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di Giorgio
Moio
Nella
collana “Sassifraga” delle Edizioni Empirìa di Roma, è uscito Cautio criminalis di Alfonso
Malinconico, già titolo di un’opera del gesuita tedesco Friedrich Von Spee,
apparsa nel 1631, curata in Italia, per la Salerno Editrice
(Roma, 1986) da Anna Foa. Anche la
Cautio di
Malinconico, suddivisa in cinque sezioni di poesie (Tortura, Stregologia, Untori, Caterinetta, Salem),
fedele al titolo, evidenzia la cautela che occorrerebbe nelle cause criminali,
dove va ricercata sempre la verità attraverso l’ausilio di prove certe,
argomento che Malinconico conosce molto bene essendosene già occupato nella
pièce teatrale Il canape (Ulisse
Editrice, Roma, 2004) e soprattutto attraverso la professione di magistrato che
ha svolto dal 1958 al 2002.
Questa
nuova prova poetica di Malinconico si apre subito con una domanda, che ci
accompagna per tutto il volume: l’ingiustizia è generata dal potere o
dall’abuso di potere? È la stessa domanda che più di tre secoli fa, nella
Germania della guerra dei Trent’anni, si fece Von Spee, «un
acceso propagandista antiprotestante [che] in qualità di confessore (badate bene, mai di giudice) – ci
dice Anna Foa in una delle due prefazioni (l’altra è firmata da Francesco
Muzzioli) –, accompagnò al rogo molte donne accusate di stregoneria in quella
che fu la più violenta e vasta caccia alle streghe della storia, la
persecuzione di massa in atto dai principi cattolici tedeschi tra la fine del
Cinquecento e i primi decenni del Seicento. Il frutto di questa sua terribile
esperienza fu appunto la Cautio, che
rappresentò un atto d’accusa senza remore contro quei principi e una difesa
appassionata delle vittime della persecuzione» (p. 9). Malinconico non cita Von
Spee, se non di straforo, ma lo prende a modello, come pure le sue domande,
alle quali tende di dare una risposta, separando la
giustizia dal potere di giudicare che spesso si trasforma in arbitrio, in abuso
delle norme.
E
proprio il ruolo del magistrato, figura messa sempre più in bilico dalla
quotidianità della sua professione soffocata dai rivoli spesso contorti della
realtà e dall’ideale di giustizia come forma d’arte – e per questo destinata al
fallimento – è la peculiarità di queste poesie. Si tratta di titoli che
prendono in esame clamorosi processi socio-giudiziari del passato, che vanno
dal complotto politico all’inquisizione. Si vedano, p. es. Stregologia e Caterinetta.
Entrambi riscrivono, in forma poetica e di esaltazione artistica, alcuni
processi per stregoneria – come già in Von Spee, ma lo scenario è quello
italiano, soprattutto della Milano del ’600 –, quando la santa inquisizione (e
quindi la chiesa) si appropriava del diritto – e del potere – di condannare in
funzione di una dottrina anziché di un’infrazione del codice penale,
macchiandosi in passato (preventivamente, in modo del tutto gratuito) di
impuniti delitti, senza la dovuta accertazione di prove, quindi
dell’inconfutabile verità, che andrebbe sempre e comunque ricercata, attraverso
l’ausilio di prove certe, come in ogni processo di giustizia degno di tale
nome. È il caso del “processo” a Caterina Medici, «una cameriera accusata di
aver usato il malefizio per far innamorare di sé il potente senatore Melzi e bruciata
viva nella Milano del 1617, con il beneplacito del buon cardinal Federico
Borromeo e del grande medico Ludovico Settala» (Anna Foa, p. 7).
Cosa
fare, allora, quando il fanatismo e il moralismo più vieto si impossessano
della ragione sociale? Secondo Malinconico – e anche secondo noi – il tutto va
riletto e riproposto attraverso i compartimenti della poesia, in modo da
restaurare l’impegno e la diversità, suscitare dinamismo affinché si abbandoni
l’eterno presente basato sulla compiutezza di certezze che non esistono,
nonostante il disagio in cui oggi versa la poesia, lasciarsi inventare dalle
risorse energetiche, impedendo qualsiasi tranquillità discorsiva. In
quest’epoca di globalizzazione e di ripensamenti pacifici, occuparsi attraverso
la poesia di un tema spigoloso e complicato come la giustizia è una grossa
scommessa coraggiosa, ancor maggiore se la poesia adottata non è solo un grido
d’accusa, ma si spoglia, in tutta coscienza, dell’intuizione lirica e
suggestiva, nonostante citazioni latine, per costituirsi attraverso
l’oggettivazione della materia: «nella Milano dei misteri / la luna piena in
foschia / proietta / testimonianze di uomini e donne / anelli sull’acqua e
nella nebbia per l’ / inquisitio generalis / Caterina Rosa Ottavia Bono / Pietro Martire
Pulicello il malossaro / la figliuola del Sergente Bono // la fama le due bugie / i rilievi i segni sui muri con l’onto / lo smoglio
gli indizi / delitto occultum / e
sulla porta del presidente Monti / finalmente uno spettacolo: // legata alla
corda e appesa - con la riserva / sine
praeiuditio convicti / per frustare la resistenza e la purgazione / delle
prove - la marionetta dinoccolata / là in alto oscillante nel settimo cielo
tace…» (Untori, p. 58).
Qui
si mette a nudo tutta l’impotenza del giudicare, che è la stessa impotenza
dell’uomo di fronte ad un altro uomo, e non basta semplicemente ricoprire un
ruolo per legittimarlo. Bisogna dare merito a Malinconico del fatto di averlo
proposto con una retrospettiva alla ricerca di un valore aggiunto che non è più
possibile ripristinare senza l’appropriazione di una coscienza critica,
dell’impegno intellettuale, di una contraddizione (nonostante sia votata in
tutta consapevolezza al fallimento). La poesia che Malinconico ci propone non
scorre solo sul filo della denuncia o dell’abuso nei giudizi, ma preannuncia,
appunto, una rinascita e una resistenza alle menzogne, alla condanna senza
confessione, al crescendo della compiacenza con la consuetudine E poco importa,
qui, se lo fa adoperando una poesia in stile narrativo, prosaico (a volte si ha
davanti lo scorrere di una cronaca). Carica di visioni palpabili, sa farsi
paradossale, inventandosi lo spazio per tentare di esistere e resistere,
riscrivendo storie sul filo dell’assurdo, proiezioni degli errori e degli
orrori della storia. Dunque, è la stessa storia un errore, abbandono delle
intuizioni, dell’avventura umana che, contrariamente preannuncia rinascita e
resistenza alle menzogne, al crescendo della compiacenza con la consuetudine,
che è il male di tutti i tempi.: «… qualche giudice / dovendo interrogare una
donna giovane / in carcere sospettata di un delitto / se la fa venire nello
studio segretamente / e la lusinga fingendo di amarla / (vult illam habere in suam et fingere velle / illam deosculari) /
toccandola e carezzandola con le mani / sotto la veste ove non trova mutande /
eccitandola con arti varie / inginocchiandosi / davanti alle sue bianche cosce
divaricate / ed accostandosi alla nera peluria / con occhi bramosi e
asimmetrici / e con la lingua come spada di fuoco / per indurla a confessare ad
accusarsi / del delitto mai commesso…» (Tortura,
p. 33).
«Ma
perché tutto questo in poesia? – si domanda Muzzioli nell’altra prefazione –
Non dovrebbe essere la poesia un regno di impalpabili vibrazioni dell’essere o
di visioni disinteressate? Non dovrebbe lasciare ad altri (ad altri discorsi,
ad altre pratiche comunicative) il dovere di interessarsi del compartimento
giustizia? Ma proprio qui sta il punto, nella insufficienza attuale degli altri
discorsi; e nella condizione di disagio in cui versa la poesia stessa, che le
impedisce qualsiasi tranquilla degustazione delle sue tradizionali prerogative
sublimi. Allora, le ragioni dell’impegno morale e civile, nascono proprio dalla
situazione della poesia: emarginata dal sistema dei media, lasciata a
inventarsi risorse, canali e occasioni, la poesia [e quella di Malinconico sa farlo con disinvoltura] non può non
aprirsi a ospitare le altre realtà messe a repentaglio dall’attuale contesto
(qui, segnatamente, la giustizia e la memoria)» (p.
12).
Dunque,
sollecitata a diversificarsi dalla sua tradizionale prerogativa dalle sorti di
un presente che ha perso la sua spinta propulsiva, nonché dall’insufficienza
degli altri generi discorsivi, anche questa di Malinconico è una poesia
costretta a “riscoprirsi”, a inventarsi, sul fronte giustizia, a riappropriarsi
del linguaggio poetico altrimenti destinato ad altri inconsueti usi, calarsi
nei canoni obsoleti dell’esistente e tentare di rigenerarlo dall’interno, allontanarlo
dal ripetersi dell’assegnazione-rassegnazione pacifica. Farsi pratica umana,
insomma, risvegliando le coscienze per riappropriarsi della dimensione umana,
per condannare l’errore e l’orrore della storia, ma con la consapevolezza che
ormai la storia non può più essere corretta.
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