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di Massimiliano Borelli
Manganelli biografo, questa la
sua ulteriore declinazione esposta nel libriccino Vita di Samuel Johnson appena pubblicato da Adelphi a cura di
Salvatore Silvano Nigro. Nata per essere letta in un programma radiofonico del
Terzo Programma Rai nel 1961, ci torna oggi in forma scritta, secondo la
redazione dei manoscritti dell’autore. Manganelli, si sa, non sceglieva
casualmente i suoi oggetti di interesse, e l’intellettuale inglese, vissuto tra
il 1709 e il 1784, doveva sembrargli un bellissimo esemplare di antenato con
cui dialogare. Il canovaccio della sua Vita
è la sterminata Life of Samuel Johnson,
pubblicata nel 1791 dall’amico James Boswell, e da essa Manganelli carpisce
significativi lacerti, suggestioni che, come un filtro, si rifrangono sulla
nuova e ridotta biografia.
La scena iniziale ci racconta dell’arrivo
a Londra di Johnson, in compagnia dell’attore David Garrick, in fuga dal provinciale
borgo di Lichfield. La città è per il giovane il luogo della scoperta della
vita, della maturazione intellettuale, della liberazione dall’angustia
culturale e economica del piccolo centro d’origine. Ma Londra è in quegli anni
una metropoli sporca, pericolosa, piagata dalla miseria, formicolante di
insidie e misfatti. Nient’affatto edificante, come panorama sociale, e lo stesso
Johnson ce la descrive in tutta la sua sordidezza nella satira in versi London, citata pure da Manganelli. Tuttavia,
la città promette uno scambio umano irrinunciabile a un avido di esperienze
come Johnson, che si infiltra in quella «gran rete di tane», entrando in
contatto con tutti gli strati sociali, con tutti i tipi che la varietà dei
caratteri gli mette a disposizione. L’attitudine all’incontro e la solidarietà
con persone le più diverse, anche da sé stesso, garantiscono a Johnson di
collocarsi in una posizione angolare, prospetticamente obliqua: di «conoscere
la vita senza immergervisi, collocarsi alla periferia, ed avere insieme
conoscenza non indiretta di quel che accade nel suo torbido centro», di
percepire in modo mediato ogni escrescenza e piega dell’esistenza.
Manganelli non percorre
cronologicamente le tappe della vita di Johnson, in ciò seguendo il suo
predecessore settecentesco, Boswell, il quale sarebbe riuscito a fare del suo
amico una leggenda plasmando, in modo sintetico e parziale, «il calco
letterario fedele fino alla allucinazione della sua esistenza, del suo modo di
essere»; un compito che Manganelli assume anche per la sua impresa, condensando
le centinaia di pagine dell’opera maior
in un testo di qualche decina di cartelle; e lo fa volentieri, utilizzando quel
modo “gestuale” di raccontare, per cui le inezie apparentemente insignificanti
contengono un contenuto di verità molto più alto di un resoconto
filologicamente inappuntabile. E, chiaramente, Manganelli parla anche di se
stesso, del proprio approccio critico, quando di Boswell dice che ebbe «la
capacità che si direbbe epica di obiettivare non solo il personaggio, ma anche
se stesso di fronte ad esso». È il nostro Manganelli, dunque, che è lecito
intravedere dietro la fisionomia del «giovanottone» «goffo, malvestito, dal
gran corpo impacciato» che egli ci descrive.
L’attenzione si concentra su
alcuni, pochi aspetti della vita di Johnson. Prima di tutto le amicizie, della
cui importanza un po’ si è detto. L’“irregolare” e sconclusionato poeta Richard
Savage, cui dedicò, lui, una biografia; il libertino Topham Beauclerk; il compagno
di viaggio David Garrick; lo stesso Boswell. Si prospetta una comunità vivace
quanto differenziata di intellettuali costretti per sopravvivere a redigere
testi d’occasione, e ad abitare in una via che assunse una nomea malfamata per
la «vita irregolare, disperata, non di rado canagliesca» che la sua pur colta
popolazione conduceva, Grub Street.
Il disordine dell’esistenza di
Johnson, e pure del suo modo di vestire, di gestire la casa, anzi le tante case
in cui visse, fa il paio con la fisionomia mossa e instabile del suo corpo: «Un
uomo pieno di smorfie, di sussulti, di stranezze fisiche e psicologiche: quasi
un sistema, una organizzazione di tic nervosi»; uno “stemma” potremmo quasi
dire, mettendo in sovrapposizione questa descrizione tipologica e il modello
“eretico” e fondato sul “refuso” del sistema di “racconto” (opposto
all’ordinato e gerarchico “Romanzo”) manganelliano. Johnson assume così «la
plasticità allucinante e illusoria della maschera», e «come le maschere, è
insieme deforme e umano, risibile e affascinante, assurdo e cattivante. È più
semplice di quel che vorremmo, ma insieme ricco di una segreta, significante
complessità». Come spesso accade, la penna di Manganelli raggela l’autore di
turno, e ne fa un’ombra allegorica, una proiezione disumanata pur nei dettagli
vitalissimi che vi raccoglie. Le linee di contorno di Johnson acquisiscono una
risonanza originale, una pregnanza esteriore che precipita in un oggetto
semantico ambiguo continuamente attivo. L’incedere della camminata, il modo di
mangiare, i sussulti nel sospirare, i bizzosi rumori della bocca nel parlare,
formano un carattere esterno complessivo e contribuiscono, insieme alla agilità
intellettuale e alla personalità scontrosa e conflittuale nella discussione con
i suoi vari interlocutori, alla formazione del suo mito. E in questo modo,
essenzialmente, Manganelli legge la vita di Johnson, anche attraverso la Life boswelliana: egli è per lui «il
primo eroe di una civiltà di massa». Nel paese in cui nasce l’età industriale, in
cui quindi si verificano le prime condizioni di una società borghese, «si dà
anche la prima società di massa capace di elaborare dei miti collettivi, di
inventarseli, di svolgerli: giacché in Inghilterra, più che altrove, esiste una
massa capace di accedere a mezzi di informazione collettivi; una massa, occorre
precisare, che appartiene a tutti gli strati sociali». Così diagnostica
Manganelli, addensando intorno alla figura di Johnson plurimi apporti alla
costruzione di questo “eroismo della vita moderna”. La “passività” del
letterato inglese permise l’avvicinamento di ogni strato di vita, cosicché da
ogni prospettiva risuonassero le sue parole, i suoi gesti, le sue abitudini
sociali e socievoli. Il risultato è quella miscela contraddittoria di moralismo
e spregiudicatezza, di disponibilità e umore bilioso chiamato da Manganelli
«animus johnsoniano», per cui la trasfigurazione del personaggio è totale, se
«Johnson deriva da johnsoniano, non viceversa». (E si sarebbe tentati di dire,
per gioco, se non fosse pericolosamente propedeutico alla sua precoce
“istituzionalizzazione” oggi assai incombente di barocco scrittore del “nulla”,
che lo stesso Manganelli deriva manganelliano, e non viceversa).
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Samuel Johnson ritratto da Joshua Reynolds
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All’affermazione perentoria del
carattere eroico di Johnson osta però un’ultima piega del suo animus, scavata
nel quarto e ultimo capitolo: la sua malinconia. Che, detto in termini un
pochino più moderni, si può chiamare nevrosi, o, in termini manganelliani, «una
fondamentale ambiguità»: «una regione d’angoscia e di tristezza». (La stessa
zona d’ombra che a ridosso degli anni di stesura della Vita Manganelli stesso stava sperimentando, e che curerà con la
psicanalisi, dal professor Ernst Bernhard). Una costante ipocondria, la paura
della menomazione intellettuale, lo sguardo fisso sul confine della vita umana,
la morte, lo portano a concentrare nel lavoro dell’intelletto e della ragione
un motivo di resistenza morale alla disperazione. Anche il godimento dei
piaceri è un supporto contro il pensiero della cessazione di tutto, da cui la
dedizione agli amici, al bere, al mangiare, parimenti che alla riflessione e
alla scrittura. Manganelli scrive: «Johnson visse tutta la vita nell’angoscia
di una imminente follia. Donde quella concentrazione della vitalità nella sua
intelligenza, come in una città assediata», un modo efficace per descrivere
quella sorta di contrappasso che dovette subire il letterato inglese,
trasferitosi nella metropoli per immergersi nella folla della modernità
incipiente, penetrato e assalito nella psiche dalla stessa brulicante e disgregante
molteplicità. Ma ciò nondimeno salvò Johnson, per Manganelli, dal «non essersi
tutto risolto nei compiti pittoreschi dell’eroe di una società di massa»,
poiché: «Un eroe infelice presenta una insormontabile difesa contro un destino
eminentemente collettivo»; un’estrema facoltà di straniamento, questa, che
rende la condotta e il significato postumo di Johnson ancora più interessanti,
poiché non assimilabili del tutto dalla vorace aspettativa e prensilità del
pubblico borghese. Nonché un ulteriore motivo di contiguità con Manganelli, suo
biografo e suo sodale nel restare indigesto nonostante tutto e nonostante il
mito tramandabile e confezionabile, nel fondo hilarotragico del rumore
sottile della sua prosa.
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