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APPUNTI SUL NEO-PRESIDENTE USA
Welcome in Obamaland


      
Noterelle corsive sull’evento politico più eclatante del 2008. Che potrebbe cambiare anche il corso della storia di questo XXI secolo apertosi con il crollo delle Twin Towers e ora minacciato dalla recessione mondiale. Il nero Barack Hussein alla Casa Bianca sembra il compimento del sogno di Martin Luther King. Le difficoltà e le sfide che ha di fronte sono enormi, ma non si sfugge alla sensazione che è incominciata una nuova narrazione epocale e siamo tutti ansiosi di capire come si svilupperà.
      



      

               

di Marco Palladini

 

 

► Possiamo farcela. Si può fare. Tutto è possibile. Yes, he can. E ce l’ha fatta. Mentre soltanto dieci mesi fa la sua elezione appariva altamente improbabile, se non impossibile. Ma perché Barack Hussein Obama ce l’ha fatta? Si possono dare e stanno dando, gli opinionisti ai quattro angoli della terra, un milione di spiegazioni, anche sofisticatissime e coltissime, magari in sé tutte sensate e plausibili. Non si sfugge, però, alla sensazione primaria di una verità elementare: che lui ha incarnato un messaggio ottimistico, solare in una contingenza planetaria pessima e pessimistica, attraversata da profonde preoccupazioni collettive e da incubi di catastrofe economica-finanziaria.

 

► Attenzione: ho detto “incarnato”, non diffuso. Quello lo fanno o cercano di farlo tutti i candidati presidenti e i politici: diffondere ottimismo, speranze, sogni, voglia di un futuro migliore (pensiamo, per stare all’aia di casa nostra, al volontarismo macchiettistico da imbonitore di Berlusconi). Obama non diffonde, incarna tutto questo, con il suo volto giovane, con la sua elastica ‘allure’, col suo agile corpo, col suo sorriso sexy, con il suo eloquio, si è detto, tra “gospel e rap”. La sua stessa presenza, la sua avanzata impetuosa, la sua vittoria sono la prova provata che si può aprire la porta al futuro proprio quando un intero sistema sembra accartocciarsi, implodere su se stesso, sotto il peso di vecchi interessi, vecchi poteri, vecchi conflitti, vecchi vizi, vecchi modi di intendere la gestione della ‘cosa del mondo’. La sua apparizione è stata una performance, un concentrato di prillante energia in movimento, esaltata dalla e nella onnivalenza e onnivadenza della società dello spettacolo globale, che ha ridotto i suoi ‘contenders’ a goffe, patetiche sagome del passato.

Si dice che Kennedy vinse le elezioni del 1960 anche grazie ad un manifesto con la faccia di Richard Nixon e sotto la scritta: “Comprereste un’auto usata da quest’uomo?”. Ecco la maggioranza degli americani (anche bianchi) ci ha fatto sapere che da un uomo con la faccia di Obama comprerebbe tranquillamente un’auto usata (e, evidentemente, non solo quella).




Uno dei tanti manifesti della vittoriosa campagna elettorale di Obama


 

► Obama è in sé l’attore di una nuova politica. Il primo vero leader mondiale del XXI secolo, laddove tutti gli altri sembrano ancora residui, talora insopportabili, del Novecento. Un nero alla Casa Bianca. Un nero nel cuore simbolico del potere bianco. Cos’è? Un ossimoro eidetico? Uno scherzo da optical-art? Il “dream” del reverendo Martin Luther King che si realizza?

Di più, è un africano-americano alla lettera, tautologico. Perché figlio di un padre kenyota e di una madre bianca del Kansas. Cioè uno di quelli, si diceva, che i bianchi anche non esplicitamente razzisti considerano, comunque, dei ‘negri’ e che, di contro, i neri-neri reputano con sprezzo dei bianchi, dei “visi pallidi”, e dunque non stanno da nessuna parte. Ovvero stanno dappertutto. Perché stanno “in mezzo”. Ci avevano detto che il melting pot negli States era fallito, era un mito logoro del passato, delle illusioni integrazioniste degli anni Sessanta. Ebbene Obama è, ancora una volta, la pura incarnazione del melting pot, dell’incrocio multietnico, percepito non più come uno stato dimidiato, come una condizione ‘bastarda’, ma come ricchezza, accrescimento di prospettive, ingresso in una dimensione poli-identitaria. Tutto ciò proiettato al vertice del potere mondiale. Basta questo ad intendere una obiettiva, sensazionale novità. Come un vento del meticciato globale che ha preso a soffiare contro i miasmi delle stagnanti contrapposizioni mono-identitarie etnico-religiose.  

 

► La fine della storia: invece, la storia è sempre in movimento e piena di sorprese (brutte e belle) alla faccia dei teorici da strapazzo. “No future for you”: ed ecco che una elezione e il movimento di milioni di giovani che si è mosso dietro al neo-eletto, e la mobilitazione di massa che si è realizzata anche attraverso l’uso strategico e intensivo della Rete (blog, focus-groups, Youtube etc.) e dei new-media dà la precisa sensazione che le forze del cambiamento positivo si siano rimesse in marcia, che un nuovo, forte slancio verso il futuro stia montando, che l’orizzonte delle nostre vite abbia ricominciato a dischiudersi al domani, se non scacciando almeno contrastando la nuvola di vibrazioni del Negativo che aleggia sulla presente epoché.

 

► Tutto ciò potrebbe rivelarsi nulla più che un mucchio di illusioni? Ché una rondine o un Obama “non fa primavera” etc.? È una eventualità, ovviamente, che nessuno può in coscienza escludere. Ma intanto c’è da registrare un cambio di clima psicologico e, vieppiù, psicopolitico di vasta, enorme portata. Persino imbarazzante. Nel senso che c’è stata una generale, quasi incredibile, unanimistica corsa a saltare sul carro del vincitore. Negli Usa, a parte il nobile fair-play istituzionale dello sconfitto McCain, è sembrato che persino il presidente uscente Bush si sentisse sollevato e quasi voglioso di accelerare l’iter del trapasso dei poteri, id est a liberarsi della patata bollente dell’America in recessione. Per non dire degli accenti quasi commossi del segretario di Stato Condoleeza Rice. Che vuol dire? Niente più dialettica (Carl Schmitt dixit) amico-nemico? Nell’ora dell’emergenza siamo tutti dalla stessa parte? Ma di questa emergenza planetaria possibile che nessuno sia responsabile? Otto anni di “bushismo-cheneyismo”, di liberismo ortodosso, di inflessibile ‘mercatismo’, con il corredo della ‘guerra infinita’ al terrorismo e della spesa militare come volano dell’economia, ma pure del debito pubblico salito a livelli stratosferici, c’entrano niente? Todos caballeros così che, dai guru del pensiero ‘neo-con’ ai principali dirigenti di questa esiziale amministrazione repubblicana, sia possibile alimentare il giochino dello scaricabarile dei fallimenti, e del sentirsi immacolati e innocenti e impuniti (nonostante il rovescio elettorale)? Non sarà, invece, come già quarant’anni fa cantava Fabrizio De André, che “per quanto voi vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti” e, dunque, colpevoli di questa disastrata situazione?

 

► È su questo mi pare che Obama dovrà lavorare per continuare a convincere chi l’ha sostenuto e votato. Non è possibile che si sia tutti uguali e tutti egualmente irresponsabili davanti alla crisi. Considerazioni simili valgono per i leader europei tutti subito allineati e coperti, invero più come servizievoli maggiordomi che come dignitosi alleati “au pair”. Con le solite iper-gaffes e gli atteggiamenti ‘bagaglineschi’ di Berlusconi-Zelig, il quale dopo aver simulato per otto anni un rude spirito da simil-cowboy per compiacere il suo ‘amicone’ George jr. ora è prontissimo ad abbronzarsi-lampadarsi per fingersi più nero del ‘mezzonero’ e continuare imperterrito a interpretare la sua farsa di magnate impolitico che dà consigli di buonsenso e diverte a suon di barzellette i politici di tutta la terra. Come sempre, lo ripeteva Ennio Flaiano, qui la situazione, anche la più drammatica, non è mai seria.

 

► Per chi ama i confronti storici c’è un interrogativo di fondo su Obama. Stante che da tempo studiosi ed analisti ci stanno vaticinando l’effettuale ed inevitabile declino dell’impero americano nel corso del XXI secolo, l’elezione di Obama potrebbe essere l’equivalente di quei generali barbari che ad un certo punto (pensiamo a Flavio Stilicone) prendevano in mano il comando dell’impero romano perché le classi dirigenti latine non erano più in grado di reggere e di frenare il dissesto imperiale? Obama chi è e cosa rappresenterà? Sarà l’uomo che saprà invertire la linea di tendenza del declino e rilanciare l’egemonia degli Usa in un senso dinamico, cioè favorendo una trasformazione degli equilibri internazionali in direzione di una vera ‘governance’ mondiale? O sarà sostanzialmente il gestore, magari accorto, di questo declino, il curatore fallimentare di un dominio economico e militare che ha ormai un costo troppo elevato e quindi insostenibile, dentro l’attuale assetto del campo di forze planetario? È dalla risposta a queste capitali domande che si gioca il futuro non soltanto di Obama e degli Stati Uniti, ma di tutti noi.

 

► Ho letto che ad Obama piacciono i libri di Jack Kerouac e degli altri della Beat Generation. Personalmente, basterebbe questo a farmelo sentire vicino. On the road è il manifesto di molti di noi, ragazzi “born in the Fifties”. Siamo ancora sulla strada. La strada è lunga. Virtualmente infinita. Ma sulla strada di questa nuova narrazione che si intitola “Obamaland” c’è la voglia di incamminarsi senza sentire la fatica. Non nascondendosi le difficoltà e le insidie, ma dopo molto tempo ripensando positivo.

 

► Non pochi qui in Italia hanno sottolineato il retroterra religioso o para-religioso dei discorsi obamiani. Ma in America è noto che l’ars oratoria è tradizionalmente esemplata su modelli di predicazione derivati dalla Bibbia. Anche la poesia musical-civile di Bob Dylan, per esempio, è impensabile senza tenere conto della sua palese matrice biblica. Non a caso la lettera aperta che Alice Walker (l’autrice del famoso romanzo The Color Purple) ha indirizzato ad Obama, ne parla come di un messia nero venuto a riscattare generazioni e generazioni di schiavi e figli di schiavi e capace di sintetizzare “il meglio dello spirito dell’Africa e delle Americhe”. Per, poi, indicargli l’esempio del Dalai Lama come modello di grande anima e di leader ‘interiore’ in grado di “lavorare col nemico”, cioè di superare gli steccati dell’odio per provare a far nascere la pace.                   

In un’era segnata dalla caduta delle vetero-ideologie novecentesche e, assieme, minata e minacciata dal rilancio di fondamentalismi e integralismi i più vari e dissennati, il ricorso ad un logos pubblico religioso abbassato di temperatura, non aggressivo, appassionato, ma ‘gentile’ (per usare tangenzialmente una citazione brechtiana), potrebbe essere la non ultima delle commendevoli e interessanti novità apportate e incarnate dal neo-eletto presidente. Per almeno quattro anni vivremo tutti, idealmente, in Obamalandia. Speriamo di poter capire presto dove siamo capitati e dove stiamo andando.    

 



Il braccio di Obama indica il cammino da percorrere. Yes, he can


 

                         

               




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