LETTURE
GIORGIO MANGANELLI
      

Giorgio Manganelli

 

Vita di Samuel Johnson

 

Adelphi, Milano, 2008, pp. 113, € 11,00

    

      


di Massimiliano Borelli

 

 

Manganelli biografo, questa la sua ulteriore declinazione esposta nel libriccino Vita di Samuel Johnson appena pubblicato da Adelphi a cura di Salvatore Silvano Nigro. Nata per essere letta in un programma radiofonico del Terzo Programma Rai nel 1961, ci torna oggi in forma scritta, secondo la redazione dei manoscritti dell’autore. Manganelli, si sa, non sceglieva casualmente i suoi oggetti di interesse, e l’intellettuale inglese, vissuto tra il 1709 e il 1784, doveva sembrargli un bellissimo esemplare di antenato con cui dialogare. Il canovaccio della sua Vita è la sterminata Life of Samuel Johnson, pubblicata nel 1791 dall’amico James Boswell, e da essa Manganelli carpisce significativi lacerti, suggestioni che, come un filtro, si rifrangono sulla nuova e ridotta biografia.

La scena iniziale ci racconta dell’arrivo a Londra di Johnson, in compagnia dell’attore David Garrick, in fuga dal provinciale borgo di Lichfield. La città è per il giovane il luogo della scoperta della vita, della maturazione intellettuale, della liberazione dall’angustia culturale e economica del piccolo centro d’origine. Ma Londra è in quegli anni una metropoli sporca, pericolosa, piagata dalla miseria, formicolante di insidie e misfatti. Nient’affatto edificante, come panorama sociale, e lo stesso Johnson ce la descrive in tutta la sua sordidezza nella satira in versi London, citata pure da Manganelli. Tuttavia, la città promette uno scambio umano irrinunciabile a un avido di esperienze come Johnson, che si infiltra in quella «gran rete di tane», entrando in contatto con tutti gli strati sociali, con tutti i tipi che la varietà dei caratteri gli mette a disposizione. L’attitudine all’incontro e la solidarietà con persone le più diverse, anche da sé stesso, garantiscono a Johnson di collocarsi in una posizione angolare, prospetticamente obliqua: di «conoscere la vita senza immergervisi, collocarsi alla periferia, ed avere insieme conoscenza non indiretta di quel che accade nel suo torbido centro», di percepire in modo mediato ogni escrescenza e piega dell’esistenza.

Manganelli non percorre cronologicamente le tappe della vita di Johnson, in ciò seguendo il suo predecessore settecentesco, Boswell, il quale sarebbe riuscito a fare del suo amico una leggenda plasmando, in modo sintetico e parziale, «il calco letterario fedele fino alla allucinazione della sua esistenza, del suo modo di essere»; un compito che Manganelli assume anche per la sua impresa, condensando le centinaia di pagine dell’opera maior in un testo di qualche decina di cartelle; e lo fa volentieri, utilizzando quel modo “gestuale” di raccontare, per cui le inezie apparentemente insignificanti contengono un contenuto di verità molto più alto di un resoconto filologicamente inappuntabile. E, chiaramente, Manganelli parla anche di se stesso, del proprio approccio critico, quando di Boswell dice che ebbe «la capacità che si direbbe epica di obiettivare non solo il personaggio, ma anche se stesso di fronte ad esso». È il nostro Manganelli, dunque, che è lecito intravedere dietro la fisionomia del «giovanottone» «goffo, malvestito, dal gran corpo impacciato» che egli ci descrive.

L’attenzione si concentra su alcuni, pochi aspetti della vita di Johnson. Prima di tutto le amicizie, della cui importanza un po’ si è detto. L’“irregolare” e sconclusionato poeta Richard Savage, cui dedicò, lui, una biografia; il libertino Topham Beauclerk; il compagno di viaggio David Garrick; lo stesso Boswell. Si prospetta una comunità vivace quanto differenziata di intellettuali costretti per sopravvivere a redigere testi d’occasione, e ad abitare in una via che assunse una nomea malfamata per la «vita irregolare, disperata, non di rado canagliesca» che la sua pur colta popolazione conduceva, Grub Street.

Il disordine dell’esistenza di Johnson, e pure del suo modo di vestire, di gestire la casa, anzi le tante case in cui visse, fa il paio con la fisionomia mossa e instabile del suo corpo: «Un uomo pieno di smorfie, di sussulti, di stranezze fisiche e psicologiche: quasi un sistema, una organizzazione di tic nervosi»; uno “stemma” potremmo quasi dire, mettendo in sovrapposizione questa descrizione tipologica e il modello “eretico” e fondato sul “refuso” del sistema di “racconto” (opposto all’ordinato e gerarchico “Romanzo”) manganelliano. Johnson assume così «la plasticità allucinante e illusoria della maschera», e «come le maschere, è insieme deforme e umano, risibile e affascinante, assurdo e cattivante. È più semplice di quel che vorremmo, ma insieme ricco di una segreta, significante complessità». Come spesso accade, la penna di Manganelli raggela l’autore di turno, e ne fa un’ombra allegorica, una proiezione disumanata pur nei dettagli vitalissimi che vi raccoglie. Le linee di contorno di Johnson acquisiscono una risonanza originale, una pregnanza esteriore che precipita in un oggetto semantico ambiguo continuamente attivo. L’incedere della camminata, il modo di mangiare, i sussulti nel sospirare, i bizzosi rumori della bocca nel parlare, formano un carattere esterno complessivo e contribuiscono, insieme alla agilità intellettuale e alla personalità scontrosa e conflittuale nella discussione con i suoi vari interlocutori, alla formazione del suo mito. E in questo modo, essenzialmente, Manganelli legge la vita di Johnson, anche attraverso la Life boswelliana: egli è per lui «il primo eroe di una civiltà di massa». Nel paese in cui nasce l’età industriale, in cui quindi si verificano le prime condizioni di una società borghese, «si dà anche la prima società di massa capace di elaborare dei miti collettivi, di inventarseli, di svolgerli: giacché in Inghilterra, più che altrove, esiste una massa capace di accedere a mezzi di informazione collettivi; una massa, occorre precisare, che appartiene a tutti gli strati sociali». Così diagnostica Manganelli, addensando intorno alla figura di Johnson plurimi apporti alla costruzione di questo “eroismo della vita moderna”. La “passività” del letterato inglese permise l’avvicinamento di ogni strato di vita, cosicché da ogni prospettiva risuonassero le sue parole, i suoi gesti, le sue abitudini sociali e socievoli. Il risultato è quella miscela contraddittoria di moralismo e spregiudicatezza, di disponibilità e umore bilioso chiamato da Manganelli «animus johnsoniano», per cui la trasfigurazione del personaggio è totale, se «Johnson deriva da johnsoniano, non viceversa». (E si sarebbe tentati di dire, per gioco, se non fosse pericolosamente propedeutico alla sua precoce “istituzionalizzazione” oggi assai incombente di barocco scrittore del “nulla”, che lo stesso Manganelli deriva manganelliano, e non viceversa).




Samuel Johnson ritratto da Joshua Reynolds


All’affermazione perentoria del carattere eroico di Johnson osta però un’ultima piega del suo animus, scavata nel quarto e ultimo capitolo: la sua malinconia. Che, detto in termini un pochino più moderni, si può chiamare nevrosi, o, in termini manganelliani, «una fondamentale ambiguità»: «una regione d’angoscia e di tristezza». (La stessa zona d’ombra che a ridosso degli anni di stesura della Vita Manganelli stesso stava sperimentando, e che curerà con la psicanalisi, dal professor Ernst Bernhard). Una costante ipocondria, la paura della menomazione intellettuale, lo sguardo fisso sul confine della vita umana, la morte, lo portano a concentrare nel lavoro dell’intelletto e della ragione un motivo di resistenza morale alla disperazione. Anche il godimento dei piaceri è un supporto contro il pensiero della cessazione di tutto, da cui la dedizione agli amici, al bere, al mangiare, parimenti che alla riflessione e alla scrittura. Manganelli scrive: «Johnson visse tutta la vita nell’angoscia di una imminente follia. Donde quella concentrazione della vitalità nella sua intelligenza, come in una città assediata», un modo efficace per descrivere quella sorta di contrappasso che dovette subire il letterato inglese, trasferitosi nella metropoli per immergersi nella folla della modernità incipiente, penetrato e assalito nella psiche dalla stessa brulicante e disgregante molteplicità. Ma ciò nondimeno salvò Johnson, per Manganelli, dal «non essersi tutto risolto nei compiti pittoreschi dell’eroe di una società di massa», poiché: «Un eroe infelice presenta una insormontabile difesa contro un destino eminentemente collettivo»; un’estrema facoltà di straniamento, questa, che rende la condotta e il significato postumo di Johnson ancora più interessanti, poiché non assimilabili del tutto dalla vorace aspettativa e prensilità del pubblico borghese. Nonché un ulteriore motivo di contiguità con Manganelli, suo biografo e suo sodale nel restare indigesto nonostante tutto e nonostante il mito tramandabile e confezionabile, nel fondo hilarotragico del rumore sottile della sua prosa.




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