di Marco Palladini
► Possiamo farcela. Si può
fare. Tutto è possibile. Yes, he can. E ce l’ha fatta. Mentre soltanto dieci
mesi fa la sua elezione appariva altamente improbabile, se non impossibile. Ma
perché Barack Hussein Obama ce l’ha fatta? Si possono dare e stanno dando, gli
opinionisti ai quattro angoli della terra, un milione di spiegazioni, anche
sofisticatissime e coltissime, magari in sé tutte sensate e plausibili. Non si
sfugge, però, alla sensazione primaria di una verità elementare: che lui ha
incarnato un messaggio ottimistico, solare in una contingenza planetaria
pessima e pessimistica, attraversata da profonde preoccupazioni collettive e da
incubi di catastrofe economica-finanziaria.
► Attenzione: ho detto “incarnato”,
non diffuso. Quello lo fanno o cercano di farlo tutti i candidati presidenti e
i politici: diffondere ottimismo, speranze, sogni, voglia di un futuro migliore
(pensiamo, per stare all’aia di casa nostra, al volontarismo macchiettistico da
imbonitore di Berlusconi). Obama non diffonde, incarna tutto questo, con il suo
volto giovane, con la sua elastica ‘allure’, col suo agile corpo, col suo
sorriso sexy, con il suo eloquio, si è detto, tra “gospel e rap”. La sua stessa
presenza, la sua avanzata impetuosa, la sua vittoria sono la prova provata che
si può aprire la porta al futuro proprio quando un intero sistema sembra
accartocciarsi, implodere su se stesso, sotto il peso di vecchi interessi,
vecchi poteri, vecchi conflitti, vecchi vizi, vecchi modi di intendere la
gestione della ‘cosa del mondo’. La sua apparizione è stata una performance, un
concentrato di prillante energia in movimento, esaltata dalla e nella
onnivalenza e onnivadenza della società dello spettacolo globale, che ha
ridotto i suoi ‘contenders’ a goffe, patetiche sagome del passato.
Si dice che Kennedy vinse le
elezioni del 1960 anche grazie ad un manifesto con la faccia di Richard Nixon e
sotto la scritta: “Comprereste un’auto usata da quest’uomo?”. Ecco la
maggioranza degli americani (anche bianchi) ci ha fatto sapere che da un uomo
con la faccia di Obama comprerebbe tranquillamente un’auto usata (e,
evidentemente, non solo quella).
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Uno dei tanti manifesti della vittoriosa campagna elettorale di Obama
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► Obama è in sé l’attore di
una nuova politica. Il primo vero leader mondiale del XXI secolo, laddove tutti
gli altri sembrano ancora residui, talora insopportabili, del Novecento. Un
nero alla Casa Bianca. Un nero nel cuore simbolico del potere bianco. Cos’è? Un
ossimoro eidetico? Uno scherzo da optical-art? Il “dream” del reverendo Martin
Luther King che si realizza?
Di più, è un africano-americano
alla lettera, tautologico. Perché figlio di un padre kenyota e di una madre
bianca del Kansas. Cioè uno di quelli, si diceva, che i bianchi anche non
esplicitamente razzisti considerano, comunque, dei ‘negri’ e che, di contro, i
neri-neri reputano con sprezzo dei bianchi, dei “visi pallidi”, e dunque non
stanno da nessuna parte. Ovvero stanno dappertutto. Perché stanno “in mezzo”.
Ci avevano detto che il melting pot
negli States era fallito, era un mito logoro del passato, delle illusioni
integrazioniste degli anni Sessanta. Ebbene Obama è, ancora una volta, la pura
incarnazione del melting pot,
dell’incrocio multietnico, percepito non più come uno stato dimidiato, come una
condizione ‘bastarda’, ma come ricchezza, accrescimento di prospettive,
ingresso in una dimensione poli-identitaria. Tutto ciò proiettato al vertice
del potere mondiale. Basta questo ad intendere una obiettiva, sensazionale
novità. Come un vento del meticciato globale che ha preso a soffiare contro i
miasmi delle stagnanti contrapposizioni mono-identitarie etnico-religiose.
► La fine della storia:
invece, la storia è sempre in movimento e piena di sorprese (brutte e belle)
alla faccia dei teorici da strapazzo. “No future for you”: ed ecco che una
elezione e il movimento di milioni di giovani che si è mosso dietro al
neo-eletto, e la mobilitazione di massa che si è realizzata anche attraverso
l’uso strategico e intensivo della Rete (blog, focus-groups, Youtube etc.) e
dei new-media dà la precisa sensazione che le forze del cambiamento positivo si
siano rimesse in marcia, che un nuovo, forte slancio verso il futuro stia
montando, che l’orizzonte delle nostre vite abbia ricominciato a dischiudersi
al domani, se non scacciando almeno contrastando la nuvola di vibrazioni del
Negativo che aleggia sulla presente epoché.
► Tutto ciò potrebbe
rivelarsi nulla più che un mucchio di illusioni? Ché una rondine o un Obama
“non fa primavera” etc.? È una eventualità, ovviamente, che nessuno può in
coscienza escludere. Ma intanto c’è da registrare un cambio di clima
psicologico e, vieppiù, psicopolitico di vasta, enorme portata. Persino
imbarazzante. Nel senso che c’è stata una generale, quasi incredibile,
unanimistica corsa a saltare sul carro del vincitore. Negli Usa, a parte il
nobile fair-play istituzionale dello sconfitto McCain, è sembrato che persino
il presidente uscente Bush si sentisse sollevato e quasi voglioso di accelerare
l’iter del trapasso dei poteri, id est a liberarsi della patata bollente
dell’America in recessione. Per non dire degli accenti quasi commossi del segretario
di Stato Condoleeza Rice. Che vuol dire? Niente più dialettica (Carl Schmitt
dixit) amico-nemico? Nell’ora dell’emergenza siamo tutti dalla stessa parte? Ma
di questa emergenza planetaria possibile che nessuno sia responsabile? Otto
anni di “bushismo-cheneyismo”, di liberismo ortodosso, di inflessibile
‘mercatismo’, con il corredo della ‘guerra infinita’ al terrorismo e della
spesa militare come volano dell’economia, ma pure del debito pubblico salito a
livelli stratosferici, c’entrano niente? Todos
caballeros così che, dai guru del pensiero ‘neo-con’ ai principali dirigenti
di questa esiziale amministrazione repubblicana, sia possibile alimentare il
giochino dello scaricabarile dei fallimenti, e del sentirsi immacolati e
innocenti e impuniti (nonostante il rovescio elettorale)? Non sarà, invece,
come già quarant’anni fa cantava Fabrizio De André, che “per quanto voi vi
crediate assolti / siete per sempre coinvolti” e, dunque, colpevoli di questa
disastrata situazione?
► È su questo mi pare che
Obama dovrà lavorare per continuare a convincere chi l’ha sostenuto e votato.
Non è possibile che si sia tutti uguali e tutti egualmente irresponsabili
davanti alla crisi. Considerazioni simili valgono per i leader europei tutti subito
allineati e coperti, invero più come servizievoli maggiordomi che come
dignitosi alleati “au pair”. Con le solite iper-gaffes e gli atteggiamenti
‘bagaglineschi’ di Berlusconi-Zelig, il quale dopo aver simulato per otto anni
un rude spirito da simil-cowboy per compiacere il suo ‘amicone’ George jr. ora
è prontissimo ad abbronzarsi-lampadarsi per fingersi più nero del ‘mezzonero’ e
continuare imperterrito a interpretare la sua farsa di magnate impolitico che
dà consigli di buonsenso e diverte a suon di barzellette i politici di tutta la
terra. Come sempre, lo ripeteva Ennio Flaiano, qui la situazione, anche la più
drammatica, non è mai seria.
► Per chi ama i confronti
storici c’è un interrogativo di fondo su Obama. Stante che da tempo studiosi ed
analisti ci stanno vaticinando l’effettuale ed inevitabile declino dell’impero
americano nel corso del XXI secolo, l’elezione di Obama potrebbe essere
l’equivalente di quei generali barbari che ad un certo punto (pensiamo a Flavio
Stilicone) prendevano in mano il comando dell’impero romano perché le classi
dirigenti latine non erano più in grado di reggere e di frenare il dissesto
imperiale? Obama chi è e cosa rappresenterà? Sarà l’uomo che saprà invertire la
linea di tendenza del declino e rilanciare l’egemonia degli Usa in un senso
dinamico, cioè favorendo una trasformazione degli equilibri internazionali in
direzione di una vera ‘governance’ mondiale? O sarà sostanzialmente il gestore,
magari accorto, di questo declino, il curatore fallimentare di un dominio economico
e militare che ha ormai un costo troppo elevato e quindi insostenibile, dentro
l’attuale assetto del campo di forze planetario? È dalla risposta a queste
capitali domande che si gioca il futuro non soltanto di Obama e degli Stati
Uniti, ma di tutti noi.
► Ho letto che ad Obama
piacciono i libri di Jack Kerouac e degli altri della Beat Generation.
Personalmente, basterebbe questo a farmelo sentire vicino. On the road è il manifesto di molti di noi, ragazzi “born in the
Fifties”. Siamo ancora sulla strada. La strada è lunga. Virtualmente infinita.
Ma sulla strada di questa nuova narrazione che si intitola “Obamaland” c’è la
voglia di incamminarsi senza sentire la fatica. Non nascondendosi le difficoltà
e le insidie, ma dopo molto tempo ripensando positivo.
► Non pochi qui in Italia
hanno sottolineato il retroterra religioso o para-religioso dei discorsi
obamiani. Ma in America è noto che l’ars oratoria è tradizionalmente esemplata
su modelli di predicazione derivati dalla Bibbia. Anche la poesia musical-civile
di Bob Dylan, per esempio, è impensabile senza tenere conto della sua palese matrice
biblica. Non a caso la lettera aperta che Alice Walker (l’autrice del famoso
romanzo The Color Purple) ha
indirizzato ad Obama, ne parla come di un messia nero venuto a riscattare
generazioni e generazioni di schiavi e figli di schiavi e capace di sintetizzare
“il meglio dello spirito dell’Africa e delle Americhe”. Per, poi, indicargli
l’esempio del Dalai Lama come modello di grande anima e di leader ‘interiore’
in grado di “lavorare col nemico”, cioè di superare gli steccati dell’odio per
provare a far nascere la pace.
In un’era segnata dalla caduta
delle vetero-ideologie novecentesche e, assieme, minata e minacciata dal
rilancio di fondamentalismi e integralismi i più vari e dissennati, il ricorso
ad un logos pubblico religioso abbassato di temperatura, non aggressivo,
appassionato, ma ‘gentile’ (per usare tangenzialmente una citazione brechtiana),
potrebbe essere la non ultima delle commendevoli e interessanti novità
apportate e incarnate dal neo-eletto presidente. Per almeno quattro anni
vivremo tutti, idealmente, in Obamalandia. Speriamo di poter capire presto dove
siamo capitati e dove stiamo andando.
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Il braccio di Obama indica il cammino da percorrere. Yes, he can
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