CHECKPOINT POETRY
PLINIO PERILLI
 

 

Il Sole è alto ma piange

 

                                              

                             (a Claudia Giordano

                               - per la scomparsa di Sua Madre)

 

 

Il Sole è alto ma quaggiù in terra

piange l’infranto specchio di Dio:

terribile lo insegna, lo grida di silenzio:

tutto il suo oro oggi inutile, e tagliente,

non riesce, non può fermare il Tempo.

La luce è al massimo, brilla regina

fino al trono del mare, dietro queste case

che sembrano dadi, prismi, giocattoli

con cui irridere, tirare a sorte gli dèi.

 

 

Una piazza mi accoglie, fin troppo amena:

ma salmastre e bianche ha radici di vento,

e aspetta, riverisce il Dolore, inesorabile

l’appuntamento che odioso ci convoca

a piangere senza quasi darlo a vedere,

ad abbracciarti perché hai perso in cuore

mezzo tronco, seno da seno – ed i tuoi rami

tremano in ogni foglia orfana di fiori.


La trasparenza si allaga di lacrime

palpitate, pensate: mentre il troppo sole

ci battezza lustrale, e il mare occhieggia

sempre laggiù, oltre le case e la strada,

dove la spiaggia e i pini pregano sabbia,

clessidra immota, aghi e anni verdi caduti.

Ma un bimbo giunge, estraneo a tutti,

baldanzoso come l’Angelo Inconscio,

bello dei suoi silenzi, intestardito di luce:

e gioca il suo pallone, i suoi tiri plasticati

da fermo, da piccolo fiero eroe trasognato…

 

 

Ora quella sfera banale rimbalza, evoca

Tempo, minuti e secoli, millenni alati

e rintocchi pesanti, nascosti nei cuori.

Giunge il Dolore tutto – parenti, amici –

in ciascuno di noi, all’appuntamento/bisturi

col respiro finale della gioia, della vita che

ti decise, e adesso è partita a visitare

per davvero il cielo, a chiedere e ottenere

il colloquio risorgente e fatale – abbagliato –

con la luce che ci creò, e chiamiamo Dio.


Rimbalza anche il Tempo, e il cuore,

come pallone a quel bambino vivace che

lo perde, lo ritrova tra le aiuole pazienti,

nei cespugli ordinati, amari, d’oleandri

e pitosfori – davanti al tabernacolo esterno,

alla snudata, sacra icona d’un San Francesco

oggi molto più triste, infinitamente orfano

della perfecta letitia che duole eppure insegna.

Rimbalza il cuore dentro al Tempo, e oltre…

 

 

Perché il bambino si ferma estraneo, sfiatato,

e si porta via: lo sguardo impolverato radioso,

quel pallone in mano come un cuore triste.

Il pomeriggio cola luce, sanguina grazia

su se stessa; e il Sole si commuove a perpendicolo

come scorcio metafisico, dipinta piazza fatata

e infausta. Ci ha convocati il Dolore maiuscolo

e in te lo deploriamo, lo abbracciamo come s’accetta

una notizia che mai vorremmo, ogni lutto d’oro,

odiosa la sentenza che ci condanna a una perdita.


Chiedo al cielo più luce, altro sole, sole

eccessivo – mentre il mare è svenuto, trema

salato d’azzurro; e l’aria calda lo ricopre,

lo vela di spuma e brezza come una Dea clemente

innamorata di ogni scoglio pur tagliente e solo,

di ogni onda reclina che muore del suo entusiasmo.

Ora possiamo entrare, salvarci ordinati in chiesa,

compunti d’immanenza. Francesco resta santo fuori,

ad accordare umiltà, Natura e le sue creature –

tutto l’abbraccio che non ci manca, se però

noi al buio lo capiamo, lo preghiamo da dentro.

 

 

Dio della morte e della vita – identico dono 

che al mistero giunge, dal mistero riparte –

in te meglio rinascendo… A te chiediamo,

soffriamo luce, alba del buio, tempo che è finito

ma anche oggi per te ripartorisce: inabissato

altissimo, cicatrice o fiore, meridiana d’amore

che tutta inghiotte, annoda, lenisce la sua ombra!

Piccola madre, nuova Madonna del mondo,

morte che ascende: feconda e ferita d’universo!

Cui almeno dài le ali perché ti giunga al bene,

cesareo taglio d’anima,

                                      di cielo in cielo ti raggiunga.

 

 

 

(Lavinio, 28 Luglio 2007)             

 




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