre la provincia in termini partecipi: sa disarmare il suo pubblico con una conoscenza ampia e dettagliata della pseudomitologia suburbana. Un’accusa di provincialismo come quella mossa da Amelia Rosselli a Guglielmi nel ’67 forse lo farebbe sorridere e non v’è da dubitare che la prenderebbe come un complimento. V’è nel libro di Santoni una genuinità veramente rappresentativa dell’ humor toscano (quella sottile linea che separa la cinica cattiveria da una boutade espressiva irriverente, al limite della genialità). Sotto alcuni punti di vista potrebbe ricordare il melange drammatico di cui erano intessuti alcuni primissimi film di Leonardo Pieraccioni o la Casa Gori di Benvenuti, prima che entrambi questi autori fossero costretti a ricorrere ad un pecoreccio alla Vanzina per assicurarsi un posto nell’hit-parade dei botteghini. Non possiamo quindi non augurarci che Santoni continui a sfruttare il suo talento che è senz’ombra di dubbio quello della conoscenza minuziosa della tecnica narrativa, virata da un filtro di sperimentazione mai eccessivo tuttavia capace di spiazzare il lettore evocando realtà in cui più generazioni potrebbero identificarsi. E gli auguriamo che un’eventuale versione cinematografica de Gl interessi in comune non abbia fra i comprimari Scamarcio.

 

 

 

Marco Simonelli, 27/06/08

 

 

 

 




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