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di
Marco Simonelli
Una
generazione in comune
In un
intervento del 1967 intitolato “L’accusa di provincialismo turba troppo gli
italiani” , discorso intorno al libro di poesia Panglosse di
Giuseppe Guglielmi edito quell’anno da Feltrinelli, Amelia Rosselli dichiarava:
“La paura di essere tacciato di provincialismo ha fatto strage tra gli
intellettuali della generazione di mezzo e il nervosismo che ne scaturisce [...]
può ben dirsi una delle cause di tanti litigi o querele tra letterati”. A più di quarant’anni da quell’acuta
osservazione della scrittrice di Variazioni Belliche (osservazione che a
tutt’oggi testimonia una sua presa di posizione contro un certo tipo di
scrittura d’avanguardia e ci restituisce un quadro sociologicamente preciso di
quegli anni), assistiamo ad una riabilitazione del provincialismo con Gli
interessi in comune di Vanni Santoni, edito proprio da Feltrinelli
quest’anno.
In quaranta
anni i concetti di provincialismo e avanguardia hanno subìto
ovviamente immani cambiamenti: con una globalizzazione problematica e l’avvento
del media internet (con quello che ne consegue sul piano dell’esperienza
anche formale della scrittura, concentrata e diffusa adesso tramite blog) la
provincia diventa un luogo da preservare mnemonicamente, da descrivere e
salvaguardare come fosse una fauna protetta, un’oasi naturale che, seppur
esecrabile, rappresenta un bacino di storie e mitologie di cui servirsi per
narrare la formazione esistenziale della propria generazione.
Vanni Santoni
è nato nel 1978 a
Montevarchi, in provincia di Arezzo. Vive a Firenze dove lavora come
giornalista e formatore. Per coloro che si interessano al rapporto tra
letteratura e internet, il nome di Santoni suonerà familiare. Nel 2007 gli è
stato infatti conferito il Gran Premio Scrittomisto che ha permesso al suo blog
Personaggi precari di tramutarsi in un libro vero e proprio (edito da
rgb). Si tratta di una compagine interessante da indagare: lacerti dialogici, plot
minimali di impostazione filmica, aneddoti di disperazioni frastornanti e
tuttavia comiche, sintetiche descrizioni di esistenze in bilico, sull’orlo di
una preoccupante, delirante “ansia da prestazione scenica”. Una vena, si
direbbe, metaletteraria e pirandelliana: il personaggio è inteso come
creatura letteraria di ispirazione realistica pronta a balzare in scena qualora
assunto, a tempo determinato o in nero, dall’estro creativo di produttori,
sceneggiatori o scrittori. Il vessante problema di una generazione di quasi
trentenni consci di avere un futuro sicuramente più problematico di quello
toccato in sorte ai loro padri è qui affrontato, tramite uno stratagemma colto
e grottesco, dal punto di vista del character: una svendita di
personaggi da romanzo di cui l’autore offre un “portfolio emotivo”. Sarà poi
l’immaginazione del lettore a completare il racconto grazie alle indicazioni
(scarne ma efficaci) con cui Santoni allestisce una ipotetica vetrina per i
suoi personaggi in saldo. L’annosa questione del precariato non potrebbe essere
trattata in modo più ironico e intelligente. Già altri scrittori (di qualche
anno più anziani di Santoni) hanno recentemente provato ad affrontare in
letteratura quella che è una malaugurata costrizione storica e politica, senza
però preoccuparsi del prodotto artistico finale: la scrittura lucida di una
realtà stralunata di Santoni ci consegna invece un denso libro di minimi
poemetti in prosa di ottima qualità che hanno l’andamento serrato e formale del
videoclip; non potrebbe essere altrimenti se è vero che la critica
ufficiale s’è affrettata a catalogare la generazione degli attuali trentenni
(artisti nati negli ultimi anni ‘70 o primi ‘80) con l’ironica definizione di Mtv
Generation – definizione calzante, quando non dispregiativa, giacché appare
evidente la tendenza di molti di attingere ad un immaginario pop-rock da
diffusione massificata per risolvere problemi stilistici ed estetici in chiave
comunicativa. Se per la letteratura cosiddetta “cannibale” (che nasceva
anagraficamente sotto gli effetti del boom economico) il vero feticcio
ispirativo era la merce, i nati poco più di dieci anni dopo sembrerebbero
conquistati dal potere ipnotico della spettacolarizzazione di essa.
Qualora fosse
ancora possibile oggigiorno parlare di “scrittura d’avanguardia” (da intendersi
però in un’accezione del tutto informale, avulsa da storicizzazioni critiche,
in veloce mutamento) e, se potessimo anche solo tentare d’applicare questa
definizione a Personaggi precari di Santoni, potremmo desumere che la
ricerca letteraria oggi in Italia può coincidere con la ricerca di un impiego
fisso retribuito. Anche grazie all’estroso ludus situazionistico
evidente nella scrittura di Santoni, l’autore è diventato rubrichista per un
noto quotidiano nazionale. Che sia l’andare verso un pubblico, verso una
comunicatività che si limita a riportare gli esiti di un disagio più sociale
che culturale tramite un linguaggio non allarmante una delle poche modalità che
gli scrittori italiani hanno oggi a
disposizione per impegnarsi (o impiegarsi?) non solo in ambito artistico?
Trattasi di domanda retorica che, allo stato attuale delle cose, non può
trovare risposta definitiva.
Dopo Personaggi
precari e il continuato sperimentare sul frammento micronarrativo capace di
esplicitare in pochissime righe una complessità caratteriale a tratti profonda,
a volte sfacciatamente superficiale ma in ogni caso travolgente e intrigante,
Santoni è pronto per applicare la sua tecnica di introspezione psicologica
“momentista” (più che impressionista) ad un lavoro più complesso, di spessore
epico-narrativo. Sarà a questo punto necessario, per sottolineare il lungo
balzo stilistico di quest’autore, quanto i Personaggi siano stati
un’operazione artistico-concettuale di portata potenzialmente rivoluzionaria.
Santoni, più che autore di storie è stato fin qui uno sfruttatore
di personaggi, nell’accezione di pappone e/o magnaccia di characters
incarnanti un’idea. Presentando i Personaggi e le loro vicende come
lavoratori flessibili da impiegarsi, prostituendoli, nella fiction
altrui, si è contemporaneamente liberato di eventuali implicazioni
psicoanalitiche del suo lavoro mantenendo tuttavia intatta una pietas
con-partecipante che non si ritrova nel dettato bensì nella scelta d’appartarsi
come voce narrante, di lasciare l’accaduto al lettore che è libero (come in un
trattato di Queneau) di sfruttare la capacità comunicativa dei suoi poemetti in
prosa per arricchimento personale, divertimento disincantato o analisi
sociologica da comodino, a seconda dell’estro o del momento.
Il piccolo
“caso letterario” dei Personaggi precari (una tiratura esaurita in meno
di un anno, di certo non male per un esordiente trentenne proveniente da
un’esperienza che con la poesia ha più d’un punto in comune pur restando
ibridazione) e il premio, hanno portato Santoni alla pubblicazione del primo
romanzo con Feltrinelli editore. Le circa 260 pagine de Gli interessi in
comune costituiscono sì un libro godibile e un’ottima occasione per
affrontare (si spera non in tono da talk-show) un discorso sociologico
sul rapporto fra giovani e sostanze stupefacenti, tuttavia siamo ben lontani
dal libro da spiaggia, da leggersi sotto l’ombrellone o in metropolitana.
Sebbene il battage pubblicitario di Feltrinelli abbia avuto un’impronta
giovanilistica inquietante (si parla addirittura di banners e pop-ups
che spunterebbero, come spot improvvisi, dalle colonne del servizio di
messaggistica istantanea Msn con uno slogan ambiguo come “Leggerlo è
nel tuo interesse” e abbiamo personalmente constato che in breve tempo è
fiorito anche un merchandising software coordinato, con tanto di sfondi
desktop...), il romanzo ha un impianto stilistico di tutto rispetto, una
struttura che coniuga intenti epici a invenzioni narrative e descrittive per
niente semplicistiche, letterarietà che denota assoluta padronanza di più
registri.
In un Valdarno
nebbioso prima e in una Firenze oramai priva del suo fascino da cartolina poi,
una variegata gamma di protagonisti e comprimari (tutti personaggi,
“comparse” comprese, con vissuti realistici, quasi evoluzioni dei characters
del primo libro) vengono raccontati (ma sarebbe meglio dire ripresi,
dato l’andamento cinematografico della narrazione) durante un loro continuo
sperimentare con le sostanze psichedeliche più disparate. Gli interessi
che hanno in comune questi personaggi sono infatti (come da indice): Lsd,
Fendimetrazina, Eroina, Cannabis, Noce moscata, Ecstasy, alcol, Tabacco,
Diazepam, Sesso, Anfetamina, Feniciclidina, Ketamina, Mescalina e così via.
Si potrebbe facilmente pensare ad un catalogo quasi biografico e confessionale,
un Naked Lunch di un Burroghs toscano; invece ci ritroviamo davanti ad
una sorta di Sistema Periodico di un Primo Levi in salsa grunge e
hip-pop. Ventitre capitoli portanti che seguono le vicende, si alternano
a ventidue brevi capitoletti che riportano, in chiave più sintetica, una sorta
di spin-off di una mini-saga di provincia inquieta. Con una comicità che
non è mai fine a se stessa (e quindi superando brillantemente il rischio
coraggiosamente corso con i Personaggi precari) un black-humor
che nulla ha da invidiare ai geniali sceneggiatori di Desperate Housewives
nel campo delle ipocrisie della borghesia contemporanea di provincia, upper
o middle-class che sia.
La rilevanza
artistica di questo progetto è da ricercarsi però nella tecnica impiegata:
ognuno dei 23 capitoli “maggiori” è scritto cercando di mimare anche nel ritmo
e nella velocità della narrazione gli effetti della sostanza di cui il brano
tratta. Parrebbe un facile esercizio per chiunque abbia una dimestichezza non
distruttiva con la scrittura automatica indotta da stupefacenti, ma Santoni
mantiene una coerenza strutturale costante, sfuggendo totalmente ad un
manierismo che non avrebbe certo giovato al sapore agrodolce di una storia di
giovani non giovanilistica. Fra carte Magic e Playstation, viaggi più o meno
psichedelici, mitologie underground di paese fiorite fra gli amici che
si ritrovano al bar in attesa di un futuro sempre più problematico, ciò che
correva il rischio di essere un esercizio di stile si rivela
perfettamente significante, aggiungendo un tono vagamente ludico che tuttavia
non esula da letture più profonde, esistenziali. Uno spaccato psicologico
corale, territoriale e tuttavia universale nell’approccio; un gioco di registri
narrativi che variano seguendo una maieutica della percezione alterata (frutto
sia d’esperienza diretta che di accurate ricerche preparatorie alla stesura) –
l’epica sommessa di Santoni scorre lenta lungo un arco temporale di circa dieci
anni, componendosi però di aggregazioni testuali espresse ad alta velocità,
quasi fulminee che derivano evidentemente dalla meditata esperienza del libro
precedente. Ma per dare un’idea dello spessore d’esperienza che questo libro ci
porta, basterebbe citare l’epigrafe di Walter Vogt, che ad Hoffmann, scopritore
dell’acido lisergico, chiede: “Avevamo preso sul serio qualcosa con cui ci è
permesso solo giocare o viceversa?” domanda infine applicabile
all’esistenza di questi personaggi.
Di Vanni
Santoni andrà detto anche che è riuscito, con un’economia ben studiata di mezzi
espressivi a ritrarre la provincia in termini partecipi: sa disarmare il suo
pubblico con una conoscenza ampia e dettagliata della pseudomitologia
suburbana. Un’accusa di provincialismo come quella mossa da Amelia Rosselli a
Guglielmi nel ’67 forse lo farebbe sorridere e non v’è da dubitare che la
prenderebbe come un complimento. V’è nel libro di Santoni una genuinità
veramente rappresentativa dell’ humor toscano (quella sottile linea che
separa la cinica cattiveria da una boutade espressiva irriverente, al
limite della genialità). Sotto alcuni punti di vista potrebbe ricordare il melange
drammatico di cui erano intessuti alcuni primissimi film di Leonardo
Pieraccioni o la Casa Gori
di Benvenuti, prima che entrambi questi autori fossero costretti a ricorrere ad
un pecoreccio alla Vanzina per assicurarsi un posto nell’hit-parade dei
botteghini. Non possiamo quindi non augurarci che Santoni continui a sfruttare
il suo talento che è senz’ombra di dubbio quello della conoscenza minuziosa
della tecnica narrativa, virata da un filtro di sperimentazione mai eccessivo
tuttavia capace di spiazzare il lettore evocando realtà in cui più generazioni
potrebbero identificarsi. E gli auguriamo che un’eventuale versione
cinematografica de Gl interessi in comune non abbia fra i comprimari
Scamarcio.
Marco Simonelli, 27/06/08
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